Prospettiva di una pianta in vaso

Inizio disegnando un quadrato in prospettiva. Adopero il punto di misura, riportando la misura del lato (a).

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Costruisco il parallelepipedo che conterrà il vaso della pianta.

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Costruisco in prospettiva la base superiore (ellisse), con il metodo più volte applicato in altre lezioni. Cioè sposto con i Nodi, sulle linee di fuga, e ottengo la curva di un segmento che ho tracciato al centro della base superiore del parallelepipedo.

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Completo l’altra metà dell’ellisse con lo stesso metodo.

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Costruisco anche un ellisse sulla base inferiore.

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Riduco l’ellisse per avere la base del vaso.

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Per tracciare la superficie laterale del vaso, costruisco un quadrilatero con i lati inclinato e adopero la tangente ricavato dal Punto di Misura che rappresenta, in questo caso, anche le linee  45 gradi.

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Sempre con i Nodi rettifico il lato superiore e quello inferiore sull’ellisse delle basi del vaso.

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Coloro il vaso, prima in maniera provvisoria poi definitiva.

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Passo ora ai fiori. Inizio dalle foglie.

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Accoppio due foglie attraverso il gambo e disegno un ramo.

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Riporto le foglie sul ramo, rimpicciolendole verso l’alto.

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Unisco più rami.

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Disegno un fiore partendo da un petalo.

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Unisco fiori e rami. Riducendo i fiori dei rami più lontani, per migliorare l’effetto prospettico.

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Per finire: pianto i fiori nel vaso.

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La cyclette

Ancora un racconto del cassetto.

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Il motivo per il quale comprò una cyclette non lo sapeva nessuno, neanche lui lo ricordava. La presenza del veicolo sportivo fu determinante per la sua esistenza. Dopo i primi giorni di pedalate, superati i doloretti nei muscoli delle gambe, la passione lo travolse.

Dopo un mese, le passeggiate sul veicolo duravano ore. L’unica cosa che gli creava qualche problema era la presenza del grande armadio, di fronte all’attrezzo ginnico, che dominava la sua visuale rendendo troppo monotono il “paesaggio”.

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Fu così che decise di spostare  la cyclette in salotto, ponendola verso una grande parete nuda e bianca. La situazione cambiò notevolmente, l’andare sulla cyclette diventò subito piacevole.

Per rompere la monotonia della parete, un giorno chiuse gli occhi pensando di pedalare una bicicletta normale. Dopo giorni di ore a occhi chiusi, nella sua mente, cominciò a visualizzare immagini di strade. Queste si perfezionarono diventando dinamiche, uguali a quelle proprie dei ciclisti.

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Un giorno, per caso aprì gli occhi e si accorse che le immagini, ormai persistenti e ben delineate, passarono dal cervello alla retina dei suoi occhi, percorrendo a ritroso il cammino della realtà visiva. Fu allora che la parete bianca divenne simile a uno schermo, animato dalla mente dell’ormai fanatico pedalatore.

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Con gli occhi sulla parete, pedalava così su strade diverse. Da quelle in riva al mare a quelle che percorrevano sentieri montani.

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Pedalava su stradine di piccole città medioevali e su quelle enormi delle metropoli. Non c’era posto al mondo che lui non visitasse. Non lasciava, durante tutto il giorno, il suo mezzo a pedale. Il pranzo, servito dall’anziana madre, lo consumava rimanendo seduto sul sellino. Anche senza pedalare le immagini persistevano nella sua mente: proprio una realtà virtuale.

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Era tanta la sua passione che qualcuno gli consigliò di comprare una bicicletta vera per pedalare nella realtà dei paesaggi, delle città e del mondo. Seguì il consiglio e si fece regalare dall’amorevole madre una mountain bike.

La nuova esperienza non durò, molte furono le cause. La prima di queste era la necessità di ritornare a casa per il pranzo, aveva tentato di portarsi una colazione ma non si trovò a suo agio. Gli mancava anche la varietà delle immagini della parete/schermo. Il percorso di ritorno era monotono.  Altre cause, forse peggiori: erano il traffico, le strade non ciclabili, la pavimentazione stradale malandata e l’aria inquinata delle città.  Ritornò alla prima passione la cyclette. La parete per anni e anni riempì le sue passeggiate di immagini fantasticamente reali.

