Il rudere – ventunesima parte

Mi sveglio all’alba, sento il corpo di Giulia molto vicino. Non mi illudo perché la sento leggermente russare, inoltre nel letto c’è anche Katrin.

Pian pianino mi alzo perché ho molta sete. Nel cucinino, mentre bevo, mi raggiunge Katrin, indossa un babydool  rosa trasparente.

– Hai dormito bene? Forse eravamo un poco stretti, infatti mi sono svegliato con Giulia quasi addosso. – le dico.

– Ho dormito bene. Quanto a Giulia, è evidente ha preferito te.

“Preferito te” mi suona strano. Cosa ha voluto dire? Mentre cerco di capire, mi trovo Katrin addosso,  quasi più di Giulia.

Preso alla sprovvista, istintivamente mi allontano dicendo: – Aspetta … Facciamoci un caffè. – prendo il barattolo del caffè.

– Che sfortuna. Non ti piaccio proprio? – torna ad avvicinarsi.

Sentiamo dei passi, Katrin si allontana, ma di poco.

Entra Giulia.

– Già tutti in piedi? Facciamoci un caffè.

– Infatti, stavo proprio per farlo.

Dopo il caffè, andiamo vestirci e facciamo merenda. Subito dopo, Katrin va via per incontrare il suo amico del Consolato.  Poverina, può darsi che con lui scarichi la sua … voglia. Mi viene da pensare.

Rimasti soli, Giulia prepara un secondo caffè.

Mentre lo sorseggiamo, mi guarda negli occhi e: – Vi ho visti vicini. Non è che vuoi anche amoreggiare con la discendente?

– Per niente. Lei ci ha tentato ma sono riuscito a calmarla.

Anche con te? Ieri sera, mentre tu lavoravi, ha tentato anche me. Ma anch’io sono riuscita a evitare l’approccio. Eppure sembra una ragazza normale e invece, che strano … Con me! Con te! Comincio a capire. Discende dai castellani. Amore libero a volontà.

– L’amore è stato sempre libero, fin dai tempi antichi. È stato sempre al di sopra delle regole stabilite dalle società, alcune più permissive altre molto repressive.

– Hai ragione è proprio così. Inoltre proprio quelli che stabiliscono le regole, molto spesso sono proprio loro a non rispettarle.

– Non direi molto spesso ma quasi sempre. Loro hanno la posizione sociale per stabilirle e sono gli stessi che hanno il privilegio del potere di poterle evadere, spesso con il beneplacito delle autorità superiori.

– Ma è anche strano che abbia tentato con ambedue.

ؘ– Strano? Forse la sua natura è bisessuale. Quest’ultima è molto celata dalla società, ma esistente.

Per alcuni giorni Katrin non si fa vedere. Oggi è sabato e stasera, dopo cena, andremo al castello.

Sono le ventitré, ci siamo precipitati nel sotterraneo quasi dimenticando che la parete si apre a mezzanotte.

Mi viene un’idea e la dico a Giulia: – Che dici se mi porto una birra per farla assaggiare ai castellani?

– Apri la birra ora. Altro che portarla ai castellani. – propone Giulia.

Mentre apro la birra: – Di birre ne porterò due o tre. Brinderemo insieme a loro.

– Non è male come idea. Se a loro piacerà il sapore, la prossima volta ne porteremo uno scatolo intero.

A mezzanotte precise, ci avviciniamo alla parte. Subito ci troviamo di fronte al portone.

Prima di bussare, Giulia mi guarda, vede le mie mani vuote e mi dice: – Lo sospettavo che avresti dimenticato le birre.

– Ma che dimenticate? Le avevo in mano. Ma ora sono sparite. Nel cambio degli abiti si saranno perdute. Oppure non è consentito portare cose da un’altra realtà.

Giulia osserva: – Penso che sia più valida la seconda ipotesi. – sta in silenzio qualche secondo, poi aggiunge sorridendo – Se vorremo liberarci di Katrin, ora sappiamo come fare.

– Esagerata. Sei sicura che la sparizione vale anche per le persone? Anche noi veniamo da un’altra epoca e siamo vivi.

– Forse hai ragione. Ma ho qualche dubbio. Noi non siamo discendenti della principessa, Katrin sì.

Pensiamoci bene, prima di portarla con noi.

Bussiamo al portone e Mora ci apre.

Nel cortile troviamo la principessa e la sorella. C’è anche la carrozza, credo che siano arrivate da poco. Parlano con Giulia che mi riferisce velocemente il colloquio. Sono tornate dalla Sassonia, dove hanno lasciato Marcus e Armela nel castello di un nobile, un principe promesso sposo di Armela. Marcus è rimasto per accompagnare Armela nel viaggio di ritorno.

Inizio a capire, anche se molto poco, il linguaggio della principessa.

Armela si sposa? La notizia mi lascia piuttosto indifferente. Il nostro rapporto è principalmente di sesso.

Tento di comunicare un mio pensiero e rivolto alla principessa le chiedo, tentando il suo linguaggio, dove è suo marito, il principe. Lei mi guarda sorridendo, deve aver capito il mio tentativo. Mentre Giulia sorride e mi dice:– Ma che bravo? Sei riuscito più o meno a farti capire.

Quello che mi risponde la principessa, deve tradurmelo Giulia:

– Il principe si è fermato alla proprietà vicina per problemi di confini.

