La favola di Lucilla

La mia passione per il mare, in particolare per i delfini è iniziata da bambina. Quasi certamente per le immagini di un quadro, nel soggiorno di casa, che rappresentava le evoluzioni dei delfini in un limpido e trasparente mare. Anche il fondo marino, ricco di vegetazione e di piccola fauna, arricchiva la composizione.

Mio padre appassionato sub mi aveva insegnato ad amare il mare. Già a cinque anni, con una mascherina adattata alla mia testolina, ero una piccola e brava sommozzatrice. Nuotavo meglio sott’acqua che in superficie dove avevo non poca difficoltà al galleggiamento. Al mio settimo compleanno ebbi come regalo una collanina con una medaglietta d’argento a forma di delfino, che ancora oggi cinge il mio collo. Ora ho anche tatuato sul braccio destro un delfino con la testa in alto e su quello sinistro lo stesso delfino capovolto. Come se volessero rappresentare una capriola, insieme a quello al collo.

Da quattro anni sono addetta alla vasca dei delfini. I miei compiti sono diversi, vanno dal presentare al pubblico i simpatici animali e fare piccoli spettacoli giocando insieme a loro. Oltre a tenere pulita la vasca e accudire i quattro delfini. Uno di loro, il più giovane ultimo arrivato, è il mio preferito per la sua giocosa allegria. Quando scendo in acqua lui mi è sempre vicino e approva con leggeri fischi tutte le mie iniziative.

Cercando di imitare i suoi sibili, gli ho dato un nome: due fischi lunghi e uno breve. Che tradotto potrebbe essere Luciano, il nome di mio padre. Quando la mattina mi avvicino alla vasca e lo chiamo, ovviamente con i fischi, lui mi saluta con due giravolte consecutive fuori dall’acqua e mi viene incontro sul bordo della piscina, ripetendo più volte il mio richiamo. Mi sporgo e strofiniamo i nostri “musi”, in un saluto affettuoso.

I compagni di lavoro hanno arricchito il mio nome chiamandomi “Lucilla la delfina”.

Per raggiungere al più presto il mio posto di lavoro ho preso in affitto un miniappartamento molto vicino. Dal mio balconcino vedo il mare e i delfini della vasca, quando saltano nelle loro evoluzioni.

Sono passati alcuni mesi e il mio amico marino è cresciuto, ora è un bell’esemplare.

La nostra amicizia è diventata per me una necessità esistenziale. Anche di pomeriggio tardi, quando la struttura chiude, rimango con lui fino al tramonto. Le nostre carezze sono diventate più continue e direi approfondite. Passiamo molto tempo vicini. In vasca indosso le pinne per potermi muovere più veloce e per seguire le sue evoluzioni sott’acqua.

Fuori dall’acqua le sue capriole ultimamente si sono modificate. Usa la lunghezza della vasca per prendere velocità e dopo un giravolta in aria, cambia direzione e va più in alto possibile. Ho l’impressione che stia studiando una traiettoria più complessa.

Quando ha finito di allenarsi l’ho chiamato istintivamente Luciano, dimenticando i fischi. Con sorpresa  ho notato che aveva compreso l’appellativo. Infatti si è avvicinato ripetendo i due fischi lunghi e quello breve, come per dirmi che aveva capito il suo nome. Che animale intelligente!

 

Una sera poco prima del tramonto ho compreso a cosa servissero i suoi esercizi nella vasca.

Con stupore l’ho visto volare verso il mare. La vasca è abbastanza vicina alla riva. L’ho raggiunto con una certa difficoltà, perché ho dovuto superare la rete di confine della struttura.

Mi aspettava vicino alla riva e quando sono arrivata i suoi gridolini sembravano di gioia. Ma io ero molto preoccupata e l’ho redarguito aspramente, indicandogli di rientrare nella vasca. Con meraviglia l’ho visto, dopo una rincorsa tra le onde, ritornare nella piscina.

Non capisco come faccia a capire le mie parole, ma ho anche l’impressione che mi risponda, modulando i suoi fischi.

Il salto a mare, quando il tempo è bello e  se c’è la luna che illumina il nostro incontro, ormai è diventata un’abitudine. La sera quando esco dalla struttura mi avvio verso la spiaggia. Lui, saltando  vede quando mi accingo a scendere in acqua e mi raggiunge.

Sento in me nascere un sentimento verso il mio amico delfino che non riesco a definire, intontita dalla nostra vicinanza, dalle carezze e dai baci che ci scambiamo continuamente. Potrei definirlo amore ma la parte logica della mia mente preferisce chiamarlo affetto.

Non avevo mai provato a immergermi nel mare di notte. Se il cielo è stellato e magari con la luna, fino a dieci metri e anche di più l’acqua possiede una luminescenza meravigliosa, arricchita dalla sua stessa natura trasparente e colma di magici riflessi. Il fondo marino appare in tutta la sua sbalorditiva bellezza di colori e contribuisce alla mia frastornata felicità.

Ecco è così. Sono felice quando sono con lui ma anche quando non lo sono, perché sento in me la sua piacevole presenza.

Un giorno, alle prime luci dell’alba quando siamo pronti per ritornare a riva, mi accorgo di aver perduto le pinne e sento una strana sensazione alle gambe. La maschera che ho sul viso mi dà fastidio e la tolgo. Quello che noto è lo strano aumento della velocità, nuoto veloce quasi come il mio amico. Mi fermo. Guardo indietro dove l’ho lasciato e mi accorgo di non avere più le gambe, dalla vita in giù il mio corpo è diventato quello di un pesce, ricoperto da piccole squame verde scuro che brillano nel blu dell’acqua … Sono diventata una sirena.

