Il castello – Le collegiali

Kalbosca incarica Lucinda di trovare fanciulle per Lucindo, il ragazzo blu.

La sete di sesso del ragazzo non è soddisfatta.  Abituato sul suo pianeta dove gli abitanti hanno schiave robot per soddisfare il loro sadismo, è sofferente e il suo fisico deperisce per mancanza di rapporti continui. Le donne del castello dopo ogni amplesso con lui, rimangono distrutte e hanno bisogno di molti giorni per riprendersi.

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Lucinda, dopo giorni di vana ricerca, mentre è a rifocillarsi in un Motel vede un autobus di piccole dimensioni pieno di giovane fanciulle. Si avvicina e chiede a una bella donna, che sembra essere  la leader del gruppo:

– Buongiorno signora. Quante belle ragazze? E che bella accompagnatrice? Chi sono le ragazze?

– Siamo un gruppo del collegio Marion, le ragazze sono le nostre migliori alunne. Io sono la direttrice e le accompagno a una meritata vacanza/gita. Siamo alla ricerca di antichi borghi per arricchire il sapere delle ragazze, tutte appassionate di costruzioni medioevali.

– Borghi da queste parti non ce ne sono. Ma se vi può interessare conosco un antico castello in buone condizioni. È conservato bene perché un’antica famiglia ha ancora la residenza.

– Certo che ci interessa. È vicino?

– Proprio vicino non è, ma è facilmente raggiungibile. Posso condurvi salendo sul vostro autobus perche la mia auto è nell’officina del Motel in riparazione.

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– Lui e Pierluigi, il nostro custode, autista e anche cuoco.

– Piacere. Io sono Lucinda.

– In che condizioni è la strada che porta al castello? Di solito sono piuttosto disastrate perché i castelli sono in zone non più abitate.

– Pierluigi non c’è problema. La pavimentazione non è perfetta ma è un buono stato. Io la percorro spesso con la mia piccola auto. Ci vorrà una buona oretta o più di viaggio ma la sorpresa sarà grande.

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Dal castello vedono arrivare le ragazze. Kalbosca organizza l’accoglienza:

– Sparite tutti nei vostri alloggi. Solo il conte e la contessa, insieme alla serva, riceveranno gli ospiti. Prima di sparire aiutate a prepara le tinozze, i sali aromatici e profumi molto inebrianti. Ho visto molte ragazze, preparate anche tuniche soffici e sottili da indossare dopo il bagno rinfrescante. Solo quando le ragazze arriveranno nella sala del trono, alcuni di voi potranno presentarsi. Ma ricordate le ragazze sono principalmente per Lucindo, il ragazzo blu.

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Con la presenza della contessa e della serva/padrona, le ragazze si bagnano nelle tinozze. La direttrice: – Contessa, questa vostra accoglienza è meravigliosa. Un sano bagno rinfrescante, con queste essenze squisite, è quello che ci voleva.

Contessa: – L’ospitalità nella nostra famiglia è stata sempre sacra.

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Le ragazze indossano le tuniche formate da drappi leggeri legati con cordini dorati.

La direttrice, corteggiata dal conte, viene da lui condotta via. Anche l’autista viene allontanato, circuito dalla serva padrona. Trascorreranno i prossimi giorni nelle camere dei corteggiatori.

Quando entrano nella sala del trono, trovano tutti gli abitanti del castello ad aspettarle.

Le ragazze sono corteggiate da castellani e castellane.

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L’effetto dei profumi inebrianti inizia a concretizzarsi. Le ragazze, con o senza invito, iniziano a togliersi le tuniche. Soffici materassi di piume, opportunamente di colore rosso sangue, vengono stesi sulla fredda pavimentazione del salone

A questo punto appare il ragazzo Blu. Le ragazze ammirate ed eccitate si avvicinano per toccarlo. È per loro una affascinante novità. Con l’arrivo degli altri castellani e castellane inizia l’orgia, caratterizzata da urla di dolore e di piacere che si diffondono nei meandri del castello.

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Con l’intervento magico di Kalbosca, le ragazze dimenticheranno il dolore. Ma ricorderanno  le passeggiate nel parco del castello, i confortevoli lavaggi nelle tinozze, i lauti pranzi, la visita del castello e tutte le cose piacevoli.

Dopo una settimana sono pronte per ripartire ma è stato tanto il loro incanto che, insieme alla direttrice, promettono che torneranno a trascorrere le vacanze di Natale nel castello.

Il ragazzo blu, tornato in piena forma, quella notte la passerà nel letto di Lucilla. Forse anche per ringraziarla della sua abilità di procurargli “cacciagione” tenera e fresca … anche per il prossimo Natale.

L’esperienza con le allegre e simpatiche ragazze ha giovato a tutti. La stessa Kalbosca ha capito che la violenza finale con i visitatori del castello può essere eliminata. Rendendo la vita dei castellani anche più piacevole.