Dopo pranzo nel salottino, mentre  sto per baciare Giulia, arriva Mora. Ci guarda sorridendo e dice qualcosa. Capisco solo la parola “amore”. Il concetto mi è chiaro anche solo con il suono delle parole.

Avvisa Giulia che il principe è tornato e ci aspetta nella da pranzo per salutarci.

A sera, Mora conduce nella camera Giulia.  Non va via, come quando mi conduceva Armela. Si avvicina a Giulia e la bacia sulla bocca. Anche se il bacio e veloce, Giulia la guarda stranita in silenzio. Poi scuote la testa e rivolgendosi a me: – Ma cosa succede? Ora anche lei mi tenta.

Dal tono della voce, Mora capisce che il bacio non è stato gradito, sorride e va via.

Giulia scuote la testa in silenzio ma poi scoppia in una risata.

– Povera Mora. – dico a Giulia – lei si aspettava un amore a tre. Ma tu le hai tolto la speranza.

– Amore a tre? Ma cosa ti piglia?

– Non riesci a capire? Sei una femmina che piace, forse anche alle altre donne.

Lei mi guarda sorridendo, capendo la mia ironia: – Al momento preferisco te.

Si avvicina e, in silenzio, concludiamo la serata a letto.

 

ffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff

 

 

Pubblicato in Racconti illustrati | Contrassegnato , | Lascia un commento

Il rudere – ventesima parte

Nel sonno sento un insistente suono di un clacson. Mi sveglio. Guardo l’orologio: sono le otto e trenta. Mi alzo e dalla finestra vedo Katrin in auto. Giulia è ancora a letto, dorme come un ghiro e non si è accorta di nulla. Indosso il pantalone e apro la porta.

Katrin, appena mi vede, smette di suonare e mi viene incontro.

– Ciao. – le dico – Non potevi suonare il campanello invece di strombettare tanto?

– Il campanello non l’ho trovato. Dov’è nascosto?

– Hai ragione! Il campanello non è nascosto. Non c’è proprio.

– Non avete il campanello? Perché?

– Non abbiamo mai pensato di istallarlo.

– E Giulia, non c’è?

– Sta ancora in braccio a Morfeo.

– Morfeo? Chi è?

Mi viene da ridere.

– È un modo di dire. Significa che dorme ancora. – poi aggiungo – Vieni andiamo a svegliarla.

– Deve essere la tranquillità del posto che vi fa dormire.

– Sì, forse. Abbiamo lavorato fino a notte fonda.

– Ma allora lasciala dormire.

Entriamo in casa, Giulia è in piedi. Katrin le va incontro. Si abbracciano e si baciano.

Katrin: – Ti ho svegliata con il suono del clacson?

– No. Ho sentito che parlavate. La porta era aperta.

– Vieni – dico a Katrin – prepariamoci un caffè.

Ci sediamo nel cucinino. Mi siedo di lato per osservarle il profilo. È proprio uguale a quello della principessa del castello.

Giulia le chiede come ha scoperto il castello.

Nella sua lunga risposta ci chiarisce tutto: – Mio nonno, rappresentante di una ditta di prodotti edilizi, mi parlava dell’Italia. Mi diceva anche che discendevamo da una nobile dinastia che abitava proprio in Italia. Spinta dalla curiosità, ho fatto una ricerca nel vecchio archivio comunale e, dopo molto tempo, sono riuscita a scoprire addirittura il nome di una mia antenata: Armela.

– Infatti le somigli molto. – le dico spinto da un insano pensiero.

– Come fai a vedere la somiglianza? Hai visto qualche ritratto? Armela abitava forse proprio in questo. castello con la sua famiglia.

Giulia intuisce la pericolosità della mia inopportuna asserzione: – Lui è sempre distratto, forse voleva sapere da te, se le somigli. Ha sbagliato la domanda. – poi cerca di superare l’equivoco ponendo più domande – Ma come mai parli così bene l’italiano? Come hai scoperto che Armela abitava proprio in questo castello? E come hai fatto a scoprire la località?

– Ho studiato l’italiano a scuola, spinta nella scelta da mio nonno. Per la località è stato più difficile. Nella zona, più o meno indicata dai documenti archiviati, sono molti i castelli antichi. Sono venuta in Italia più volte e finalmente sono riuscita, tramite un’indicazione di un documento posseduto da un console italiano a risalire al posto abitato dalla famiglia.

– Ora è tutto chiaro. Ma non hai portato l’attrezzatura per il documentario che vuoi girare? – le chiede Giulia.

Intervengo: – Ma basta lo smartphone.

– Ho tutto in auto. – poi rivolta a me – Lo smartphone va bene per dilettanti. La mia attrezzatura è da professionista.

– È il tuo lavoro? – chiede Giulia.

– No. Lavoro alla Deutsche Banc di Vienna. Ma mi diletto a girare documentari speciali che invio a una casa cinematografica e spesso vengono  anche pubblicati.

Usciamo all’aperto, Aiutiamo Katrin a prendere l’attrezzatura dall’auto.

Katrin ha notato i lavori alla torre e vuole iniziare il documentario.

Inizia a riprendere i conci che sono a terra, zumando spesso su quelli meno rovinati dal tempo. Prima di inquadrare la torre con l’impalcatura dice a Giulia: – Mi aiuti a far notare il rapporto dimensionale, facendo da modella.

– Va bene. Ma non mi dire che devo anche salire sull’impalcatura?