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La madre, ormai quasi centenaria, fu ricoverata in un ospizio. Dopo il ricovero della madre, lui perse l’assistenza e dovette provvedere a se stesso principalmente per il vitto. Imparò a preparare e cucinare pasti semplici: i panini farciti  erano il suo pasto preferito perché poteva consumarli pedalando.

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Oggi è anziano. Iniziando a prima mattina, corre tutto il giorno con la sua spider per le strade dell’intero pianeta, il pedalare lo stancava troppo. A orari precisi, un’infermiera si avvicina alla panchina, posta di fronte a una grande parete bianca della clinica, e lo alimenta con una sostanziosa fleboclisi.

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Una pagina al giorno – Secondo episodio

Il testo (ridotto) è ricavato da “Una pagina al giorno” di Daniele Conventi

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 Noi non possiamo morire

Secondo episodio

Immagine 1

Sono passate un paio d’ore da quando ho incontrato la ragazza. Lei è distesa a terra, svenuta. Io faccio la guardia all’entrata della grotta.

Per nostra fortuna i quattro erano persone impazzite e dedite solo agli istinti più primordiali. Non hanno sensi sviluppati, ne zanne particolarmente affilate, ma solo fame.

Immagine 2

Non ci hanno messo molto a svegliarsi. Le ferite si sono rimarginate in una decina di minuti. Tre di loro si sono alzati e hanno avuto il tempo di capire cosa fosse successo. Il quarto non è stato così fortunato. Ripresosi più lentamente degli altri, è stato divorato dai suoi compagni. Ho sentito le sue urla fin nel fondo della grotta.

Immagine 3

Appoggiato a una parete, corpo nudo su roccia nuda, osservo il vuoto desolante che è il mio mondo. Sento la ragazza avvicinarsi.

<< Stai bene?>> le chiedo.

Non dice niente, nessun cenno. Si allontana di qualche passo, sempre rimanendo appoggiata alla parete.

Faccio un passo verso di lei, ma indietreggia. Un moto di rabbia mi travolge, ma mi trattengo. << Non è colpa sua>> sussurro a me stesso. Lascio stare. Facesse come vuole. Mi siedo sul bordo della grotta, stanco. Guardo un attimo fuori, poi mi addormento.

Immagine 4

Mi sveglio di soprassalto. Ho avuto un sonno agitato. Al mio risveglio mi sento scoppiare la testa e qualcosa che mi tocca.

Lei si è seduta affianco a me senza dire una parola. Mi guarda. La sua mano mi passa sul petto, spostando la massa di peli grigi che lo ricopre.

Si sofferma sulla mia spalla destra. Dove sono stato morso. L’unico segno rimasto è una cicatrice sbiadita, appena visibile. È quella che la stranisce.

La sua, di spalla, è perfetta. Perfetta quanto possa esserlo la spalla di una ragazza fatta, praticamente, di solo ossa. Non una cicatrice, non un segno.

Immagine 5

<<Come ti chiami?>> le chiedo, ma non capisce.

Mi stendo sulla roccia appoggiando la testa sul punto più comodo che riesco a trovare.

<<Io mi chiamo Angelo >> e dicendo questo mi indico battendo la mano sul mio petto << tu come ti chiami?>>. Alla domanda la indico, sperando che capisca.

Scuote la testa in segno negativo. << Facciamo così>> le dico << da adesso in poi ti chiamerò Giulia. Meglio di ragazza, almeno>>.

Mi guarda stranita. Si batte il petto come a domandarsi se stia parlando di lei.

<< Tu>> la indico per farle capire il concetto << Giulia>>.

<< Giulia>> mi risponde battendosi l’esile mano sul petto ossuto.

Immagine 6

La sua voce è roca e stanca, ma continua a ripetere il suo nome come se fosse una bella musica da riascoltare.

<< Hai sete?>> le domando facendo il gesto di bere da un bicchiere. Non capisce. Non sa cosa sia un bicchiere.