Anche lui si è accorto del cambiamento e lo festeggia girandomi velocemente intorno e infilandosi sotto al mio corpo, spostandolo verso l’alto. Io festeggio in maniera diversa, quando posso mi attacco con le mani alle sue due pinne inferiori e mi lascio trasportare. Peccato che senza gambe non posso più cavalcarlo. Ho tentato anche di imitarlo facendo una capriola in aria ma ancora non riesco a prendere un forte slancio per cui raggiungo un’altezza minima, appena fuori dall’acqua. Forse ancora non riesco a controllare bene la mia coda.

Il sole intanto ha superato l’orizzonte ed è necessario ritornare verso la vasca. Un pensiero mi preoccupa. Come farò a tornare sulla terraferma?

Mentre ci avviciniamo alla spiaggia, il pensiero è diventato un incubo. Dovrò rimanere a mare? Cosa sarà della mia vita da femmina umana?

Non sono in grado di saltare nella vasca e anche potendo non posso presentarmi come sirena. Il mio compagno invece non mi sembra per niente preoccupato, continua allegramente a girarmi intorno pronunciando gridolini di allegria.

Quando siamo a pochi metri dalla riva, sento la sabbia sotto i piedi. Sì! Ho di nuovo le gambe.

Mentre lui salta verso la vasca, libera da preoccupazioni corro felice lungo la riva.

La giornata di lavoro non mi distoglie per niente dall’accaduto, sempre presente nella mia mente. Oggi ci sono molti spettatori e i delfini, quasi consapevoli, si impegnano molto. Principalmente nel gioco con la palla che tengono in equilibrio sul muso. Hanno anche imparato a passarsela tra loro e spesso la tirano anche a me. Quando non riesco a restituirla  con una testata, la prendo con le mani e la rimetto in gioco. Ma lo spettacolo più gradito al pubblico è sempre quello delle capovolte in aria con la partecipazione di tutta la squadra.

A un tratto mi sento sollevare in aria e sono lanciata già in rotazione per una capriola. Quando riaffioro dall’acqua sono accolta con un lungo ed entusiasta applauso del pubblico.

È stato il mio amico. Che matto! Forse ha dimenticato che al momento non sono più una sirena.

Ma dopo l’applauso mi distendo sull’acqua e faccio un cenno con la mano al mio compagno. Lui intuisce e mi fa ancora volare.

Questa volta mi ha lanciato molto più in alto. Come fossi una tuffatrice, allargo le braccia avvicino le gambe e tento una doppia capriola. Non mi riesce proprio perfetta ma, come prima volta, sono soddisfatta. L’applauso si ripete ancora più a lungo.

 Non riesco bene a rispondere alle domande dei miei compagni di lavoro. Posso solo dire che l’iniziativa della capriola è stata del delfino. Il che poi è vero. Ma loro non sono soddisfatti e continuano l’interrogatorio. Per tergiversare non mi rimane che sorridere e scherzare sull’argomento.

Quando la struttura chiude mi avvio verso spiaggia. Dopo poco arriva il mio compagno che mi ha visto saltando dalla vasca.

Non ho le pinne e nemmeno la maschera, perdute il giorno prima. Con un po’ di nostalgia, mi accingo a scendere a mare. Quando sollevo i piedi per iniziare a nuotare, il prodigio si ripete.

Sono di nuovo una sirena.

Stasera c’è il plenilunio, sott’acqua c’è una luce meravigliosa che mette in risalto colori e trasparenze del mondo marino. I piccoli pesci che avevano paura quando ero una donna ora mi sono intorno e nuotano insieme a me.

Mi accorgo che non ho bisogno di respirare con le vie aeree, forse devo avere in qualche parte del corpo le branchie. Ormai sono anche un pesce.

Dopo aver scorazzato sul fondo del mare, insieme al mio amico entriamo in una grande caverna sotterranea illuminata da alcune alghe fosforescenti. Anche i pesciolini ci seguono.

Dopo aver esplorato la spelonca, sono stanca e decido di stendermi sul letto di alghe. Abbracciata al mio compagno, mi addormento profondamente.

Quando mi sveglio ricordo il sogno che ho fatto. Ormai vivrò per sempre nella speranza che si realizzi la fantastica visione.

Il mio amico delfino, per un altro prodigio, era diventato un uomo.

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La zucca che strizza l’occhio – horror

Hai mai provato la notte prima di Halloween a scrutare bene il buio del cielo?

Potresti vedere un’ombra rossa che volteggia alla ricerca di un luogo sacrificale.

– Buongiorno direttore, vorrei l’autorizzazione a festeggiare insieme agli altri pazienti la notte di Halloween. Magari anche durante la giornata, con i dolcetti e gli scherzetti.

– Ciao Walter, mi hai preso alla sprovvista. Al momento non so decidere ma posso ripensarci se ne parliamo un poco e mi spieghi cosa vorresti fare. Ora devo uscire per un ricovero urgente. È la figlia di una persona molto importante. Più tardi o domattina ne discuteremo. Considerando che scrivi di tutto, porta le tue idee possibilmente scritte.

– Direttore, per poterci pensare anche di notte, posso fare a meno della dose di sonnifero serale? Come è già accaduto altre volte, come quando l’anno scorso ho scritto la poesia di Natale per i miei amici ricoverati.

– Credo proprio di sì. È un periodo che sei molto sereno, penso che si possa sospendere per alcuni giorni. Avviserò io l’infermiera del turno serale. Ciao. Ora devo proprio andare.

– Grazie. Lei è una persona gentile come Manuela. Deve essere una dote familiare. Buona giornata Direttore.

La figlia del Direttore, Manuela, è la psichiatra della clinica. Oltre a essere una bella ragazza  è molto brava nella sua professione. Riesce a entrare nella simpatia dei malati per la sua gentilezza e la sua calma. Con Walter ha un rapporto privilegiato anche perché lui, tranne periodi di turbamento violento, è molto collaborativo e si interessa degli altri ricoverati ai quali spesso trasmette la sua gioia di vivere.

Quando si accorge che è vittima di un prossima alterazione della mente è lui stesso che chiede aiuto a lei. Avuti i farmaci si rifugia nella sua camera in un isolamento forzato fino al ripristino delle buone condizioni.

