Barbabianca

Ancora un racconto preso dal “cassetto”. Riveduto, corretto e illustrato.

………………………………………………………………………………………..

Quando suona la sveglia, Giovanna allunga una mano fuori dalla coperta e ferma il bip-bip. Come ogni mattina può poltrire un poco a letto. È autunno, il tiepido calore della coperta l’avvolge e la predispone a una tranquilla giornata.

Lentamente apre gli occhi. Un timido raggio di sole, attraverso i listelli della persiana, illumina il lampadario verde e bianco sospeso al soffitto. Il sole? Ma allora è tardi. Senza nemmeno controllare l’ora, si alza e corre nel bagno. Deve fare tutto in fretta. Da pochi mesi ha cambiato qualifica nello studio notarile,  è stata promossa  vice segretaria. L’anziana segretaria la sta istruendo per quando le lascerà il posto: anche lei dovrà essere efficiente, precisa e puntuale. Regola della serietà dello studio.

Immagine 1

Mentre è nell’ascensore controlla l’ora, il ritardo non è eccessivo: solo qualche minuto, prenderà il solito tram che ogni mattina ritarda sempre.

Arriva alla fermata appena in tempo. Sale sul tram. Questa mattina non è molto affollato, c’è anche qualche posto a sedere. Alla fermata successiva, dal suo posto vicino al finestrino, Giovanna vede un signore dalla vistosa barba bianca. Poco dopo è seduto vicino a lei.  Immagine 2

Tutto accade in un attimo. Un uomo in piedi, piuttosto giovane, allunga una mano verso il torace dell’uomo con la barba e gli sfila, dalla tasca interna della giacca, il portafoglio.  La reazione del derubato è immediata, prende la mano del ladro al polso e, malgrado l’età, la blocca sullo schienale del sedile precedente. Il ladro, con la mano libera, colpisce il derubato sulla testa con alcuni pugni, con una strattone si libera dalla presa al polso e si allontana verso la porta del tram. L’anziano non desiste, raggiunge il ladro e lo affronta ma viene strattonato e cade a terra. Il tram ha ormai raggiunto la fermata, quando le porte si aprono il ladro fugge.

Immagine 3

Alcuni passeggeri e Giovanna, che si è alzata perché deve scendere, soccorrono l’uomo e si accorgono di una macchia di sangue sulla giacca. Ha una ferita alla spalla, procurata da un’arma da taglio. Non sembra grave ma l’uomo non si muove. Forse è svenuto.

Il conducente del tram decide di chiamare il 118.

Mentre Giovanna varca il portone dello studio e si avvia verso l’ascensore, sente la sirena dell’ambulanza. Nell’ascensore Giovanna, ripensa all’accaduto, è serena perché, mentre lasciava le sue generalità all’autista per un’eventuale testimonianza, il ferito aveva ripreso conoscenza.

Immagine 4

L’ascensore ha un sobbalzo e si ferma. La luce di emergenza si accende. Giovanna, sola nell’ascensore ha paura, vede il tasto del microfono per l’emergenza e lo spinge. La risposta rassicurante del portiere dello stabile non si fa attendere ma Giovanna, provata dall’esperienza sul tram, si sente quasi svenire e, per non cadere, si siede a terra in attesa di soccorso. Passano pochi minuti e sente che l’ascensore pian pianino comincia a muoversi. Si aprono le porte, lei si alza e va verso la porta. Poi le immagini si sovrappongono, le porte della cabina si chiudono  imprigionandole un braccio, l’ascensore riparte velocemente verso il basso. Lei e il portiere urlano… Poi il silenzio.

Quando riprende conoscenza, apre un poco gli occhi e si vede circondata da persone con il camice verde. Deve essere una camera operatoria, pensa, mentre guarda il lampadario: è verde e bianco.

Immagine 5

Apre completamente gli occhi, il lampadario è quello della sua camera. Guarda la sveglia, è la solita ora di ogni mattina. Mentre si prepara, alcune immagini si formano nella sua mente: Il signore con la barba, il ladro, l’ascensore e la sala operatoria. È felice che sia stato solo un sogno. Quando è sul pianerottolo decide di scendere a piedi per le scale, non che abbia paura dell’ascensore ma la discesa è facile, sono solo tre piani. Quello dello studio lo prenderà sicuramente, deve arrivare al settimo piano.

Arriva giusto in tempo per prendere il tram. Sale e si siede vicino al finestrino,  proprio come nel sogno. Alla fermata successiva guarda dal finestrino, dell’uomo con la barba bianca nessuna traccia. A un tratto lo vede lontano, arriva correndo ma perde il tram. A Giovanna viene da sorridere, strano quando la realtà si mischia con il sogno pensa.

Dopo alcuni minuti, varca il portone dello stabile dove è ubicato lo studio notarile e, salutato il portiere, si avvia verso l’ascensore. Nell’ascensore è sola, è leggermente turbata ma si distrae pensando che il portiere è proprio quello del sogno. Non poteva essere diverso, lei lo conosce da tre anni.

Immagine 6

Tutto bene pensa, mentre apre la porta dello studio, c’è l’uscire alla scrivania nella saletta d’attesa. Guarda l’orologio che troneggia sulla parete della stanza-segreteria, è arrivata anche con qualche minuto di anticipo.

Nell’attesa si avvicina alla vetrata, da questa vede la fermata del tram e le persone che aspettano piccole, piccole. Guarda dal settimo piano. Dopo poco arriva anche il tram dal quale scende un uomo correndo, i passeggeri in attesa guardano verso la porta. Il conduttore del tram, si capisce dalla divisa, scende dalla porta anteriore e si avvicina anche lui a quella centrale.

