LAfa6 – La pizza

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Prospettiva galleria cittadina 2 (tecnica)

In questa seconda parte, approfondisco alcune parti della galleria. Inizio con uno studio della parte centrale. Pongo tre punti di fuga. Due della prospettiva accidentale per rappresentare la galleria stessa e uno per la prospettiva centrale, dal bar a piano terra.

Primo studio.

Studio 1

Approfondisco i dettagli.

Studio 2

Completo l’immagine con una famiglia di turisti seduti al bar. Una coppia con una giovane figlia.

Al bar

Il bar ha nell’ammezzato un ristorante che affaccia sulla galleria.

DalRistorante

Mentre passeggia, insieme alla compagna e alla figlia, il padre immagina alcune foto ricordo che si appresta a scattare.

Gli schizzi preparatori (eseguiti con MyPaint e colorati con il “secchiello” di Inkscape)

Ecco la madre che sorregge la cupola.

Cupola

Il padre mentre sostiene un arco.

Arco

La figlia e la madre mentre utilizzano il bancomat.

Banca

La compera di ricordi.

Souvenir

Ecco gli originali delle fotografie.

La cupola.

CupolaVera

Il forzuto padre.

ArcoVero

Ricordo del primo prelievo della ragazza.

Bancomat

 

La compera dei ricordini.

SouvenirV

 

La visita alla galleria è finita, con la foto dei souvenir acquistati.

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Prospettiva galleria cittadina 1 (tecnica)

Studio per la vista prospettica di una galleria cittadina. (Prima parte)

Quasi tutte hanno la pianta simile a quelle delle grandi cattedrali: due bracci ortogonali (navate) che hanno al centro una cupola. Rispetto alle cattedrali le gallerie sono molto illuminate perché la cupola e la copertura delle navate hanno infissi vetrati.

Due schizzi preparatori.

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Inizio dalla prospettiva centrale. Stabilisco la linea d’imposta degli archi, che sorreggono la cupola, a circa undici metri e la larghezza di circa nove metri. Il punto M (di misura) serve a stabilire il quadrato sul quale imposterò la cupola.

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Completo con gli altri due archi, sui piani di “fuga”.

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Procedo con l’impostazione della cupola.

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Osservando il disegno, decido di inserire un secondo punto di fuga (F2) per dare maggio slancio verso l’alto. Il punto è sulla verticale di quello di fuga F1.

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Con Inkscape è possibile adoperare il punto F2 anche se è fuori lo schermo, Basta spostare il nodo inferiore, la linea convergerà sempre nel punto superiore.

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Ecco l’effetto che ho ottenuto con il nuovo punto di fuga. Il punto di misura M non cambia.

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Procedo con lo spessore degli archi di sostegno della cupola, Considero piana la copertura dei bracci.

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Evidenzio, con toni di grigio, i piani.

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Altro cambiamento. Ho trasformato la copertura dei bracci da piana a curva. Ho anche inserito alcuni personaggi per migliorare la profondità.

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Ho alzato l’orizzonte a tre metri per migliorare la visione. Ho anche aumentata la larghezza, ridisegnando il tutto.

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Prima prova complessiva.

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Prima di dimensionare la galleria. Cambio il PV (punto di vista), ponendolo di fronte allo spigolo e trasformo la prospettiva da centrale  in accidentale (con due punti di fuga F1 e F2).

Data la posizione dello spigolo (sul quadro) devo adoperare al contrario i punti di misura. Il segmento “a”, larghezza dell’arco, per ottenerlo in prospettiva davanti al quadro (rosso) adopero M corrispondente a quello di fuga (M1-F1 e M2-F2). Il segmento blu rappresenta la dimensione dello stesso segmento “a”  posto dietro al quadro.

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Disegno gli archi sullo spigolo.

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Con Inkscape è molto semplice disegnare un arco. Tracciare sulla base del rettangolo in prospettiva un segmento “a”, applicare i nodi.

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Con l’indice dei nodi curvare il segmento verso l’alto.

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Agire su i pallini della regolatrice. sempre con i nodi, della curva portandoli verso l’alto e mantenerli sulla verticale fino a quando la curva si adatta al rettangolo.

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Dimensiono sul piano principale i due archi (altezza all’imposta 12 metri, larghezza 12 metri). con i punti di misura (M) li pongo in prospettiva a destra e a sinistra dello spigolo.

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Semplifico lasciando solo i due archi.

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Duplico e sposto con la freccia laterale, lasciando immutato il piedritto (parte verticale dell’arco) esterno, per ottenere lo spessore. Rettifico la parte superiore dell’arco.