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L’altro lato (illustrato)

Ancora un racconto del cassetto, corretto e illustrato

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Giorgio aveva avuto uno strano comportamento fin dalla nascita. Quando la madre si avvicinava alla culla o lo chiamava, lui si girava dall’altra parte. Dal medico di famiglia all’illustre primario, il difetto non era stato curato per le incognite cause. Le “sentenze” erano state varie ma tutte smentite dalle successive analisi.

Strabismo: si sa che spesso molti neonati sembrano averlo e che guarisce crescendo.

Difficoltà di udito: avvicinava l’orecchio dal quale sentiva meglio.

Autismo: il soggetto si estraniava per non essere disturbato nel suo mondo … e tante altre ipotesi, secondo la specializzazione medica degli esperti analisti.

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Nei primi mesi di vita, finché rimase quasi immobile, non fu cosciente del suo particolare stato. Appena iniziò a muoversi e a spostarsi nel lettino intuì, a sue spese, che qualcosa di strano succedeva. Quando era al centro del lettino riusciva facilmente a raggiungere, a gattoni, la parte periferica. Il problema era evidente quando dalla parte periferica voleva ritornare al centro. Iniziava a dare “cozzate” sulla sponda legnosa del lettino.

Poi si abituò: il centro era sempre dall’altro lato.

Diventò talmente bravo che quando, più grandicello, pedalando il triciclo vedeva un ostacolo a destra,  istintivamente girava a sinistra. L’adattamento era stato semplice perché gli altri parametri visivi, come la profondità di campo e la messa a fuoco non erano compromessi.

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Da ragazzo, Giorgio riusciva anche a divertirsi quando guardandosi nello specchio, pensava di essere l’unico forse in tutto il mondo, la cui immagine non era riflessa. Alzava la mano destra e anche l’immagine faceva altrettanto, alzava la destra. Quando poi tendeva il dito per toccare lo specchio, il fenomeno appariva in tutta la sua deforme realtà. La mano destra, quando entrava nel campo visivo nello specchio, appariva come mano sinistra.

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Anche al liceo aveva dovuto adattarsi, era stato facile perché il  cervello ormai invertiva tutti gli impulsi di movimento rispetto alla visione oculare,  come  fosse programmato. Quando scriveva nessuno se ne accorgeva  ma lui si sentiva un arabo: vedeva lo scritto che si formava, sotto ai suoi occhi, da destra verso sinistra.

 

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Giorgio non parlò mai a nessuno della sua visione invertita.

All’età di trent’anni la sua vita si svolgeva regolarmente. Aveva conseguito la laurea in legge e trovato un buon posto presso lo studio di un avvocato. Non aveva avuto nemmeno difficoltà a conseguire la patente e guidava tranquillo nel traffico cittadino la sua fiammante spider  Tanto preso dalla sua esistenza di “normalità” dimenticava spesso il suo difetto.

Un giorno di sciopero dei trasporti urbani, uscendo da casa, trovò una ragazza che si lamentava perché non poteva raggiungere l’università. Era il giorno della sua laurea. Giulio le offrì un passaggio. Durante il tragitto iniziò un’amicizia che si concluse con il fidanzamento tra il giovane avvocato e la giovane dottoressa in medicina.

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Qualche mese prima del matrimonio, confidò alla futura moglie il suo difetto e la sua istintiva normalizzazione.

Fu così che iniziarono i guai.

La sua ragazza in un primo momento non volle credergli,  anzi pensò che fosse uno scherzo. Quando riuscì a convincerla, la fidanzata  pretese analisi e studio del difetto.

Per Giorgio cominciò la processione  tra vari studi specialistici e consulti vari. Visite approfondite dallo psichiatra, dal neurologo e da professori universitari esperti in comportamento.  Analisi specialistiche come la Tac, encefalogrammo e analisi del globo oculare riempirono la sua vita per mesi.

Alla fine fu ipotizzata e poi definita la sua anomalia. Il difetto era del nervo ottico che non invertiva le immagini orizzontali.

Data la situazione tragica, il matrimonio fu rimandato.

La microchirurgia, già a quel tempo, era molto progredita. Perché non tentare una operazione?

E operazione fu.

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All’inizio sembrava che tutto andasse bene, la destra era la destra e la sinistra era la sinistra. Ma un giorno la sua mente si confuse e iniziò di nuovo a invertire le immagini, a giorni alterni.

La prima cosa che fece Giorgio, si liberò della fidanzata, causa implicita della nuova situazione peggiore di quella infantile.

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Quando fu di nuovo “scapolo”, decise di sopravvivere in qualche modo. La mattina, appena sveglio, si specchiava. Alzava la mano destra e, secondo l’immagine dello specchio, la giornata era di destra o di sinistra. Quasi fosse un politico titubante.