Giovanna si immobilizza, inchiodata alla vetrata con gli occhi sbarrati rivede il suo sogno da lontano. Il tempo passa, la segretaria e il notaio non arrivano. Giovanna, sempre alla vetrata, vede arrivare l’ambulanza e una lettiga per soccorre qualcuno. Non vede chi sia  perché la gente intorno le toglie la visuale, non vede ma sa … è  Barbabianca. Mentre osserva questa scena del finale sognato, sente la voce del notaio e della segretaria che parlano tra loro. Ancora ansimando, dicono a Giovanna che sono saliti a piedi perché, qualche minuto prima del loro arrivo, l’ascensore è precipitato ma che, per fortuna, era vuoto.

Immagine 7

Il lavoro dello studio notarile è serio e complesso, solo a sera, quando è a letto, Giovanna ripensa al sogno. C’è qualcosa che non quadra. Qualcuno ha giocato con il suo tempo.

Un sabato mattina che Giovanna è a casa, bussa alla porta un commesso del tribunale che chiede di lei, deve consegnarle una citazione. Chiusa la porta apre la lettera: è la convocazione del tribunale per la testimonianza di un episodio di violenza accaduto in un tram. Subito affiora nella sua mente l’episodio della mattina di due mesi prima. Ma allora. Qual è la realtà? Rilegge la convocazione, il giorno è il lunedì prossimo alle ore nove. Annota nella sua agenda l’ora, il numero della sezione dove si discute la causa e l’indirizzo del tribunale. Subito dopo telefona a casa della segretaria del notaio, anche se è sabato deve comunicarle il ritardo del lunedì dovuto all’impegno di legge.

Immagine 8

Il lunedì mattina alle otto sale su un taxi che ha chiamato telefonicamente e dà l’indirizzo al conducente ma riceve una strana risposta: l’indirizzo corrisponde a una nuova zona direzionale, ancora con fabbricati in costruzione. Quando il taxi raggiunge la zona, ha la conferma della giustezza delle parole del taxista. Sono solo edifici in costruzione, il taxi si ferma proprio davanti a un cartello.

MINISTERO DEI LAVORI PUBBLICI.

costruzione TRIBUNALE CIVILE E PENALE

Immagine 9

Mentre il taxi la porta allo studio notarile, Giovanna, superato il turbamento iniziale, non riesce a capire il fenomeno. Prende dalla borsa la lettera della convocazione. Il giorno e il mese sono esatti. Guarda, forse per la prima volta, l’anno. Non è quello corrente ma quello di tre anni prima. Perché? Intuisce che il passato e futuro sembrano alternarsi nella realtà del suo presente.

Immagine 10

Sono passati molti anni. Giovanna si è laureata in giurisprudenza e ha anche vinto il concorso per notaio. Esercita la sua professione nello stesso studio notarile. Il vecchio notaio è deceduto e suo figlio, anche lui notaio, è il suo collaboratore oltre a essere suo marito.

Nella sua mente è svanito anche il ricordo dello strano sogno ma quando il marito si lascia crescere la barba somiglia proprio a quello del sogno. Una vecchia cicatrice che il marito ha sulla spalla lascia Giovanna ancora più sorpresa. Ora non solo è riaffiorato il sogno ma è presente anche Barbabianca.

Scherzi del destino?

fffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff

 

Pubblicato in Racconti illustrati | Contrassegnato , | Lascia un commento

Una pagina al giorno – quarto episodio

Il testo (ridotto) è ricavato da “Una pagina al giorno” di Daniele Conventi.

…………………………………………………………………………………………………………

Noi non possiamo morire

Quarto episodio

Avanziamo nel deserto con fatica. Il calore ci fa perdere la poca acqua che abbiamo ancora in corpo. Il fiato è pesante. E’ difficile respirare. Crollo a terra, poggiando un ginocchio sul terreno secco e rovente.

Giulia continua a camminare con passo dondolante. Dopo un po’ si ferma, si gira verso di me. Si accorge che sono a terra.

Giulia si avvicina e mi porge la mano. Mi aiuta ad alzarmi, ma anche lei sta tremando, esausta.

Appena mi sollevo, un giramento di testa mi ributta giù a terra. Un conato di vomito mi stringe lo stomaco e la gola. Tossisco. Non ho neanche saliva sufficiente da poterla sputare.

<< Riposiamoci…>> le chiedo quando gli spasmi sembrano essere passati <<… ti prego>>.

Non le ho mai insegnato il significato di “riposarsi”, ma intuisce comunque. Si siede davanti a me, lentamente. Le sue ossa sono così gracili da sembrare che possano spezzarsi da un momento all’altro.

Immagine 1

Giulia scruta il cielo. Cerca di orientarsi. Come unica bussola abbiamo il sole. All’alba, lo strato grigio di smog si illumina debolmente diffondendo la luce da una direzione precisa, e così al tramonto, quando l’oscurità inghiotte la luce, lasciando un’unica oasi di chiarore. Adesso, però, non è ne l’alba ne il tramonto. La luce è diffusa ma non si vede il sole. Solo un cielo grigio e uniforme che copre una piana di terra secca.

Giulia è immobile, seduta a scrutare il cielo, come se vedesse qualcosa.

<< E’ inutile. Stiamo girando intorno.>> cerco di dirle con voce rauca e stanca << Dannata te e quando ho deciso di seguirti>>.

Lei non fa caso alle parole. Sono solo rumori di sottofondo senza senso. Il suo sguardo è puntato in una direzione. Mi avvicino, strisciando. Sta fissando la linea dell’orizzonte, interessata a qualcosa. Io non vedo niente, quanto vorrei riavere i miei occhiali.

Immagine 2

Si gira verso di me e mi indica un punto, io non vedo nulla. Mi fa il gesto di seguirla, si alza e riprende a camminare.

Al secondo tentativo tento di rialzarmi. Lei mi da di nuovo una mano e stavolta ci riesco. Riprendiamo il cammino.

Dopo dieci minuti, in fondo alla mia visuale emergono delle montagnole. Sembrano fatte di pietre. Non sembrano così lontane da poter essere più grandi di tre metri, forse.

Ci avviciniamo, le montagnole diventano mucchi di pietre, poste una sull’altra. Sembrano ciottoli. Sembrano compatti, coperti in parte dalla sabbia.