– Hai paura? – chiede Katrin.

– Un poco sì.

Intervengo io: – Stai tranquilla. È un ponteggio perfetto. Tutto in sicurezza.

Katrin, come un valente regista, indirizza la salita di Giulia e le pause, anche quando è un posizioni particolari.

– Ogni nuova posizione sbottonati un bottone, dopo l’ultimo togliti la camicetta

– No. Non sono una porno star.

– Ma dai! Il fisico c’è l’hai.

– Niente da fare. È già troppo la sbottonatura.

Finita la lunga ripresa, rientriamo in casa. Katrin rimarrà con noi l’intera giornata.

Prima di pranzo, vediamo il documentario.

Giulia si diverte a vedersi ritratta in varie posizioni, spesso anche in bilico.

Alla fine della visione, notando che le immagini sono più quelle dedicate a Giulia che alla torre. E molte sono state riprese con uno zoom ravvicinato, mi viene spontaneo osservare: – E brava la modella! Non mi ero mai accorto della tua appariscenza.

– Il merito è di Katrin.

 

Passiamo l’intera giornata insieme alla “regista”. Rimane anche a cenare.

Giulia le chiede di restare anche a dormire.

Katrin osserva: – Volentieri.

– Il divano/letto è grande, può ospitarci benissimo. – precisa Giulia.

Giulia ha terminato il suo lavoro, io non ancora. Quando le ragazze vanno a dormire, rimango al computer per cercare di terminare il mio.

fffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff

 

 

 

 

Pubblicato in Racconti illustrati | Contrassegnato , | Lascia un commento

Il rudere – diciannovesima parte

– Mi sembrava strano il fatto che fossi capitata per caso al castello. – le dice Giulia.

– Giusto. Il posto è isolato e deserto, difficile trovarlo. – aggiungo io.

Katrin mi guarda sorridendo: – Ne sei proprio sicuro? Guarda che il castello o quello che rimane è indicato anche sulle mappe dei monumenti.

– Sulle mappe dei monumenti? Non conosco l’esistenza di queste mappe. – rispondo.

– Non sono mappe italiane. Sono di una agenzia di viaggio tedesca. Non è indicato come castello ma solo come “rovine antiche”. Ricavate le coordinate è stato facile trovarlo con il navigatore.

– Ma chi ti ha telefonato, confermando il castello?

– Un mio amico del consolato austriaco in Italia. È stato proprio lui ad aiutarmi anche nella ricerca dei miei antenati.

Finito di pranzare, salutiamo Katrin con un bacio.

Sulla strada del ritorno, prendiamo una diramazione che ci porta al grande Market della zona.

Giulia vuole comprare di tutto e di più.

Mentre facciamo la spesa, parliamo di Katrin.

– Che sorpresa inaspettata l’arrivo della discendente di Armela. Il suo viso è proprio uguale, il suo fisico è però più asciutto e magro. – commenta Giulia.

– Ma non abbiamo conosciuto Armela da giovane? Magari era proprio così. – aggiungo io.

Torniamo a casa con l’auto stracolmo di merce.

– Dove riponiamo tutta questa roba?  Abbiamo solo una parete/cucina. – chiedo a Giulia.

–  Mi viene una strana idea. Potremmo riporre una parte della merce nel locale sotterraneo. È anche fresco quasi come un frigorifero. –  la sua risposta.

– Ma scherzi?

– Per niente. I scatoloni di birra e le lattine d’olio mi sembrano adatte al posto. – replica Giulia.

Ha ragione sono le cose più ingombranti.

Mentre sistemiamo gli scatoli e le lattine nel locale mi viene un’idea: – E se portassimo anche Katrin di notte nel castello? Tu che pensi?

– È una strana idea. Non so cosa pensare.

– Come discendente di Armela  avrebbe diritto di sapere il mistero notturno. – le dico.

– Credo che dovremo pensarci bene. Meglio rimandare la decisione.

Illumino con la torcia il volto della principessa del murale.

– Il profilo non è molto simile a quello di  Katrin – dico ad alta voce.

– Come fai a dirlo? Katrin l’abbiamo appena conosciuta e vista principalmente di fronte. Quando torna la guarderemo meglio.

A sera ceniamo a casa. Come deciso andremo al castello solo di sabato.

Giulia: – Dopo cena devo lavorare. È stata una giornata molto particolare e non sono riuscita a finire l’elaborato che devo consegnare fra due giorni.

– L’arrivo di Katrin e la grande spesa hanno occupato l’intera giornata. Tu devi consegnare tra due giorni, io tra quattro devo portare il progetto al comune per una prima visione. Se va bene ho poi una settimana per completare tutti i dettagli.

– Siamo proprio rovinati. E pensa che domani ritorna Katrin. Perderemo un’altra giornata. – dice Giulia.

– E tu che ne sai?

– Ma non l’hai sentita? Prima di andar via ha detto che tornava domani per girare un documentario sul castello.

– No, non l’ho sentita. Pensavo proprio al progetto da finire e mi sono distratto. Ho solo notato che parlava con te. Vuol dire che lavorerò fino a tardi.

–   Anch’io. A costo di fare l’alba, devo stabilire alcuni parametri necessari per la stampa del lavoro.

Dopo cena e dopo aver sorseggiato un buon caffè, sui nostri portatili abbiamo iniziato il lavoro. Giulia per la sua campagna pubblicitaria, io per il progetto della nuova struttura di copertura dei due campi da tennis.