Così visse sempre con la speranza che il cambiamento non avvenisse tragicamente durante il corso della giornata.Immagine 8

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Studio reticolo prospettiva centrale

Come per il reticolo della prospettiva accidentale, il reticolo sarà composto da cubi dal lato di cm. 50. Inizio con la profondità del cubo.

 

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Il reticolo è largo e alto m. 4,50.

I colori servono per rendere più chiara la visione del cubo modulo (50x50x50 cm.).

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Semplifico eliminando il prolungamento delle linee di fuga. Il reticolo al momento ha una profondità di solo m.2,50.

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Modifico i colori dei lati dei cubi, per rendere migliore la visione.

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Provo con la prospettiva schematica di una camera larga 4,50 m. alta 3,50. La profondità ovviamente è di appena 2,50 m. Ho abbassato l’opacità delle pareti per rendere visibili le linee del reticolo prospettico.

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Porto la profondità a 4,50 metri. Ottengo così uno spazio corrispondente a un cubo.

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Disegno alcune superfici piane.

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I troppi colori complicano la ricerca delle linee che compongono l’immagine prospettica.

Semplifico rendendo più sottili le linee e di colore nero, lascio di colore rosso il piano anteriore e rendo verde quello posteriore.Immagine 9

La ricerca delle linee prospettiche si semplifica ma è ancora, forse, da migliorare.

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Ancora un ultimo tentativo di colore: le linee orizzontali rosse, le linee verticali verdi e quella del punto di fuga nere.

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È più facile disegnare con le linee a tre colori. Ma comporta comunque molto impegno.

Conviene disegnare per prima un piano principale (con lo strumento rettangolo e abbassando l’opacità), scegliendo uno dei piani composti dai quadrati rosso/verdi per trovare facilmente le linee di fuga (nere).

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LAfa14 – La rapina

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– Sempre pigri i nostri ragazzi.

– Altro che pigri, sono proprio scansafatiche: andate, andate noi vi aspettiamo in auto.

– Già è stato già troppo che mio fratello ci ha accompagnato con la sua auto.

– Ma quanto caffè hai preso? Cinque pacchi? Ma non mi sembra che abbiamo un bar

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– Fermi tutti. Vuota la cassa in questo sacco.

– Subito. Ma tu stai calmo.

– Bionda zitta. Non fiatare e preparati a un viaggetto, insieme alla tua compagna.

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– Ma quelle non sono le nostre ragazze?

– Sì sono loro. Ma dove vanno?

– Gli uomini hanno una mascherina. Forse c’è un’infezione. Dove le porteranno?

– Penso all’ospedale.  Dai segui l’auto.

– Avevo già deciso.

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– Ma questa non è la strada che porta all’ospedale?

– Che cosa strana … e poi la loro auto non ha nessuna croce rossa.

– Telefona alla polizia. La cosa è molto sospetta.

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– Ma che fanno? Sono scesi.

– Quello alto ha la pistola?

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– Guarda le ragazze. Che botte.

– Io scendo e vado a aiutarle.

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– Questa è meglio che la tengo io.

– Che dolore. Disgraziata mi hai rovinato.

– Poverino. L’hai proprio colpito al posto giusto.

– Così impari a rispettare le donne.

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– La polizia è arrivata tardi ma a tempo.

– Hai sentito la poliziotta? Sono i rapinatori del market “Marion”. Avevano preso le ragazze come ostaggi.

– Ma hanno sbagliato ragazze. Le nostre sono terribile.

– Meglio per noi, con loro siamo al sicuro.

– Ne sei proprio convinto? Potremmo essere invece in pericolo. Hai visto che botte.

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Barbabianca

Ancora un racconto preso dal “cassetto”. Riveduto, corretto e illustrato.

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Quando suona la sveglia, Giovanna allunga una mano fuori dalla coperta e ferma il bip-bip. Come ogni mattina può poltrire un poco a letto. È autunno, il tiepido calore della coperta l’avvolge e la predispone a una tranquilla giornata.

Lentamente apre gli occhi. Un timido raggio di sole, attraverso i listelli della persiana, illumina il lampadario verde e bianco sospeso al soffitto. Il sole? Ma allora è tardi. Senza nemmeno controllare l’ora, si alza e corre nel bagno. Deve fare tutto in fretta. Da pochi mesi ha cambiato qualifica nello studio notarile,  è stata promossa  vice segretaria. L’anziana segretaria la sta istruendo per quando le lascerà il posto: anche lei dovrà essere efficiente, precisa e puntuale. Regola della serietà dello studio.

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Mentre è nell’ascensore controlla l’ora, il ritardo non è eccessivo: solo qualche minuto, prenderà il solito tram che ogni mattina ritarda sempre.