Essendo un malato particolare è l’unico che gode del privilegio di potersi muovere nell’intera clinica.

Alle otto del giorno successivo è nella sala che precede lo studio del Direttore, ma non viene ricevuto.

Mentre ritorna nella sua camera, nel corridoio incrocia due infermieri che portano letteralmente una giovane donna dal viso disfatto e deturpato che si dibatte e urla. Con una voce roca ripete strane e quasi incomprensibili parole, come se fosse posseduta: – Son giunta. Tremate.  Spaurite. Atterrite.  Giorno più giorno arriva la vendetta della strega di …

Quando il suo sguardo incrocia quello di Walter, le urla e i movimenti convulsi di lei spariscono. Un sorriso le illumina il viso che riprende l’aspetto femminile di una giovane ragazza.

Walter rimane immobile, sente nella sua mente una strana sensazione. È rimasto ammaliato. Gli occhi della fanciulla sono di un azzurro intenso, quasi un blu. I capelli hanno un bizzarro colore rosso con riflessi nero avorio. Quando la ragazza viene trascinata via, inizia di nuovo a urlare. Raggiunta la sua stanza, l’immagine della ragazza è impressa nella  mente più forte della preparazione per i festeggiamenti di Halloween. È assorto e pensieroso.

Un infermiere entra e gli dice: – Walter, il Direttore vuol vederti subito. Vieni.

– Subito? Ma non è occupato con la ragazza?

– Non so niente. Mi ha solo detto che vuole vederti.

Giunto di fronte alla porta della direzione, sente le urla strazianti e la voce roca che diffonde parole ancora più incomprensibili.

Appena entra, così come è accaduto nel corridoio, la ragazza si calma improvvisamente.

Il Direttore, asciugandosi il sudore che imperla la fronte, dice: – Walter. Ma allora è vero quello che mi hanno riferito? La tua presenza calma Marcella.

– Walter, Walter – esclama la ragazza sorridendo – Dillo a questa gente che noi siamo amici.

– Ma io …

Il Direttore colto di sorpresa interviene: – Walter perché non dici che la conosci? Forse hai dimenticato perché è passato tanto tempo.

– Sì, sì … ero una bambina piccola quando lui mi abbracciava, mi toccava e mi baciava. – esclama con entusiasmo la ragazza che ora appare molto calma.

Walter guarda Marcella, cercando nei ricordi un’immagine del passato ma non trova nulla. Inoltre sente anche una confusione mentale e un trasporto verso i capelli rossi e gli occhi blu. Riesce a allontanare la perdita della propria coscienza, esclamando: – Ecco i miei appunti per la festa di Halloween.

– Halloween è una festa bellissima, io so preparare le zucche. – interviene la ragazza con gli occhi che brillano e un sorriso sulle labbra. – poi aggiunge – Perché sono legata? Cosa ho fatto di male?

– Direttore gli appunti. – insiste Walter.

– Sì Walter, ora mettili via ne parliamo dopo.

– Vuoi leggere tu gli appunti sulla festa? – li porge alla ragazza.

– Sì, sì. Li voglio.

– Come fa a prenderli? Bisogna slegarla. – sottolinea Walter.

Un infermiere: – Direttore ma non possiamo slegarla.

Il direttore: – Invece sì. – poi rivolto a Marcella – Se rimani tranquilla possiamo slegarti perché non hai fatto nulla di male. Hai ragione.

Tutti sono pronti a un nuovo evento ma nulla accade. Lei legge velocemente gli appunti.

– Ho fame, molta fame, – dice Marcella – sono giorni che non mi danno da mangiare.

Walter, ripresa piena coscienza intuisce che la sua presenza è ineluttabile. Non si accorge di essere soggiogato. Nella sua mente le parole che lei pronuncia si spengono in un eco.

– Direttore posso fare colazione di nuovo, ho fame anch’io.

Gli occhi di Marcella si illuminano e gli invia un bacio con le labbra.

Il Direttore concede a Marcella di rimanere alcune ore al giorno con Walter per organizzare insieme la festa. Sembrano due persone diverse, impegnate e serene a svolgere il compito.

I ragazzi sono sorvegliati a vista, attraverso un vetro, da un infermiere che deve riferire al Direttore il loro comportamento.

– Cosa ci serve per la festa? – chiede Marcella.

– Tutto. Non abbiamo niente. Per prima cosa scriviamo un elenco delle cose più necessarie.

– Hai ragione. Le zucche e le candele sono le più importanti.  – Mentre parla, Marcella allunga una mano sotto al tavolo e inizia a pizzicare la gamba di Walter, poi passa alla sua azione preferita: conficcare le unghie nella carne chiudendo la mano a pugno. Walter, accertato che l’infermiere non ha notato nulla, passa dal dolore al piacere. Quando è sul punto di eccitarsi la ragazza ritira la mano.

Alla fine, malgrado vari approcci maneschi, l’elenco delle cose da comprare è pronto per essere sottoposto al Direttore.

– Bene ragazzi, vediamo cosa vi occorre: Ventotto zucche? Ma perché tutte queste? I ricoverati sono solo ventuno.

– Direttore è compreso il personale, voi e vostra figlia. Vorremmo fare una festa per tutti. – chiarisce Walter. Marcella conferma: – Diretto’. La festa è a tutti.

– Giusto, avete ragione. – continua a leggere – Quaranta metri di corda e dieci rotoli di nastro adesivo forte, quello plastificato. Ventotto candele.

Quaranta metri? Ma la corda a cosa serve?

– A  collegare le zucche – risponde Marcella

– E il nastro?

– A mantenere ferme le corde.

– Ho capito che le candele servono per illuminare le zucche dall’interno ma dovremo stare attenti, può essere pericoloso. Va bene ragazzi. Domani farò comprare tutto.