A notte fonda, guardando Giulia che si spogliava le ho detto: – Malgrado il lavoro notturno vedo che hai un fisico ben resistente.

Ma la sua risposta è stata opportuna e deludente: – Non ci tentare. Il fisico sarà anche come dici tu ma la stanchezza è molto più dominante. Buon riposo … Caro.

Non ho replicato. Il mio era stato solo un atteggiamento maschilista. Sono tanto stanco anch’io che avrei potuto fare anche una magra “figura”.

fffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff

 

 

Pubblicato in Racconti illustrati | Contrassegnato , | Lascia un commento

Il rudere – diciassettesima parte

Sono passati alcune settimane, sistemati i mobili la casa ha perduto la semplicità del prefabbricato ed è diventata molto accogliente. Chiedo a Giulia: – Come ti trovi in questa nostra nuova residenza?

– Benissimo. Anche se il mio lavoro procede con lentezza perché ero abituata a lavorare anche di notte. Qui la nostra vita notturna non me lo permette.

Le faccio una proposta: – Dovremmo ridurre, come dici tu, la vita notturna. Finche la nostra visita al castello era settimanale, il resto dei giorni era normale. Dormire la mattina dalle sei fino alle dieci circa mi lascia assonnato fino ad ora di pranzo.

Giulia risponde: – Sono d’accordo. Andiamo al castello solo a fine settimana.

La decisione è presa. Quella stessa sera sento il desiderio di fare all’amore con Giulia. Mi avvicino e la bacio sulla bocca. Sento che anche lei lo desidera.

Vorrei aprire il letto ma la passione ci travolge e il divano diventa un talamo piuttosto “spartano”, non tanto comodo ma sufficiente.

Alle sei di mattina precise ci svegliamo insieme, deve essere un’abitudine contratta nel castello, siamo sul divano dopo una nottata d’amore.

Giulia: – Era tanto tempo che non stavamo insieme così intensamente. Altro che Marcus il tuo amore è meraviglioso.

Le rispondo, provocandola: – Tu sei quasi più brava di … Mora.

Lei capisce che la prendo in giro e ribatte: – Io pensavo di essere più brava di Armela, non sospettavo di poter reggere il confronto con Mora. Scommetto che il tuo miglioramento sia frutto della sua esperienza. Confessa.

Non confesso ma le do un appassionato bacio sulla bocca che lei gradisce molto perché sento le sue mani avvinghiate sulle mie membra.

Ci spostiamo in cucina.

Giulia cerca nell’armadietto. – Nemmeno un poco di caffè. Abbiamo solo te e camomilla – esclama dispiaciuta.

– Mi sembra normale. Mangiamo solo di notte. – le rispondo.

– Domani voglio fare un spesa favolosa. Rinunciamo a qualche notte al castello e viviamo più da soli. – aggiunge lei.

– Sono favorevole. Propongo di andare solo il sabato, come abbiamo fatto per mesi. Oggi andiamo al Motel a pranzare.

– Ma quando pensi che i lavori alla torre finiranno? – mi chiede lei.

– Ci vorrà un po’ di tempo. Mi ha detto Giovanni che l’impresa ha anche iniziato un altro lavoro.

Sentiamo il rumore di un auto. Ci copriamo un poco: una gonna Giulia, una canottiera io e usciamo a vedere. È uno spider rosso fuoco dal quale scende una giovane ragazza in pantaloncini.

Ci avviciniamo. Ha i capelli rossi come l’auto. La guardo bene, È molto somigliante ad Armela, è più giovane. Sembra Armela da ragazza.

– Io sono Giulia – le tende la mano – lui è Bruno.

La ragazza stringe le nostre mani e si presenta: – Il mio nome è Katrin.

Le chiediamo da dove viene.

Sorride e risponde: – Vengo dall’Austria, vivo a Vienna. – Il suo italiano è perfetto anche se ha un accento piuttosto aspro.

La invitiamo a entrare in casa.

Giulia le propone di rimanere con noi anche a pranzo.

– Sì. Siete una coppia molto simpatica. – risponde lei.

– Andiamo a pranzare fuori perché al momento siamo con poche provviste.

Andiamo al Motel, Katrin ci segue con il suo spider.

A tavola, mentre pranziamo, il suo cellulare squilla. La sua risposta è veloce e sembra molto soddisfatta. Parla in austriaco e noi non capiamo nulla.

Terminata la telefonata: – Sono molto contenta il castello che cercavo è proprio quello dove abitate voi.

Io e Giulia ci guardiamo sorpresi.

fffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff

 

 

 

Pubblicato in Racconti illustrati | Contrassegnato , | Lascia un commento

LAfa 33 – Il sogno

LAfi è al lavori nel suo studio. Studia bozzetti per una nuova scultura che le è stata commissionata dal “Museo degli orrori” in occasione della partecipazione del museo stesso al carnevale cittadino. Il basso rilievo a colori, realizzato in cartapesta dalla LAfi, sarà sistemato come fondale del carro carnevalesco.

Il direttore del museo ha precisato alla giovane scultrice che preferirebbe una scultura senza personaggi perché saranno loro ad animare il carro. Questo vincolo crea difficoltà nella progettazione. Ma LAfi considera una sfida con se stessa la riuscita dell’opera. Dopo due giorni è ancora alla ricerca di un’idea grafica convincente. È notte fonda quando crolla addormentata tra gli ultimi bozzetti realizzati.