Arriva alla fermata appena in tempo. Sale sul tram. Questa mattina non è molto affollato, c’è anche qualche posto a sedere. Alla fermata successiva, dal suo posto vicino al finestrino, Giovanna vede un signore dalla vistosa barba bianca. Poco dopo è seduto vicino a lei.  Immagine 2

Tutto accade in un attimo. Un uomo in piedi, piuttosto giovane, allunga una mano verso il torace dell’uomo con la barba e gli sfila, dalla tasca interna della giacca, il portafoglio.  La reazione del derubato è immediata, prende la mano del ladro al polso e, malgrado l’età, la blocca sullo schienale del sedile precedente. Il ladro, con la mano libera, colpisce il derubato sulla testa con alcuni pugni, con una strattone si libera dalla presa al polso e si allontana verso la porta del tram. L’anziano non desiste, raggiunge il ladro e lo affronta ma viene strattonato e cade a terra. Il tram ha ormai raggiunto la fermata, quando le porte si aprono il ladro fugge.

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Alcuni passeggeri e Giovanna, che si è alzata perché deve scendere, soccorrono l’uomo e si accorgono di una macchia di sangue sulla giacca. Ha una ferita alla spalla, procurata da un’arma da taglio. Non sembra grave ma l’uomo non si muove. Forse è svenuto.

Il conducente del tram decide di chiamare il 118.

Mentre Giovanna varca il portone dello studio e si avvia verso l’ascensore, sente la sirena dell’ambulanza. Nell’ascensore Giovanna, ripensa all’accaduto, è serena perché, mentre lasciava le sue generalità all’autista per un’eventuale testimonianza, il ferito aveva ripreso conoscenza.

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L’ascensore ha un sobbalzo e si ferma. La luce di emergenza si accende. Giovanna, sola nell’ascensore ha paura, vede il tasto del microfono per l’emergenza e lo spinge. La risposta rassicurante del portiere dello stabile non si fa attendere ma Giovanna, provata dall’esperienza sul tram, si sente quasi svenire e, per non cadere, si siede a terra in attesa di soccorso. Passano pochi minuti e sente che l’ascensore pian pianino comincia a muoversi. Si aprono le porte, lei si alza e va verso la porta. Poi le immagini si sovrappongono, le porte della cabina si chiudono  imprigionandole un braccio, l’ascensore riparte velocemente verso il basso. Lei e il portiere urlano… Poi il silenzio.

Quando riprende conoscenza, apre un poco gli occhi e si vede circondata da persone con il camice verde. Deve essere una camera operatoria, pensa, mentre guarda il lampadario: è verde e bianco.

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Apre completamente gli occhi, il lampadario è quello della sua camera. Guarda la sveglia, è la solita ora di ogni mattina. Mentre si prepara, alcune immagini si formano nella sua mente: Il signore con la barba, il ladro, l’ascensore e la sala operatoria. È felice che sia stato solo un sogno. Quando è sul pianerottolo decide di scendere a piedi per le scale, non che abbia paura dell’ascensore ma la discesa è facile, sono solo tre piani. Quello dello studio lo prenderà sicuramente, deve arrivare al settimo piano.

Arriva giusto in tempo per prendere il tram. Sale e si siede vicino al finestrino,  proprio come nel sogno. Alla fermata successiva guarda dal finestrino, dell’uomo con la barba bianca nessuna traccia. A un tratto lo vede lontano, arriva correndo ma perde il tram. A Giovanna viene da sorridere, strano quando la realtà si mischia con il sogno pensa.

Dopo alcuni minuti, varca il portone dello stabile dove è ubicato lo studio notarile e, salutato il portiere, si avvia verso l’ascensore. Nell’ascensore è sola, è leggermente turbata ma si distrae pensando che il portiere è proprio quello del sogno. Non poteva essere diverso, lei lo conosce da tre anni.

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Tutto bene pensa, mentre apre la porta dello studio, c’è l’uscire alla scrivania nella saletta d’attesa. Guarda l’orologio che troneggia sulla parete della stanza-segreteria, è arrivata anche con qualche minuto di anticipo.

Nell’attesa si avvicina alla vetrata, da questa vede la fermata del tram e le persone che aspettano piccole, piccole. Guarda dal settimo piano. Dopo poco arriva anche il tram dal quale scende un uomo correndo, i passeggeri in attesa guardano verso la porta. Il conduttore del tram, si capisce dalla divisa, scende dalla porta anteriore e si avvicina anche lui a quella centrale.

Giovanna si immobilizza, inchiodata alla vetrata con gli occhi sbarrati rivede il suo sogno da lontano. Il tempo passa, la segretaria e il notaio non arrivano. Giovanna, sempre alla vetrata, vede arrivare l’ambulanza e una lettiga per soccorre qualcuno. Non vede chi sia  perché la gente intorno le toglie la visuale, non vede ma sa … è  Barbabianca. Mentre osserva questa scena del finale sognato, sente la voce del notaio e della segretaria che parlano tra loro. Ancora ansimando, dicono a Giovanna che sono saliti a piedi perché, qualche minuto prima del loro arrivo, l’ascensore è precipitato ma che, per fortuna, era vuoto.

