Serapo e Nettuno – 4

Poi lentamente, sempre stringendo le mani all’amica, piega le ginocchia, a bocca aperta immerge la testa sott’acqua. Quando è sott’acqua soffia l’aria con la bocca, riemergendo. Ripete per tre volte poi guarda l’amica e le dice: – Prova tu. È facile. L’acqua, se non respiri, non entra.

Seopra, la guarda poco convinta, poi tenta ma scende poco sott’acqua, solo con la bocca, soffia forte e uno spruzzo di acqua raggiunge il viso di Serapo che, prima sbigottita poi divertita, così risponde all’amica: –Ma che fai? Ti diverti a bagnarmi? Riprova. Ma scendi molto più giù, io non ti lascio le mani.

– Tranquilla? – Facile a dire. Io ho paura dell’acqua. Ma voglio riprovare, mantienimi forte.

– Prendi l’aria prima di scendere, mi raccomando con calma.

Seopra riprova, ma anche questa volta c’è qualcosa che non va, prende tanta aria che ancora prima di immergersi comincia a soffiare, poi scende molto e si trova senz’aria, esce di scatto perde l’equilibrio, travolge Serapo e insieme cadono sott’acqua, si abbracciano. Quando escono Serapo si preoccupa per l’amica, ma la trova sorridente. L’esperienza è stata positiva, Seopra è uscita indenne dall’acqua, stringe Serapo le dice: – Con te è tutto bello, amica mia.

– Allora riprova, ma respira piano e non tentare di affogarmi.

– Certo che riprovo, ma con te vicino.

Ancora abbracciata all’amica, piegando le ginocchia la porta giù, sottacqua. Poi affiorano, prendono fiato ed ancora vanno giù. Ripetono per molte volte il movimento, e ogni volta Seopra appare più sicura e tranquilla.  Allora Serapo pensa di riprovare la lezione di nuoto e fa distendere l’amica sull’acqua dicendole: – Hai visto che sott’acqua non c’è pericolo, dai riprova a galleggiare. Devi però stendere le braccia, altrimenti la prova non riesce bene.

Seopra, stringe le mani all’amica e questa volta, con molto più coraggio si stende sull’acqua, Serapo la vede tranquilla e allora le dice: – Ora ascoltami bene, pian pianino muovi le gambe, una alla volta, sempre tenendole distese. Io non ti lascio, stai tranquilla.

Le fanciulle continuano intanto a divertirsi, dopo   la lezione di nuoto si rincorrono nel mare e poi sulla sabbia; dove, rotolandosi per terra, sottili granelli di sabbia aderiscono alle loro giovani e frementi membra. Poi di nuovo a mare, dove i granelli ritornano nel loro elemento naturale e le fanciulle ai loro giochi acquatici.

Quando escono dal mare, la tunica bagnata aderisce molto al corpo di Serapo, copre ma nulla nasconde delle forme. Seopra scuote la testa, ride e sentenzia: – Ti sei vestita? Brava. Mi sembri più nuda di prima.

– Perché tu credi di essere vestita?

– E Sira? Stamattina non viene? Chiede Seopra.

– Non credo che venga più, ormai è tardi e il sole è pronto per dar corso al giorno. – Le risponde Serapo, aggiungendo: – Ora è il momento di andare, torneremo domani.

– Ma è ancora presto. Restiamo fino all’alba.

– No. Amica mia. Non voglio correre al tempio e prepararmi in fretta, come accade quando viene Sira. Oggi è inutile, resteremo fino all’ultimo momento quando saremo con Sira.

Prende la mano dell’amica e questa, che quando Serapo le prende la mano e disposta sempre a cedere, la segue come figlia di madre amorevole.

Nettuno ha spiato le fanciulle da sottacqua ma ha preferito non farsi vedere per non spaventarle.

Si avviano verso la grotta, anche Nettuno, pago della vista, ritorna con il suo fidato serpente, sull’isolotto. Dove Sira così l’accoglie: – Signore, il ritorno non è stato veloce, hai incontrato Serapo? Non è fuggita? Già si è resa disponibile, la fedifraga.

– La tua gelosia è proverbiale, non ti ho mai vista così innamorata.

– Ma quale innamorata?  È solo una timida fanciulla. Poi c’è nell’aria qualcosa che non capisco, replica Sira.

– Ma quale cosa? Non fingere con me, ti conosco bene: “Gli uomini li elimini subito o subito dopo, ma le donne le sai amare bene”. Ripeto … gelosa!

La giornata trascorre tranquilla anche se nel tempio iniziano cerimonie particolari. Giungerà fra due lune la dea Serapide che trascorrerà un periodo nel proprio santuario, dove consacrerà le adepte e le vestali più giovani al suo culto. A giorni alterni le cerimonie, per queste fanciulle, si sposteranno in una parte del tempio sotterranea, più lontana dagli edifici principali.

L’indomani la sacerdotessa darà inizio a queste cerimonie preparatorie e Seopra, che è una delle vestali più giovani, sarà impegnata già prima dell’alba. La fanciulla è un poco dispiaciuta per l’impegno mattutino che non le permetterà le scappatelle con Serapo, ma altresì contenta per il raggiungimento di una più completa iniziazione alla vita della comunità templare. Ad alcune di queste cerimonie particolari parteciperanno anche alcuni serapei, popolo devoto a Serapide, scelti tra quelli di rango maggiore. Questi sono ammessi al tempio dove, solo in questo luogo, possono consultare sia la sacerdotessa per oracoli, sia le vestali già iniziate per riti diversi, principalmente propiziatori. Seopra è molto contenta di essere stata considerata pronta per questa sua maggiore partecipazione alla vita del tempio.

Serapo incontra la fanciulla che felice gli comunica la scelta. – Sono stata scelta per diventare finalmente una vestale stabile. Sono contenta, sono mesi che aspettavo questo momento.

– Che bello, amica mia, sarai certamente una delle prime. Sono sicura che anche tu sarai scelta come futura sacerdotessa.

– Questo non lo so! Solo una fanciulla ogni cinque anni può aspirare a tanto, deve essere bella e saggia come te. – risponde Seopra.

– Queste sono qualità che tu già hai, del resto sei amica mia! Quando comincerai i riti preparatori? Sai che dovrai alzarti di notte, per raggiungere il tempio sotterraneo. Conoscerai i serapei più importanti della città. Assisteranno ad alcune cerimonie e parteciperanno insieme a voi ai riti propiziatori.

– No. Non lo sapevo, queste cose non ce l’hanno dette. Così conoscerò anche degli uomini?

– Calma fanciulla! Li conoscerai Sì. Ma non li potrai frequentare da sola, sarà sempre un rito collettivo.

 – Mi sembrava strano. –  Seopra tace, guarda Serapo negli occhi e le viene un leggero velo negli occhi e dice: – E Sira? Quando la conoscerò?

Serapo le carezza   i capelli, le dà il rituale bacio in fronte e la tranquillizza così dicendole:

– Non sai proprio nulla. Giovanissima e bella vestale. I rituali nel tempio sotterraneo non sono ogni giorno, sono a giorni alterni. Nei giorni di riposo: ti riposerai insieme a me! Ma allora quando cominci?

– Comincerò domani, anzi stanotte partiremo per il sotterraneo.

– Già domani? Allora stasera a letto presto, sai che non farai per il momento il rituale di mezzanotte. Beata te che potrai dormire per tutta la notte.

– Anche questo non lo sapevo. Come sei brava! Tu sei la mia guida.

Serapo è un’amica sincera e consapevole, per cui non può fare a meno di aggiungere un avvertimento per Seopra: – Se vuoi diventare una vestale prescelta come sacerdotessa stai attenta alle amicizie, alcune come la mia possono anche essere pericolose.

– Ma che dici? L’amicizia sincera è rara e non può dare danno. Presto tu sei una “prescelta” per questo i tuoi consigli sono preziosi.

– I consigli forse … ma le scappatelle?

– Le scappatelle sono normali, lo sai anche tu! Siamo giovani, un poco di divertimento ci spetterà pure. Poi quando saremo anziane vestali o sacerdotessa saremo perfette o quasi.

– Brava Seopra, sei entrata proprio nello spirito per una buona carriera nel tempio, ormai la tua saggezza e la tua fede non vacillano.

– Domani vedrai Sira? Beata te. A quell’ora io già sarò a purificarmi nelle cerimonie iniziali.

– E questo come lo sai?

– Lo dicevano sottovoce le fanciulle scelte. Prima settimana “purificazione”. Cosa sarà? Dimmi, così sarò preparata.

– Fuoco e acqua, poi   metallo e legno saranno, per la prima settimana, i tuoi amici. Ma altro non ti dico. È un rituale molto bello, vedrai, sarai soddisfatta. Ora andiamo, tu non puoi tardare, la tua condotta sarà sotto controllo, per lo meno nel tempio.

– Prende per mano Seopra e la conduce verso le altre fanciulle, già schierate per la processione.

L’indomani molto prima dell’alba Serapo si sveglia, quella mattina andrà sola alla spiaggia. Si prepara e con molta calma, lascia il tempio dall’ingresso principale, lei può uscire liberamente, e si avvia verso la roccia che cela l’ingresso alla grotta. Le viene da pensare alla prima volta che scoprì l’ingresso.