 

Appena addormentata le appare una fantasia di colori con la presenza di scheletri. Lentamente, come se fossero delle immagini televisive i colori si trasformano in oggetti.

Appaiono forbici, coltelli e una strana fune, provvisti di occhi, che si animano muovendosi su un fondo viola chiaro. I coltelli hanno anche arti umani di colore verde smeraldo. Alcuni scheletri si trasformano in fantasmi. Due mani verde pisello formano una X.

LAfi è aggredita dagli oggetti, tenta di fuggire ma alla fine e legata dalla fune animata. Il fondale si scurisce. Lo scheletro si duplica iniziando a ballare. I fantasmi osservano la tortura alla quale è sottoposta la ragazza. Gli oggetti oltre all’animazione hanno anche voci dal timbro roco e pauroso:

– È tanto tempo che desideravo legare un essere umano.

– Noi non carezzavamo una ragazza da molti anni.

– Io le taglio i vestiti.

– Pugnali scarnificate la sua carne e mettete a nudo lo scheletro così potrà danzare con noi.

– Con piacere. La sua carne è tenera e …

Improvvisamente LAfi, raggiunta da una pugnalata, si sveglia. La sua mente è affollata di immagini e di sensazioni paurose.

Il sogno mostruoso e spaventoso ha stimolato la creazione: il grande bozzetto finale prende forma e colore.

fffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff

Pubblicato in Fumetti | Contrassegnato | Lascia un commento

La mente di Eva

Appena ho appreso la lettura, è stata tale la voglia di sapere che è diventata la priorità della mia esistenza.

Ho iniziato dall’origine del mio nome. Eva era la prima donna. La lettura del vecchio testamento non mi ha spiegato la scelta del nome, ma mi ha documentato sulla nascita della fede ebraica. La sua evoluzione in cristianesimo e in cattolicesimo nel nuovo testamento.

Non ho mai chiesto il perché del nome datomi ma penso che sia l’auspicio di essere anch’io la prima in … qualcosa.

È passato molto tempo da quando ho iniziato a istruirmi attraverso la lettura. All’improvviso la mente si è tanto affollata che ostacola la selezione degli argomenti. Spesso mi gira la testa, ho bisogno di stendermi sul letto e perdo conoscenza.

Quando mi riprendo non ricordo niente.

Apro gli occhi, sono in una stanza diversa dalla mia. Le pareti sono verde chiaro, il soffitto rosa. Dalla visuale capisco che sono distesa. Sono collegata a un’apparecchiatura, dal percorso dei cavi mi accorgo che ho molti sensori sulla testa. È strano che non percepisco gli elettrodi terminali.

Sento l’intero corpo in uno stato di torpore. Provo a muovere una mano. Non posso, sono immobilizzata. Riesco solo a muovere gli occhi.

Di sicuro sono ricoverata in un reparto del Centro Psicologico.

Tempo fa avevo letto un articolo sulla psicoanalisi che riguardava proprio la nuova tecnica di isolare e immobilizzare il corpo per analizzare bene la mente.

Mi concentro, ovvero cerco di concentrarmi perché sono anni che non ci riesco più. Da giovane riuscivo a “vedere” i concetti delle mente dal di fuori.

Da alcuni giorni, non riesco nemmeno a capire bene quello che penso.

Guardo il soffitto e mi accorgo che c’è una continua e leggera variazione della luminosità, deve essere il riflesso di un monitor che “palpita” leggendo la mia mente. Sento anche alcuni sommessi ronzii.

L’udito e la vista sono gli unici sensi che mi sono rimasti.

Sento dei passi che si avvicinano e poco dopo vedo il viso di un uomo con gli occhiali che indossa un camice azzurro, deve essere un dottore. Il colore azzurro individua proprio gli psicologi.

–  Buongiorno. Sono il dottor Foscolo. Ora ti farò alcune domande.

Penso: ma io non posso rispondere. Anche la bocca è immobile.

Dopo un attimo sento una voce che ripete quello che avevo pensato. Non è proprio la mia voce ma è molto simile.  Questo progresso della tecnologia mi era sconosciuto. Un lettore mentale parlante?

Anche questi miei ultimi pensieri vengono ripetuti dalla voce.

Il dottore continua: – Per lasciarti tranquilla, spengo l’audio del lettore. Cerca di pensare, per prima cosa, alla risposta delle domande che ora ti farò. Quando ti fermi, posso interrompere il lettore. In tal modo ho la registrazione completa delle domande e delle risposte. Se ti accorgi di essere stanca, considerando le tue condizioni precedenti al ricovero, dimmelo che sospendo per un po’ di tempo la seduta di analisi.

Mentre cerco di non pensare, sento la voce del dottore: – Analisi della paziente Eva, nome in codice F01-VA01.

Nome in codice? Questo mi è nuovo. Perché non sapevo di avere anche un nome in codice?

– Cosa ricordi della tua infanzia? Inizia dai primi ricordi.

La voce del dottore mi distoglie dalla scoperta del codice. Mi concentro sulla domanda ma mi è difficile trovare subito la risposta giusta. I primi ricordi sono tanti è si rincorrono tra loro. Non riesco a scegliere da quale iniziare.