<< Hai…>> la indico <<sete?>> e imito il bere da una pozza.

Mi fa un cenno di si con la testa, scuotendo la massa di capelli secchi che le riempie il cranio. Mi alzo e le faccio un cenno di seguirmi. Mi segue.

Immagine 7

Conosco la grotta. È da qualche giorno che sono qui. È piuttosto ampia e profonda, in alcuni tratti labirintica. Indico alla ragazza di camminare con la mano destra poggiata sulla parete. Ci aspetta il buio più profondo e sono secoli che non c’è più modo di fare il fuoco.

Mano a mano che ci addentriamo nei punti più remoti della grotta, l’aria si fa più umida e le pareti più fredde. Sento il suono di acqua che scorre, segno che stiamo andando nella giusta direzione.

<< Di qua. Siamo quasi arrivati>>.

Immagine 8

Quando raggiungiamo la pozza, è la prima a servirsi. Lo fa a piene mani, servendosi senza riserbo del fresco liquido mineralizzato. Sento lo stomaco della ragazza lamentarsi della fame.

Quando tocca a me servirmi, lei si sposta di lato e mi fa passare. Il sapore di quest’acqua non è una novità, per me. Sono giorni che mi sono rifugiato qui. Bevo con più calma, assaporando ogni goccia. Anche il mio stomaco rumoreggia lamentandosi del misero riempitivo, ma io non mi lamento.

Immagine 9

Dopo qualche minuto, sento Giulia lamentarsi. Lo fa con versi gutturali, privi di significato. È solo un richiamo.

<< Che c’è?>> le chiedo.

Lei mi prende una mano e me la poggia su un suo braccio. La pelle è fredda, quasi ghiaccio. Sta tremando.

<< Hai freddo?>> le chiedo.

<< Freddo>> mi risponde << freddo>> mentre si strofina la pelle.

<< D’accordo. Allora risaliamo>>.

Sospirando, prendo per mano Giulia e, così come siamo scesi, lentamente risaliamo.

Immagine 10

Nei giorni successivi ci alterniamo nei turni per ogni cosa, facendo in modo che ci sia sempre qualcuno a guardia. Sappiamo bene entrambe che, per quanto il paesaggio possa essere desolato, non è privo di minacce.

Quando lei è di guardia, la noto armeggiare con un paio di pietre.

<< Che stai facendo?>> le chiedo dopo qualche giorno.

Una delle due pietre, una roccia grande quanto la sua mano, presenta una punta la dove è stata sfregata.

<< Ma è un’arma!>>. È rozza, rotta in più punti ma sembra poter svolgere egregiamente il suo lavoro.

<< Arma >> ripete lei mentre mima l’atto di colpire qualcosa.

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Ne avevo una simile, ma l’ho persa nel conflitto con i folli.

<< Ci sarà molto utile>> le dico mentre le mostro il pollice in su.

Lei mi guarda, perplessa, poi imita il mio segno con un sorriso, mentre io mi affianco a lei e inizio a levigare un’altra pietra. Due armi sono meglio di una.

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LAfa 12 – Sulla neve

Immagine 1

– Finalmente sono anni che aspettavo questo momento. La neve mi attende.

 – Potremo divertirci con le palle di neve.

– Ma che dici? Nessuno va in montagna per le palle.

– Ma io non sono mai stata tra la neve e ti riempirò di palle, caro fratello.

– Sempre “cane e gatto” voi due?

Immagine 2

– Ecco il rifugio. Me lo immaginavo più piccolo. È un rifugione.

 Meglio così. Saremo stretti lo stesso.

– Siamo alle solite. Questi due mentono sull’amicizia. Ormai non li credo più.

– Fanno bene. Tu vorresti una dichiarazione pubblica. È vero?

– Pubblica no, ma privata sì.

Immagine 3

 

– Ah! Ecco dove eravate. Andiamo vi stiamo aspettando da mezzora.

– Stiamo provando gli sci.

– Le solite donne … mica sono vestiti!

Immagine 4

 

– Guarda quei due, hanno già imparato a sciare. E vanno anche veloci.

– Sono due pazzi. Finirà male.