“Era un giorno di primavera e lei, sempre da sola, passeggiava tra queste strane rocce affioranti sul limitare della collina che ospita il tempio, mise un piede in fallo e cadde verso una roccia dalla strana forma, sembrava una torre quadrata. La roccia non era molto grande, superava di poco l’altezza della fanciulla.  Nella caduta Serapo finì   ai piedi   di un grosso cespuglio di felce, rialzandosi notò che dietro al cespuglio vi era una macchia scura, incuriosita girò dietro al cespuglio e si accorse che la macchia scura non era altro che un piccolo antro nella roccia. Quella mattina non scoprì altro in quanto non ebbe il coraggio di entrare carponi, perché poco alto, nell’antro appena scoperto.

Il giorno successivo sempre nella passeggiata mattutina, con più coraggio si addentrò nella piccola grotta. Superata l’entrata, la grotta diventava abbastanza alta da poter camminare stando in piedi. Tuttavia bisognava procedere con cautela in quanto il percorso era abbastanza in discesa, ma essendo stretto si poteva procedere aiutandosi con le mani vicino le pareti rocciose. Alla fine della discesa, il percorso  si  allargava  in  larghezza e in altezza ed era illuminato dal chiarore che precede l’alba, da una grande apertura verso il mare.

Era così giunta in una caverna posta a mezza costa sul mare, raggiungere la spiaggia era abbastanza facile, malgrado alcune piccole rocce sporgenti nel sentiero. Questa scoperta l’aveva entusiasmata e poiché ella credeva nel destino, la riteneva parte della propria vita. Arrivata alla spiaggia si genuflesse e fece la promessa che finche in vita sarebbe tornata sempre al mare.”

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Continua: Serapo Nettuno – 5

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Serapo e Nettuno – 3

Quando ricadono, Sira la conduce sott’acqua per un paio di metri, poi la porta a galla e distendendola sull’acqua le riprende le mani, che poi pian piano lascia.

– Che bello. – Dice Serapo. – Scusami per come ti ho chiamata!

– Quando? Sentiamo, brava la fanciulla!

– Perdonami, non lo meriti proprio un appellativo del genere.

– Ti perdono, ma non del tutto. Dillo, coraggio. Come mi hai chiamata?

– Quando sei andata sott’acqua e mi hai lasciata sola ti ho detto: “Malvagia”. Amica mia perdono, tu sei meravigliosa, altro che malvagia.

– Malvagia! Bene me ne ricorderò a riva, là potrai difenderti meglio dalla mia vendetta.

– Bene. Sono pronta a combattere. Portami a riva che sono anche stanca. –  Dice Serapo, che ha capito l’ironia di Sira e aggiunge: – Fammi salire, e vai come una cavallina marina.

– Questo è troppo! Mi prendi anche in giro. – Risponde Sira mentre, con la fanciulla in groppa, si avvia verso la riva.

Raggiunta la riva, Serapo si accorge che il sole sta per emergere dal mare, è tardi. Felice e sorridente dice a Sira:

– È tardi, ciao. A domani?

– Non pensare di cavartela così! Domani la vendetta dell’offesa, oggi solo un pegno: dammi tre baci di saluto. Uno qui. – Indica la fronte, Serapo la bacia. – Uno qui. –  Indica il naso, Serapo esegue. – E uno qui. – Indica la bocca.

 Serapo, senza indugio le schiocca un bacio sulle labbra, poi arrossisce e fugge via, mentre Sira da lontano le urla: – Corri, corri. Piccola fuggitiva.

Serapo arriva di corsa al tempio, entra nella grande camera da letto e qui incontra Seopra, si baciano sulla fronte e tenendosi per mano escono. Seopra ha portato i tralci e le tuniche per la vestizione.

Arrivano al patio del secondo piano, sono sole, è ancora presto. Seopra, posa i tralci e le tuniche sul muretto, non parla ma la scruta con i suoi grandi occhi. Serapo intuisce quello che la sua amica non dice, le prende le mani, si siede sul muretto e l’attira a sé mentre dice: – I tuoi grandi occhi parlano. Siediti qui vicino a me. Ti dirò il mio segreto.

Seopra si siede sempre in silenzio, sorride. Serapo continua: – Al mare ho conosciuto una sirena.

– Una sirena vera?

– Sì. Una sirena bellissima, con i capelli neri, gli occhi color del mare e una coda favolosa color argento con squame d’oro. Il suo nome è Sira. L’ho incontrata già due volte.

– Sira. Che bel nome. Di cosa parlate? Ma non è pericoloso per te?

– No. Non è pericoloso, lei dice che le è permesso essere mia amica.

– Come tua amica? Perché amica! È una sirena.

– Ma è una sirena affettuosa, giochiamo insieme nell’acqua e mi insegna anche a nuotare. Ha un bel carattere, sempre allegra e ironica, ci divertiamo tanto. Mi porta anche in groppa, velocemente sul mare.

– Ho capito. È veramente una tua amica, beata te che puoi uscire. – Dice Seopra con tristezza.

– Non essere triste, sei sempre tu la mia amica del cuore. Perché una mattina non vieni anche tu?

– Ma io non posso. Mi è proibito.

– Lo faremo di nascosto. Non ti accorgi che anche le altre fanciulle, ogni tanto, si divertono in modo non permesso. Hanno tutte qualche segreto.

– Veramente pensi che potremo? Sarei felice.

– Certo che lo faremo. Domani ci svegliamo presto e andremo sulla spiaggia, Sira dovrebbe proprio venire. Ora prepariamoci

– Si alza prende un tralcio e comincia a intrecciarlo tra i capelli dell’amica, di tanto in tanto le fa una carezza sul viso, le dà un buffetto, le fa l’occhiolino ridendo e le sussurra sottovoce nell’orecchio: – Se Sira ti vede così bella, certamente s’innamora di te.

– Come s’innamora? Ma che dici? Ma chi è questa Sira?

– Zitta, non urlare. Vedrai sarà bello.

– Come sarà bello? Mi fai venire i brividi.

– Ma cara, sono già i brividi della passione? Sciocchina non vedi che scherzo. Anche questo modo di scherzare   l’ho imparato da Sira.  Vedrai ti piacerà molto, è proprio una sirena piena di sorprese.

Terminano la preparazione, indossando le tuniche, si guardano e ridono. Seopra, appare un poco turbata e un poco eccitata, ogni tanto non perde occasione per carezzare Serapo con la scusa di aggiustarle la tunica o i capelli.  Il gong la distoglie e, come due automi, le fanciulle vanno per la cerimonia.    

Le due amiche quella notte dormono poco, si svegliano spesso pensando all’indomani. I giacigli delle fanciulle sono lontani, tempo prima erano contigui, ma era stato riferito alla sacerdotessa che le fanciulle spesso si spostavano nello stesso giaciglio, colpa del “freddo invernale” era stata la giustifica di Serapo e Seopra. La sacerdotessa, dopo averle redarguite aspramente, aveva stabilito i nuovi posti. Le regole erano ferree ma le punizioni blande, forse per una maggior coscienza del tempo sulla rinuncia del sesso per istituzione rispetto alla scelta del voto di castità.

Molto prima dell’alba, quasi fossero una sola anima, contemporaneamente scendono dai rispettivi giacigli e si ritrovano sull’uscio della sala dormitorio. Senza parlare si bagnano nella piscina, si asciugano, indossano semplici tuniche e scavalcato il basso muro di cinta, nel posto più nascosto, escono dal tempio. Camminano tenendosi per mano, Serapo sente la mano della compagna fremere, la guarda e anche se la notte è senza luna, alla luce delle stelle vede nella compagna una grande emozione, le dice:

– Coraggio, hai paura? Che male c’è in una scappatella.

– Se lo scopre la sacerdotessa?

– Stai tranquilla. Le punizioni della sacerdotessa sono lievi, lei è molto comprensiva con noi fanciulle

– Scusami, ma comprendimi. È la prima volta che lascio il tempio di nascosto e poi la storia di Sira mi affolla la mente.

– Piccola vieni qui. Lasciati abbracciare forte, così ti infondo il mio coraggio.

L’abbraccia e le carezza i capelli, così come si fa con una bambina. Bambine sono un po’ tutte le vestali, portate al tempio piccine non hanno avuto il tempo di crescere come donne.

Seopra appare tranquillizzata, Serapo la bacia sulla fronte, poi, con uno strano impulso forse pensando a Sira, le dà un veloce bacio sulla bocca. La riprende per mano e le dice: – Andiamo ora.

Raggiungono il passaggio segreto che conduce alla grotta, è buio ma Serapo, che conosce il percorso anche al buio, procede con decisione. Seopra la segue fiduciosa ormai non ha più paura.  Quando escono dalla grotta, è ancora al buio.

Sul mare calmo si riflette il cielo stellato. Seopra rimane incantata dallo spettacolo, è immobile e guarda verso il mare, con occhi lucidi. Poi esclama: – Che spettacolo meraviglioso, le stelle nel mare. – Serapo la fissa negli occhi e risponde: – Stelle da per tutto. Anche i tuoi occhi sono due stelle.