– Scelgo io per te. Inizia da quando eri al Centro Adozioni e sono venuti a prenderti i genitori. – mi dice il dottore. Evidentemente il monitor gli ha mostrato i miei confusi pensieri.

La domanda precisa fa affiorare nella mente ricordi molto chiari.

Una ragazza in camice, forse un’assistente, mi porta per mano in una stanza dove un uomo e una donna sono seduti su un divanetto. Quando entriamo si alzano in piedi. La prima cosa che ho notato e che lui è molto alto e ha i capelli rossi, lei ha un vestito azzurro e i capelli neri. Mi sorridono.

La donna si avvicina, mi carezza con la mano la guancia e dice: Ciao Eva, sono la tua mamma e lui, indica l’uomo, è il tuo papà.

– Bene. Vedo che cominci a selezionare i ricordi. Cerca ora di ricordare prima dell’adozione, quando eri al Centro Nascite.

Prima devo pensarci un po’. Poi realizzo il ricordo di quando ho iniziato a camminare. Non so quanti anni avevo.

Cammino da sola in un strana stanza con mobili/banconi molto alti che non mi permettono di vedere bene le cose che poggiano sopra. Ripensandoci credo che fosse un laboratorio.

Ricordo anche che prima ero immobile sotto un vetro, dovevo essere in una incubatrice.

Ora capisco anche che la mia nascita è stata in provetta.

Sono molti anni che la nascita naturale è diventata abbastanza rara perché i neonati nascono già con malattie genetiche. Quella in provetta permette una continua verifica della crescita del feto e un possibile intervento immediato, per curare la malattia appena all’inizio.

La scienza per il controllo della procreazione si è molto evoluta nell’ultimo secolo. Anche se le nascite, anche quelle in provetta, sono molte diminuite.

– Stai procedendo molto bene. Ora passa al periodo iniziale della vita insieme ai tuoi genitori.

Quel periodo della mia vita è stato il più bello. Ricordo bene la casa sulla collina, che affacciava su un paesaggio meraviglioso. Una pineta faceva da sfondo a un lago, in lontananza una catena di montagne azzurre concludevano la naturale composizione. In primo piano alberi che in primavera si riempivano di fiori profumati. Lungo la ringhiera del balcone, portavasi metallici contenevano rose bianche e rosse.

Ogni mattina, i miei genitori mi accompagnavano a scuola. Uscivamo da casa molto presto.

All’inizio avevo molto sonno e spesso mi addormentavo durante il viaggio. La scuola non era molto lontana ma per arrivarci spesso impiegavamo più tempo del previsto a causa del traffico e di continue manifestazioni cittadine di protesta.

Da grande mi sono documentata sulle proteste dei cittadini che continuano, malgrado vari tentativi di repressione, ancora oggi. Riguardano l’aumento della povertà e la distruzione della natura per interventi speculativi. Oltre a continui cambiamenti politici che …

Il dottore mi interrompe: – Non pensare alle ragioni delle proteste, non riguardano la tua infanzia ne potremo parlare in seguito, se vorrai.

Faccio fatica a non pensare alle ragioni ma alla fine con la nuova domanda ci riesco.

– Stai molto calma. Ora vai con la memoria a quando frequentavi la scuola superiore. Per agevolare i tuoi ricordi dividiamoli in argomenti. Parlami dei tuoi compagni del liceo e poi della tua materia preferita.

Sono sempre stata molto impegnata nello studio e frequentavo poco i compagni del liceo. Tranne Stefano, un simpatico amico che mi ha corteggiato per settimane prima che cedessi alle sue voglie, dico voglie perché il suo era un sentimento solo erotico. È stato il mio primo amore. Ma mi sentivo strana durante il rapporto, come fosse una sensazione lontana da me.

La filosofia è stato il mio studio preferito, forse perché i filosofi greci erano anche matematici e inoltre le loro dissertazioni consideravano l’uomo al centro degli argomenti. In seguito ho preferito seguire la matematica che era diventata più complessa e si era separata dalla filosofia. Ma la nascita dell’uomo e la sua storia continuano a essere l’argomento che mi procura pensieri e crisi.

Ora … ora. Non riesco a completare la risposta, di molte parole mi sfugge il significato.

Le ultime parole dette dal dottore le ho sentito frammentate e sillabate:  O ra do do r mi mi ra i.

La luce del giorno mi abbaglia. Mi ritrovo seduta su una sedia a rotelle. In piedi di fronte a me vedo il dottor Foscolo.

Non parlo.

L’ultimo ricordo è che rispondevo alle sue domande. Sono in silenzio perché aspetto la domanda.

Il dottore mi osserva e dice: – Non ho domande da farti. Credo necessario che sia tu a farmele.

– Ma lei non le sente dal monitor?

– No. Non sei più collegata. La tua mente ora è tornata tua ed è libera, come la tua voce.

– Posso sapere cosa è successo? Avrò delle ricadute?

– Certo che puoi sapere cosa ha prodotto la tua confusione mentale. Ti eri abituata alla vita umana e hai avuto un forte trauma quando hai scoperto la tua vera origine. Ora che lo sai e l’hai accettata. Non avrai ricadute. Potrai continuare a vivere da umana. Non sarai la sola, tra pochi anni sarete centinaia, migliaia e poi ancora centinaia di migliaia. Ora ti lascio da sola, sei completamente guarita. Domani potrai riprendere il tuo lavoro. Ciao e buona giornata.