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Imposto gli altri due archi per tracciare l’imposta della cupola (linea blu).

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Taglio la parte superiore dell’immagine.

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Completo con colori provvisori l’immagine della galleria, aggiungendo i bracci e la copertura.

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Fine prima parte.

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Anatema dal passato

Il testo di questo racconto è pubblicato nel libro “365 Racconti d’estate” nella collana Atlantide della Delos Books, a cura di Franco Forte.

Tavola preparatoria con bozzetti

tavSTUDIO

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Marino, il bagnino, aveva realizzato il sogno giovanile: affittare la spiaggia vicino al castello.

Il lunedì mattina, appena sistemate le file di ombrelloni blu come il mare, la sua donna lo chiamò: arrivavano i primi clienti.

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Per tutta la settimana fu un pienone. La sera della domenica chiuse gli ombrelloni ma ne mancava uno, quello di fronte alla torre verso il mare. Che ladri pensò.

La domenica successiva sparì anche quello che aveva sostituito. L’enigma si ripeté dopo sette giorni.

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Per scoprire il furfante fotografò di nascosto, con il telefonino, la famiglia che occupava il posto del mistero.

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Al tramonto controllò, insieme alla compagna, l’uscita dei clienti con la foto “segnaletica”, ma della famiglia nessuna traccia. Era sparita insieme all’ombrellone.

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Decise di denunciare il tutto ai carabinieri ma, quando recuperò la foto, sull’immagine troneggiava solo la torre.

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In una lontana biblioteca, su uno scaffale pieno di polvere soggiornava un antico libro. La decima storia senza titolo, incenerito dalla carta marcia dei secoli, così narrava:

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Il castello – 1 La coppia

Sulla collina il rudere di un antico castello domina il borgo medievale al centro della piccola città. Alcune mura sono state consolidate ma il restauro mai eseguito.

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In un tramonto di primavera, Kalbosca appare evanescente sul rudere. La strega, i cui  poteri si sono potenziati dopo l’aiuto delle forze infernali, viaggia nel tempo e nello spazio per scegliere il luogo dove ubicare il castello maledetto.

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La notte è illuminata dalla luna piena, il barone Astone dall’alto della torre osserva il nuovo paesaggio. Un agglomerato di abitazioni moderne che contrastano, per la loro altezza, con le piccole case dell’antico borgo. La sua eterna punizione lo costringe all’immobilità ma vivo nel marmo. La sofferenza, maggiore di una tortura fisica, è la capacità di vedere nella propria mente tutto ciò che accade nel castello.

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Alle prime luci dell’alba il castello è sparito ma lui sa che solo diventato invisibile. Poco dopo vede una coppia, con abiti strani e molto poco coprenti, che scavalcano le prime pietre dell’antico fossato. L’uomo e la donna, tenendosi per mano, raggiungono un anfratto murario. Si baciano con passione e iniziano a spogliarsi.

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Il barone assiste, suo malgrado, al loro rapporto sessuale. Lui vede ma non può ascoltare il dialogo che si svolge tra i due amanti dopo le effusioni amorose.

– Che destino è il nostro? Amarsi tanto ma in segreto.

– Io vorrei urlare il nostro amore.

– Anch’io ma non possiamo. Forse un giorno quando i nostri figli saranno grandi potremo risolvere la mostra situazione.

Compare davanti ai due la serva padrona che Astone riconosce subito perché ha conservato gli stessi lineamenti di quando era una giovane donna.

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– Urlare il vostro amore. Perché?

Il maschio interviene: – Ma tu chi sei?

– Non ha importanza chi sono. Posso aiutarvi conducendovi in un posto sicuro dove potrete amarvi in libertà.

– Ma dov’è questo posto?

– Non è lontano. Tornate al tramonto e vi condurrò. Ora devo andare.

– Anche noi dobbiamo tornare al lavoro.

Salutata la nuova venuta, la coppia lascia il rudere. È la prima volta che al ritorno del loro incontro non parlano. Non sanno che già sono sotto incantesimo. Torneranno al tramonto, la loro volontà è sottomessa.

Già dai primi raggi del sole calante, il rudere si è trasformato nel castello. Come automi la coppia si presenta alla porta che si apre e, quando entrano, si richiude alle loro spalle.

La serva padrona scende lentamente le scale.

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– Ma è un sogno, Beppe. Dove siamo?

– Non lo so Teresa. Non aver paura, sono con te.

– Ma quella è la donna di stamattina?

– Ma è nuda!

– No, guarda bene. Ha cambiato il vestito, questo è molto chiaro.

– Il vestito? Non lo vedo.