– Tra poco impareremo anche noi.

Ma tua sorella è veramente brava, alza anche uno sci dalla neve.

– Brava? Direi incosciente.

Immagine 5

– Hai visto che anche noi stiamo migliorando?

– Ma quei due dove sono? No li vedo.

– Attento, pensa a te e guarda dove metti gli sci.

– Non ti preoccupare. So quello che faccio.

Immagine 6

– Ma che … Aih! Accidenti a te.

– Che botta in testa.

– La caviglia mi fa male. Ma dove guardavi?

– Mi ero girato un momento. È sono scivolato.

– Ma guarda! Sei scivolato? Poverino!

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– Come stai? E mio fratello?

– Poteva andare peggio. Ho solo una contusione alla caviglia ma è ancora sana. Tuo fratello ha preso una botta in fronte … speriamo che gli serva a ragionare meglio.

– Ma cosa è successo? Siete caduti insieme?

– È meglio che non ci penso, altrimenti gli finisco di rompere la testa a quello scombinato di tuo fratello.

– Perché è stato lui?

– Si girava per vedere dove eravate voi, sicuramente voleva far federe i suoi progressi. Quando ha girato la testa indietro, pensava che ci seguivate, ha cambiato direzione e mi è precipitato addosso … l’incosciente.

Immagine 8

– Per il mio caro fratello bisogna invertire parecchi detti: Il primo è “tutto è bene quel che finisce male”

– Antipatica. Se potessi ti ripudierei come sorella.

– Figurati, il piacere sarebbe tutto mio.

– Ora smettetela. Lasciatemi soffrire … in silenzio.

– Ma veramente stai male?

– No, anzi va meglio, posso poggiare a terra il piede. Il dolore è minimo.

– La prossima volta, lo lasciamo sciare da solo.

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Il foglio della scrittrice

Un altro racconto vecchio di cassetto.

La mattina del primo freddo invernale, Lucia si sveglia presto. Avrebbe voluto rimanere sotto la coperta ma non può, il lavoro è parte del suo quotidiano impegno. Svogliata raggiunge il bagno, per iniziare a prepararsi. Distrattamente guarda lo specchio e vede la sua immagine sorridere. Stringe le labbra e ne osserva il riflesso, anche l’immagine smette di sorridere. Mentre si prepara, l’orologio del campanile batte sette rintocchi.

Immagine 1

È in ritardo, velocemente conclude  pettinandosi. Mentre torna in camera per vestirsi, incrocia il marito che la guarda sorridendo. Lei gli dice: – Ciao, sono in ritardo… corro. – Lui la guarda e con un sorriso, ancora più “aperto”, risponde: – Ciao, corri… piano.

Immagine 2

Non ha tempo di fare colazione, pensa prenderò una brioche e un cappuccino al bar vicino all’ufficio.

Ciao mamma – le dice la figlia e sorridendo aggiunge – noi già abbiamo finito.

– Lo vedo, dalle briciole e dal disordine sul tavolo, metti un po’ a posto, io sono in ritardo. Ciao. – risponde lei mentre sente una leggera carezza sui capelli e una voce conosciuta.

– Anch’io sono in ritardo. –  Si gira ed è accolta dal sorriso luminoso del figlio. – Vuoi un passaggio? – gli dice.

– No, mi viene a prendere un amico, anzi è già arrivato l’ho visto dalla finestra. – risponde lui.

Immagine 3

Mentre è in auto, pensa che hanno tutti da sorridere stamattina? Anche quando parcheggia l’auto, le persone che passano vicino sorridono. Comincia quasi a innervosirsi.  Forse ho qualcosa di ridicolo pensa. L’orologio della torre batte otto colpi.

Immagine 4

Si è appena seduta al suo posto di lavoro, quando un uomo entra. – Buongiorno – ha un foglio in mano. Lucia si alza e risponde: – Buongiorno a lei. Vuole una fotocopia?

– Sì, grazie. Tre.

L’uomo ha intorno al collo una strana sciarpa bianca, sembra morbida ed evanescente come una nuvola. Le porge il foglio, un brivido percorre la schiena di Lucia: il foglio è bianco!

