AUGURI

Auguri e Buon anno a tutti … amici, visitatori e altri non definibili.

 

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Il cono

Samanta si muoveva lentamente, la gravità del pianeta era il doppio di quella terrestre Malgrado la nuova tuta spaziale fosse più leggera e confortevole, rispetto a quella delle precedenti missioni, le sembrava di avere i muscoli di un adolescente per lo sforzo che era costretta a fare per spostarsi.

Quando il sentiero, tra quelle strane rocce verde smeraldo, divenne più ripido e il sudore iniziò a imperlarle la fronte pensò di fare ancora qualche passo e fermarsi per riposarsi un poco.

La strana costruzione, a forma di cono rovescio, che sovrastava la sommità della collina continuava ad affascinarla. La sua missione di esploratore spaziale non  le permetteva di rinunciare a scoprire la funzione della torre. Unico edificio in un paesaggio desolato.

Appena sentì le forze ritornare decise di riprendere la scalata ma, proprio in quel momento, il cono inizio a lampeggiare e il suo colore grigio divenne verde come il sentiero.

Dopo un attimo di sorpresa, mosse un passo e si accorse che era più facile riprendere il cammino. La gravità, anche se di poco, era diminuita.

Mentre camminava, notò ancora un il cambiamento, man mano che si avvicinava al cono la gravità continuava a diminuire. Quando raggiunse la sommità, si trovò a galleggiare all’interno del cono per assenza di gravità.

Abituata alla gravità zero nei suoi viaggi spaziali, era in grado di muoversi nello spazio interno del cono.

Girandosi guardò intorno. Non c’era nulla da vedere. L’interno della superficie curva, sempre verde smeraldo, era l’unica visione. Si avvicinò alla superficie e si accorse che era invalicabile. Forse era una prigione.

Un sibilo ruppe il silenzio, era leggero e variabile. Samanta intuì che forse era un motore a raggi o qualcosa di simile. Rimase immobile aspettando un nuovo evento, ma nulla accadde. Con il bracciale computerizzato, cercò un collegamento con il compagno che l’aspettava nell’astronave, in orbita attorno al pianeta, ma non ci riuscì. L’interno del cono doveva essere isolato.

Non perse la calma.

Addentò una barretta energetica, ne aveva bisogno dopo la faticosa salita.

All’improvviso la superficie del cono divenne trasparente, mostrando un lontano paesaggio cittadino verde. Tutto era visibile per leggere sfumature del colore, da un verde molto chiaro a uno scuro, quasi nero.

Tese una mano verso la superficie e si accorse che passava oltre e diventava anch’essa verde.

Decisa l’attraversò con l’intero corpo. Appena fu fuori, il paesaggio cambiò e si ritrovò in una strada affollata da esseri diversi che avevano il corpo nudo e di colore verde smeraldo. Vide una fila di negozi. Si diresse verso quello che sembrava un bar per cercare informazioni. Quando fu davanti alla vetrina, si vide anche lei nuda e verde come tutti gli altri passanti.

Entrò. Era proprio un bar. Seduti ai tavolini vi erano persone con caratteristiche somatiche diverse. Esseri che dovevano provenire da altri pianeti, forse anche loro catturati da coni. Osservando i presenti vide due donne che avevano sembianze umane. Si avvicinò, parlò loro e seppe della comunità terrestre.

Lei ormai ne faceva parte.

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Valentina

Con lo scritto di questo racconto ho partecipato al concorso “500 parole” edito da Associazione spazi all’arte. Concorso nazionale di Ostia 2019. 

Otto anni nella cella di isolamento e otto di carcere mi sono rimasti nella mente insieme al ricordo di Giulia. Distesa, immobile. Il viso contratto dal dolore. Il coltello conficcato nel petto. Rivoli di sangue dal corpo alle pietre grigie del vialetto.