– Un’altra cosa, Direttore – replica Walter – vorremmo iniziare la festa con “dolcetti e scherzetti” insieme ai parenti dei ricoverati. Bisogna comprare anche i dolcetti. Per gli scherzetti adopereremo il nastro adesivo.

Con apprensione il Direttore chiede: – Per gli scherzetti vorrei sapere qualcosa di più.

– Scherzetti semplici e divertenti. – precisa Marcella – Code, corna, nasi e orecchie lunghe e altro.

Il Direttore è soddisfatto, condivide e apprezza le idee per lo svolgimento della festa.

La mattina del primo novembre nella casa di cura è tutto un fermento. I preparativi per la festa coinvolgono tutti i pazienti, il Direttore sistema le candele nelle zucche e provvederà lui ad accenderle per evitare incidenti.

Alle diciannove, il cortile si riempie di auto, alcune di lusso. Molti ricoverati appartengono a famiglie benestanti. La retta della clinica è alta ma ogni ricoverato ha la sua camera personale. Il padre di Marcella è un ambasciatore, ed è tra i primi ad arrivare insieme alla sua giovane moglie.

La sala della festa è il refettorio, l’ambiente più grande della clinica.

Ventisei zucche collegate tra loro con corde sono sistemate sui tavoli, posti lungo il perimetro dei muri. Hanno le bocche in parte sdentate, ma quello che attrae e sorprende gli invitati sono gli occhi illuminati: uno a rombo, l’altro triangolare che sembra strizzare. Al centro due zucche di maggiori dimensioni, sempre su un tavolo, troneggiano tra simboli naturali  e non: un lenzuolo fantasma, uno spaventapasseri, un teschio di osso e tante maschere orribili e spaventose.

Il Direttore, quando la sala è piena, prende la parola:

– Signore e signori, come sapete la nostra casa di cura è un fiore all’occhiello della nostra regione. I vostri cari non solo hanno le cure migliori ma sono in un ambiente sano e confortevole. Quest’anno tutti hanno collaborato per festeggiare Halloween insieme a voi. I principali artefici della festa sono stati Marcella  con le sue zucche particolari e il nostro bravo paziente Walter con le sue favolose idee. Dopo il brindisi di augurio, la festa procederà con i dolcetti e scherzetti. Il vostro familiare, ospite della clinica, vi offrirà il dolcetto mentre gli “artefici della festa” provvederanno allo scherzetto. Buona serata e buon divertimento.

I primi festeggiati sono due genitori con il figlio. Mentre il giovane offre loro i dolcetti posti in un vassoio d’argento, Marcella e Walter prendono da una grande scatola di cartone gli “scherzetti” già  preparati. Il padre riceve un corno sulla fronte, sistemato con il nastro adesivo. La moglie una lunga coda, sempre legata con il nastro sul fondo schiena, e la maschera di un teschio infilata nella scollatura.

In uno schiamazzo allegro, la consegna scherzosa prosegue con doppie corna, nasoni agli uomini, baffoni alle donne, codini e codoni oltre a maschere che rappresentano mostri e teschi.

Il divertimento è generale, tutti sono contenti di passare una serata in allegria con i loro congiunti degenti.

Non mancano fotografie e riprese con videocamere. Un ricordo è indispensabile.

Alle ventidue la festa  termina. Gli invitati si congratulano con il Direttore e con la dottoressa per la bella serata trascorsa.

Ora può cominciare la vera festa.

Walter e Marcella consegnano a ogni paziente una zucca, dopo aver spento la candela. Sottovoce dicono loro: – Va in camera tua, sistema la zucca sul davanzale della finestra. Aspetta con calma, verremo noi per il tuo scherzetto.

Il Direttore assiste a questo inizio e notando che tutto procede bene, si ritira insieme alla figlia nello studio.

Tutto procede come un piano tattico di guerriglia.

Primo atto. Consegnare la corda a Giovanni, l’infermiere più robusto, per farla custodire nella sua stanza. In realtà è per allontanarlo.

Secondo atto. Evitare la consegna dei sonniferi. Mentre l’infermiera prepara le varie dosi secondo i pazienti, Walter e Marcella si precipitano nel locale e, dopo averla tramortita  l’immobilizzano e la legano su una sedia con il nastro adesivo che le chiude anche la bocca.

Terzo atto. Provvedere agli attrezzi, quelli del giardiniere custode. Un vecchietto ancora arzillo che, circuito da Marcella, viene stordito da Walter e chiuso, legato dal nastro, nel capanno del giardino.

Quest’ultima operazione serve a dotarsi di armi occorrenti: due forbici cesoie, un coltello a sega e una mazzola di legno, oltre alle chiavi del portone e del cancello.

Quarto atto. Prendere in consegna la Dottoressa.

I due bussano allo studio del Direttore e chiedono alla figlia di dare un farmaco a Marcella che risente della fatica e si sente svenire.

Appena giunti nell’infermeria di piano, Manuela viene immobilizza, legata su una sedia a rotelle e con la bocca chiusa dal nastro adesivo viene portata nella stanza di Marcella. Qui la ragazza le sbottona la camicia,  le graffia e le morde a sangue il seno. Vorrebbe andare oltre ma Walter la ferma, Manuela è una sua amica.

Per completare gli scherzetti bisogna eliminare gli infermieri. Lasciata la dottoressa legata sulla sedia a rotelle, Marcella e Walter vanno nella stanza dell’infermiere.

– Giovanni, potresti darci un pezzetto di corda? – chiede Walter.

– Perché? A cosa vi serve?

– Ad appendere una grande zucca alla finestra del Direttore.

– Va bene. Vi aiuto io.

La risposta non è quella aspettata. Marcella, dopo un’occhiata al compagno di avventura, decide di intervenire. Si avvicina al malcapitato e inizia a carezzargli il torace.

– Come sei bello grosso. E come sei robusto.

– Ma che fai? Stai buona. – si schernisce Giovanni.