Il vento soffia forte e graffia la pelle, ma i cumuli di pietre non sembrano muoversi. Da quanto tempo sono li? Come è possibile che non siano ancora crollati?

Giulia sembra più allarmata di me. Anche lei ha capito che lì c’è qualcuno. Noi siamo allo scoperto, in mezzo al nulla. Mi prende per un braccio e mi tira indietro. Vuole che ci allontaniamo. La seguo.

Immagine 3

Anche questa notte la passiamo all’addiaccio. Non ci sono posti dove poterci nascondere. Ne grotte, ne semplici rientranze nella roccia. Scavare una buca è da folli. La terra è così debole da rendere ogni buca una bara di fango alla prima goccia di pioggia.

Una fitta pioggia ci inzuppa ogni centimetro di corpo. Il tocco è leggero, ma continuo, incessante. Non vedo a un palmo di naso e il silenzio è riempito da un sottile suono di sottofondo di acqua battente. Il nostro letto è una sporgenza rocciosa nel terreno. Sembra un pezzo di fondamenta di qualche costruzione. Forse qualche vecchio castello, o qualcuno dei palazzi dei tempi della guerra. Per come è ridotto non ne sono sicuro. Nonostante la pioggia, non fa freddo. Possiamo bere a volontà, ci basta aprire la bocca.

Il sonno è agitato. Mi sveglio di frequente tormentato da incubi. Ogni volta che apro gli occhi, trovo Giulia sveglia, raggomitolata in posizione fetale nel vano tentativo di coprirsi. Piove. Sembra non smettere mai. Un tocco costante, un suono costante, talmente continuo da potersi quasi abituare.

Immagine 4

Suoni di passi nel fango. Suoni veloci anche se irregolari.

Ciak, ciak, ciak, ciak.

Apro gli occhi. Giulia è in piedi. Ha la sua arma in mano, dove l’ha sempre tenuta. Sta cercando di vedere, di capire da dove provenga la fonte.

Mi alzo, cerco la mia arma (dove l’ho lasciata?). Era sulla roccia ma deve essere caduta.

Ciak, ciak, ciak,ciak.

Il suono è più vicino. Continuo a cercare l’arma, la trovo immersa nel fango, in una pozza profonda una ventina di centimetri.

E’ una sola persona. La pioggia non copre il suono del suo respiro. E’ affannato, spaventato. Credo stia scappando da qualcosa.

Mi muovo, pronto a colpire, ma Giulia mi posa una mano sulla bocca. Non vuole rumori. Non ne sento il respiro. Lo sta trattenendo. Lo trattengo anch’io.

Immagine 5

I passi ci raggiungono, ci sorpassano. Non si è accorto di noi. La luce, praticamente inesistente, e la continua pioggia ci hanno resi invisibili. Giulia mi ha fermato dal fare rumori perché  ci avrebbe potuto individuare.

Rimaniamo immobili qualcosa come un minuto, poi abbasso lentamente la mano, infangata, con ancora l’arma stretta in pugno e riprendo aria.

<< Pericolo?>> le chiedo per vedere se anche lei ha la mia stessa sensazione.

<<Si. Pericolo>> conferma.

Ci rimettiamo in marcia, mano nella mano per non rischiare di separarci. Andiamo lenti. La terra intorno a noi è diventata un’unica pozza di fango immensa. Ogni passo è un tormento. Ci affidiamo all’istinto e alla memoria cercando di andare sempre dritti, nella direzione in cui si è diretto l’uomo che correva. Non possiamo fare a meno di fare rumore.

 

Immagine 6

Nonostante tutti gli sforzi, non siamo minimamente veloci. Tutto intorno a noi è buio e la visibilità è praticamente zero. Quasi non vedo la mano di Giulia che stringe la mia. Ma mi sento osservato. Qualcosa, qualcuno ci osserva. Mi giro a guardare. Di scatto. Dietro, avanti, di fianco. Un buco nero. Solo l’udito mi è d’aiuto. Sento solo pioggia. Sento solo i nostri passi. Sento solo…

Ciak.

Un suono, leggero, solitario. E’ un passo, ma non è nostro. Giulia continua a correre. Non la fermo. Se l’ho sentito io quel passo, lei cosa è riuscita a sentire?

– Ciak.

Giulia mi tira, cambiamo direzione.

Ciak.

Un altro cambio improvviso.

Ciak.

Anche li è bloccato. Dobbiamo tornare indietr…

Ciak.

Anche dietro è bloccato.

Ciak, ciak, ciak, ciak, ciak, ciak.

Immagine 7

Suono di passi nel fango ci circonda. Ha un ritmo musicale, come di tamburo.

Ci mettiamo schiena contro schiena, cercando di intravedere chi ci ha teso la trappola.

D’improvviso un canto gutturale esplode tra le fila dei nostri aggressori. Un segno di derisione, forse di vittoria.

I loro canti, mescolati con il suono di pioggia, sembrano scaturire da gole mostruose.

<< I mostri ridono>> commento a mezza bocca stringendo la mia arma con la mano libera .

Ne sono sicuro. Abbiamo sentito solo pochi passi. Poche voci. Forse ci vogliono solo far credere di averci circondati.

Cerco di capire da dove provengano le voci. Ne sento cinque. Non sono così vicini da poter essere afferrati. Non ci stanno serrando stretti. Si sono posizionati larghi. Abbastanza da lasciare zone di vuoto.

Stringo la mano di Giulia.

<< Andiamo>> le dico.

<< Andiamo>> mi risponde risoluta.

Immagine 8

 

Scattiamo all’improvviso buttando fuori tutta l’energia che ci rimane. Il fango e la fatica ci rendono lenti, ma dubito che loro possano essere tanto più veloci.

Dieci metri. Dieci metri è quanto riusciamo a percorrere, prima che qualcosa ci colpisca in pieno. L’impatto è forte e senza accorgercene ci ritroviamo a terra, mano sciolta. So che Giulia non è lontana solo perché ho sentito il suo corpo impattare con il fango.

