Glis glis 6

Emme armeggiando con la tastiera aveva acceso un enorme schermo tridimensionale, che occupava l’intera parete, ecco perché vi erano le poltrone! D si sistemò in poltrona continuando a pensare alle coordinate, pian piano cominciò a ricordare qualcosa. Il simbolo ^ significava angolo, per cui 88 e 66 dovevano essere angoli. G forse significava Galassia, terza galassia? Ma da dove? Perché provvisorie?  Il mistero era l’origine V 330^88” Sicuramente ^88 era una direzione ma V 330 rappresentava l’unica cosa da scoprire. Ci avrebbe pensato in futuro!

Si accorse che sull’enorme schermo Emme si stava addentrando nella storia umana, passando velocemente da episodi dell’età romana a quelli del secondo millennio.

La didattica di apprendimento, o forse solo di descrizione, presentata dallo schermo, era molto diversa da quella del computer del suo laboratorio di apprendimento.

Lo schermo era tridimensionale, ma in maniera tale che i primi piani e le persone rappresentate erano vicino a lui, infatti lui percepiva la poltrona, sulla quale era seduto, solo come mezzo fisico, ma la sua collocazione visiva e spaziale era completamente inserita nel Senato Romano. Aveva senatori seduti al suo fianco, avanti e addirittura dietro di lui. Questi personaggi erano talmente reali che, negli interventi dei senatori, la voce di quello seduto al suo fianco era molto più forte di quello seduto più lontano. Inoltre, quando un senatore descriveva un avvenimento, quest’ultimo veniva rappresentato sempre in maniera tridimensionale, ma con un rapporto di scala più piccolo rispetto alla realtà, al centro dell’aula senatoriale. Altra cosa da notare era che i senatori parlavano la sua stessa lingua, chiaramente una traduzione.

Ma quello che maggiormente l’attrasse fu quando Emme si spostò nei primi anni del millennio duemila, a Genova in Italia, nella manifestazione “no global”. D si trovò in una strada durante la carica della polizia. Notò che dopo duemila anni la divisa dei poliziotti non era molto diversa da quella dei soldati romani, tranne che per le gambe coperte. Lo scudo era diventato più grande, era trasparente e, sicuramente, molto più leggero. L’elmo, molto sferico, con la celata grande e anch’essa trasparente. L’arma poi era un’assoluta novità per lui. Era qualcosa tra una corta lancia ed una spada, ma veniva adoperata come una clava, di colore nero sembrava morbida ma produceva grossi ematomi e ferite sulle parti dure del viso, del cranio e degli zigomi. Oltre la corta arma, i poliziotti adoperavano molto bene i piedi ricoperti, non da sandali romani, ma da scarponi molto robusti. I manifestanti si difendevano lanciando contro i poliziotti tutto ciò che capitava loro tra le mani, pietre, aste di manifesti, parti di cartelloni stradali. I soldati rispondevano, prima delle cariche, con lo sparo di particolari cartucce, molto grandi che si applicavano su corti fucili, queste esplodendo riempivano le strade di fumo. I manifestanti cercavano di coprirsi la bocca con stracci e sciarpe, fuggendo alla nuvola di fumo che si espandeva velocemente. Quelli che non riuscivano ad allontanarsi avevano difficoltà respiratorie e gli occhi lacrimavano, queste condizioni fisiche li rendevano più facili prede da colpire e poi da caricare su ambulanze e camioncini scuri che al suono di sirene lasciavano il posto. La scena era talmente reale che, quando un manifestante ed un poliziotto, che lo inseguiva colpendolo, si avvicinarono, D si riparò la testa con le mani per evitare colpi. Ma era stata paura e inutile precauzione perché le immagini, anche se molto simili alla realtà, attraversavano il suo corpo.

M spense il computer riportando D alla realtà. D si ritrovò seduto sulla poltrona, era stanco. Quel giorno era stato veramente eccezionale, troppe novità per la sua mente che da poco aveva iniziato ad elaborare programmi per la sua futura vita. In realtà questi programmi erano solo fondati su supposizioni varie. Sì, era veramente stanco, la poltrona era comoda D chiuse gli occhi e si addormentò. Nella sua mente cominciarono ad affiorare immagini varie.