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Il lavoro dello studio notarile è serio e complesso, solo a sera, quando è a letto, Giovanna ripensa al sogno. C’è qualcosa che non quadra. Qualcuno ha giocato con il suo tempo.

Un sabato mattina che Giovanna è a casa, bussa alla porta un commesso del tribunale che chiede di lei, deve consegnarle una citazione. Chiusa la porta apre la lettera: è la convocazione del tribunale per la testimonianza di un episodio di violenza accaduto in un tram. Subito affiora nella sua mente l’episodio della mattina di due mesi prima. Ma allora. Qual è la realtà? Rilegge la convocazione, il giorno è il lunedì prossimo alle ore nove. Annota nella sua agenda l’ora, il numero della sezione dove si discute la causa e l’indirizzo del tribunale. Subito dopo telefona a casa della segretaria del notaio, anche se è sabato deve comunicarle il ritardo del lunedì dovuto all’impegno di legge.

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Il lunedì mattina alle otto sale su un taxi che ha chiamato telefonicamente e dà l’indirizzo al conducente ma riceve una strana risposta: l’indirizzo corrisponde a una nuova zona direzionale, ancora con fabbricati in costruzione. Quando il taxi raggiunge la zona, ha la conferma della giustezza delle parole del taxista. Sono solo edifici in costruzione, il taxi si ferma proprio davanti a un cartello.

MINISTERO DEI LAVORI PUBBLICI.

costruzione TRIBUNALE CIVILE E PENALE

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Mentre il taxi la porta allo studio notarile, Giovanna, superato il turbamento iniziale, non riesce a capire il fenomeno. Prende dalla borsa la lettera della convocazione. Il giorno e il mese sono esatti. Guarda, forse per la prima volta, l’anno. Non è quello corrente ma quello di tre anni prima. Perché? Intuisce che il passato e futuro sembrano alternarsi nella realtà del suo presente.

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Sono passati molti anni. Giovanna si è laureata in giurisprudenza e ha anche vinto il concorso per notaio. Esercita la sua professione nello stesso studio notarile. Il vecchio notaio è deceduto e suo figlio, anche lui notaio, è il suo collaboratore oltre a essere suo marito.

Nella sua mente è svanito anche il ricordo dello strano sogno ma quando il marito si lascia crescere la barba somiglia proprio a quello del sogno. Una vecchia cicatrice che il marito ha sulla spalla lascia Giovanna ancora più sorpresa. Ora non solo è riaffiorato il sogno ma è presente anche Barbabianca.

Scherzi del destino?

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Una pagina al giorno – quarto episodio

Il testo (ridotto) è ricavato da “Una pagina al giorno” di Daniele Conventi.

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Noi non possiamo morire

Quarto episodio

Avanziamo nel deserto con fatica. Il calore ci fa perdere la poca acqua che abbiamo ancora in corpo. Il fiato è pesante. E’ difficile respirare. Crollo a terra, poggiando un ginocchio sul terreno secco e rovente.

Giulia continua a camminare con passo dondolante. Dopo un po’ si ferma, si gira verso di me. Si accorge che sono a terra.

Giulia si avvicina e mi porge la mano. Mi aiuta ad alzarmi, ma anche lei sta tremando, esausta.

Appena mi sollevo, un giramento di testa mi ributta giù a terra. Un conato di vomito mi stringe lo stomaco e la gola. Tossisco. Non ho neanche saliva sufficiente da poterla sputare.

<< Riposiamoci…>> le chiedo quando gli spasmi sembrano essere passati <<… ti prego>>.

Non le ho mai insegnato il significato di “riposarsi”, ma intuisce comunque. Si siede davanti a me, lentamente. Le sue ossa sono così gracili da sembrare che possano spezzarsi da un momento all’altro.

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Giulia scruta il cielo. Cerca di orientarsi. Come unica bussola abbiamo il sole. All’alba, lo strato grigio di smog si illumina debolmente diffondendo la luce da una direzione precisa, e così al tramonto, quando l’oscurità inghiotte la luce, lasciando un’unica oasi di chiarore. Adesso, però, non è ne l’alba ne il tramonto. La luce è diffusa ma non si vede il sole. Solo un cielo grigio e uniforme che copre una piana di terra secca.

Giulia è immobile, seduta a scrutare il cielo, come se vedesse qualcosa.

<< E’ inutile. Stiamo girando intorno.>> cerco di dirle con voce rauca e stanca << Dannata te e quando ho deciso di seguirti>>.

Lei non fa caso alle parole. Sono solo rumori di sottofondo senza senso. Il suo sguardo è puntato in una direzione. Mi avvicino, strisciando. Sta fissando la linea dell’orizzonte, interessata a qualcosa. Io non vedo niente, quanto vorrei riavere i miei occhiali.