Sono stato colpito al petto da qualcosa che assomigliava a un bastone, ma non ho il tempo di capire altro prima di sentire un secondo colpo abbattersi sulla mia gambe. Poi un terzo, un quarto.

Non gli diamo la soddisfazione di urlare di dolore.

Sento i loro passi. Qualcuno si avvicina, altri si allontanano. Ci stanno rimettendo al centro.

Immagine 9

Come sono arrivate, così le percosse smettono da un momento all’altro. Cala il silenzio. Non ho idea di quanti danni io abbia, ma riesco a strisciare a stento.

Un suono di vento. Qualcosa ha attraversato l’aria, infranto la pioggia e sprofondata nel fango. Un secondo suono. Poi un terzo. Poi aumentano. Qualcosa mi colpisce un fianco. Qualcos’altro mi atterra vicino. Pietre.

I colpi si fanno sempre più fitti e mi arrivano addosso. Il sapore metallico del sangue mi arriva alla bocca. Sento diverse ossa rompersi. Una pietra mi colpisce sul volto, facendomi saltare un dente e lasciandomi stordito. Sento Giulia urlare, poi un sasso mi prende in testa. Sento il rumore delle ossa del cranio che si frantumano. Buio.

Immagine 10

fffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff

 

 

 

 

 

 

Pubblicato in Racconti illustrati | Contrassegnato | 1 commento

L’amore è sempre amore

Quando la vidi, fui attratto dalla sua capigliatura al vento. La folta e lunga chioma in movimento mi sembrava una forza della natura. Lei, impassibile, si lasciava avvolgere il capo dai folti capelli neri che nel travolgente movimento nascondevano spesso i suoi occhi azzurri. Con un gesto pacato, con la punta delle dita liberava solo le rosse labbra.

Immagine 1

Quando arrivò il treno, salimmo nello stesso vagone. La seguii fino a sedermi di fronte a lei. Pensavo che prendesse dalla borsetta uno specchietto o il pettine per sistemarsi ma non lo fece, si limitò a passare le mani sui capelli tentando un vago aggiusto.

Non riuscii a non commentare: – Ma i suoi non sono capelli … Sono la forza della natura che il vento coinvolge.

Immagine 2

Mi guardò. Le sue labbra scarlatte si schiusero in un sorriso, rispose: – Esagerato.

– L’ho vista altre volte che prendeva questo treno. – le dissi. Ma era una bugia, serviva solo per continuare a parlare.

– Sì. Lo prendo due volte alla settimana: il martedì e il venerdì.

– Lo prende per lavoro?

– Esatto.

– Lavora poco allora. Il resto della settimana è in vacanza.

– No. Purtroppo lavoro tutti i giorni, ma in posti diversi.

– È una rappresentante di commercio?

– Non proprio.

– Se permette mi presento: Giulio Minori, collaboro con una società di costruzioni. Anch’io lavoro in più luoghi, mi sposto dove sono i cantieri da seguire.

Continuammo a parlare. Mi disse il suo nome: Marina, ma non il cognome. Decidemmo di darci il tu.

Immagine 3

Quando scese dal treno, scesi anch’io … Due stazioni prima della mia destinazione. Ma fu inutile. Mi congedò con un sorriso convincente e prese un taxi. Rimasi molto male e per consolarmi mi sedetti a un tavolino del bar e ordinai un amaro. Bevanda appropriata.

Immagine 4

Il venerdì speravo di poterla vedere ma un incidente sul cantiere lontano mi impegnò per tutto il fine settimana. Il martedì presi un treno alle cinque di mattina per la direzione opposta a quella del treno di Marina.

Tre settimane di attesa non sono poi molte. Il venerdì arrivai alla stazione e l’incontrai. Non la riconobbi, aveva i capelli raccolti a “coda” che uscivano da un cappellino bianco da fantino che contrastava con la chioma nera.

– Ciao – disse – sorridendo.

Fu solo allora che la riconobbi, sembrava molto più giovane della prima volta. Forse anche per le scarpe da ginnastica bianche e blu, dello stesso colore dei fiorellini stampati sulla stoffa del suo semplice abitino.

Immagine 5

La osservavo. Era proprio una donna piacente. Non risposi subito, se ne accorse e, sorridendo apertamente, aggiunse: – Ma sei ancora … Giulio.

Quell’ ancora mi stralunò ancora di più. Ho conosciuto poche donne ironiche. Ma riuscii a rispondere: – Sembri una ragazzina, vestita così … mi sento quasi un pedofilo.

– Non mi dire che sei un prete svestito?

Quest’altra battuta mi spinse a prenderle il viso tra le mani, le schioccai un bacio sulla fronte e risposi: – No. Figliola.

La vidi sorpresa ma sorridente.

Immagine 6

Arrivò il treno e salimmo ancora con il sorriso sulle labbra.

Appena il treno si mosse, il suo cellulare intonò una melodia che non riconobbi.

– Buco. Stamattina sono libera – mi disse quando spense il telefonino.

– Vuoi dire che non lavori? Faccio una telefonata e mi prendo anch’io un giorno di libertà.

– Ma come fai? Non devi seguire il cantiere?

– Manderò il mio vice. È un giovane ragazzo che deve fare pratica, sarà contento.

Dopo la telefonata, continuammo a conversare da amici. Strano pensavo ero molto attratto da questa sconosciuta.

Scendemmo dal treno e prendemmo un taxi insieme. Continuando a parlare dimenticammo di dare una destinazione all’autista. Lui partì, svicolò tra il traffico e quando si fermò, Marina rise a squarciagola.

Pagai la corsa e scendemmo.

Per la semplicità del suo vestire, del suo parlare ironico non avrei mai potuto supporre la bravura d’amare che possedeva. Lo scoprii lo stesso giorno.

Immagine 7

– Ma dove siamo? Dove ci ha portato? – chiesi incuriosito.