Era un sogno, ma lui non lo sapeva, era la prima volta che sognava con immagini molto reali, in passato aveva avuto solo brevi sogni legati alla sua natura di glis. Le immagini cambiavano spesso. Da una strada affollata di strani esseri bipedi e di veicoli che passavano velocemente su binari sospesi a interni di ambienti, che gli ricordavano i laboratori, ma che laboratori non erano. Da questi ambienti lui usciva su terrazzi pieni di fiori e piante, si affacciava ma sotto di lui era il vuoto. Non aveva paura, anzi era tentato di buttarsi giù. Una voce conosciuta disturbò il suo sogno:

  • D, D svegliati, smetti di lamentarti e parlare nel sonno. Ma che dici?  Non si capisce niente.

Si svegliò di soprassalto, pensò di essere in pericolo e si riparò la testa con le mani, poi si rese conto del falso allarme e disse:

  • Ho capito, va tutto bene.

M lo guardava ancora preoccupata, allora D le spiegò la sua paura:

  • Ho sognato di affacciarmi da un terrazzo sul vuoto, ho avuto paura, in quel momento tu mi hai svegliato.
  • Ma come fai ad addormentarti profondamente subito.
  • Sarà l’emozione di tutte queste cose nuove, sono troppe per la mia mente, allora, per reazione mi addormento e sogno cose … peggiori!
  • Sempre il solito burlone. Io ora, per l’emozione come dici tu, invece mi sento debole.
  • Non credo che sia l’emozione! Sarà la ginnastica sulla cyclette che ti ha fatto venire anche appetito.
  • Esatto, questa volta hai proprio ragione. Torniamo nell’alloggio e vediamo cosa possiamo preparare.

M gli prese la mano, ormai era diventata un’abitudine, e lo condusse nella stanza tinello. L’unica cosa visibile, che aveva contribuito alla definizione della stanza, era il tavolo, due sedie e un piccolo divanetto, accostato vicino alla parete di destra. Alla parete di fronte, l’angolo di cottura, così da lui definito in precedenza, era solo un lungo mobile con alcuni sportelli.

D si sedette al tavolo ed M sul divanetto dicendo:

              –    Sono proprio stanca, vedi cosa c’è da mangiare.

D, senza alzarsi dalla sedia, allungò una mano, inclinando anche la sedia su due piedi, e tirò una maniglia dei quattro sportelli del mobile. Lo sportello non si aprì, lui ritrasse la mano e disse:  

  • Non si apre. Forse bisogna aspettare il cameriere per l’ordinazione, magari sarà un robot.
  • Non credo proprio, prova di nuovo. Ma alzati!

D, con molta calma, si alzò e si avvicinò al mobile, appena fu vicino comparve uno schermo con un elenco: Prima colazione. Pranzo. Spuntino. Cena. Bibite. Altro.

  • Tutte delizie. Vuoi pranzare? Fare uno spuntino oppure cenare. Ma la tastiera dov’è? Non la vedo.
  • Primitivo! La tastiera non occorre…
  • Cosa? Che vuol dire?
  • Niente. Ora ti faccio vedere. Bisogna toccare.

M si alzò, si avvicinò allo schermo e con l’indice toccò la parola pranzo. La schermata cambiò e apparvero altre scritte: Antipasto. Primo piatto. Secondo Piatto. Contorno. Dolce. Frutta. Bevande.