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Si gira verso di me e mi indica un punto, io non vedo nulla. Mi fa il gesto di seguirla, si alza e riprende a camminare.

Al secondo tentativo tento di rialzarmi. Lei mi da di nuovo una mano e stavolta ci riesco. Riprendiamo il cammino.

Dopo dieci minuti, in fondo alla mia visuale emergono delle montagnole. Sembrano fatte di pietre. Non sembrano così lontane da poter essere più grandi di tre metri, forse.

Ci avviciniamo, le montagnole diventano mucchi di pietre, poste una sull’altra. Sembrano ciottoli. Sembrano compatti, coperti in parte dalla sabbia.

Il vento soffia forte e graffia la pelle, ma i cumuli di pietre non sembrano muoversi. Da quanto tempo sono li? Come è possibile che non siano ancora crollati?

Giulia sembra più allarmata di me. Anche lei ha capito che lì c’è qualcuno. Noi siamo allo scoperto, in mezzo al nulla. Mi prende per un braccio e mi tira indietro. Vuole che ci allontaniamo. La seguo.

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Anche questa notte la passiamo all’addiaccio. Non ci sono posti dove poterci nascondere. Ne grotte, ne semplici rientranze nella roccia. Scavare una buca è da folli. La terra è così debole da rendere ogni buca una bara di fango alla prima goccia di pioggia.

Una fitta pioggia ci inzuppa ogni centimetro di corpo. Il tocco è leggero, ma continuo, incessante. Non vedo a un palmo di naso e il silenzio è riempito da un sottile suono di sottofondo di acqua battente. Il nostro letto è una sporgenza rocciosa nel terreno. Sembra un pezzo di fondamenta di qualche costruzione. Forse qualche vecchio castello, o qualcuno dei palazzi dei tempi della guerra. Per come è ridotto non ne sono sicuro. Nonostante la pioggia, non fa freddo. Possiamo bere a volontà, ci basta aprire la bocca.

Il sonno è agitato. Mi sveglio di frequente tormentato da incubi. Ogni volta che apro gli occhi, trovo Giulia sveglia, raggomitolata in posizione fetale nel vano tentativo di coprirsi. Piove. Sembra non smettere mai. Un tocco costante, un suono costante, talmente continuo da potersi quasi abituare.

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Suoni di passi nel fango. Suoni veloci anche se irregolari.

Ciak, ciak, ciak, ciak.

Apro gli occhi. Giulia è in piedi. Ha la sua arma in mano, dove l’ha sempre tenuta. Sta cercando di vedere, di capire da dove provenga la fonte.

Mi alzo, cerco la mia arma (dove l’ho lasciata?). Era sulla roccia ma deve essere caduta.

Ciak, ciak, ciak,ciak.

Il suono è più vicino. Continuo a cercare l’arma, la trovo immersa nel fango, in una pozza profonda una ventina di centimetri.

E’ una sola persona. La pioggia non copre il suono del suo respiro. E’ affannato, spaventato. Credo stia scappando da qualcosa.

Mi muovo, pronto a colpire, ma Giulia mi posa una mano sulla bocca. Non vuole rumori. Non ne sento il respiro. Lo sta trattenendo. Lo trattengo anch’io.

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I passi ci raggiungono, ci sorpassano. Non si è accorto di noi. La luce, praticamente inesistente, e la continua pioggia ci hanno resi invisibili. Giulia mi ha fermato dal fare rumori perché  ci avrebbe potuto individuare.

Rimaniamo immobili qualcosa come un minuto, poi abbasso lentamente la mano, infangata, con ancora l’arma stretta in pugno e riprendo aria.

<< Pericolo?>> le chiedo per vedere se anche lei ha la mia stessa sensazione.

<<Si. Pericolo>> conferma.

Ci rimettiamo in marcia, mano nella mano per non rischiare di separarci. Andiamo lenti. La terra intorno a noi è diventata un’unica pozza di fango immensa. Ogni passo è un tormento. Ci affidiamo all’istinto e alla memoria cercando di andare sempre dritti, nella direzione in cui si è diretto l’uomo che correva. Non possiamo fare a meno di fare rumore.

 

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Nonostante tutti gli sforzi, non siamo minimamente veloci. Tutto intorno a noi è buio e la visibilità è praticamente zero. Quasi non vedo la mano di Giulia che stringe la mia. Ma mi sento osservato. Qualcosa, qualcuno ci osserva. Mi giro a guardare. Di scatto. Dietro, avanti, di fianco. Un buco nero. Solo l’udito mi è d’aiuto. Sento solo pioggia. Sento solo i nostri passi. Sento solo…

Ciak.

Un suono, leggero, solitario. E’ un passo, ma non è nostro. Giulia continua a correre. Non la fermo. Se l’ho sentito io quel passo, lei cosa è riuscita a sentire?

– Ciak.

Giulia mi tira, cambiamo direzione.

Ciak.

Un altro cambio improvviso.