Marina non riusciva a frenare la risata e diceva intervallate frasi sconnesse: – Mi ha riconosciuto … Dopo tanti mesi … sono famosa … Tutto normale, Giulio, mi ha portato al solito posto. – Mi prese una mano e guardandomi negli occhi – Se vuoi possiamo anche continuare.

– Continuare cosa?

Mi prese a braccetto e si diresse verso un portone. Una targa dorata così definiva l’entrata: “L’amico del sorriso” Ristorante e Albergo.

Capii o forse non capii: – È qui che lavori?

Mi guardò e riprese a ridere: – Sì e no.

Pensai è una cameriera, una segretaria. Perché non dirlo?

Immagine 8

Entrammo. La ragazza della reception sorrise e disse: – Ciao Marina, oggi sei proprio una sbarazzina.

– Ciao, bellissima. – rispose lei, mentre porgeva la sua carta d’identità. Mi guardò e finalmente capii mentre porgevo la mia tessera alla “bella”.

La ragazza mi dette una chiave e fece sparire le tessere in un cassetto. Senza registrare il nostro alloggiamento sul computer.

Ho frequentato poche prostitute perché il rapporto privo di sentimento amoroso ha sempre limitato la passione. Ma con Marina fu molto diverso. Non era lei a prendere iniziative ma si lasciava andare come se fosse una amante normale, per niente occasionale come le altre. Ma quello importante era che mi baciava sulla bocca con passione, durante il rapporto.

Immagine 9

La passione mi travolse e sentivo che non era solo sesso. Mi sentivo molto felice, Marina era parte non solo dei miei sensi e della mia mente ma della mia esistenza Da due volte alla settimana, i nostri incontri diventarono quasi quotidiani. Come due ragazzini camminavamo tenendoci per mano, pizzerie e ristorantini ci rifocillavano. Era la prima volta che mi sentivo “fidanzato”.

Immagine 10

Oggi viviamo insieme. Il mio piccolo e disordinato alloggio da scapolo, con la presenza di Marina, è diventato un nido d’amore ordinato.

Da una settimana Marina collabora con una sua amica in una profumeria. Mantenuta da tanti, ora non vuole essere mantenuta neanche da uno solo. Ha cambiato il suo modo di vivere, si è riavvicinata ai genitori; me li ha anche presentati. Credo che forse abbia anche rinunciato alla sua “professione” ma non mi interessa perché la mia vita è cambiata e mi sento completamente realizzato.

Il passato e il futuro sono lontani. Il presente è quello che conta.

ffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff

Pubblicato in Racconti illustrati | Contrassegnato | Lascia un commento

Autobus

Questo racconto è pubblicato da Alcheringa Ediziori nella serie “Le Ossidiane”  dal titolo: Racconti da Brivido.

———————————————————————-

Sono Mario Sillotti, ogni sabato mattina guido l’autobus che collega il mio paese alla città. Questa mattina, raggiunta la periferia mi accorgo che il traffico in uscita dalla città è quasi inesistente.

Un leggero brusio inizia a diffondersi dal fondo dell’autobus. Diventa uno strano rumore, quasi un grugnito. Tra i passeggeri, alcune donne spaventate iniziano a urlare. Fermo il mezzo, anche perché la strada è bloccata da auto vuote con gli sportelli aperti, e vado a vedere cosa succede.

Immagine 1

A terra, dietro il penultimo sedile una donna immobile a seno nudo, ha un piccolo bambino rossastro nato da poco che le succhia il sangue da una lacerazione tra le costole fluttuanti.

Penso che sia la madre ma subito dubito perché il viso è quello di un’anziana.

Non ho il coraggio di allungare le mani ma cerco qualcosa che mi possa servire per allontanare il mostriciattolo dalla vittima. Sulla retina portabagagli vedo una valigia con gli angoli metallici di rinforzo e uno scatolo di cartone. Prendo la valigia e colpisco il bimbo alla testa. L’esserino irritato emette un lungo stridio e mi guarda mostrando denti lunghi e affilati. Non perdo tempo, lo colpisco più volte con l’angolo della valigia finche non lo vedo inerte. La donna non dà segni di vita.

Immagine 2

Ero proprio seduto vicino alla poverina – mi dice uno sconosciuto – poi mi sono alzato per trovare la rete, il cellulare non ha linea. La valigia è mia.

– Anche lo scatolo? – gli chiedo, alzando gli occhi alla retina per osservarlo, mi sono accorto che lateralmente il cartone è lacerato.

– No lo scatolo era della signora. Era una nonna che andava a trovare i nipotini.  Forse dentro ci sono i regali. – guarda lo scatolo – Ma era intero e chiuso quando ho aiutato la signora a sistemarlo su.

Immagine 3

Alla vista della donna e del bimbo con la testa fracassata, due ragazze si stringono in un abbraccio di conforto e, non conoscendo la realtà, commentano alternandosi:

– Poverino.

– Ma cosa è successo?

– È stata la donna?

– Che schifo!

– Mi sento male.

Si è avvicinato anche un giovanotto: – Ragazze allontanatevi. Potrebbe essere pericoloso. – poi, rivolgendosi a me – Ma cosa è successo? Sei stato tu con la valigia? Ti ho visto. Perché?

Immagine 4

Non rispondo. Sistemo lo scatolo sul sedile. Noto che è arrivato per posta perché ha il foglio di viaggio incollato sul cartone superiore. Lo apro.

Le amiche non si sono allontanate. Alla vista del contenuto una urla: – Che porcheria è?  Ma … – in un impeto di coraggio guarda bene il contenuto – Ma è una placenta? Cavolo!

– Ne sei sicura? – le domando.

La ragazza non risponde, ha girato lo sguardo e stringe con stizza l’amica.

– Penso proprio che abbia ragione. Lei frequenta ginecologia. – dice l’altra.

Superando un senso di ripugnanza, continuo a lacerare il cartone per osservare bene il contenuto. Sì, la ragazza aveva ragione, quell’ammasso di carne e sangue sicuramente è una placenta. Ma la cosa strana è un groviglio di fili elettrici che la collega a una scatola nera.