Serapo si toglie la tunica, la poggia su una roccia e si avvicina alla riva. L’amica la guarda incuriosita e commenta: – Che fai? Ti fai sempre il bagno nuda?

– No. È la prima volta. Stamattina è ancora buio. Vieni anche tu a mare?

– Eccomi, sono pronta. – Dice Seopra, togliendosi anche lei la tunica.

Le fanciulle si bagnano a riva, senza allontanarsi. Scherzano con l’acqua del mare, si spruzzano, si rincorrono, si divertono felici. Quando le stelle si affievoliscono, perché un leggero chiarore comincia a lambire l’orizzonte, Serapo esce dall’acqua, seguita dall’amica che ormai spensierata la segue in tutto.

– Ora vestiamoci. – Dice Serapo, indossando la tunica recuperata dallo scoglio.

Poi prende la tunica dell’amica, ne fa un piccolo fagottino, come una palla e la lancia all’amica che la prende a volo. Anche lei indossa la tunica.  Le due fanciulle ritornano in acqua. Serapo prende l’amica per le mani e la fa stendere sull’acqua, così come ha fatto la sirena con lei per insegnarle a nuotare.

Seopra non riesce a stare completamente a galla, la paura le irrigidisce il corpo per cui i piedi e le gambe non riescono a galleggiare, inoltre non è disponibile a stendere le braccia; è rigidamente aggrappata alle mani dell’amica.  Serapo intuisce che così non può galleggiare, ma da inesperta non sa come consigliarla. Intuisce che l’amica ha molto paura dell’acqua per come tiene strette le labbra e la testa, il più possibile lontano dall’ acqua. Decide allora di cambiare tattica, fa riprendere la posizione eretta all’amica e per mano la conduce dove l’acqua è più alta, si ferma quando si accorge che Seopra diventa rigida, si gira e si accorge, dagli occhi e dalle labbra strette, che l’amica è tesa. Serapo, anche se non sa nuotare, ma ha sempre avuto poca paura dell’acqua; ha imparato che l’acqua non entra da sola nel naso o nella bocca se non si respira, decide di farlo capire all’amica, le prende le mani e le dice: – Non ti muovere, guarda me.

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Continua: Serapo e Nettuno – 4

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Serapo e Nettuno – 2

Quando rimane da sola, Serapo pensa e riflette sull’alternativa: glielo dico o no? È solo una sirena. Già, una sirena. Una divinità. No! Devo dirgli qualcosa ma non proprio la verità. Gli dirò che è una ragazza normale. No! Non va bene. Io una ragazza normale non posso avvicinarla, poi questa è una zona deserta proibita ai mortali.

Questi pensieri la distraggono tanto che nella preparazione di ghirlande non sceglie i fiori adatti al rituale, le altre vestali ridono e l’aiutano a rifarle, anche Seopra l’aiuta ma nei suoi occhi c’è un interrogativo, un sospetto. Serapo ha bisogno di tranquillizzarsi perciò decide in fretta Le dirò la verità, pensa. È un’amica anche molto fidata, qualche piccolo segreto l’hanno già: si carezzano spesso, contravvenendo alla regola che limita l’affetto tra le vestali. Sì, è giusto che Seopra sappia.

Nel rituale del tramonto le fanciulle sono inginocchiate tutte in circolo, l’una vicino all’altra.

Mentre la sacerdotessa compie il rituale di saluto al sole, le fanciulle si abbandonano concentrandosi su gli ultimi raggi del sole, cercando di sentire, il più possibile, l’effetto sulla pelle.  È un rituale molto caro alle vestali, anche per Serapo questo rito è sempre coinvolgente.

Questa volta oltre al tiepido sole sul suo corpo, sente anche la gamba di Seopra vicina alla sua, l’amica le è molto d’appresso e le cerca anche la mano. Serapo sente di trasgredire al rituale, stringe la mano all’amica, si allontana un poco e le lascia la mano. 

Le fanciulle rimangono in ginocchio e immobili fino a quando il sole è molto oltre l’orizzonte e il chiarore del cielo si smorza per dar spazio al buio della notte. La sacerdotessa al centro del cerchio ha, man mano che la luce si affievoliva, alimentato il fuoco sacro.

 Quando sopraggiungono le tenebre, il fuoco è così forte che il corpo delle fanciulle si scalda molto di più di quando è saettato dai raggi del sole.

Al suono del gong le fanciulle si alzano in piedi e intrecciate le braccia dietro alla schiena delle compagne vicine, formano un cerchio, che comincia a ruotare prima piano poi sempre più veloce. Sempre ruotando, le fanciulle si sciolgono dall’abbraccio e si prendono per mano, gli ultimi giri sono velocissimi.

Il fuoco e la rotazione sfrenata stancano a tal punto le vestali che, sempre per mano raggiunto il giaciglio, cadono in un sonno profondo.  Quando la notte e nel suo mezzo, il suono del gong sveglia le fanciulle, un bagno sacro collettivo nella grande vasca del patio, lava e ritempra le loro membra. Morbidi asciugamani, profumi alle erbe e tuniche turchine concludono la preparazione.

Questo rituale è più semplice: In fila raggiungono il fuoco sacro lasciato la sera, la cui fiamma più pacata fa tuttavia brillare i monili d’argento intessuti nelle tuniche per il rituale notturno. Dopo una breve danza al suono di flauti suonati da altre fanciulle, le vestali consumano frutta fresca in onore di Serapide, servita loro da ancelle del tempio. Un canto corale, con prima voce della sacerdotessa, conclude tutto e le fanciulle possono finalmente dedicarsi al sonno fino all’alba.

L’indomani, ancora molto prima dell’alba, Serapo si sveglia e velocemente si prepara per raggiunge la grotta. È ancora molto buio. Nella grotta si muove lentamente, cercando con le mani la parete. Raggiunta l’uscita sulla spiaggia si ferma titubante e spia verso il mare. Tutto è tranquillo, il mare è molto calmo, la riva lambita con dolcezza da pacate onde.

 Lentamente, con gli occhi fissi sul mare, Serapo cammina verso riva. Non nota nulla, nemmeno una pietra che si trova sul suo lento cammino, inciampa e arriva sulla spiaggia “distesa”, si rialza e le sembra di stare bene, la caduta non pare abbia prodotto danno. Sulla riva si ferma titubante, vede qualcosa. È pronta per fuggire ma la vista di una chioma nera e una coda argentata la fermano.

– Sira. Sira! –  urla, entrando in acqua.

La sirena fa capriole, volteggiando nell’aria raggiunge velocemente la fanciulla. Quando è vicina, Serapo le prende la testa con le mani e la bacia sulla fronte. Il bacio è istintivo, in quanto è l’unico consentito tra le vestali.

– Ciao, Sira. Come sono contenta di vederti. Oggi ti aspettavo proprio. Perché ieri non sei venuta?      

– Il mio signore non ha voluto. Ieri hai fatto il bagno da sola?

– Non mi ricordare di ieri. Ho avuto tanta paura. No. Non ho fatto il bagno. Dall’acqua è uscito un “omone”. Sono fuggita.

– Un “omone”? E chi era? Chi pensi che fosse?

– Io non ci ho pensato e non voglio pensarci. Mi ritorna la paura.

Sira le prende la mano e cerca di tranquillizzarla, ma non vuole subito dire a Serapo che l’omone è Nettuno, vorrebbe che la fanciulla arrivasse da sola a capire. Non vuol essere nemmeno complice del dio, lui nei suoi rapporti con le donne umane deve pensarci da solo.

Quando era più giovane Sira era stata sempre disponibile ad agevolare e a “combinare” i rapporti con le fanciulle. Ma una volta era stata punita da Giove perché era riuscita a favorire Nettuno nella conquista di una ninfa, di cui anche Giove si era invaghito. Da allora il patto con il suo signore era stato chiaro, complicità in tutto ma non in amore. La fanciulla dai capelli d’oro le piace, anche la sua timidezza l’attrae, non ha mai conosciuto una fanciulla così semplice, pura e bella. Mentre è assorta in tal pensieri le prende anche l’altra mano e le dice: – Dai, saltami sui fianchi, oggi voglio farti correre sul mare.

Serapo accondiscende e con l’aiuto di Sira si sistema in “groppa”, la sirena le lascia le mani e con lenti movimenti della coda comincia a nuotare a pelo d’acqua. Il movimento e il corpo bagnato della sirena rende instabile la fanciulla che per non perdere l’equilibrio abbraccia l’amica. Una mano tocca il seno di Sira, Serapo vorrebbe ritrarla, ma non lo fa anche perché, in quel momento sente la necessità di mantenersi salda e il seno, ben sodo, è un buon appiglio. Quando Sira si ferma lontano dalla riva, Serapo toglie la mano lasciandola scivolare in una carezza e le viene da pensare il seno di Seopra è più piccolo e meno duro.

– Oggi ti darò una lezione di nuoto, qui l’acqua è alta ed è più facile galleggiare. – Dice Sira aiutando Serapo a scenderle dai fianchi, per niente turbata dalla carezza.

– Mantienimi forte! – urla Serapo. – Ho paura!