Ora sono libero. Libero nel corpo ma no nella mente. Tutto mi sembra un sogno che persiste come un incubo. Ogni volta che guardo una donna, il suo viso prende le sembianze di Giulia.

Sono seduto, davanti a me dietro alla scrivania c’è lei. Ha un camice bianco.

Mi dice: – Ricorda il suo nome?

Ho difficoltà a rispondere. Mi ha dimenticato? Forse è una sosia?

La testa inizia a farmi male, capisco che devo rispondere.

– Sono Leonardo. – il dolore passa.

– Leonardo da Vinci?

Ritorna il dolore. Il viso diventa quello della Gioconda. Sono nel ‘500? Guardo il camice, leggo un cartellino: Dott. Valentina Grande.

Allora, non è Giulia.

Rispondo: – No. Leonardo Mattoli.

Il viso cambia. È una giovane con occhialini in punta al naso. I suoi lunghi capelli sono castani, ha occhi bellissimi come la sua bocca dalle labbra carnose.

Mi guarda negli occhi e sorride.

Il sorriso trasforma  la mia mente, da agitata a calma. Ho, per pochi attimi, una doppia immagine. Lei e una distesa azzurra che si sovrappongono in trasparenza.

La dottoressa mi chiede: – Leonardo, che mestiere fa?

– Sedici anni fa ero impiegato di banca. Ora non lavoro, sono a casa dei miei genitori.

– È laureato?

– Sì, in giurisprudenza.

Mi fa altre domande ma non mi chiede di Giulia.

Sono io che sento il bisogno di nominarla: – Ho ucciso per gelosia Giulia, la mia fidanzata. Sono stato sedici anni in prigione.

– Lo so. È tutto scritto sulla sua scheda. – prende dal tavolo un documento. poi aggiunge – La vedo molto più calmo di quando si è seduto.

– Sì, è vero. Ero molto turbato perché ogni femmina che guardavo aveva i lineamenti di Giulia. Lei è la prima donna che vedo con il proprio viso. Anche molto bello.

– Questo che ha detto non è scritto sulla scheda. Come mai?

– Semplice. Non l’ho mai riferito a nessuno. Era un segreto della mia mente.

 

Mentre scendo le scale, mi sento diverso da stamattina quando le salivo. Per strada le donne hanno tutte il loro viso. Mi sembra impossibile, è bastato guardarla è ho ripreso la mia coscienza.

Sono passati tre mesi, due volte alla settimana sono da Valentina. Non mi sembra una dottoressa. Gli argomenti dei nostri colloqui sono diventati più personali. È  separata da un marito alcolizzato.

Siamo diventati amici. Ieri sera abbiamo cenato insieme, in un ristorante vicino al mare. Ecco la distesa azzurra. Quando ci siamo lasciati ho sentito un forte desiderio di baciarla. Non l’ho baciata ma le ho detto del desiderio. –  Forse è presto. Aspettiamo un po’ prima di decidere della nostra vita insieme. – è stata la sua risposta.

Ci siamo scambiato un semplice bacio sulle guance.

È la prima volta che sento un amore sano e sereno. Sono guarito dalle mie passioni violente.

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LAfa 35 – La scultura 2

Francy: – Che opera favolosa. Tua sorella è proprio una brava scultrice.

ILfi: – La parte più bella è quella di dentro.

Francy: – Quella di dentro?

ILfi: – Domani entriamo e te la faccio visitare.

Francy: – Perchè domain? Non possiamo entrare ora?

ILfi: – Tra poco è buio, meglio domani.

Francy: – Ancora non è buio. Entriamo.

ILfi: – Va bene. Ma facciamo una cosa veloce.

Una volta entrati.

Francy: – Ma non è molto buio. La sera è luminosa e un po’ di luce entra dalle finestre rotonde.

ILfi: – Ecco. Questa è una caverna preistorica.

Francy; – Che bello. Tua sorella ha disegnato  sulla parete anche gli animali e gli uomini cacciatori.