Sott’occhio mi accorgo che la donna ha un fremito, forse non è morta.

Immagine 5

Subito dopo assistiamo al cambiamento della nonna seminuda. Il colore della pelle si modifica verso il verde mentre la cute si riga di grossi capillari sanguigni che affiorano dalle membra. La testa perde tutti i capelli, il cervello aumenta di volume e affiora dal cranio colorandosi come i capillari. Per uno studioso assistere allo spettacolo sarebbe stato interessante ma per noi è solo terrore paralizzante. Tutti, me compreso, nella follia della mente aspettiamo, come vittime al sacrificio, la nostra sorte. Ma lo spaventoso mostro non si muove, rimane nella stessa posizione, anche il fremito termina.

Immagine 6

Il primo a parlare è il giovanotto, forse il meno impressionato: – Non stiamo qua impalati, provvediamo prima che sia troppo tardi. Leghiamo il mostro. – Con gesto deciso si toglie la cintura dei pantaloni e rivolto verso i viaggiatori urla:  – Servono le cinture, presto. Sono per la nostra salvezza.

Mentre si sposta per raccoglierne altre, il pantalone scende. Allunga una mano per fermarlo, poi decide: – Meglio in mutande che morto. – e si toglie l’indumento. È imitato anche da altri ormai sprovvisti di cinghia ai pantaloni.

Immagine 7

L’aiuto a legare il mostro. Leghiamo anche il piccolo per precauzione, anche se non si è trasformato e non dà segni di vita.

Solo pochi attimi di calma, poi quello che rimane della donna apre gli occhi. Sono rossi e pieni di sangue. Inizia ad agitarsi ma è ben immobilizzata. Lancia mugolii spaventosi che si propagarono come saette, ma urla di terrore dei passeggeri li coprono subito.

Immagine 8

Un nuovo evento zittisce tutti.

Sulla strada quattro uomini con una tuta verde camminano con passo cadenzato, ognuno porta uno scatolo. La grandezza, il colore e anche una striscia gialla lo rendono simile a quello dell’autobus.

Uno degli uomini si ferma a un portone. Allunga una  mano verso il citofono. Qualche secondo e il portone si apre, lui entra, un attimo ed esce senza pacco.

Dopo una breve consultazione decidiamo di tornare al nostro paese, con la speranza di trovarlo come l’abbiamo lasciato.

Ho qualche difficoltà a invertire la marcia. Devo avvisare alcune auto che si sono fermate dietro l’autobus. Gli automobilisti sono reticenti ma quando vedono scaricare  i due mostri sulla strada, si informano sull’accaduto e decidono anche loro di tornare indietro.

Immagine 9

Alle porte del paese raggiungiamo due furgoni di una stessa ditta, la “G.G.&P”. Una piccola scritta rossa chiarisce la sigla: Giocattoli per Grandi e Piccini.

Il paese si sviluppa lungo una collina, molte sono le gradonate che collegano i quartieri alla grande piazza principale, unica raggiungibile con mezzi su ruote. Fermo l’autobus al capolinea. I passeggeri iniziano a scendere. Anche dalla cabina dei furgoni scendono due uomini con la tuta verde e, aperto il portellone, prendono i pacchi con la striscia gialla.

Nella mia mente si ripresenta l’immagine del mostriciattolo, e credo in quella di tutti noi. Un brivido mi corre lungo la schiena.

Immagine 10

Come se fossimo una sola persona ci avviciniamo minacciosi agli uomini in tuta. Quando siamo pronti a intervenire, due vigili urbani e il maresciallo dei carabinieri, intuendo le nostre intenzioni, ci fermano.

È piuttosto complicato spiegare perché abbiamo circondato i corrieri e perché alcuni di noi sono in mutande. Deciso a disperderci, il maresciallo chiede rinforzi alla caserma ma l’aspetto e l’immobilità delle tute verdi ci è d’aiuto: ancora di più quando chiede all’uomo più vicino il contenuto del pacco che ha in mano. Non c’è alcuna risposta, la  tuta sembra più un manichino che un umano.

Immagine 11

Arrivano tre carabinieri e, dopo l’ordine del maresciallo, tolgono lo scatolo dalle mani dell’uomo. Brutta sorte è quella del carabiniere che lo apre, viene aggredito dal piccolo mostriciattolo, cade a terra con il volto e le mani insanguinate. Anche se sconvolto, il maresciallo impugna la pistola e spara alla testa del piccolo rosso. I corrieri rimangono fermi e quando i carabinieri, aiutati dai vigili, li toccano per portarli via, si afflosciano come palloncini bucati. Forse sono solo degli elementari robot da consegna.

Immagine 12

Decidiamo di fare una pira con tutti gli scatoli che scarichiamo dai furgoni.

Il carabiniere morsicato non si trasforma in un mostro, le ferite sono superficiali e l’intervento del maresciallo è stato immediato.

La voce dell’accaduto si espande e la piazza si affolla come fosse la festa del paese. Ma c’è solo il fuoco, nemmeno pirotecnico, e mancano il palco e le bancarelle.

Mentre il fuoco distrugge il pericolo immediato, raccontiamo alla gente l’accaduto sull’autobus.

Staremo all’erta ma … oggi è una giornata da vivere, domani chissà.

I mass media non denunciano alcun evento, tutto rimane sotto silenzio.

Immagine 13

Tre mesi dopo.

Al Sig. Sillotti Mario.

La invitiamo a ritirare un pacco in giacenza presso il nostro ufficio postale.

ffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff

Pubblicato in Racconti illustrati | Contrassegnato , | Lascia un commento

Studio per un reticolo prospettico

Prima prova a due punti di fuga

Inizio con un cubo da reticolare di 600 cm. di lato.

ImmSCH2

ImmSCH3

Procedo inserendo, all’interno del cubo principale,  cubi di 150 cm. di lato (corrispondenti alla distanza tra la linea di terra e l’orizzonte-

ImmSCH4

ImmSCH5

Ottenuto il reticolo disegno nella parte alta due perallelepipedi che si intersecano. Adoperando le linee prospettiche del reticolo.