Vorrebbe dire qualcosa ma lui sorride e dice: – La prego, non dica nulla. Mi faccia le tre copie.

Immagine 5

Quest’ultimo sorriso, che corona quelli dell’intera mattinata, l’affascina e nella sua mente non trova un motivo per non fare le copie. Sorride, prende dalla mano il foglio e lo inserisce nella fotocopiatrice. Pochi secondi e le copie sono pronte,  le dà all’uomo rabbrividendo: i fogli consegnati non sono bianchi, proprio al centro troneggia una scritta in corsivo. Non riesce a leggerla, l’uomo ringrazia, paga e va via.

Immagine 6

Passa solo un attimo, lei si ricorda che non gli ha consegnato l’originale, prende il foglio bianco dalla fotocopiatrice e insegue lo sconosciuto. Fuori fa freddo ma lei esce senza coprirsi, non vuol perdere tempo. Guarda a destra poi a sinistra, la strada è quasi deserta, solo alcuni passanti infreddoliti ma dell’uomo nessuna traccia: è sparito. Sente un brivido, questa volta è per il freddo, ritorna dentro. La curiosità è forte, rimette il foglio e ne fa una copia.

Immagine 7

Lo legge: Lucia questo foglio è bianco e bianco ritornerà dopo che l’avrai letto. Conservalo è tuo. Ogni volta che lo prenderai sarà pronto per ricevere le parole dei tuoi pensieri, le tue idee e tutto quello che darà alla luce la tua mente.

Lucia ha capito. Il sorriso e il foglio saranno gli amici della sua nuova esistenza.

L’orologio della torre batte nove colpi.

Immagine 8

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Navata di una cattedrale – prospettiva

Inizio dallo studio di una colonna. Inserisco, in prospettiva centrale, il parallelepipedo che contiene il fusto. Disegno le basi con il metodo che segue.

Immagine 2

Traccio le diagonali per avere il centro del quadrato in prospettiva. Nel dis. 1 disegno un segmento orizzontale (rosso). Nel dis.2 trasformo il segmento in curva ponendo i pallini, regolatori della curva (che ottengo con il clic su i nodi) sulle linee di fuga. Nel dis.3 rimetto un segmento orizzontale che modifico (come dis.2) per completare la base superiore del cilindro/colonna, dis. 4.

Con lo stesso metodo costruisco la base inferiore. Quindi disegno il fusto e coloro.

Immagine 3

Immagine 4

Disegno un semplice capitello formato dal solo echino. Costruito su la base (rossa), arrotondando i lati. Infine lo sposto dietro al fusto.

Immagine 5

Sistemo in prospettiva quattro colonne.

Immagine 6

Per l’arco: costruisco un rettangolo tra i due capitelli (la linea rossa indica il centro. Traccio alla base un segmento (blu) che trasformo in arco con lo stesso metodo adoperato per le basi del fusto,

Immagine 7

Duplico l’arco e lo ingrandisco sistemandolo sugli appoggi. Duplico ancora l’arco e lo sistemo sul lato opposto del capitello. Sullo stesso arco aggiungo un nodo (a) per delimitare la parte di arco che vedo.

Immagine 8

Cancello il nodo sull’appoggio e dopo aver cancellato tutte le linee di costruzione coloro l’arco.

Immagine 9

Sistemo gli archi sulle colonne. Le linee mi servono per posizionare gli archi.

Immagine 10

Duplico le colonne e riflettendo orizzontalmente ho le colonne della navata centrale.

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Aggiungo l’arco trionfale e l’abside, alla fine delle colonne.

Immagine 12

Di solito la navata centrale è più alte e ha finestre. Disegno un rettangolo in prospettiva e lo coloro, con i Nodi rendo la parte superiore ad arco (sempre con il solito metodo). Duplico e coloro di azzurro. Diminuisco, tenendo premuto Maiuscolo (per diminuire simmetricamente) e ottengo la finestra.

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Sistemo la finestra al centro del primo arco e con le linee di fuga da guida inserisco le altre finestre.

Immagine 14

Aggiungo un tondo tra gli archi.