Quando si avvicina lui continua a vederla nuda.

– Seguitemi. – dice lei.

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Beppe non dice nulla ma sente il cuore che batte in gola, vorrebbe avere gli occhi fissi sui capelli e tentare di non guardare i sodi glutei che  ancheggiano nel movimento dei fianchi. La donna ha un fisico travolgente. Anche Teresa tace, affascinata dall’ambiente dei saloni che si succedono nel loro cammino.

All’improvviso si sente presa per mano e la sua mente si astrae felice. Il sogno continua.

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La donna che li precedeva e scomparsa, la mano la conduce in un ambiente diverso, poco illuminato.

– Viene amor mio. Ora giochiamo insieme.

Nella sua mente sente la voce dell’amato non quella del figlio del barone, malato di mente. Incatenata a un tavolaccio, denudata, viene sottoposta a tortura. Candele gocciolanti cera bollente e aghi appuntiti son gli strumenti adoperati sul suo corpo.

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Dopo il “gioco” Teresa viene consegnata al conte vampiro che la violenta e la morde al collo.

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Quando la serva padrona si gira Beppe non può evitare il suo abbraccio voluttuoso. Aiutata dalla contessa, apparsa improvvisamente, lo denuda. Insieme le due donne lo posseggono sul nudo pavimento. Anche lui viene morso dalla contessa assetata di sangue.

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I quotidiani del 30 marzo dell’anno 2000 riportano la seguente notizia.

Notizia

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LAfa5 – Il campeggio

È arrivata la bella stagione, LAfa passerà le ferie in un campeggio, nella pineta vicino al mare.

Vivere nella natura, lontano dal caos cittadino, è un desiderio che realizza ogni anno.

Lasciata l’auto al parcheggio, ILpa e ILfi portano le parti della tenda ingombranti e pesanti, LAma e LAfi tutto l’occorrente per cucinare.

L'arrivo

Molti sono i posti liberi nella pineta, LAfa ne cerca uno al limite dal quale sia possibile vedere il mare.

Il posto

Trovato il posto, iniziano a scaricare le parti della tenda. Anche due ragazze hanno già montato la loro “canadese” nella stessa parte del campeggio.

LAfi chiede al fratello:

– Quando viene la tua ragazza?

– Forse tra qualche giorno, appena avrà un anticipo delle ferie.

– Quanti giorni resterà?

– Spero molti, anche se mi ha già detto che ha un periodo di forte impegno lavorativo.

– Ma che lavoro fa?

– È impiegata in uno studio commerciale.

– Guarda che tenda piccola hanno le nostre vicine?

– Mi sa che dormiranno … abbracciate.

– Non fare il maligno!

Le vicine

Quest’anno hanno una nuova tenda. Non trovando le istruzione per il montaggio, hanno molta difficoltà. Tra corde, paletti, picchetti e tele varie regna l’indecisione. Quando finalmente ILpa riesce a capire da dove iniziare, sembra che la tenda si ergerà. Ma l’imprevisto è in agguato e un picchetto vola …

L'incidente

Dopo l’incidente al LApa, le vicine, due simpatiche ragazze, decidono di aiutare Lafa.

– È vero. La vita è piena di sorprese. Non sapevo che martellavi così bene.

– A casa, aiutavo mio padre a riparare tutto. Quanto a sorprese … anche tu lo sei.

– Devo prenderlo come un complimento?

– Può darsi. Chissà.

L'aiuto

– Ciao, che bello sei riuscita ad avere un po’ di ferie.

– Sì. Ma purtroppo solo dieci giorni. Per fine mese abbiamo molte scadenze.

– Prima o poi vengo io a parlare con il tuo capo.

– Lascia stare, me la cavo da sola. Poi non è un capo ma una capa. Ma cos’ha tuo padre?

– Solo tre punti sulla testa. L’ha colpito un picchetto della tenda mentre la montavamo. La colpa è stata mia, ho dato uno strappo al tirante troppo forte e il picchetto si è spiantato volando verso mio padre.

– Sempre il solito irruento. Ma siete solo voi due?

– No le nostre donne sono andate a fare provviste, tra poco le vedrai arrivare.

La bionda

– Che bella bionda, mi piace.

– È troppo alta, a me non piace.

– Ma come faranno a ospitarla? La tenda non è molto grande.

– Si arrangeranno. Non sono affari nostri.

– Perché non la facciamo dormire con noi.

– Ma che dici? Siamo già strette noi due.

– Potremmo stringerci … in tre.

– Ti piacerebbe. Io stringerei il tuo collo. Che dici?