Ciak.

Anche li è bloccato. Dobbiamo tornare indietr…

Ciak.

Anche dietro è bloccato.

Ciak, ciak, ciak, ciak, ciak, ciak.

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Suono di passi nel fango ci circonda. Ha un ritmo musicale, come di tamburo.

Ci mettiamo schiena contro schiena, cercando di intravedere chi ci ha teso la trappola.

D’improvviso un canto gutturale esplode tra le fila dei nostri aggressori. Un segno di derisione, forse di vittoria.

I loro canti, mescolati con il suono di pioggia, sembrano scaturire da gole mostruose.

<< I mostri ridono>> commento a mezza bocca stringendo la mia arma con la mano libera .

Ne sono sicuro. Abbiamo sentito solo pochi passi. Poche voci. Forse ci vogliono solo far credere di averci circondati.

Cerco di capire da dove provengano le voci. Ne sento cinque. Non sono così vicini da poter essere afferrati. Non ci stanno serrando stretti. Si sono posizionati larghi. Abbastanza da lasciare zone di vuoto.

Stringo la mano di Giulia.

<< Andiamo>> le dico.

<< Andiamo>> mi risponde risoluta.

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Scattiamo all’improvviso buttando fuori tutta l’energia che ci rimane. Il fango e la fatica ci rendono lenti, ma dubito che loro possano essere tanto più veloci.

Dieci metri. Dieci metri è quanto riusciamo a percorrere, prima che qualcosa ci colpisca in pieno. L’impatto è forte e senza accorgercene ci ritroviamo a terra, mano sciolta. So che Giulia non è lontana solo perché ho sentito il suo corpo impattare con il fango.

Sono stato colpito al petto da qualcosa che assomigliava a un bastone, ma non ho il tempo di capire altro prima di sentire un secondo colpo abbattersi sulla mia gambe. Poi un terzo, un quarto.

Non gli diamo la soddisfazione di urlare di dolore.

Sento i loro passi. Qualcuno si avvicina, altri si allontanano. Ci stanno rimettendo al centro.

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Come sono arrivate, così le percosse smettono da un momento all’altro. Cala il silenzio. Non ho idea di quanti danni io abbia, ma riesco a strisciare a stento.

Un suono di vento. Qualcosa ha attraversato l’aria, infranto la pioggia e sprofondata nel fango. Un secondo suono. Poi un terzo. Poi aumentano. Qualcosa mi colpisce un fianco. Qualcos’altro mi atterra vicino. Pietre.

I colpi si fanno sempre più fitti e mi arrivano addosso. Il sapore metallico del sangue mi arriva alla bocca. Sento diverse ossa rompersi. Una pietra mi colpisce sul volto, facendomi saltare un dente e lasciandomi stordito. Sento Giulia urlare, poi un sasso mi prende in testa. Sento il rumore delle ossa del cranio che si frantumano. Buio.

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L’amore è sempre amore

Quando la vidi, fui attratto dalla sua capigliatura al vento. La folta e lunga chioma in movimento mi sembrava una forza della natura. Lei, impassibile, si lasciava avvolgere il capo dai folti capelli neri che nel travolgente movimento nascondevano spesso i suoi occhi azzurri. Con un gesto pacato, con la punta delle dita liberava solo le rosse labbra.

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Quando arrivò il treno, salimmo nello stesso vagone. La seguii fino a sedermi di fronte a lei. Pensavo che prendesse dalla borsetta uno specchietto o il pettine per sistemarsi ma non lo fece, si limitò a passare le mani sui capelli tentando un vago aggiusto.

Non riuscii a non commentare: – Ma i suoi non sono capelli … Sono la forza della natura che il vento coinvolge.

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Mi guardò. Le sue labbra scarlatte si schiusero in un sorriso, rispose: – Esagerato.

– L’ho vista altre volte che prendeva questo treno. – le dissi. Ma era una bugia, serviva solo per continuare a parlare.

– Sì. Lo prendo due volte alla settimana: il martedì e il venerdì.

– Lo prende per lavoro?

– Esatto.

– Lavora poco allora. Il resto della settimana è in vacanza.

– No. Purtroppo lavoro tutti i giorni, ma in posti diversi.

– È una rappresentante di commercio?

– Non proprio.

– Se permette mi presento: Giulio Minori, collaboro con una società di costruzioni. Anch’io lavoro in più luoghi, mi sposto dove sono i cantieri da seguire.

Continuammo a parlare. Mi disse il suo nome: Marina, ma non il cognome. Decidemmo di darci il tu.

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Quando scese dal treno, scesi anch’io … Due stazioni prima della mia destinazione. Ma fu inutile. Mi congedò con un sorriso convincente e prese un taxi. Rimasi molto male e per consolarmi mi sedetti a un tavolino del bar e ordinai un amaro. Bevanda appropriata.