ILfi: – Questa è la seconda caverna.

Francy: – Bellissima. Ma cosa sono quelle luci verdi?

ILfi: – Questa è la caverna dei diamanti.

Francy: Miniera di diamanti? Che genio! Ripeto, che opera favolosa.

ILfi: – Ecco la terza caverna. Capisci cosa rappresenta?

Francy: – Aspetta un attimo. Fammi pensare … Sembra una miniera d’oro.

ILfi: – Bravissima. Questa è l’ultima caverna, Ora, prima di uscire, andiamo al centro della terra.

Francy: – Bellissimo. Il fuoco del centro.

ILfi: – Questo rappresenta il magma infuocato.

Francy: – Che caldo. Sembra proprio di stare in un vulcano.

ILfi: – Sono le forti lampadine rosse nascoste che producono anche il calore.

Francy: – Ma rimangono accese tutta la notte?

ILfi: – No. Quando è buio fuori, si spengono automaticamente. … Ma che fai ti spogli?

Francy: Mi tolgo solo la maglietta. Fa troppo caldo.

6     Francy corre verso l’uscita.

ILfi: – Ma che fai? Vuoi uscire nuda.

Francy non risponde e si arrampica per uscire.

Francy: – Che bella serata, È piena di stelle.

ILfi: – La solita pazzerella. Dai vestiti.

Francy: – Perché? Non c’è nessuno in giro e poi sono nuda solo a metà. Una corsa sotto le stelle me la faccio volentieri..

ILfi: – Ma non eri accaldata?

Francy: – Prima sì, ora no. Il freschetto della sera mi ristora.

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LAfa 34 – La scultura

Il direttore del museo, soddisfatto del bassorilievo eseguito dalla LAfi, va a trovarla e le propone di partecipare a un mostra all’aperto, con grandi opere.

LAfi si mette subito a progettare, preparando i disegni per un’enorme scultura. La scultura rappresenterà la terra. Una collina verde con la possibilità di accedere all’interno con un percorso in salita, all’uscita c’è uno scivolo per ritornare vicino alla caverna d’ingresso.

La sculture, per le grandi dimensioni, dovrà essere realizzata all’esterno dello studio, sotto una grande copertura.

Dopo circa un mese, ritorna il direttore. LAfi gli presenta due amici che l’hanno aiutata a realizzare l’opera e che frequentano l’Accademia di scultura: Artur e Paola, inglesi che studiano in Italia. La ragazza ha origini italiane.

LAfi conduce il direttore all’interno della scultura, al centro della quale luci nascoste di colore rosso rappresentano il centro della terra.

7     Prima dell’uscita, stalattiti e stalagmiti ornano l’enorme caverna. Il direttore è entusiasta della scultura e si complimenta con LAfi.

ILfi e Francy osservano la scultura.

Francy: – Che scultura favolosa. Tua sorella è una grande artista.

ILfi: – Ora sì. È molto migliorata.

Francy: – Ma quella grotta a cosa serve?

ILfi: – La grotta è l’ingresso. La scultura ha anche un interno. Rappresenta la terra.

Francy: – Si entra dentro? Entriamo?

ILfi: – Certo che sì. Vedrai come dentro è ancora più  bella.

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Il quattro luglio

Anche questo racconto è stato scelto per essere pubblicato nell’antologia “Metti un racconto a cena” , della casa Editrice Montegrappa. Il 26 ottobre, partecipando alla cerimonia, saprò come il racconto si è classificato.

Il quattro luglio é il mio compleanno. Ogni anno aspetto, con ansia, la ricorrenza.

Da quando ero bambino, per i miei amici il loro era un festeggiamento per me era la celebrazione di una sventura.

La sfortuna iniziò davanti alla torta, il giorno che compivo cinque anni. Per spegnere le candeline mi sporsi verso il tavolo, scivolai dalla sedia e la mia testa raggiunse prima le fiammelle e poi la panna. Non mi feci molto male, ma quello che mi infastidì fu l’ilarità dei presenti.