Distratto dalle avance e anche un po’ turbato, non si accorge che Walter è alle sue spalle. La mazzola ruota nell’aria e lo colpisce alla nuca. La violenza dell’impatto è maggiore del previsto: il sangue scorre.

Viene legato alla sedia, nastro sulla bocca e zucca sulla testa.

La stessa sorte per gli altri infermieri lascia libero il campo di battaglia.

Il rituale è stato ben studiato e con monotonia si ripete per ore.

La Dottoressa sulla sedia a rotelle, coperta da un lenzuolo fino alla bocca per nascondere il nastro adesivo e le ferite sul seno, è la testimone muta dello scherzetto ai pazienti.

Entrano nelle stanze. Marcella ha il teschio in mano, Walter spinge la sedia a rotelle.

Così recita Marcella: – In questa notte delle streghe e della morte ti porto il teschio di Halloween, bacialo sulla bocca e riceverai il sacro compenso.

L’atmosfera è tale che non c’è reazione. La presenza della dottoressa, anche se agita la testa tentando un segnale, è considerato garanzia del rituale.

Legato su una sedia, bocca e naso avvolti dal nastro, il paziente viene morso a sangue in più parti dalla ragazza che simula un vampiro. Il compagno taglia gli abiti dalla vita in giù con la cesoia e poi si dedica a dipingere con il sangue i capelli sulla zucca, ispirandosi a quelli reali del paziente.

Il suo sogno di pittore si realizza.

Mentre Walter dipinge e sistema l’opera d’arte sulla testa ormai immobile,  la cerimonia si completa  con colpi di cesoia sulle gambe e sulle natiche da parte della ragazza.

Quando non ci sono più clienti da trattare, vanno in Direzione per sistemare anche il padre di Manuela. Gli prendono le chiavi dell’auto e sono pronti per partire. Scendono nella hall, Walter in piedi su una sedia si dedica a una scrittura sul muro, ha in mano un barattolo di sangue. Appena terminata sente le mani di Marcella sulle gambe che tira giù i suoi pantaloni e, vogliosa, inizia a spogliarlo. Lui scende dalla sedia,  si abbandona immobile sul pavimento aspettando il rapporto tanto desiderato. Tutto è compiuto dalla ragazza con piacevole violenza.

Quando è soddisfatta la ragazza propone: – Prima di andare via, ho un’idea per lasciare un ricordo.

– Le tue idee mi fanno impazzire, sono pronto ad aiutarti. D’ora in poi spartiremo tutto fino alla morte.

Lavorano per ore. Spostare tutti i cadaveri, legati alle sedie con le corde e con i nastri adesivi, è un’impresa complessa.

È  l’alba dal cielo rosso, quando La Vampira e il Pittore stanchi ma soddisfatti prendono lo spider del direttore e sistemano sul piccolo sedile posteriore le due grosse zucche.

– Sono stanco. Tu sai guidare? – chiede Walter.

– Sì, da quando ero bambina  andavo al Luna Park.

– Benissimo. Quando sarai stanca, guiderò io.

Con alcuni sobbalzi l’auto parte. Walter invece di preoccuparsi della guida insicura, si diverte. Quando sente la fiancata strisciare sui listoni del cancello la risata aumenta di volume più dello stridore prodotto dal graffio sulla vernice dell’auto.

Il cancello spalancato, nessun guardiano, il portone principale aperto è l’attrattiva dei passanti incuriositi. Quella che sa di incubo sono le teste di zucca che da ogni finestra sembrano osservare attraverso le inferriate ciò che accade sulla via, con un occhio a rombo e uno a triangolo. Tutte le teste sono immobili, tranne una che si agita. Alcune sono anche illuminate da una candela posta sul davanzale.

È la mattina dopo la notte di Halloween, l’inquietudine persevera.

Il gruppetto di curiosi è ferma al cancello, qualche ardito l’oltrepassa addirittura ma non va oltre.

La clinica ospita malati di mente la cui presenza scoraggia sempre le persone.

Quando arriva la polizia, non c’è stata nessuna evoluzione delle scenografia, solo la folla è aumentata ma il silenzio regna e sul loro viso si legge curiosità e paura. Dopo la notte delle streghe, tutti guardano il portone come se aspettassero l’uscita di personaggi spaventosi.

Una squadra di poliziotti, dopo aver fatto spostare la folla, entra nella clinica.

Sulla parete di fronte all’ingresso una grande scritta rossa li accoglie:

CLINICA CHIUSA- CAUSA MORTE

Quando arrivano al primo piano trovano ancora una scritta:

LO SPIRITO DELLA MORTE È PASSATO

L’atrio, i corridoi e le scale sono un deserto silenzioso. Nelle camere seduti davanti la finestra, con la zucca in testa, donne e uomini immobili sono i simulacri della festa.  Tutti legati alla sedia, privi di indumenti dalla vita in giù. Il pavimento luccica di sangue ancora fresco. Nella parte bassa dei corpo diverse ferite. Il sangue gocciola lentamente. Tolta la zucca, un nastro adesivo copre la bocca e il naso, il viso livido è solcato da capillari rotti dal trauma respiratorio.

Un giovane poliziotto arricchisce il rosso laghetto del proprio vomito. Una sua collega sviene, cade inzuppando la divisa di liquido purpureo.

Solo una donna alla finestra è vestita interamente, coperta anche da un lenzuolo.  È viva  e continua a scuotere la zucca. Non sembra ferita. Quando le tolgono la zucca, ancora continua a muovere la testa. Ha il nastro adesivo solo sulla bocca. È viva. Tolto il nastro, dalla bocca esce un urlo disumano mentre continua ad agitare la testa. Gli occhi sbarrati, pieni di terrore e il continuo movimento la caratterizzano come l’unica “paziente”  rimasta viva nella clinica.