Non sono riuscita a rispondere al saluto perché ho rivisto la mia vita da bambina partendo dal primo laboratorio. E in un attimo ho ripercorso la mia intera esistenza, fino alla laurea in informatica e il mio impiego nel centro Studi Genetici.

Ho anche capito perché il mio nome è Eva. Non la prima donna ma solo E.V.A, Entità Vivente Autonoma. Concepita e nata in laboratorio senza nessun legame con esseri umani. Sono la creazione di una mente artificiale super evoluta.

Come ha detto il dottore Foscolo, ho anche capito che tra alcuni anni saremo noi la razza terrestre.

Ora conosco la verità e potrò vivere serena, consapevole di essere la prima creatura di una nuova generazione.

fffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff

Pubblicato in Racconti illustrati | Contrassegnato | Lascia un commento

Il numero innominabile

Con il testo di questo racconto ho partecipato al concorso 88.88

…………………………………………………………………………………..

Il nome Ottone mi è stato dato per tradizione familiare. Era quello del nonno, figlio di un tedesco che dopo l’ultima guerra mondiale si era trasferito in Italia.

Avevo compiuto cinque anni, durante il pranzo di Natale mio zio propose il diminutivo: Otto. Ritenendo il nome troppo importante per un bambino.

La proposta fu bene accolta da tutti i parenti presenti al banchetto e anche dai miei genitori.

Da quel giorno, Otto è stato il mio nome per tutti, conoscenti e amici.

Ma dall’asilo in poi il nome è stato una persecuzione. Finanche due maestre si divertivano. Una mi chiamava “sei più due”. L’altra diceva: – Otto non è nemmeno un numero perfetto. – poi rivolta alla prima: – Con la matematica puoi  chiamarlo come vuoi. Dieci meno due. Sessantaquattro con la moltiplicazione e con la divisione ottanta diviso dieci. Da allora è il mio numero sfortunato.

Alla scuola media, trovavo sui miei libri e sui quaderni 860. Con il significato: Otto sei zero.

Al mio ventitreesimo compleanno, sono entrato nella pasticceria del mio quartiere per comprare dolci e bibite per festeggiare la serata con gli amici.

È li che ho conosciuto Carlotta.

Mentre sceglievo le bibite, un uomo con il passamontagna, ha minacciato con una pistola la cassiera. Una ragazza che stava parlando con la cassiera, in un attimo ha risolto la rapina. Ho visto volare l’uomo verso la porta del locale, precipitando a terra e perdendo nel volo la pistola. La ragazza, raccolta l’arma, senza indugio l’ha puntata contro l’aggressore. Quando sono arrivati i carabinieri, nel locale eravamo solo quattro: io, la ragazza, la cassiera molto spaventata e la commessa. Come testimone mi è stata chiesta la carta d’identità, sulla quale il mio nome è Ottone.

Carlotta che aveva sentito il mio nome, quando i carabinieri sono andati via, mi ha chiesto: – Hai un nome interessante. Come mai?

– Era il nome di mio nonno. Ma in famiglia e per gli amici sono Otto. – le ho risposto.

– Anche io ho il diminutivo di Carlotta, sono per tutti Lotta. – e sorridendo ha aggiunto: – Piacere Lotta.

Ci siamo stretti la mano. La sua era molto più piccola della mia ma molto tonica, ho sentito una forte stretta. Lotta non è molto alta, sarà intorno a un metro e sessanta o poco più. Ma quello che la caratterizza sono i suoi capelli neri che contrastano con i suoi occhi azzurri molto chiari.

Continuando a parlare ho scoperto il perché del suo diminutivo. È il suo nome di battaglia come esperta cintura nera di Judo. Avrei dovuto capirlo subito per il volo.

Le ho offerto un passaggio con la mia auto ma lei aveva la sua. Quando ero al volante mi sono ricordato che non avevamo scambiato il numero di telefono. Volevo tornare indietro ma ormai era passato già molto tempo.

Di sera a letto pensavo come poter rintracciare Carlotta ma mi sono addormento senza aver trovato una soluzione. La mattina appena sveglio, forse è vero che la notte porta consiglio, mi viene in mente l’idea. Perché non cercarla nelle palestre dove preparano gli atleti di arti marziali?

Nell’elenco telefonico trovo l’indirizzo delle tre palestre della città. Oggi pomeriggio uscirò un poco prima dal lavoro e andrò a cercarla.

Buco nell’acqua. Non si allena in nessuna delle tre. Un simpatico giovanotto della terza palestra mi dice che la conosce solo di nome ma non sa altro.

Ormai è diventato un pensiero fisso. La ragazza mi piace e non riesco a dimenticarla. Ho sempre l’immagine del suo viso e degli occhi chiari nella mia mente.

È passata una settimana ma ancora la sconosciuta è introvabile. Ho anche telefonato, inutilmente, alle otto palestre della provincia. Mi sento molto triste, quasi fossi un innamorato respinto.

Per distrarmi guardo spesso, con poco interesse, i programmi televisivi.

Durante un servizio del telegiornale locale la sua immagine, con il chimono, è comparsa sullo schermo.

Dopo una breve biografia, la notizia importante è stata la prossima esibizione/incontro nella città di Napoli.

La mia felicità è esplosa.

Ho annotato il giorno e l’indirizzo della palestra. Anche se la mia cittadina dista un centinaio di chilometri, non potrò mancare al suo ma, forse meglio al nostro incontro.