– Più di quella di ieri o di meno? Dice Sira sorreggendola per le braccia.

– Molto più di ieri, qua non posso fuggire.

– Ah! Codarda! Vuoi sempre fuggire. Qua sei in mio potere: vita o morte cosa scegli?

– Aiuto! Non mi lasciare! – Urla la fanciulla per lo spavento, non ha capito che Sira scherza e si diverte. I suoi lunghi capelli bagnati hanno formato un treccione informe, che pesa e che le da l’impressione di volerla trascinare sott’acqua. Sira le prende i capelli dall’acqua e glieli sistema sulla schiena e poi la tranquillizza dicendole:

– Ma che urli? Ora sei mia amica. Non ti lascio. Stenditi sull’acqua, io ti terrò per le mani. Che paura hai? Io sono una sirena, con me è impossibile affogare. Se tu fossi un uomo dovresti preoccuparti.

Serapo a questo punto si distende sull’acqua, ha riacquistato la sua allegria e la fiducia in Sira. La sirena, lentamente, la fa scivolare sull’acqua trascinandola per le mani, poi le lascia le mani per un momento. Serapo galleggia per qualche istante ma, non movendosi, sente di scendere sott’acqua, con un balzo piuttosto strambo si butta su Sira cercando di aggrapparsi. Ma Sira si scansa e la fanciulla finisce sott’acqua, tuttavia la sirena, si immerge e abbracciandola, subito la riporta a galla. Serapo è tranquilla, l’intervento è stato immediato, ma è un poco imbarazzata si sente molto stringere dalla sirena, che le carezza anche la schiena.

– Brava Sira, mi hai salvato! Ma riproviamo ancora a galleggiare, come devo muovere le braccia e le gambe per rimanere sull’acqua?

– Brava tu, che non ti sei spaventata. Riproviamo, ti lascerò prima una mano e poi l’altra. Tu muovi alternativamente le gambe ben distese e con le mani sposta l’acqua come un remo. Sira fa distendere la fanciulla e le lascia una mano. Serapo, con i consigli della sirena, muove piano le gambe e con la mano libera impara a galleggiare. Quando Sira si accorge che il peso della fanciulla grava poco sulla sua mano, le lascia anche l’altra mano. Serapo si muove e galleggia però la sua bocca e spesso anche il naso si trovano sotto il pelo dell’acqua. Allora Sira con una mano le sorregge il mento, con l’altra le solletica la schiena e in maniera scherzosa le dice:

– Ma come è brava questa ragazza, nuota già come un pesciolino! Solo la testolina è un po’ rigida, tienila un poco più su, che provo a lasciarti sola. Posso? Ti senti sicura?

– Si. Lasciami ma per poco. Sono stanca.

– Va bene ti lascio. – La lascia.

– Faccio un tuffo e torno. – Dice immergendosi.

– No, No! Dove vai. Malvagia!

Sira non la sente è giù in profondità, ma da sott’acqua la segue con lo sguardo e si accorge che più o meno Serapo galleggia, poi prima che la fanciulla si stanchi le va da sotto, l’abbraccia forte e con un guizzo della coda la porta, con un salto, fuor d’acqua. Serapo urla, ma di sorpresa non di paura, e si stringe forte alla sirena.

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Serapo e Nettuno – 1

Nel luglio del 2000 ero in vacanza a Gaeta. Serapo era la mia spiaggia preferita. Una mattina, dopo il bagno, passeggiando lunga la riva sono stato attratto da alcune immagini. Le ho fotografate e riguardandole a casa con attenzione mi hanno ispirato il racconto.

Spesso prima dell’alba, il dio Nettuno soleva attendere il sorgere del sole su un piccolo isolotto, circondato da un mare azzurro e trasparente, gli facevano compagnia due fedeli servitori: un serpente marino e Sira, una sirena.

Una mattina Nettuno, guardando verso la costa, vide uscire da una caverna un essere umano che poi si immergeva nel mare.

Sira. – Esclamò il dio.

Sira non rispose, il tiepido sole del mattino, come una tenera carezza d’amante, l’aveva addormentata.

Sira, svegliati! – urlò Nettuno, mentre con il tridente le carezzava la coda.

La sirena aprì gli occhi e ritrasse la coda, guardò il dio, gli sorrise e disse:

– Sì. Sono pronta.

– Per fare cosa?

– Per andare.

– Non è ancora l’ora. È presto.

– Allora cosa c’è, mio signore?

– Guarda sulla riva. Cosa vedi?

– Qualcuno fa il bagno. – Rispose Sira guardando verso la riva.

– Va, vedi chi è?

Sira non rispose subito, si passò le mani, a mo’ di pettine, tra i lunghi capelli neri e poi disse:

– Vado e torno.

Alzò le mani verso l’alto, incrociò le dita, si stiracchiò ben bene, poi con un guizzo si tuffò e scomparve   sott’acqua.

Raggiunta subito la riva   si   trovò di fronte una   bella fanciulla. I suoi capelli erano biondi e luccicavano, i suoi occhi erano verdi e limpidi come il mare vicino agli scogli, quando il sole si avvicina all’orizzonte ma temporeggia il tramonto.

– Chi sei? – Le chiese.

La fanciulla, un po’ sorpresa dall’ improvvisa visione, rispose:

– Sono Serapo, giovane vestale del tempio della dea Serapide, là sulla collina.

– E tu chi sei? Sei bellissima. Vuoi venire con me a passeggio sulla spiaggia? Vorrei conoscerti, diventare tua amica, io sono sempre sola, non mi è permesso frequentare alcuno.

– Sono Sira. A me è permesso diventare tua amica. Ma passeggiare sulla spiaggia proprio non posso.

– Perché non vuoi?   Passeggiare sulla riva è bello, la sabbia è sottile. Ti prego vieni.

      – Vorrei, ma proprio non posso …. Guarda – disse Sira, mostrando alla fanciulla la sua lunga coda argentata, impreziosita da tante piccole squame d’oro.

– Dovevo capirlo dalla tua bellezza e dai tuoi meravigliosi occhi, così azzurri, che eri una divinità marina.

– Anche tu sei molto bella, i tuoi capelli hanno riflessi d’oro puro, i tuoi occhi sono grandi e profondi e risplendono come due smeraldi. Tese le braccia verso Serapo e aggiunse: – Vieni tu da me, passeggeremo in mare.

Serapo non aveva mai avuto complimenti per la sua bellezza, la sua vita solitaria, quasi da reclusa, non aveva permesso alcun contatto umano. I suoi occhi, alle parole di Sira, brillarono ancora di più e sulle sue labbra si schiuse un sorriso felice.

– Vengo, certo che vengo!

D’impeto si gettò su Sira. La sirena non aveva piedi per piantarli sulla sabbia e assorbire il colpo per cui le due fanciulle, nell’abbraccio, vacillarono e finirono sott’acqua, affiorarono subito e risero di gioia. Poi, per mano, si allontanarono dalla riva. Quel giorno Serapo fece un bagno diverso dal solito. Non era una nuotatrice, non si era mai allontanata dalla riva. Ma con Sira era tutto diverso, la mano della sirena la conduceva con sicurezza, prima sopra e poi sotto l’acqua. Andare sott’acqua fu per Serapo un’esperienza interessante.

Quando il sole era pronto a sollevarsi dall’orizzonte del mare Sira capì che era il momento di andare, ricondusse a riva Serapo e le disse:

– Ciao, bellissima. Ora devo proprio andare.

– Ciao Sira, anch’io devo andare. Tornerai domani?

– Credo proprio di sì.

Nell’abbraccio di saluto Serapo rimase affascinata e turbata, un brivido le corse lungo la schiena. Non aveva mai abbracciato una sirena. Il nudo e turgido seno, la coda avvolgente le rimasero sulla pelle, come dolce sensazione, fino a quando rientrò al tempio.

Sira torna verso l’isolotto, a mare trova già Nettuno, a cavallo del serpente, pronto per andare. La sirena affiora in silenzio e si accoda al serpente, ma Nettuno le dice:

– Vado e torno! Che puntualità! Ti sei divertita a mare con lo sconosciuto?

– Non era un uomo. Era una donna!

– Una donna? Ma se è un posto deserto. Dimmi chi era? Una dea? La conosco?

– No. È solo una fanciulla.

Sira, per la sua semi-divinità, sente un presagio strano per cui risponde in modo evasivo:

– È una fanciulla che fa il bagno all’alba.

– Questo l’ho capito. Ma chi è? Com’è?

– È una fanciulla del tempio di Serapide, là sulla collina. È normale.

Nettuno, conosce bene Sira, sa che quando non vuol parlare è inutile tentare. Chiude così l’argomento con una pungente osservazione.

– Ho capito, hai trovato un’amica e la vuoi solo per te. Sira non risponde. Sorride al dio, fa una capriola fuori dall’acqua e poi parte veloce. Seguita dal serpente con Nettuno in groppa.

Serapo intanto è arrivata al tempio di corsa, è leggermente affannata, raggiunge le altre vestali e si prepara per il cerimoniale mattutino. Raccoglie i suoi capelli e, aiutata da una sua compagna, li intreccia con sottili tralci di vite. Serapo è silenziosa, la sua mente rivive l’incontro e il gioco in mare con Sira. La sua compagna Seopra, anch’ella giovane vestale si accorge del silenzio, la osserva con attenzione e percepisce l’aria trasognata dell’amica.