L’ultima stanza che gli agenti visitano è quella del Direttore. Sempre con la zucca che copre la testa, l’uomo è seduto alla sua scrivania. Le mani inchiodate da cesoie aperte al tavolo pieno di cartelle cliniche insanguinate dalle dita tutte senza la terza falange, troncata di netto e sistemata insieme alla altre nel posacenere del tavolo.

Il corpo tenuto dritto da una fune sotto le ascelle collegata alla mensola sulla quale poggia il busto di bronzo del fondatore della clinica che è stato dipinto di rosso.

Mentre lo osservano, un misto di mugolio e rantolo esce dalla bocca del poveruomo. Gli occhi sbarrati, aperti nelle feritoie, mostrano un segno di vita. Quando gli tolgono la zucca, ha il nastro solo sulla bocca. Poi reclina la testa e muore.

Lo spider nero corre sulla stradina costiera. Due indemoniati nudi e lordi di sangue cantano a squarciagola. Quando la canzone è Volare, la guidatrice con lucida follia si dirige verso il muretto che  limita la via e l’auto diventa l’aereo del Luna Park.

Dopo un volo di un centinaio di metri, sulla rocce che incoronano la piccola spiaggia un ammasso di lamiere e membra insanguinate definiscono ulteriormente la scogliera.

Sulla riva due zucche, piuttosto malandate, sembrano strizzare gli occhi al mare con nostalgia.

La festa è finita.

L’ombra rossa della forza del male è di nuovo libera nel cosmo.

Attende solo l’opportunità di possedere altre menti.

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Amore cercasi

Racconto breve per il concorso Montegrappa Edizioni “Metti un racconto a cena” Selezionato per pubblicazione e quarto premio.

Erano mesi che tentavo di avere un appuntamento con la ragazza della tavola calda. Una volta avuto, ero anche emozionato malgrado le mie esperienze amorose del passato, purtroppo tutte finite lentamente come una bibita con cannuccia.

È domenica, unico giorno libero di Giovanna. Parcheggiato l’auto, l’aria di primavera accompagna insieme al profumo dei fiori, il mio cammino verso l’uscita della stazione ferroviaria.

È una pendolare, arriva ogni giorno dalla periferia per il lavoro. La conosco da quando frequento la tavola calda per il pasto quotidiano. Di lei conosco solo il nome. Scambiamo poche parole, l’ora di punta a mezzogiorno non permette lunghi dialoghi. La osservo mentre si muove tra i tavolini per servire le pietanze ai clienti. Le ragazze sono tre ma lei si distingue, oltre che per il suo fisico ben proporzionato, per il sorriso che porge a tutti.

È un giorno festivo, pochi passeggeri escono dalla stazione. Non l’avevo riconosciuta, poi l’ho individuata perché unica donna giovane.

Ma come è diversa!

I capelli molto lunghi, raccolti a coda, le arrivano quasi alla vita. Ho sempre notato il suoi capelli biondi nascosti sotto il cappellino di servizio che nascondeva la loro lunghezza. Anche gli occhi azzurri sono decorati da una linea nera sulla palpebra inferiore che esalta il colore.

Ma quello che completa la sua avvenenza sono le lunghe e tornite gambe scoperte da una minigonna di colore viola.

Le vado incontro. Ci scambiamo due leggeri baci sulle guance. La prendo per mano e ci avviamo dove ho parcheggiato l’auto.

Mi sembra un sogno, ho per mano una ragazza bella e appariscente. È la prima volta che mi sento esaltato da una tale sorte.

Che sia la volta buona?

Preso posto nell’auto, mi accorgo che ho poca benzina nel serbatoio. Mi fermo alla mia solita stazione di servizio. Noto che il ragazzo addetto alla pompa sbircia le gambe di Giovanna, le riguarda con interesse anche quando pulisce il vetro del cruscotto. Mentre pago mi dice: – Auguri Dotto’.

Questa volta non gli do la mancia.

Finalmente posso dialogare con Giovanna. Decidiamo di andare a passeggiare vicino al mare.

Quando siamo in vista della spiaggia suona il suo smartphone. Deve essere un amico per la confidenza da come gli parla. La chiacchierata continua anche quando scendiamo dall’auto e ci avviamo verso la spiaggia.

Appena termina la telefonata, un giovanotto che risale dalla sabbia in compagnia di una ragazza, le sorride e le schiocca due baci sulle guance. Poi le dice; – Giovanna sei più bella che mai.

Lei risponde: – Non esagerare … Sempre il solito adulatore. Ma quando sei tornato?

– La settimana scorsa.

– Potevi anche telefonarmi. Non ti pare?

I due continuano a parlare come se fossero soli. Io e la ragazza non esistiamo. Alla fine si salutano con altri baci.

Finalmente passeggiamo sul bagnasciuga, Giovanna consapevole della mia leggera alterazione, mi prende per mano. Passano pochi minuti e lo smartphone risuona.

È ancora un altro amico, al quale lei promette che la prossima domenica andranno a fare una nuotata insieme.

Spegne il telefonino dicendomi: – È meglio chiudere altrimenti ci disturbano la passeggiata.

Passeggiamo mano a mano in silenzio. Il mare azzurro leggermente increspato da piccole onde verdi mi distrae. Amo il mare anche se non sono …“ricambiato”.

Stavolta altro che bibita con cannuccia è stato solo un sorsata veloce, anche un po’ amara.

Da domani pranzerò a un ristorantino che sta lontano dalla tavola calda. Non riuscirei a vederla senza sentire una forte angoscia.

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Tre racconti di cento parole

Racconti brevissimi per il concorso Montegrappa Edizioni. Selezionato per la pubblicazione “Le ortensie del giardino d’inverno” e quinto premio.

Le ortensie del giardino d’inverno

Piove. Corro lungo il bagnasciuga.

Quando vedo l’albergo seminascosto dalla pineta, mi accorgo della ragazza.

Sembra venirmi incontro. Anche lei fugge dall’acqua.

Quando arriviamo insieme all’ingresso, le chiedo:

– Qual è il numero della tua camera?