  • Toccare? Sai decisamente più cose di me. Ma non ti sembra che sia un pranzo umano?
  • Te l’ho già detto la nostra preparazione è stata diversa. Pranzo umano? Mi sembra normale. Volevi una dispensa automatica per glis?  Noi non siamo quasi umani. Non te ne sei accorto?
  • Hai ragione, come al solito! Per me una scatoletta di frutta. Grazie. – Disse D, pensando alle saporite ghiande, pensava di averne una scatoletta, le macchine dispensavano spesso scatolette.
  • Ma la sorpresa continuava. M scelse frutta, le opzioni erano: in aspetto naturale, in tavolette, in pillole. M senza dire nulla, scelse “in aspetto naturale”, apparve un elenco molto lungo con frutti di ogni genere, dall’ananas alla zucca dolce.
  • Il signore desidera. Disse M
  • Ma veramente credi che la frutta sia naturale? – Obiettò D.
  • Non credo proprio, l’opzione diceva in aspetto naturale. Allora che frutta vuoi?
  • Io volevo le ghiande, ma vedo che mancano dall’elenco. Prendi fragole.

Mentre la macchina armeggiava, indicando sullo schermo, le proteine, le vitamine e i coloranti scelti, D pensava, di come l’uomo aveva reso l’esistenza tutta artificiale. Il progresso era stato notevole sul piano scientifico, ma inutile. Il prezzo pagato dalla scelleratezza umana era stato alto “la vita dell’uomo in via di estinzione”.

  • Ecco il piatto è pronto, disse M aprendo lo sportello di destra, sul quale era comparso un Led lampeggiante, e aggiunse: –   L’aspetto è proprio buono, guarda che fragoloni. Sembrano veri.

 Ne prese uno, lo portò alla bocca. lo addentò, lo gustò. Ottimo concluse. Ne prese un altro, poi porse il piatto, ovviamente di plastica, a D.

Ancora prima di assaggiare le fragole D osservò il piatto, la sua abitudine di analizzare tutto era ancora dominante. Il piatto bianco e brillante, abbastanza solido, sembrava di ceramica, aveva anche una semplice decorazione floreale. Mentre lo osservava, sul mobile, in corrispondenza dello sportello centrale si era aperto un vano, una specie di vaschetta da lavello, ma mancava il rubinetto e lo scarico. Questo non era una novità, lui ne sapeva l’esistenza, era un distruttore di residui del pasto, M non lo conosceva ed esclamò: – E questo cos’è?

D non rispose subito, stava gustando la fragola, era veramente buona.      

  • E’ un eliminatore dei residui alimentari, una specie di disintegratore. Credo che distrugga anche il piatto.
  • Ma è pericoloso per le mani, non vorrei perderle, è da poco che le ho perfezionate!
  • Non ti preoccupare, mi sembra di ricordare, che distrugga solo la materia prodotta dalla macchina, la materia vivente è diversa come struttura.

Il piatto conteneva molte fragole, si sedettero al tavolo e, mentre continuavano a mangiarle, M disse:

  • I progressi della tua lingua sono stati notevoli, hai sciolto bene la lingua eh? Ben fatte queste fragole, mi hanno stuzzicato l’appetito. Vogliamo prendere un cibo più umano?
  • Sì, proviamo. Ormai siamo umani, spero solo di non essere stato fatto come le fragole!  
  • No, questo è indubbio, siamo stati sottoposti ad un processo di evoluzione, perciò siamo, anzi saremo umani veri. L’hai dimenticato?
  • Hai ragione, ma io non l’avevo dimenticato. A proposito non dimentichiamo l’irraggiamento. Io non resisterò otto ore fermo nel cilindro, perché non le frazioniamo?
  • Lo dici a me? Io soffro un poco di claustrofobia, morirei, prima delle otto ore. Vieni, ora finiamo prima il pranzetto.  Primo piatto o secondo?

Si alzarono dalle sedie e si avvicinarono alla macchina, M gettò il piatto nel distruttore, ma senza avvicinarsi troppo con le mani, sapeva di potersi fidare delle cose che D diceva ma era meglio un poco di prudenza. D se ne accorse, a lui difficilmente sfuggiva qualcosa, ma non disse nulla. I nomi dei primi piatti erano molti ma pochi erano quelli che conoscevano, tranne maccheroni e zuppe, il resto dei nomi era sconosciuto.

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