– Cos’hai stamattina?  Hai sonno o sogni ancora?

Serapo, sente le parole di Seopra, ma prende tempo per la risposta. Sa che deve mantenere il segreto. È una vestale privilegiata e destinata a diventare sacerdotessa, può uscire da sola, ma da sola deve rimanere, questo è il giuramento. Ma l’amica incalza:

– E dai, dimmi cos’hai? I tuoi capelli sono ancora bagnati. Hai fatto un lungo bagno stamattina?

      – Sì. Ho anche giocato con un granchio è stato bellissimo.

– Un granchio? Se ti fa quest’effetto certamente è un granchio mandato da una divinità, sta attenta.

– Cara non ti preoccupare, sarò attenta.

Il suono del gong avvisa che la cerimonia deve avere inizio, tutte le fanciulle si mettono in fila per iniziare la processione.  Il posto di Serapo è centrale, mentre tutte le altre formano due file ai suoi lati: alla sua destra c’è Seopra, alla sua sinistra Praseo, un’altra giovane vestale.

L’indomani all’alba Sira non salta sullo scoglio come al solito, ma rimane in acqua perché pensa di andare da Serapo, ma Nettuno, incuriosito della reticenza della mattina precedente, la previene dicendo: – Salta pure. Prenditi il sole. Stamattina vado io a vedere la fanciulla.

In groppa al serpente marino Nettuno si avvia verso la spiaggia. Per non spaventare la fanciulla, lascia nascosto in acqua il serpente e nuotando raggiunge la riva.

Serapo è nella grotta, che ha raggiunto attraverso un passaggio segreto che porta a un punto più in alto della collina. Nel momento in cui Nettuno emerge dall’acqua Serapo esce dalla grotta, guarda verso la riva dove pensa di trovare Sira. L’imponenza del dio spaventa la fanciulla che urla e fugge nella caverna per ritornare al tempio. Quel giorno non farà il bagno.

Nettuno non è riuscito a vedere molto, nella fuga precipitosa della fanciulla ha notato solo i biondi capelli mossi e fluenti sulle spalle della fuggitiva. Deluso, ma anche divertito riprende il mare e con il serpente ritorna sull’isolotto.

Sira, dall’isolotto lo vede arrivare, quando è a tiro di voce gli dice:

– Vado e torno!  Tu sì, signore, sei veloce nella conoscenza.

Il dio ride, tra Sira e lui esiste una sottile ironia. Nonché un’antica complicità.

– Hai conosciuto Serapo? Com’è?

– Ho notato solo i suoi capelli! Quando mi ha visto è fuggita.

– Belli i suoi capelli, brillano come l’oro.

– Domani va tu. Preparami “la strada”.

– Sì. Domani vado io. Quanto alla strada, non so. Io sono una creatura del mare, posso semmai fare una scia!

Serapo è tornata al tempio. Tutto tace, nessuno è sveglio. Non sospetta di aver visto il dio del mare, crede che sia solo una divinità marina o forse un compagno della sirena. Ora è più calma. Sale sulla   terrazza più alta, si toglie la tunica, che le avvolge il corpo e si stende alla tiepida alba. Il sole ancora non è comparso, ma la sua luce si diffonde nel limpido cielo. La fanciulla si addormenta e sogna di essere a riva con Sira. Nel sogno la sirena le carezza i capelli e il viso, ma lei la sente lontana. Sira. Sira … Pronuncia sottovoce, ma le carezze si fanno più reali. Apre gli occhi: è Seopra, che le sorride.

– Seopra, cara, mi sono addormentata, l’alba è così bella.

– Niente mare stamattina, solo sole? Perché?

– Mi sono svegliata più tardi stamattina, non volevo fare tardi anche oggi.

– Certo, ma Sira chi è?

– Perché? Come la conosci?

– No, non la conosco. Tu la nominavi nel sonno.

Serapo guarda negli occhi l’amica, tenta di scoprire se nel sonno ha detto altro, allunga le mani verso Seopra, le carezza il viso e sorridendo le dice:

– Domani te lo dico. È una vecchia storia.

L’amica sembra soddisfatta della risposta, lei invece spera nel suono del gong, come aiuto, perché al momento non sa cosa dire. È fortunata, suona il gong e le due amiche per mano corrono a prepararsi

Nel tempio, la giornata è lunga e piena di attività. Tra rituali e preparazioni delle cerimonie, il tempo passa veloce. Vige il silenzio, per cui, nei momenti in cui Seopra le è vicina, possono solo sorridere.

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LAfa41 – A casa di Francy

Dopo pranzo.

LAfi: – Per andare a casa di Francy, mi fai provare la tua moto?

Alberto: – Sì. Guida tu, io faccio il passeggero? Però ho un solo casco.

LAfi: – Ho il mio casco. Anzi ne ho due. Se vuoi provare la mia moto, non c’è problema. Andremo da Francy con due moto.

Alberto: – Bene. Ti ringrazio.

LAfi fa da strada con la moto di Alberto, che ogni tanto rallenta per poi provare un’accelerazione con la potente moto di LAfi.

LAfi dagli specchietti si accorge della prova di velocità. Sorride soddisfatta per la moto e per la prova di Alberto.

Arrivati alla casa di Francy, bussano al cancello. Passa un po’ di tempo prima che il cancello automatico venga aperto insieme alla porta di ingresso.

Quando entrano trovano Francy che indossa una vestaglietta trasparente.

LAfi: – Ciao. Stavi riposando?

Francy: – No. Stavo passando l’aspirapolvere e non ho sentito il campanello. Poi dalla finestra vi ho visti.

Alberto: – Che bella casa che hai. Non mi dire che vivi da sola?

LAfi: – Proprio no. Ha una doppia compagnia!

Francy, ignorando la battuta: – È una casa semplice, non mi sembra eccezionale.

Alberto vede la statua di bronzo e si avvicina.

Alberto: – Ma le ragazze sono a grandezza naturale … Che belle.

Francy: – Merito dell’artista.

LAfi: – Poco dell’artista quando le modelle sono ben formose.

Anche la scultura al centro della stanza è ammirata da Alberto.

Alberto: – Anche questo gruppo di fanciulle è molto piacevole. La modella non sei tu?

Francy: – L’abbiamo comprata in Spagna.

Dopo aver bevuto un caffè.

Alberto, rivolto alla LAfi : – Ora andiamo che devo rivedere la tua grande scultura.

Francy: – Un attimo, indosso qualcosa di più decente e vi accompagno al cancello.

Senza pudore si toglie la vestaglietta e indossa una specie di costume abbastanza scollato.

Al cancello, Alberto porge la mano per salutare Francy ma lei, di slancio, l’abbraccia e  gli da un bacio al limite delle labbra.

Continua con LAfa42

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LAfa40 – La visita di Alberto

LAfi si è appena alzata quando suona il campanello. Scende ad aprire la porta. È Alberto.

Alberto: – Ciao. Ti ho svegliata?

LAfi: – Ciao. No, ero sveglia. La mattina mi alzo presto. Non ti aspettavo, dopo appena due giorni, è stata una sorpresa.

Alberto: – Il martedì è il mio giorno libero. Volevo telefonarti ieri sera per avvisarti ma ho perduto il tuo numero di telefono. Forse ho lasciato il foglietto che mi hai dato negli abiti di lavoro.

LAfi: – Meglio la sorpresa. Entra. Ti faccio un caffè.

Bevuto il caffè. Alberto: – Ora voglio ammirare le tue opere. È questo il principale motivo della visita.

LAfi: – Questo è uno dei miei primi lavori.

Alberto: – La scopata? Ha un doppio senso?

LAfi: – No. Non era mia intensione.

Alberto: – Vedo anche un tuo doppio ritratto. È un quadro molto interessante. Mi piace.

Alberto: Anche in questa “capriola” vedo qualcosa di erotico. La composizione è molto piacevole e curata.

LAfi: – Nessuno ha mai giudicato i miei quadri erotici. Ma ora a pensarci bene forse hai ragione.

LAfi: – Questo è un disegno preparatorio per una scultura in bronzo.

Alberto: – Molto bello. Ma hai adoperato due modelle? La scultura dov’è?

LAfi: – La scultura è a casa di Francy. È lei una delle modelle, l’altra è un’amica. Ma tu la conosci, è quella del cavallo bianco.

Alberto: – Francy? Non l’ho riconosciuta. Sul cavallo non era nuda!

Come posso vedere la scultura in bronzo?

LAfi: – È semplice. Andiamo a trovare Francy.

Alberto: – Ecco questa è Francy?

LAfi: – No. Questa è l’amica. Proprio non te la ricordi?

Alberto, ironico: – Non sono molto fisonomista. I cavalli li riconosco tutti. Forse è una deformazione professionale.

LAfi: – Ma va? Secondo me hai una buona ironia.

Alberto: – Brindisi d’amore? E poi dici che non sei un’artista “erotica”!