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Il venerdì speravo di poterla vedere ma un incidente sul cantiere lontano mi impegnò per tutto il fine settimana. Il martedì presi un treno alle cinque di mattina per la direzione opposta a quella del treno di Marina.

Tre settimane di attesa non sono poi molte. Il venerdì arrivai alla stazione e l’incontrai. Non la riconobbi, aveva i capelli raccolti a “coda” che uscivano da un cappellino bianco da fantino che contrastava con la chioma nera.

– Ciao – disse – sorridendo.

Fu solo allora che la riconobbi, sembrava molto più giovane della prima volta. Forse anche per le scarpe da ginnastica bianche e blu, dello stesso colore dei fiorellini stampati sulla stoffa del suo semplice abitino.

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La osservavo. Era proprio una donna piacente. Non risposi subito, se ne accorse e, sorridendo apertamente, aggiunse: – Ma sei ancora … Giulio.

Quell’ ancora mi stralunò ancora di più. Ho conosciuto poche donne ironiche. Ma riuscii a rispondere: – Sembri una ragazzina, vestita così … mi sento quasi un pedofilo.

– Non mi dire che sei un prete svestito?

Quest’altra battuta mi spinse a prenderle il viso tra le mani, le schioccai un bacio sulla fronte e risposi: – No. Figliola.

La vidi sorpresa ma sorridente.

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Arrivò il treno e salimmo ancora con il sorriso sulle labbra.

Appena il treno si mosse, il suo cellulare intonò una melodia che non riconobbi.

– Buco. Stamattina sono libera – mi disse quando spense il telefonino.

– Vuoi dire che non lavori? Faccio una telefonata e mi prendo anch’io un giorno di libertà.

– Ma come fai? Non devi seguire il cantiere?

– Manderò il mio vice. È un giovane ragazzo che deve fare pratica, sarà contento.

Dopo la telefonata, continuammo a conversare da amici. Strano pensavo ero molto attratto da questa sconosciuta.

Scendemmo dal treno e prendemmo un taxi insieme. Continuando a parlare dimenticammo di dare una destinazione all’autista. Lui partì, svicolò tra il traffico e quando si fermò, Marina rise a squarciagola.

Pagai la corsa e scendemmo.

Per la semplicità del suo vestire, del suo parlare ironico non avrei mai potuto supporre la bravura d’amare che possedeva. Lo scoprii lo stesso giorno.

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– Ma dove siamo? Dove ci ha portato? – chiesi incuriosito.

Marina non riusciva a frenare la risata e diceva intervallate frasi sconnesse: – Mi ha riconosciuto … Dopo tanti mesi … sono famosa … Tutto normale, Giulio, mi ha portato al solito posto. – Mi prese una mano e guardandomi negli occhi – Se vuoi possiamo anche continuare.

– Continuare cosa?

Mi prese a braccetto e si diresse verso un portone. Una targa dorata così definiva l’entrata: “L’amico del sorriso” Ristorante e Albergo.

Capii o forse non capii: – È qui che lavori?

Mi guardò e riprese a ridere: – Sì e no.

Pensai è una cameriera, una segretaria. Perché non dirlo?

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Entrammo. La ragazza della reception sorrise e disse: – Ciao Marina, oggi sei proprio una sbarazzina.

– Ciao, bellissima. – rispose lei, mentre porgeva la sua carta d’identità. Mi guardò e finalmente capii mentre porgevo la mia tessera alla “bella”.

La ragazza mi dette una chiave e fece sparire le tessere in un cassetto. Senza registrare il nostro alloggiamento sul computer.

Ho frequentato poche prostitute perché il rapporto privo di sentimento amoroso ha sempre limitato la passione. Ma con Marina fu molto diverso. Non era lei a prendere iniziative ma si lasciava andare come se fosse una amante normale, per niente occasionale come le altre. Ma quello importante era che mi baciava sulla bocca con passione, durante il rapporto.

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La passione mi travolse e sentivo che non era solo sesso. Mi sentivo molto felice, Marina era parte non solo dei miei sensi e della mia mente ma della mia esistenza Da due volte alla settimana, i nostri incontri diventarono quasi quotidiani. Come due ragazzini camminavamo tenendoci per mano, pizzerie e ristorantini ci rifocillavano. Era la prima volta che mi sentivo “fidanzato”.

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Oggi viviamo insieme. Il mio piccolo e disordinato alloggio da scapolo, con la presenza di Marina, è diventato un nido d’amore ordinato.

Da una settimana Marina collabora con una sua amica in una profumeria. Mantenuta da tanti, ora non vuole essere mantenuta neanche da uno solo. Ha cambiato il suo modo di vivere, si è riavvicinata ai genitori; me li ha anche presentati. Credo che forse abbia anche rinunciato alla sua “professione” ma non mi interessa perché la mia vita è cambiata e mi sento completamente realizzato.

Il passato e il futuro sono lontani. Il presente è quello che conta.

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