A sei anni, tutto bene con la torta ma non con il regalo. Caddi dalla nuova fiammante bicicletta che aveva sostituito il vecchio triciclo. Un ginocchio sbucciato e una slogatura alla caviglia fu la convalida del dono.

La sfortuna si confermò per tutti i quattro luglio degli anni successivi.

Anche  il giorno che compivo diciotto anni, fu caratterizzato da un abile ladruncolo che mi rubò  dalla tasca il portafoglio, mentre ero sull’autobus e andavo alla lezione di scuola guida per prendere la patente.

Nel giorno maledetto decisi di non muoversi da casa. Chiuso nella mia stanza, aspettavo la mezzanotte con la stessa allegria nel cuore del trentuno dicembre.

Quattro anni fa, uscii di casa di prima mattina per evitare il traffico sulla strada costiera che portava allo stabilimento balneare, gestito da mio zio.

Era da più di una settimana che aveva conosciuto Flavia e insieme facevano il bagno, sempre di mattina presto, nella tranquilla e limpida acqua marina. Prima della discesa della fiumana umana.

Quando arrivai Flavia non c’era, mi sedetti sulla battigia, seguendo con lo sguardo il lento seguirsi di piccole onde che, ritirandosi, lasciavano una leggera schiuma sulla riva che poi si dissolveva rapidamente.

Due gambe, tra me e il mare, mi tolsero la visione.

Era lei, già in costume. Mi disse che arrivata molto presto, aveva fatto una passeggiata lungo il bagnasciuga, poi aggiunse:

– Oggi è il quattro luglio. È il mio compleanno, Perché non mi fai gli auguri?

Quattro luglio? – mi si annebbiò la vista, per fortuna solo un attimo. Inoltre mi sentii le forze mancare.

– Auguri. – le dissi con un filo di voce. Avrei voluto alzarmi ma le gambe rifiutarono l’impulso.

Lei mi guardò dall’alto, poi si sedette vicino e mi porse la guancia: – Non mi dai nemmeno un bacio? – sentenziò.

Mi sentii  tornare le forze, e le dissi: – Un bacio? Per lo meno due.

Le schioccai un bacio.

– E l’altro? – chiese – porgendomi l’altra guancia.

Mi alzai la presi per mano, l’attirai a me invitandola ad alzarsi. Una volta in piedi, provai una forte voglia di darle un bacio sulla bocca, mentre le dicevo: – L’altro te lo do a mare. Andiamo.

Nessuno di noi due era un provetto nuotatore. Galleggiavamo semplicemente e non ci allontanavamo mai dalla riva.

Ma quel giorno, fui preso da una frenesia, era un quattro luglio strano e diverso.

“Accada quel che deve accadere” pensai.

Mi allontanai dalla riva con nessuna paura. Flavia mi seguì.

Quando fummo dove i piedi non toccavano più il fondo sabbioso, mi avvicinai e le detti un veloce bacio sulla bocca. Lei mi guardò sorridendo. Ci abbracciammo e questa volta il bacio sulla bocca fu lungo e appassionato. Tanto che finimmo sott’acqua, toccando il fondo.

Pian pianino tornammo prima in superficie poi sulla spiaggia.

Ci stendemmo sulla sabbia e, mano nella mano,  ci lasciammo baciare dal sole e carezzare da una leggera brezza marina.

Ci fidanzammo e dal quattro luglio successivo siamo andati a vivere insieme.

Se la convivenza continua così appassionata come è oggi, ci sposeremo.

E la data?

Sempre la stessa.

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Concorso 100 parole 2019

Con il testo dei tre racconti brevissimi ho partecipato al concorso di Montegrappa Editori. Il giorno 26 ottobre, partecipando alla premiazione, saprò quale racconto è stato scelto per la pubblicazione nell’antologia relativa.