LAfi: – E va bene … Lo ammetto. Me sei stato tu che me l’hai scoperto.

Continua la visione di molti ritratti. Alla fine, quando tutto lo studio è stato completamente sondato.

LAfi: – Rimani a pranzo?

Alberto: – Sì, grazie. Cosa mi cucini?

LAfi: – Io niente. Andiamo a pranzare da mia madre. Lei è sempre disponibile.

Escono dallo studio e si avviano verso la casa padronale. Passando vicino alla grande scultura, LAfi vede una moto parcheggiata.

LAfi: – Che moto? Favolosa. Deve essere molto comoda.

Alberto: – La tua scultura è favolosa. L’ho vista alla mostra ma non sapevo che eri tu l’artista. Dopo pranzo la visiterei di nuovo con piacere.  Per la moto è comoda ma più come passeggio che come corsa. Ho notato la tua. Quella sì che corre.

LAfi: – Dopo pranzo andiamo anche a vedere la scultura a casa di Francy. Ora le do un colpo di telefono.

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LAfa39 – Il maneggio – seconda parte

Passano solo pochi giorni e i ragazzi si presentano al maneggio per l’iscrizione. Sono accolti da Elisa.

Elisa: – Vedo che siete un gruppo ben compatto di amici. Sicuramente seguirete il corso di equitazione con interesse e con buoni risultati.

Non vedo le due ragazze che erano con voi l’altro giorno.

LAfi: – Verranno appena possono per iscriversi anche loro. Oggi erano impegnate. Quando cominciamo il corso? Se fosse possibile vorremmo seguire il corso la domenica mattina perché siamo tutti liberi. Anche per le nostre amiche, che oggi non ci sono, la domenica mattina andrà bene.

Elisa: – La domenica mattina il maneggio è aperto fino alle dieci, sarà possibile seguire il corso. Va bene anche perché sarete solo voi.

Elisa: – Se oggi non avete impegni, potete iniziare a conoscere i cavalli. Ognuno seguirà il corso con lo stesso cavallo. La scelta del cavallo dipenderà dal vostro coraggio. Chi di voi vuole un cavallo tranquillo?

Gemi: – Io. Al momento preferisco un cavallo tranquillo.

ILfi: – Anch’io. Poi in seguito potrò cambiare?

Elisa:  – Va bene. Sì, quando vorrai potrai provare con un cavallo meno tranquillo. Vedo che le ragazze non hanno scelto. Credo che opteranno per un cavallo più “focoso”.

Gemi: – Sicuramente. Loro due sono “scatenate” in tutto.

Elisa: – Allora ragazze siete disponibili per due cavalli focosi ma sempre cavalcabili con tranquillità. Sarà importante la loro conoscenza. Ricordatevi che i cavalli sentono la vostra paura.

Scelti i cavalli. LAfi ha assegnato un cavallo nero. Francy uno bianco. Gemi uno grigio e ILfi uno marrone.

Elisa: – Iniziamo a fare conoscenza passeggiando insieme al cavallo

Dopo una mezzora.

Arriva Alberto, il ragazzo conosciuto da LAfi.

Elisa presenta ai ragazzi il suo collaboratore.

Elisa: – Ora proviamo a montare sui cavalli. Io e Alberto condurremo il cavallo nero e quello bianco. Per dare più sicurezza alle ragazze e ai cavalli stessi.

I ragazzi possono procedere da soli. Mi raccomando state molto calmi e principalmente non spronate i cavalli ma lasciateli camminare piano. Per far muovere il cavallo basta tirare leggermente le redini. Per fermarlo basta ritirarle, sempre leggermente.

La piccola cavalcata dura un’altra mezzora.

La prima lezione è terminata e i ragazzi vanno via.

La domenica mattina alle otto i ragazzi arrivano al maneggio. La lezione inizia montando i cavalli.

LAfi e Francy, questa volta. Non hanno bisogno dell’accompagnamento di Elisa e di Alberto. Elisa controlla, dal centro della pista, come procede la cavalcata.

Quando LAfi scende dal cavallo chiede ad Elisa se può provare con il cavallo in piedi su due zampe.

Elisa, in un primo momento, pensa che sia troppo presto per provare. Tutti i ragazzi intervengono a favore di LAfi, parlando del suo coraggio e della sua bravura anche con moto. Elisa accetta di far provare la difficile posizione ma, per precauzione fa allontanare tutti dalla pista.

La prova riesce in pieno, anzi il cavallo nero muove anche alcuni passi.

LAfi quando scende dal cavallo, di slancio abbraccia il muso del cavallo addirittura strofinandoci su il viso. Appare chiaro che il cavallo accetta la ragazza concedendogli la sua “amicizia”. Mentre i ragazzi applaudono, Elisa si complimenta con LAfi.

Elisa chiede a Francy, quando monta il suo cavallo bianco, se vuole anche lei provare.

Francy: – Non ora. Penso che sia troppo presto. Io non ho il coraggio di LAfi

ILfi, che ha assistito alla richiesta: – Posso provare io. Non ho paura.

Elisa: – Sì, è possibile ma dobbiamo stare molto attenti perché il cavallo non ti conosce.

Elisa fa, di nuovo, allontanare i ragazzi dalla pista.

ILfi monta sul cavallo ma appena il cavallo si alza sulle zampe posteriori, il ILfi perde l’equilibrio, i piedi escono dalle staffe e cade sulla pista.

All’uscita, LAfi che non aveva assistito alla bravata del fratello perché si era allontanata con Alberto, si accorge delle due fasciature che ha ILfi. Una alla mano che è sostenuta da una benda al collo e una al polpaccio che lo fa leggermente zoppicare.

LAfi: – Ma cosa è successo? Sei caduto dal cavallo?

Francy: – Si è caduto, ma dal mio cavallo. Ha voluto provare anche lui il cavallo in piedi su due zampe.

LAfi: – Ma ora devi andare all’ospedale?

ILfi: – Quale ospedale? Sono due ferite leggere. Elisa me le ha disinfettato e bendate.

Gemi: – Ho capito. Anche oggi dovrò guidare io.

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LAfa 38 – Il maneggio

ILfi ha saputo della presenza di un maneggio a pochi chilometri. Lo riferisce alla sorella e agli amici con i quali convive.

LAfi: – Che notizia? Sono anni che ne cercavo uno per riprendere la poca esperienza fatta da bambina.

Francy: – A me i cavalli piacciono molto, ma non li ho mai visto da vicino.

Gemi: – Perché non andiamo ora.

ILfi: – Buona idea. Io sono d’accordo.

LAfi: – Se torniamo presto, vengo anch’io. Nel primo pomeriggio ho un incontro di lavoro.

Gemi: – Anch’io sono impegnato di pomeriggio. Faremo una visita veloce.

Francy: – Se ci date un passaggio, veniamo con piacere. Abbiamo l’auto dal carrozziere. Gemi si diverte ad avere incidenti, per fortuna non gravi.

ILfi: – La mia piccola, purtroppo, auto è tutta per voi. Mia sorella sicuramente verrà in moto.

LAfi: Certo che vengo con la moto. Gemi Posso darti un passaggio al ritorno se loro rimangono.

ILfi: – Torneremo tutti presto. Perché non telefoni alle nostre amiche?

LAfi: – Hai ragione, le telefono subito. Loro lavorano sempre con il turno di pomeriggio.

Quando giungono al maneggio

ILfi: – Elisa? Spero che sia giovane.

LAfi: – Sempre il solito: Tutte battute e solo … fumo.

Francy: – Poverino. Ci sono sempre io a consolarlo.

Gemi: – Altro che poverino? Lo vedo sempre contento e ottimista.

LAfi: – Basta con le chiacchiere. Entriamo.

I ragazzi sono accolti proprio da Elisa.

Gemi Sottovoce al ILfi: – Caspita che ragazza?

Elisa: – Venite vi faccio visitare il posto e farvi vedere i cavalli come sono bravi.

Gemi e ILfi seguono le ragazze.

Gemi: Ma mi sembra di aver capito che tua sorella abbia, da bambina, frequentato un maneggio. Lo hai frequentato anche tu?

ILfi non risponde. Gemi Lo spinge con il braccio e dice: – Ma che fai? Non senti?

ILfi: – Ho sentito che parlavi, ma non ho capito niente.

Gemi: – Distrattone … Altra novità. Cosa pensavi?

ILfi: – Niente. Pensavo al maneggio di Elisa?

Gemi: Ma è un doppio senso?

ILfi: – No. È un senso unico.

Gemi: – Ho capito. Attento che potrebbe essere un senso vietato.

La visita è molto interessante.

Elisa come istruttrice dei cavalli è molto brava.

LAfi: – Che cavalli favolosi.

Francy: – Favolosa anche Elisa.

Gemi: – Brava e bella.

Ilfi non risponde. È concentrato sul fisico di Elisa

ILfi: – Questo sì che è proprio uno spettacolo.

Francy: – Questa è una preparazione per cavalli da circo.

LAfi: – Io mi iscrivo stesso oggi a questo Maneggio.

L’intero gruppo dei ragazzi la pensa come LAfi. Si iscriveranno tutti.

Si avvicina al gruppo e si presenta Alberto, un collaboratore di Elisa.