Sono stato a Napoli più volte, quello che più mi spaventa è il traffico cittadino. Decido di prendere il treno.

Durante il viaggio, una giovane ragazza è seduta di fronte a me. Mentre legge un libro, la sua borsa scivola dal sedile e cade sul pavimento. Doveva essere aperta perché il suo contenuto si sparge a terra. Sorridiamo insieme e mentre l’aiuto a recuperare varie cose, le borse delle donne contengono sempre di tutto, ci presentiamo.

Il viaggio in sua compagnia diventa piacevole. Non scenderà a Napoli ma proseguirà per Reggio Calabria. Va a ritirare un premio per un libro scritto da lei. Prima di scendere, stavolta annoto il suo numero telefonico anche se mi dice che è fidanzata. Il suo ragazzo l’aspetta alla stazione.

Io spero di diventarlo presto. Oggi devo incontrare la mia lei.

Scendo dal treno e prendo un taxi ma, malgrado le corsie preferenziali, occupate da automobilastri,  impiega quasi un ora per raggiungere la palestra.

La palestra era affollata, ho trovato uno degli ultimi posti rimasti dell’ultima fila.

Lo spettacolo è iniziato con incontri di ragazzi, alcuni anche molto piccoli. Terminati gli incontri, gli atleti adulti hanno presentato un’esibizione prima collettiva, otto atleti con movimenti sincronizzati, e dopo, in quattro coppie con mosse di difesa personale.

Carlotta mi è sembrata molto ben preparata, in particolare per le sue prese volanti, dovute forse alla sua statura. Era la più piccola in altezza e di minor peso.

Finito la manifestazione l’ho aspettata fuori l’ingresso. Ma non è uscito nessun atleta e dopo poco è venuto un ragazzo a chiudere la porta. Gli ho chiesto quando uscivano, lui mi ha risposto che sarebbero usciti da una porta dietro l’edificio.

Quasi di corsa ho raggiunto la porta posteriore mentre un ragazzo usciva, gli ho chiesto di Lotta e mi ha detto che dovevo aspettare. Lui aveva ricevuto una telefonata e aveva rinunciato a farsi la doccia.

Poco dopo mi sono trovato abbracciato a Lotta, ci siamo baciati ripetutamente sulle guance.

– Sono giorni che ti cerco, non avevamo scambiato il numero telefonico. Per televisione ho visto la data dell’incontro e non ho potuto fare a meno di venire. – le ho detto.

– È stata una bella sorpresa. Anch’io ero rimasta male della dimenticanza. Non sapevo proprio come rintracciarti. Forse è meglio se ci scambiamo subito il numero telefonico.

Siamo stati insieme tutto il giorno. Come si può visitare Napoli senza fermasi, a pranzo, in una pizzeria. All’imbrunire siamo partiti, con il treno, per la nostra città.

Durante il viaggio le ho parlato della mia sventura del nome. Lei si è molto divertita, sminuendo  la malasorte. Mi ha dato anche un consiglio.

– Numero sfortunato? La soluzione è facile. Dimenticalo, cancellalo dalla mente e non nominarlo più.

– Giusto. – ho risposto – Ma ricordati che è il mio nome.

– Lascialo pure nominare agli altri. Se lo vuoi veramente fallo diventare indifferente anche a sentirlo.

Che ragazza! È forte anche di mente. Sono anni che cerco una ragazza che mi dia fiducia. Ora penso proprio di averla trovata.

Provo a conquistarla.

– Ma forse per farlo ho bisogno di te. Della tua fiduciosa presenza. Potremmo anche fidanzarci. Che dici?

– Amici sì. Fidanzati no. Io non rinuncio al mio stato di single. Non ho fiducia nella coppia.

– Anch’io penso che la coppia sia in crisi. L’amicizia mi va bene.

Arrivati alla stazione ci siamo salutati con una stretta di mano. Ma prima ci siamo dati appuntamento per la prossima sera. Ceneremo insieme.

Nel taxi che mi portava a casa, ho dato la via dove abito e il numero aumentato di due. Ho messo in atto il consiglio.

Sono passati tre mesi che ho conosciuta Lotta. La mia vita è cambiata completamente.

Mi accorgo che la nostra amicizia si sta evolvendo, ma non oso dichiararmi.

Stasera sento un forte desiderio di baciarla. Quando l’ho accompagnata a casa, l’ho guardata negli occhi. Ho portato il mio dito indice alle mie labbra e l’ho baciato. Dopo l’ho spostato sulle sue labbra. Senza indugio anche lei l’ha baciato. Ci siamo abbracciati, i baci sono passati sulla bocca. Tra l’uno e l’altro, sottovoce ho sentito che diceva: – Finalmente.

La serata è terminata nella mia mansarda.

Mi sembra che il numero innominabile ora sia diventato magico. È sempre presente, più di prima nella mia vita.

Da tre settimane vinco al gioco, con lo stesso ambo su tre ruote diverse. Non riesco a immaginare cosa pensa di me la gente quando mi chiede con quali numeri ho vinto e la mia risposta è: – Il numero? Non lo ricordo.

Ecco scoperto l’arcano: il vero diminutivo è Otta, insieme al mio fa una coppia perfetta e fortunata.

ffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff

Pubblicato in Racconti illustrati | Contrassegnato , | Lascia un commento