– Non alloggio qui. – mi risponde.

La guardo. La sua fluente  chioma sembra voler vestire il suo corpo.

Siamo in costume.

Alle spalle dell’albergo c’è un giardino d’inverno, la prendo per mano. Insieme ci ripariamo tra i fiori.

In silenzio, riscaldiamo i nostri nudi corpi nell’amplesso amoroso.

Quando riappare il sole, lei fugge. Non conosco nemmeno il suo nome.

Ricordo solo il profumo dell’ortensie.

 

Profumo di crisantemi

Due novembre, il tram non è affollato. Seduto vicino al finestrino, guardo la gente per strada che, per il vento, procede con difficoltà.

Cappelli che volano.

Gonne  che svolazzano.

Carte e foglie che mulinano sui passanti.

Mi accorgo, dell’immagine riflessa dal finestrino, che il mio vicino di posto sorride. Commento a voce alta: – Che giornata  divertente.

Nessuna risposta.

Mi giro, il posto è vuoto. Riguardo il finestrino, l’immagine sembra  agitarsi dal ridere. Ho dei brividi.

Appena il tram si ferma, scendo.

Guardo.

Ancora lui! Seduto al mio posto, sorride e mi saluta con la mano.

Domani prenderò la metropolitana.

 

Le patatine fritte

Alle elementari avevo un’amica con le treccine bionde. Insieme ci divertivamo a masticare patatine croccanti.

Quando suo padre ebbe un trasferimento, lei sparì dalla mia vita.

Sono passati più di trent’anni, ieri l’ho rivista. Un giovanotto,  salito sul treno a Firenze, conduceva per mano Matilde.

Il confronto con l’immagine della mia mente era perfetto. Sono rimasto frastornato, più la guardavo e più vagavo nel sogno del ricordo. Perfino il sapore delle patatine invadeva la mia bocca.

– Matilde! – da incosciente l’ho chiamata.

– La mia mamma si chiama Matilde.

Sono due anni che vagabondo per Firenze, come un barbone. Cerco la mamma.

 

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IL rudere – quindicesima parte

Anche questa volta quando il portone si apre, Mora ci avvisa che i castellani sono tutti partiti per la loro residenza di montagna e che torneranno fra un paio di giorni.

Entriamo. Anche volendo andare via non sappiamo come fare a tornare indietro. Questo strano reale sogno può terminare solo all’alba.

Nel cortile troviamo due uomini che stanno rimettendo a nuovo una carrozza. Giulia si interessa alla pitturazione, dando anche qualche consiglio sul colore della vernice.

– Questo verde mi sembra troppo scuro, credo che aggiungendo del colore giallo diventerà un verde più pastello.

I due “restauratori” la guardano con simpatia ma non credo che capiscono la parola pastello. Evidentemente la parola è moderna. Infatti prendono il colore giallo ma si fermano guardando Giulia. Lei allora interviene, miscelando il verde con il giallo.

Quando fa una prova sulla carrozza, il colore viene apprezzato dai due che iniziano la verniciatura.

Aspettando l’ora di pranzo, ci sediamo sulla panchina. È la stessa dove Armela mi ha tentato con un approccio.

Mora ci porta un rinfresco. Mentre lo sorseggiamo lei si siede vicino a me. La panchina non è a tre posti per cui mi è molto vicina. Sento il calore del suo corpo e le mani su di me. La mente trabocca di ricordi, suoi e di Armela. Giulia sorride e pensando di togliermi dall’imbarazzo commenta: – Mi alzo, così state più comodi. Lei non sa che anche Mora è stata nel mio letto.

Io mi sposto ma Mora si riavvicina. Giulia se ne accorge, si alza e dice: – Ah … se è così posso anche allontanarmi.

– Ma che dici? Cosa ti passa per la testa? – rispondo.

– A me niente. Ma a lei … credo di capire. Del resto in questo castello l’amore è al primo posto. Credo per tutti.

Mora non conosce la nostra lingua, ma deve intuire qualcosa perché sorride e se ne va.

Ci risediamo sulla panchina e riprendiamo il discorso iniziato da Giulia sull’amore.

– Hai ragione. In questo castello l’amore o per lo meno il sesso è sempre presente. – le dico.

– È significativo il dormire separati, maschi e femmine, in due ali diverse del castello. – poi aggiunge – Credo che lo facciano anche bene. Hanno una lunga esperienza.

– Anche in questo hai ragione. Lo fanno con molta passione. Stasera rimani anche tu?

Giulia mi guarda negli occhi dicendo: – No. Sei proprio a tuo agio in questo posto. Non rimango di sicuro. A tre? Non ci penso proprio.

– Ma cosa hai capito? Io non intendevo questo. Ma solo che con la tua presenza mi evitavi di tradire Armela.

Dopo pranzo, Giulia vuole scendere a vedere nel cortile come procede il lavoro di pittura. È tutto finito. La carrozza troneggia in bella mostra al centro del cortile.

Commento con fervore: – Non avevo dubbi. Un’esperta come te di colori non poteva fallire.

– Grazie. Ma credo che il bordo giallo non contrasta molto con il verde. Il nero forse avrebbe esaltato meglio il verde chiaro.

– Forse sì, ma mi sembra che il giallo e il verde siano i coloro dello stemma della famiglia.

– Ricordi poco. Il nero è proprio il contorno dello stemma verde e giallo. – sottolinea lei.

A sera mentre mi accingo a spogliarmi sento bussare alla porta. Mi illudo che sia Giulia ma è Mora.

Stasera tradirò Armela. Come ha detto Giulia “sono esperti”. Mora è molto più esperta della principessina.

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Il derby della lanterna

Con il testo di questo racconto ho partecipato al concorso “La stanza di Erato” di Genova. Ho preso il secondo posto, nella sezione racconti, pubblicati nella relativa antologia del 2018.