Gemi: –Tra poco credo che dobbiamo andare via. Congratuliamoci con Elisa e avvisiamola della nostra prossima iscrizione.

ILfi: – Io vorrei congratularmi anche personalmente con Elisa.

Mentre i ragazzi si avviano verso l’uscita, ILfi rimane con Elisa e LAfi con Alberto.

LAfi: – Alberto, sei anche tu bravo come Elisa?

Alberto: – Non proprio, Elisa è insuperabile. – poi aggiunge – Penso di averti vista da qualche parte,

LAfi: – Non mi muovo troppo, tranne che per partecipare a mostre varie.

Alberto: – Ecco dove ti ho vista. Alla mostra delle grandi opere. Prima della fine sono andato via e non ho visto la premiazione.

LAfi: – Non hai perso niente … Ho vinto il primo premio.

Alberto: – Caspita. Che brava. Dammi il tuo indirizzo che vengo a trovarti. Non ho mai incontrato un’artista donna.

Gemi, da lontano: – Noi ci avviamo. Tanto con la moto tu ci raggiungi subito.

Alberto: – La moto? Sei proprio una sorpresa continua.

LAfi: – Non esagerare.

Dato l’indirizzo ad Alberto, LAfi lo saluta e si avvia verso l’uscita.

LAfi esce dal maneggio e si allontana con la moto. Prima di salire in auto, ILfi parla sottovoce con Gemi: – Guida tu. Ho una mano che mi brucia e mi fa male.

­Gemi: – Ma cosa hai combinato?

ILfi: – Non ho combinato niente. Ho solo urtato il frustino di Elisa.

Gemi: – Ti avevo detto che era vietato!

ILfi: – Sì. Ti ringrazio. Ma non mi avevi detto che era … Pericoloso.

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Il buio – seconda parte

All’alba, dopo poche ore di riposo, la discussione si riaccende. I toni sono più pacati ma non si riesce a trovare una soluzione. Dopo una veloce colazione, Andrea e Bruno lasciano le due donne e vanno al lavoro. Non possono rinunciare perché tra due giorni dovranno presentare i documenti, oltre le ricevute dei pagamenti, di molti clienti del loro studio finanziario.

Durante una pausa di lavoro. Bruno si ricorda dell’impegno firmato con la polizia.

Bruno: – Andrea non dimentichiamo l’impegno preso con la polizia.

Andrea: – Io me ne ero dimenticato.

Bruno: – Data la situazione che abbiamo, mi sembra normale la dimenticanza. A me è venuto in mente solo ora.

Andrea: – Abbiamo anche dimenticato di dirlo alle nostre mogli. Appena torniamo a casa è meglio dirlo subito prima di riprendere la discussione.

 

Quando tornano a casa, dicono alle mogli l’impegno preso alla caserma della polizia di ritornare con loro dopo aver chiarito lo “scherzo”.

Claudia: – Hai capito Debora. I nostri uomini sono anche diventati bugiardi.

Andrea: – Ma che dici? L’abbiamo dovuto dire perché altrimenti non ci avrebbero rilasciati.

Claudia: – Scherzo per scherzo. Ho scherzato anch’io.

Bruno: – Claudia da come intervieni anche nelle discussioni, mi sembri piuttosto distaccata dalla nostra strana situazione.

Claudia: – Distaccata proprio no. Ma per carattere non riesco a preoccuparmi mai troppo.

Debora: – Beata te.

Andrea: – Allora, quando andiamo in caserma?

Claudia: – Per me possiamo anche domani.

Andrea: – Domani proprio no. Allo studio abbiamo i due prossimi giorni di lavoro pieno.

 

È passata una settimana ma nulla è cambiato. Continuano a vivere insieme parlando meno della loro situazione per la difficoltà di trovare una soluzione, ma principalmente per quieto vivere.

Debora, durante una cena: – Ho un problema.

Claudia: – Mi sembra che tutti abbiamo il problema.

– Non è quello il problema. È un problema nel problema.

Andrea: – Non capisco. Se è semplice possiamo risolverlo subito.

Debora: – Semplice non è. È diverso ma lo stesso è di difficile soluzione.

Andrea: – Non semplice e diverso?

Bruno: – Veniamo al sodo. Qual è il problema?

Debora: – È un problema di sesso.

Claudia: – Capisco. In questa nuova situazione, la divisione maschi-donne ha creato il tuo problema.

Debora: – Ma voi maschi a letto come vi trovate?

Andrea: – Bene. Perché come ci dovremmo trovare?

Debora: – Beati voi. Evidentemente avete rinunciato facilmente a noi.

Andrea: – No. Facilmente no. Io penso che come è cominciato potrebbe finire improvvisamente.

Debora: – E se non finisce? Devo confessare una cosa che non ho detto nemmeno a Claudia.

Claudia: – Ma come sono giorni che parliamo di tutto. Cosa non mi hai detto?

Debora: – Non è facile dirlo. Mi sento quasi in colpa.

Bruno: – Ma cosa ti è successo? Hai trovato un maschio che ti piace?

– Magari? Sarebbe stato più semplice. No, non ho trovato nessuno.

Bruno: – Allora parla. Coraggio. Cosa è successo?

Debora, arrossendo un poco: – Non voglio diventare lesbica.

Claudia: – Esagerata. Ma come ti viene in mente.

– Non mi viene in mente. Sono due notti che mi sono svegliata.

Andrea: – È chiaro. Ti sei svegliata a letto con una donna e hai pensato di poterlo diventare.

– No. È più complicato. Fammi finire. Mi sono svegliata e mi sono trovata molto vicino a Claudia. Lei dormiva tranquilla. Non so come è successo, ho allungato una mano e le ho carezzato un braccio. Mi è venuto una specie di affanno, percepivo il caldo del suo corpo. Ho sentito il desiderio di carezzarle il seno, che già avevo sfiorato toccandole il braccio.

Claudia: – Ma questo la prima o la seconda notte?

Debora: – La prima notte. La seconda sono fuggita dal letto perché il contatto è stato maggiore e il desiderio si è ingigantito. Sono andata in bagno a farmi una doccia fredda. Poi sono tornata a letto e mi sono sistemata molto lontana da te, ma sono rimasta sveglia fino all’alba.

Claudia: – Ho deciso. Stanotte vado a dormire sul divano. Però sono curiosa di sapere il “maggior contatto” della seconda notte.

Debora: – La seconda notte, quando mi sono svegliata, eravamo molto vicine. Sentivo il desiderio di toccarti. Mentre decidevo se carezzarti o no, nel sonno ti sei girata verso di me. Una tua gamba si è infilata tra le mie. Sono rimasta paralizzata ma quando ho iniziato a sentire piacere, sono fuggita.

Claudia: – Confermo il divano.

Andrea: – È chiaro che non possiamo durare a lungo in questa situazione. Una soluzione potrebbe essere una separazione. Ovvero due separazioni.

Quando la mattina Andrea e Bruno escono per andare al lavoro, le mogli parlano del problema di Debora.

Debora: – Mi dispiace molto della situazione notturna che ti ho creato e costretto ad abbandonare il tuo letto. Stanotte sul divano dormirò io. Ti chiedo scusa ma non so cosa mi succede.

– Non hai creato tu la situazione. È nata dallo scambio delle menti dei nostri uomini. Tu non ne hai colpa. Penso che ti manchi molto l’amore con tuo marito. La tua sensibilità insoddisfatta ti ha spinto a trovare una soluzione, credo più istintiva che ragionata. – è la risposta di Claudia.

– Ma perché a te non succede?

– Non lo so. Siamo diverse. Io non sento la mancanza del rapporto con Andrea, forse perché sono meno sensibile di te. La situazione mi turba molto allontanando da me qualsiasi sentimento. Ma toglimi una curiosità, ti è mai capitato nel passato di guardare una donna in maniera “diversa”?

– No. Le donne le ho sempre guardate per gli abiti, per come si truccavano. Come femmine mi sono sempre state indifferenti. Però, ora che ci penso, una cosa strana nel mio passato c’è. Ma di tanti anni fa, ero una ragazzina.

– Lo sospettavo. Confessa così te ne liberi. – le consiglia Claudia.

Debora; – Avevo dodici anni e studiavo con Giovanna, una compagna di scuola, a casa mia. La classica amica del cuore. Un giorno per scherzo sul letto abbiamo imitato una coppia che amoreggiava, ma senza spogliarci.

– Tutto qui. Sono molti e molte a quell’età che si divertono in maniera strana. Solo una volta? Non credo proprio che possa esserti rimasto nell’inconscio.

– Non è stato solo una volta. Ogni tanto lo rifacevamo anche spogliamoci. Poi verso la fine dell’anno scolastico ci siamo fidanzate con due compagni di classe e tutto è rimasto un ricordo segreto e divertente. Hai ragione deve essere affiorato dall’inconscio. Ma ora parliamo del problema con i nostri partner.

Claudia: – La situazione sta diventando complicata. Prima o poi i nostri uomini si allontaneranno cercando altre donne. Hai sentito Andrea, addirittura parlava di separazione.