– Ok, ok. Scherzavo …

Il commento

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L’amore oltre la vita

Il testo di questo racconto è pubblicato nell’antologia “L’amore è un’erba spontanea” nella serie Le Ossidiane – Alcheringa Edizioni.

La mia amica Sara me lo presentò alla sua festa di compleanno. Mi aveva già parlato di lui, le piaceva molto quello strano ragazzo pensieroso.

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Quando Simone mi parlò, fui colpita dalle sue parole. La realtà della vita per lui era solo uno stato mentale, un continuum esistenziale che procedeva lungo tante vite. Conoscevo la teoria della reincarnazione ma sentirla sembrava avesse un valore diverso. Non ne ero proprio convinta, ma dalle domande che gli posi, lui  si accorse che ero affascinata dall’antica concezione dell’esistenza.

Lo ascoltai per tutta la serata. A fine festa eravamo sul terrazzo sotto il cielo stellato di primavera.

– Guarda che cielo meraviglioso è infinito  – mi disse. –  Non ti sembra assurdo che un misero essere come me possa rimanere per l’eternità se stesso. Che senso ha? Ritornerò nell’Uno, dove la mia anima purificata si reincarnerà nuovamente.

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Nell’autobus al ritorno verso casa, le sue parole sotto il cielo mi dilatavano le meningi. Come era possibile che un ragazzo giovane come lui avesse tanta saggezza? La mente lo elevava al di sopra delle cose terrene.

Il fragore di uno scoppio spense i miei pensieri.

 

Sento un fastidio alla bocca, un dolore allo stomaco e il corpo percorso da brividi. Apro gli occhi, sono in un letto d’ospedale. Sento le membra pesanti, non posso muovere nemmeno un dito. Sono intubata, mi è rimasta solo la vista offuscata e l’udito.

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Una voce mi parla. – Coraggio, ce la puoi fare. Eri a pezzi ma ti abbiamo ricostruita.

Intravedo un viso, e anche se un tubicino blocca la lingua,  chiedo sottovoce: – Chi sei? Cosa è successo? Dove sono?

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– Sono Sara. È stato un attentato palestinese, l’autobus è esploso. Sei nel migliore ospedale di Tel Aviv.

ScoppioAutobus

– Sara? La mia amica?

– No. Sono l’infermiera del reparto. I tuoi documenti sono andati distrutti. Sai come ti chiami?

– Non mi ricordo nulla. Solo Sara.

Sono passati sei giorni, mi sento meglio. Inizio a ricordare. Sono venuti a trovarmi Sara insieme ai miei amici, mia madre e mio padre.

Stamattina ancora non ho ricevuto visite. Penso di riposarmi un po’, vorrei chiudere gli occhi ma … È qui di fronte a me.

– Simone! – urlo.

Mi guarda con gli occhi meravigliosi.

– Se urli così, non stai tanto male.

Ha ragione, è bastato vederlo che già sento la vita che riprende e travolge il mio essere.

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Sì. Ora mia vita è stravolta. Sono passati tre mesi, sono convalescente e ospite di Simone. Lui abita a Haifa, vicino al mare, in una casa di proprietà della madre.

Il primo mese mi ha curato e accudito con affetto. Il vivere insieme ci ha trasformati lasciando affiorare una passione travolgente.

– Pensavo che la vita materiale fosse una banalità dell’esistenza ma ora insieme a te ho scoperto che non è così. La forza che è in noi ha bisogno  della materia. Sento di diventare un essere completo quando mi unisco a te.

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Ora sono  guarita.  Da più di un anno lavoro in una ditta di import/export, alla periferia della città di Haifa.  Oggi è stato il giorno del bilancio aziendale e ho fatto tardi.  Salgo sull’autobus che mi condurrà a casa, dal mio amore. Sono molto stanca, mi si chiudono gli occhi.

Nel sonno sento delle voci:

– I parametri sono diventati normali.

– Finalmente! Sono otto anni che la manteniamo viva.

– Era un strano coma. L’encefalogramma normale, il suo corpo che vibra ma non riesce a svegliarsi.

Apro gli occhi, vedo volti sorridenti.

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Dopo due mesi sono guarita. Nessuno sa che è la seconda volta.

La convalescenza la passo a casa dei miei genitori, a Tel Aviv. Sara viene a trovarmi spesso con le figlie gemelle, belle come lei. Di Simone non sa nulla. È partito anni fa, pensa che sia in India.

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Appena ritornata alla vita pensavo di cercarlo ma poi, come avrebbe detto lui che senso ha?

Vive nel ricordo del mio meraviglioso amore e sono convinta: non so quando, né dove … ma un giorno sarò ancora insieme a lui.

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