ImmSCH9

Definisco, portandoli in primo piano, le facce dei parallelepipedi,

ImmSCH10

Provo ora con un reticolo inserito in un parallelepipedo di maggiori dimensioni: cm. 550 x 850 con h = 550. La divisione del reticolo è di 50 cm, nelle tre dimensioni.

Ho differenziato con colori diversi i piani orizzontali. Non ho inserito le linee verticali per non “affollare” il reticolo.

ImmSCH13

Disegno alcuni solidi geometrici regolari. Notare come la collocazione spaziale corrisponde a una realtà prospettica.

ImmSCH14

Provo ora con un disegno leggermente più complesso: un camion.

Disegno le superfici e coloro per meglio evidenziarle tra le molte linee del reticolo.

ImmSCH13A

Per le ruote adopero, come altre volte, un ellisse con il contorno molto spesso e con il raddoppio dell’ellisse per dare volume al copertone.

ImmSCH13B

In una prossima lezione proverò anche un reticolo per la prospettiva centrale.

ffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff

Pubblicato in Lezioni Inkscape | Contrassegnato , | Lascia un commento

La coperta a quadri (illustrato)

Ancora un racconto dal cassetto

La stagione invernale è iniziata da pochi giorni e Alberto non ha coperte. In primavera si è separato dalla moglie che ha portato via anche il letto matrimoniale. A lui è rimasto il letto degli ospiti.

Esce per comprare una coperta e altra biancheria. Acquista facilmente lenzuoli, federe ma la coperta non riesce a trovarla. I negozi del quartiere vendono solo quelle matrimoniali. Che fare? Potrebbe adoperare una coperta matrimoniale piegata a metà ma soffrirebbe il caldo, l’inverno era all’inizio. Poi lui di “matrimoniale” non ne vuole sapere più niente. Ha quasi deciso di comprare la coperta grande quando, passando davanti a un negozio di antiquario, vede una stoffa a quadri bianchi e blu. Che fosse una coperta?

Immagine 1

Entra. È proprio una coperta. L’antiquario gliene fa vedere anche un’altra sempre a quadri più piccoli, con i colori rosso e azzurro. Non ha dubbi, la seconda è più allegra. L’antiquario, piuttosto anziano e forse anche un po’ sordo, non capisce bene e comincia a impacchettare quella a grandi quadri bianchi e blu.

Alberto si accorge subito dell’errore, sta per parlare quando è preso da una tosse impetuosa. L’altro, tranquillo, completa la confezione e dice: – Prezzo speciale per lei, solo venticinque euro. Vedrà signore starà caldissimo, coperte così ce ne sono poche al mondo. Ma si curi questa tosse!

Immagine 2

Continuando a tossire, Alberto paga e esce. Appena fuori si accorge che la tosse è sparita. Sta per tornare indietro per cambiare la coperta ma desiste. Tanto una coperta vale un’altra pensa.

Quella sera a letto, si trova proprio a suo agio. Il vecchietto aveva ragione, la coperta è davvero eccezionale: morbida, leggera e calda. Si addormenta sereno e per un paio d’ore riposa bene. Poi lentamente si sveglia: – Ma dai, vattene nel tuo cestino. Che fai? Mi cammini addosso. Va via, Macchietta.

Immagine 3

Nella separazione, Alberto ha ereditato il cagnolino, la consorte non sopportava gli animali. È un cane molto tranquillo non aveva mai dato fastidi di nessun genere. Strano pensava Alberto, mentre si riaddormenta. Dopo poco si risveglia, sente piccoli movimenti sulla coperta. Non si muove, non fiata e cerca di capire cosa succede. Qualcosa strisciava sulla coperta e si fermava, poi ricominciava ma da un’altra parte. Ma quello che poi lo sorprende sono, di tanto in tanto, tre picchiettii consecutivi. Alberto non è un tipo pauroso, non crede ai fantasmi ma non osa muoversi. Allunga una mano e accende la luce del comodino, guarda Macchietta che dorme tranquillo nel suo cestino. Sta un attimo fermo per risentire il fenomeno ma nulla accadde, nessun segno di movimento sulla coperta. Spegne la luce e sempre all’erta si “riaccuccia” sotto la coperta. Dorme fino al suono della sveglia.Immagine 4

Per quindici notti il fenomeno si ripete, ma mattina si sveglia riposato malgrado la veglia.

La durata dei movimenti sulla coperta diventa più lunga. Non ha il coraggio di guardare. Capisce che il fenomeno è strano, molto strano ma non sente alcun pericolo.

Spesso passa davanti al negozio dell’antiquario, è sul percorso che lo porta alla metropolitana. Un giorno entra e chiede a un giovanotto presente nel negozio: – Buongiorno, c’è il padrone? Mi ha venduto una coperta a quadri, una quindicina di giorni fa.

– Buongiorno a lei. – risponde il giovane – Sì, mio zio. Non c’è, è partito per la Cina proprio quindici giorni fa. Diceva una coperta? Ho sentito bene?

– Sì. Ho detto proprio una coperta a quadri bianchi e blu.

– Una coperta? Ma noi non abbiamo mai venduto coperte. È sicuro di averla comprata qui? Ma gli ha venduto anche il cuscino e le lenzuola? Forse prima di partire…

Alberto non era disponibile a farsi prendere in giro, per giunta da un ragazzo: – Giovanotto, non sia impertinente. Il suo sciocco umorismo lo conservi per altri. Suo zio non c’è e lei non sa nulla della coperta a quadri. Giusto?

– Mi scusi non volevo offenderla, sono di carattere allegro. Non mi sarei mai permesso una tale impertinenza. Mi scusi di nuovo.

– Va bene. La scuso. Ma purtroppo non mi è stato di nessun aiuto. La saluto.