La piccola Viola

Samanta era nel prato. Il verde sparì, tutto divenne viola. Si girò verso il led, pensando di vederlo viola, ma non c’era più.  Guardò il cielo, anche l’astronave era sparita. Abituata a disavventure nei suoi viaggi interstellari, non si spaventò.

Mise la mano destra nella tasca della tuta, ma la tasca non c’era. Sotto il palmo sentì la gamba. Guardò la mano, era viola. Ma il guanto dov’era? Si guardò la gamba, era nuda e viola come tutto il suo corpo. I ricordi iniziarono ad affievolirsi, il corpo si rimpicciolì. L’anagrafe del pianeta registrò una nuova nascita: Viola 2020

Giovanna

Quando il fidanzato l’abbandona, Giovanna è ricoverata in clinica con una crisi esistenziale.

Guarita, dopo mesi, decide di eliminare amicizie maschili sentendosi sminuita come donna.

Nel suo isolamento, inizia a compilare un diario. Riempie tante pagine, che preso l’aspetto di un libro, decide di farne una pubblicazione.

Durante la partecipazione per l’editing del libro, scopre che l’editore è un suo compagno di classe. Luciano le confida di essersi innamorato di lei al liceo, ma per timidezza non si dichiarò.

Il ritrovarsi risveglia l’amore, questa volta anche da parte di Giovanna che ora percepisce in pieno il suo essere donna.

La campionessa

Aspettava da duecento anni dietro lo specchio. L’incantesimo della strega era stato ben congegnato. Stesso giorno e stessa l’ora del suo immobilismo, dentro la cornice dorata, per la liberazione della sua mente ma in un altro corpo.

Quando la vide capì che era arrivato il momento.

Tese le mani e la testa verso la bella donna bionda che si specchiava, la sua mente trasmigrò.

Tanto il desiderio di tornare a vivere che non si rese conto che il possente guerriero ora era una femmina.

Superate tante difficoltà alla fine la realtà l’appagò. Era l’invincibile campionessa mondiale di Karate.

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Immagini per un racconto da scrivere

È possibile scrivere un racconto ispirandosi alle immagini?

Le immagini sono in ordine casuale per stimolare la fantasia. Sistemarle secondo  la sequenza corrispondente al racconto.

Il racconto può essere anche molto breve. Una didascalia posta sotto alla figura oppure solo la parte scritta citando l’immagine corrispondente.

Puoi partecipare rispondendo a questo post.

Pubblicherò su questo sito i racconti “piacevoli”.

Buon lavoro a chi vuol provare.

Prima immagine


Seconda immagine

Terza immagine

Quarta immagine

Quinta immagine

Sesta immagine

 

Settima immagine

 

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Il rudere – ventiquattresima parte

Passa un’intera settimana di lavoro. Rimasti senza provviste, il sabato mattina facciamo un’abbondante spesa. A mezzogiorno pranziamo al motel.

Portiamo poche provviste al deposito. Il resto lo porteremo un altro giorno, anche perché dobbiamo selezionare gli acquisti per non riempire molto il sotterraneo.

A mezzanotte siamo alla porta del castello. Il maggiordomo  apre e ci comunica che sono tutti occupati per sistemare il castello perché di pomeriggio arriverà Armela con il conte, suo promesso sposo, .

Il principe, sempre molto gentile, ci accoglie cordialmente. Giulia gli chiede di Marcus perché di solito è lui che ci riceve. Risponde che arriverà insieme ad Armela, in quanto è stato lui ad accompagnarla al castello del conte.

Dopo pranzo andiamo nel salottino per riposarci, qui troviamo Mora addormentata sul divano. Sente il nostro parlare, anche se sottovoce, e si sveglia. È stanca per la grande pulizia del castello. Ha trovato il modo di allontanarsi per riposarsi un poco.

Quasi al tramonto arrivano i promessi sposi. Armela ci presenta il futuro marito. Il conte è abbastanza anziano. Deve essere molto ricco perché ha un doppio collare d’oro.