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Sistemo finestre e tondi. Aggiungo controsoffitto (in legno).

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Completo il controsoffitto, aggiungo uno scalino all’abside e la navata laterale destra. Coloro. Non completo l’intera immagine perché è un’esercitazione.

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Una pagina al giorno – Primo episodio

Il testo (ridotto) è ricavato da “Una pagina al giorno” di Daniele Conventi

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Noi non possiamo morire

Primo episodio

Cinque persone corrono nude in una landa desolata.

Il sole è uno spettro pallido dietro banchi di nubi grigie e malsane. Il calore è asfissiante, costante. La terra è un deserto secco, screpolato. Loro corrono, nudi, sudati, ansanti. Quattro sembrano far parte di uno stesso gruppo. Si muovono quasi all’unisono all’inseguimento dell’estranea.

La quinta sembra una ragazza. Ha i capelli neri, lunghi, stopposi e sporchi. Non è in forma. E’ magra, scheletrica, unica rotondità è lo stomaco.

Immagine 1

Uno di loro si stacca dal gruppo con uno scatto. Sta dando fondo a tutte le sue energie ma non gli importa. Con un urlo feroce si lancia contro la ragazza. La afferra per un braccio. Le pianta le unghie nel polso, spillandole sangue. Lei urla sorpresa.

Immagine 2

Cade a terra. Lui le è sopra, lei cerca di divincolarsi, ma l’uomo le blocca la schiena con il peso del corpo. Una mano le serra il braccio ferito, scavando con le unghie nell’esile polso. L’altra mano le spinge la testa a terra, facendole respirare sabbia e sangue.

Immagine 3

Poi lui spalanca la bocca.

L’uomo, in preda ad un bisogno istintivo, serra i denti sulla spalla della ragazza. I canini affondano nel muscolo fino a toccare l’osso, mentre sangue caldo gli inonda la bocca. Poi strappa, con un colpo secco, un brano di carne.

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Gli altri le sono arrivati intorno e vogliono la loro parte.

Immagine 5

È quando si abbassano verso di lei, quando tentano di unirsi al banchetto, che colpisco.

Con la pietra ben salda tra le mani, affondo con forza il lato appuntito nella nuca del primo.

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Gli altri si girano verso di me, stupiti. Non lascio loro il tempo di capire. Colpisco un secondo in pieno volto, fracassandogli naso e zigomi.

Immagine 7

In tre mi sono addosso, mi buttano a terra, ventre all’aria. La pietra mi cade di mano. Sento dei denti serrarmi un polpaccio. Il più grosso mi tiene a terra con le ginocchia . Apre la bocca. Mi azzanna la spalla, mentre io allungo la mano destra in cerca della pietra.

Faccio scattare il braccio destro, la pietra in mano.

L’impatto frantuma il cranio del folle. Mi cade addosso imbrattandomi di sangue e materia grigia.

Immagine 8

Tiro un altro colpo con la punta della roccia in direzione del folle che mi è di fianco. Schiva, ma l’arco del braccio porta la punta a infilarsi nella mano con cui mi tiene fermo, facendogli perdere la presa con un urlo di dolore. Gli do un pugno col sinistro all’altezza dei testicoli, facendogli abbassare la testa a portata della mia arma. Lo finisco.

Immagine 9

Quando mi rialzo, uno strato di sangue e cervella mi copre come un vestito di stoffa. La ragazza sembra che non abbia approfittato del mio intervento per scappare. E’ rimasta li, dolorante. La sua spalla è ancora squarciata, ma il sangue ha smesso di uscire.

Immagine 10

La tiro su di forza e la trascino. Lei fa resistenza.

<< Andiamo, forza!>> le urlo contro << Non abbiamo molto tempo>>.

Mi guarda indecisa. Sembra non capire.

Immagine 11

Le indico i quattro corpi immersi nel loro stesso sangue. Lei deglutisce, si allunga per qualche secondo verso di loro. Infine si scuote, mi fa un cenno di assenso e si mette in piedi.

Prima che lei si sia alzata del tutto, le prendo la mano e la trascino via, verso la grotta in cui ero nascosto prima del loro arrivo.

Immagine 12

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