Immagine 5

Alberto si avvia  per uscire, ma si ferma proprio sull’uscio perché l’altro dice: – Aspetti un momento. Lei parla di una coperta a quadri, mio zio la chiamava: a scacchi. La portò da uno dei suoi soliti viaggi dall’oriente.

– Poco mi ha detto, la ringrazio comunque. Arrivederci.

Altro che poco. Quella notte ha la conferma che la risposta del giovanotto è valida. Aveva detto scacchi non quadri. La coperta ha, al centro, proprio sessantaquattro quadrati con i colori alternati, sembra proprio una scacchiera. Lui, da giovane, era stato un modesto giocatore del gioco.

Quella stessa notte segue i leggeri movimenti della coperta e anche se visivamente sono poco osservabili; sulle gambe e sulle braccia, che ha infilato sotto la coperta, sono molto chiari. La coperta gioca a scacchi da sola contro se stessa, come un computer. È chiaro anche il picchiettio: corrisponde alla mossa del cavallo. Ora il mistero è svelato. Quando la partita finisce, dopo circa due ore, lui riprende a dormire.

Immagine 6

Non diventa pazzo, anche se per l’ex moglie, per gli amici e per tutti i conoscenti lo è. Lo vedono in giro sempre con lo stesso vestito. Porta con sé sempre libri e manuali di scacchi, recensioni sui tornei e sulle vite dei campioni. La sua non è follia ma solo un forte interesse alla coperta a scacchi. Ogni notte segue le mosse sulla coperta e le riporta su una scacchiera vera.

La sera prima di dormire, la mattina prima di uscire, il sabato e la domenica studia sui manuali le partite dei campionati internazionali. Più passano i giorni e più capisce la tecnica degli scacchi.

Immagine 7

Un giorno, leggendo una rivista scacchistica, trova il modulo dell’iscrizione a un torneo cittadino per dilettanti. Si iscrive. Il sabato e la domenica, partecipa alla gara. Il primo giorno è solo il successo di aver superato subito le selezioni, ma il secondo è il trionfo.

Vince la finale, tanto facilmente, che gli organizzatori pur decretando la sua vittoria non gli consegnano il premio, non credono che sia un dilettante. Si prendono dieci giorni di tempo per verificare la sua “professionalità”.

Dopo dieci giorni, ha in premio: una piccola coppa, un pergamena e le congratulazioni della giuria.

Continua a studiare e a partecipare ai tornei nazionali e mondiali. Conosce tutte le partite giocate dai grandi campioni nel mondo, le mosse sono memorizzate nella sua mente e ogni notte altre vengono suggerite dal gioco della coperta.

 

Oggi il maestro Alberto dirige una scuola internazionale di scacchi. In una vetrina dell’atrio c’è una grande coppa che poggia su una coperta a quadri.

Una targhetta dorata così riporta:

 

Mosca dicembre 2012

PRIMO PREMIO CAMPIONATO DEL MONDO

GIOCO DEGLI SCACCHI.

Immagine 8

fffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff

 

 

Pubblicato in Racconti illustrati | Contrassegnato , | Lascia un commento

LAfa13 – L’unione civile

Immagine 2

 – Ciao, ragazzi c’è posta per voi.

 – Noi insieme? Come mai?

 – Sì. I vostri nomi sono i destinatari.

 (prende la lettera) Che strana comunione: Io e lui.

 – La solita antipatica.

Immagine 3

–  Ma è la partecipazione di un matrimonio!

 – Di chi? Non ho fidanzati tra gli amici.

–  Sono Mina e Mona. Che bello!

– E chi sono?

 – Milena e Moana.

– Ah, le due spostate. Ma il matrimonio tra lesbiche non esiste Italia.

Si sposano all’estero?

– No. A Milano.

 – Ma anche a Milano non c’e il matrimonio.

Immagine 4

 – Che regalo scegliamo? Tu cosa consigli?

– Va bene qualsiasi cosa per la casa. Sempre una famiglia è.

– Penso a una lavastoviglie, mi ricordo che al campeggio si lamentavano di dover lavare pentole e piatti.

– Ma se hai l’idea chiara. Che consigli volevi?

– Guarda siamo fortunate. C’è una promozione con forte sconto proprio per una nuova lavastoviglie.

– È un regalo pesante. Dobbiamo spedirlo. Hai l’indirizzo di dove abitano.

– Ma sì. Vado spesso a trovarle.

Immagine 5

– Ciao sposine. Quanto siete belle.

– Ciao. Siete state le prime a mandarci il regalo. Che care.

– E che regalo! Non aspettavamo un regalo così costoso.

– Siamo in quattro, tutti occupati. Anch’io ho trovato lavoro in uno studio di pubblicità.

 – Ma a Milano venite tutti? Anche tua madre e tuo padre?

– È un po’ difficile. Mio padre ha cambiato mansioni nella ditta. Ora deve dirigere una squadra di nuovi addetti alla manutenzione dei macchinari. Deve rinunciare a giornate libere.

– Mia madre senza lui non si muove.

 – Ma dove fate la cerimonia

 – Nei giardini del Castello Sforzesco.

– Che bello ma …

– In un luogo pubblico? Ma è una pazzia?

– Si è proprio una pazzia. Inviteremo tutti i milanesi.

Immagine 6

– Quelle due non scherzavano. Guarda che pubblicità. Striscioni e manifesti in tutti i giardini.

– Che cosa grandiosa. Mena e Mona sono proprio eccezionali.

Immagine 7

– Che coraggiose.

– Una specie di matrimonio pubblico.

– Ma dove sono gli altri?

– È vero. Eravamo tanti.

– Ma non vi siete accorti che la polizia ha chiuso i cancelli del parco. Siamo rimasti solo noi pochi.

Immagine 8

– Auto nuova.

– Anche sportiva.

– Fuggite via. Avete combinato un caos infernale ma è stato tutto bello.

– Dove fate il viaggio.

– In giro per l’Europa.

– Bene. Così nessuno vi perseguiterà.

fffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff

 

 

Pubblicato in Racconti illustrati | Contrassegnato , | Lascia un commento