In un momento che sono solo con Giulia lei mi prende in giro: – Come farai ora con Armela? Il conte deve essere molto geloso. Hai notato come ti guardava quando si è accorto che Armela ti sorrideva continuamente.

– Ma forse il vecchietto andrà a letto presto. E poi ricordati che nel castello le coppie non dormono insieme.

– Penso che in futuro ti andrà meglio. Armela diventerà vedova e forse tornerà a vivere nel castello.

A sera aspetto che Mora mi conduca Armela o per lo meno che venga lei. Ma non viene nessuno. È la prima volta che rimango solo. Non mi rimane che dormire. Domattina chiederò a Giulia come è andata la sua serata.

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Il rudere – ventitreesima parte

Notte movimentata. Mora conduce nella mia camera Armela e io mi immagino una serata d’amore. Dopo poco, ritorna con Giulia. Fa un cenno ad Armela la quale, si scioglie dal mio abbraccio, si alza dal letto e va verso di lei, quasi come se avessero un’intesa.

Mora inizia a baciare Armela mentre allunga le mani su Giulia. Rimango seduto sul letto, immobile e meravigliato in attesa di uno spettacolo con tre protagoniste. Ma Giulia non sembra molto disponibile, infatti allontana le mani dal suo corpo, spinge Mora da parte e si avvicina ad Armela. Immagino una nuova situazione amorosa.

Il tipo di spettacolo cambia, Giulia prende per i capelli Armela e cerca di trascinarla a terra. Mora interviene allontanando Giulia dalla sprovveduta principessina. Questa volta per difendere rimette le mani su Giulia, che presa per la vita e per la testa, desiste dall’attacco.

Mora, per calmarla le carezza il viso e, dopo averla abbracciata, la conduce fuori dalla stanza.

Rimango con Armela che mi racconta il suo fidanzamento con un vecchio conte, voluto dai genitori. Mi dice che non rinuncerà al nostro amore.

Le chiedo: – Ma abiterai in questo castello?

– Purtroppo no. Ma cercheremo di vederci comunque. Ci aiuterà Marcus.

– Non vedo semplice la situazione. Credo che per me sarà impossibile allontanarmi dal castello.

– Perché non vuoi?

– Certo che vorrei. È difficile da spiegare, ma sono convinto che non potrò allontanarmi.

– È Giulia che non vuole?

– No.

Piange e poi va via. Mi addormento.

All’uscita dal sotterraneo, chiedo a Giulia il perché dell’allontanamento da Marcus e anche il perché della tirata di capelli ad Armela. Lei non ricorda bene e pensa che sono stati due gesti istintivi. Le chiedo se per caso è stato il ritorno del nostro ritrovato amore. Lei mi risponde che potrebbe essere ma, al momento, non ne è consapevole.

Poi mi chiede: – Hai fatto all’amore con Armela.

– No. – le rispondo – È andata via piangendo per il suo costretto fidanzamento con un vecchio conte.

– Fortunato te! Io sono stata circuita da Mora e non sono riuscita a difendermi. Quella donna, come sospettavamo, é esperta nell’arte amatoria e mi ha coinvolto nelle sue sensuali carezze.

Dopo pranzo, decidiamo di “riposarci” sul divano. Io la bacio, Giulia propone di aprire il letto, ma il noto clacson dello spider l’interrompe.

Katrin è tornata con Giovanni che, nella fuga, aveva abbandonato la sua auto. Offriamo loro un caffè e subito dopo Katrin va via.

Giovanni è stanco e vuole riposarsi perché l’intera nottata l’ha passata con Katrin, che definisce una belva assetata di sesso ma molto coinvolgente nella passione. Cediamo il divano e lui cade subito addormentato. Noi usciamo e ci rifuggiamo nella torre, sul duro pavimento.

Che ci tocca fare per un amico!

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