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Due sono le mie principali passioni, il mare e il calcio.

Gli amici subacquei del club “Azzurra” di Rapallo mi hanno comunicato con un messaggio il loro arrivo sabato mattina di fronte all’arenile di Boccadasse.

Sono sulla spiaggia con tutta la mia attrezzatura subacquea, quando un piccolo gommone si allontana dal grande motoscafo e viene verso la spiaggia. A pochi passi da me noto una ragazza con i capelli rossi. Anche lei con un sacco sportivo simile al mio.

Le sorrido e le dico: – Ciao sono Angelo. Non mi dire che aspetti anche tu gli amici di Azzurra?

Lei mi guarda con occhi blu come il mare e risponde: – Ciao. Hai un intuito invidiabile. Io sono Mariangela.

– Da quando sei iscritta al club? Possibile che non ci siamo mai incontrati?

– Non sono iscritta. Mi ha invitato Giovanni che ho conosciuto allo stadio.

–  Per quale squadra tifi?

– La Sampdoria. E tu non sei tifoso?

– Sì. Ma la mia squadra è il Genoa. Domenica prossima c’è il derby e saremo rivali.

– Ah! Povera Genova … – l’arrivo del gommone l’ha interrotta.

Mariangela ama la natura e, in acqua, si diverte a inseguire i pesci come fosse un gioco. Considera il fucile subacqueo un arma vera e propria.

Sul motoscafo abbiamo fatto coppia, eravamo gli unici single, e ci siamo divertiti raccontandoci  i nostri passati e falliti amori. Le nostre avventure sono molto simili.

Per tutti i pomeriggi della settimana, dopo il lavoro, ci siamo frequentati fino a sera. È nato un feeling molto amichevole.  Sabato sera sotto al suo portone sentivo il desiderio di baciarla, memore delle mie passate avventure, non l’ho fatto.

Prima di lasciarla ho proposto: – Ci vediamo domani?

– Allo stadio? Se cambi squadra potrebbe anche essere possibile. – ha detto, mentre prendeva dalla borsa una sciarpa con i quattro colori della Sampdoria, ha poi aggiunto  – Questa è sempre con me.

– Domani indosserò la mia e ognuno sarà con i propri amici. – ho risposto.

Dopo la partita, finita con il pareggio, ho notato Mariangela insieme al suo gruppo di amici tifosi, che indossava la sciarpa. Nascosta la mia, annodandola alla vita, l’ho avvicinata.

Siamo rimasti insieme per l’intero pomeriggio. La serata si è conclusa nella mia mansarda.

A terra, vicino alla porta due sciarpe avviticchiate come i due corpi sul letto, ricordavano un’antica dimenticata rivalità.

 

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LAfa 31 – Il museo delle riproduzioni d’arte

LAfi organizza una visita al Museo delle riproduzioni, che ospita in una sala le opere di Giosuè Artes, un giovane pittore famoso per i suoi disegni ispirati all’arte classica ma elaborati in maniera moderna.

All’ultimo momento il ragazzo della LAfi non può partecipare perché deve acquistare alcuni prodotti agricoli.

Andranno in quattro. LAfi, ILfi, Francy e Gemi. La Bionda preferisce non partecipare perché non tollera il corteggiamento di Francy a ILfi, il suo ragazzo. Loro  sono in pausa di riflessione, proprio per l’atteggiamento di Francy verso lui.

Prima delle opere del giovane, i ragazzi guardano alcune riproduzioni, sempre di opere famose, eseguite da alcuni allievi dell’Accademia. Sono molto belle e i ragazzi le guardano ammirati.

Anche alcuni quadri astratti sono esposti nella sala precedente a quella dedicata a Giosuè Artes.

 

LAfi legge dal catalogo: – Questa è ispirata al particolare delle tre grazie, nell’opera “La primavera” di Sandro Botticelli. Quella precedente era ispirata alla “Regina di Saba”, sempre un dettaglio, di Piero della Francesca.

Francy: – Che belle, Artes deve essere proprio un genio. – poi rivolta alla LAfi – Tu che hai frequentato l’accademia, lo conosci?

Gemi: – Non è italiano. È argentino.

LAfi: – Sì. Infatti lo conosco principalmente di nome e da una fotografia che ho visto su una recensione.

Nella sala entra un giovanotto con i capelli neri e lunghi. LAfi esclama: – Eccolo. È lui.

Francy: – Che tipo interessante. Andiamo a conoscerlo.

Dopo le presentazioni, insieme guardano le opere in esposizione.

LAfi: – Questa è sicuramente “Leda e il cigno” di Leonardo da Vinci.

Artes: – Esatto. Vedo che sei un’esperta d’arte. Brava.

Francy: – Esperta? Lei è un’artista. Le ho fatto da modella, insieme ad un’amica. Per una composizione scultorea.

Gemi: – A proposito, devo ancora provvedere alla tua parcella.

ILfi si è allontanato e lo vedono che parla con due giovane ragazze.

Gemi commenta: – E bravo. Eccolo a caccia, non perde occasioni.

All’uscita dal museo, non c’è Francy.

ILfi: – Ma Francy dov’è?

Gemi: – Credo che se la sia squagliata con Giosuè Artes. Quando si “appassiona” nessuno la ferma.

LAfi al ILfi: – Anche tu, mi sembra che hai tentato un approccio con due ragazze al museo.

ILfi: – Sì, ma mi è andata male. Erano due straniere. Non parlavano l’inglese, che io un poco   conosco. Erano russe e conoscevano la lingua francese. Ho capito poco o niente. Quella alta, molto simpatica, mi ha dato il suo numero di cellulare.

LAfi: – Bene. Allora qualche speranza l’hai? Il francese, per noi italiani non è difficile.

ILfi: –  Chissà. Devo solo sperare che il loro francese sia perfetto. Cosa che non mi è sembrato per niente. Perché nelle loro frasi ogni tanto qualche parola doveva essere russa o tedesca.

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