Debora: – No. Dobbiamo trovare assolutamente una soluzione. Io ne ho pensato una ma tu devi essere d’accordo perché rientra nelle stranezze del momento.

Claudia: – Dimmi tutto.

Debora: – Ormai siamo una specie di comunità e dobbiamo tralasciare il concetto di coppia.

Mentre discutono sulla proposta di Debora, tornano i maschi.

Appena entra, Andrea: – Tutto bene? Donne.

Claudia: – Facciamo finta di sì. Ma come mai siete venuti a pranzo? Avete scioperato?

Bruno: – Ci siamo presi un po’ di riposo. Stamattina abbiamo spedito i documenti fiscali dei nostri clienti all’Ufficio Imposte.

Claudia: – Ma siete liberi anche di pomeriggio?

Andrea: – Sì. Perché non andiamo a chiarire la nostra “bugia” alla polizia? Siete d’accordo?

Bruno: – Sì, andiamo oggi, prima che ce ne dimentichiamo di nuovo.

Le mogli annuiscono.

Dopo pranzo, escono per recarsi alla caserma insieme alle mogli per confermare lo scherzo e il chiarimento che hanno avuto con loro.

Un giovane maresciallo fa firmare i quattro convenuti al margine del precedente verbale, per la convalida della conferma. Nel momento del commiato però, con un po’ d’ironia, dice: – È stato uno scherzo strano e difficile a credere, ma se le signore lo hanno accettato buon per loro. Ma il mio consiglio è di stare attente ad altri scherzi.

La stessa sera, durante la cena. Debora: – Ma la tua barba è cresciuta troppo.

Claudia: – Ha ragione. Ti invecchia. Perché non la tagli?

Debora: – Ti invecchia sì. Vedo anche qualche pelo bianco.

Andrea, che ha il fisico di Bruno e ha “ereditato” la barba: – Avete ragione è cresciuta un po’, ma mi sono abituato e non vorrei tagliarla.

Claudia: – Già, la barba non era tua.

Bruno: – Facciamo così: tu ti tagli la barba e io me la faccio crescere.

Debora: Barba mia, barba tua. Ora basta parlare di barba. Ormai siamo una comunità e dobbiamo decidere insieme. Propongo una votazione.

Claudia: – Giusto. D’ora in poi decideremo sempre insieme, attraverso il voto. Io voto sì. Via la barba.

Debora: – Anch’io voto sì.

Andrea: Il mio voto è no.

Bruno: La barba era mia e per coerenza voto anch’io sì.

Andrea: – Va bene. Speravo in un pareggio. Domani me la taglio.

Debora: – Domani? No. Non mi fido. Meglio se la tagli stasera.

Andrea: – Va bene. Vado a tagliarmela ora.

È notte. Debora, come deciso insieme a Claudia, lascia il divano e va a svegliarla, per mettere in atto il piano per la soluzione, pensato il giorno prima.

Entra nella camera, trova la luce accesa e Claudia sveglia.

Debora: – Sei già pronta?

Claudia: – Stanotte non ho dormito io. Certo che sono pronta.

Debora: – Bene. Il piano è iniziato bene … Con il taglio della barba.

Claudia: La barba? Non capisco perché centra. Perché hai detto di tagliarla?

Debora: Centra, centra. Senza barba, al buio, non avremo problemi di “coppia”.

Claudia: – Andiamo.

Debora: – Dai. Spogliamoci.

Claudia: – Sì, ma stammi lontana.

Debora: – Tranquilla. Non sei la mia attrazione. Il piano mi interessa molto di più.

Le mogli raggiungono la camera degli ospiti. La porta è socchiusa, la spingono piano. La camera non è al buio, dalla tapparella poco chiusa, entra luce stradale. Debora abbassa di colpo la tapparella.

Nel frastuono, Andrea e Bruno si svegliano.

Andrea: – Ma che succede?

Bruno: – Il buio? … Accendi la luce.

Debora, con voce decisa: – No. Non vi muovete… Il buio siamo noi.

Nel silenzio che segue si realizza il progetto di Debora.

La comunità è salva.

 

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Il buio – prima parte

È pomeriggio, Andrea e Bruno lavorano nella stessa stanza del loro studio commerciale. Sono amici dai tempi del liceo. Andrea è sposato da alcuni anni, Bruno da pochi mesi.

All’improvviso un buio totale inonda il locale. Per un dolore lancinante alla testa perdono i sensi, accasciandosi sulla sedia.

Quando l’oscurità termina, Andrea lentamente riprende coscienza.

– Ma cosa è successo? Ho ancora la testa frastornata. Tu come stai? – chiede a Bruno.

Andrea si alza e va alla scrivania di Bruno.

– Bruno, Bruno. – chiama preoccupato.

La risposta di Bruno non arriva. La sua ripresa è molto più lenta. Ha i gomiti poggiati sul tavolo, la testa tra le mani e gli occhi chiusi. Dopo un poco apre gli occhi e, sillabando lentamente le parole dice: – Sono svenuto. Devo chiudere gli occhi … tutto mi gira intorno.

Poi si riprende: – Ora sto quasi bene. Ma cosa è successo? Sono svenuto. È mancata la corrente?

Andrea: – Anch’io ho la testa ancora frastornata. Quello che è successo è strano. No, non credo che si stata una mancanza di corrente. È ancora giorno e dalla finestra, nel momento del buio, non entrava luce. Io sono svenuto più lentamente e ho notato il fenomeno. Tutta la stanza è diventata buia, come se fosse stata invasa da una sostanza molto scura. L’ho sentita sulla pelle delle mani e della faccia, prima di perdere i sensi per un forte dolore alla testa.

Bruno: – Io sono svenuto subito. Solo la stanza buia? Che cosa strana. Ma ci deve essere una ragione.

Andrea: Certo, una ragione ci sarà di sicuro.

Bruno: – Proviamo a cercarla su internet.

Andrea, completamente ripreso, ritorna alla sua scrivania.

Guardano lo schermo del computer meravigliati.

– Ma queste sono le statistiche? – dice Bruno. – Io stavo aggiornando l’elenco dei clienti.

– Le statistiche le stavo aggiornando io. – risponde Andrea, poi aggiunge – Nella ripresa dopo il buio, sembra che i computer abbiano scambiato tra di loro i file.

– Mi sembra strano che sia accaduto. – Io ricordo bene. Avevo lasciato un cognome scritto a metà perché …  – dice Bruno, interrotto da Andrea.

– Cognome a metà? Eccolo è sul mio elenco: Facc. Forse era Faccilini?

– Sì, hai ragione ma io al momento non lo ricordavo, mi ero fermato proprio per verificarlo sull’elenco dei nuovi clienti.

I due amici passata la sorpresa ma ancora con la mente stranita, prima di riprendere il lavoro Bruno cerca le ultime notizie.

Bruno: – Su internet non c’è nessuna notizia sul nostro buio.

A mezzogiorno, scendono nel garage per prendere le loro auto. Andrea ha una berlina Ford, Bruno uno spider rosso.

Quando usano il telecomando per aprire lo sportello, Andrea apre quello di Bruno.

Andrea: – Ma oggi cosa succede? Perché si apre la tua macchina?

Andrea: – Anche a me si è aperta la tua. Stiamo calmi. Forse per sbaglio abbiamo prese, dal tavolino, le chiavi dell’altro.

Bruno: – Sarà. Ma oggi mi sembra tutto strano. Scambiamoci le chiavi.

Si scambiano le chiavi. Si salutano.

Andrea arriva a casa e trova sul tavolo di cucina un biglietto di Claudia, la moglie, che l’avvisa di essere andata dalla madre, tornerà presto e che il pranzo è pronto nel forno, a bassa temperatura.

Andrea apre il forno per vedere e decide di arricchire la carne pronta con una insalata che prepara velocemente.

Torna Claudia.

Si meraviglia di trovare a casa il collega del marito: – Bruno … Che fai qua? Dov’è Andrea?

– Come che faccio qua? Io sono Andrea. Che dici? Hai voglia di scherzare. – meravigliato risponde Andrea.

– Io no.  Mi sembra che tu e Andrea ne avete voglia.

– Io e Andrea? Ma sono io Andrea.

– Ma quale Andrea? Hai messo la maschera di Bruno?

– Bruno? … Maschera? Aspetta un momento. – corre nel bagno e nello specchio si vede Bruno.

Rimane a bocca aperta. Ripensando ai file dei computer, alle chiavi e al buio. Dice ad alta voce : – Ha ragione Claudia. Sono diventato Bruno. Poi ci ripensa e aggiunge: – Ma io nella testa sono Andrea. Possibile che, allo studio e nel garage, non ci siamo accorti di niente. Già avevamo ancora il cervello in tilt.

 

Torna in cucina e dice a Claudia: – Hai ragione. Oggi è una giornata strana. Ora telefono a Bruno.

È interrotto da Claudia che urla: – Ma continui? Sei impazzito? Bruno sei tu!

Intuisce che lei non può capire. Riflette un momento e le dice: – Ho sbagliato. Volevo dire Andrea.

– Ah! Finalmente. Fammi parlare con lui. – quasi soddisfatta, risponde lei.

Prende lo smartphone e vede che tra i preferiti non c’è Bruno ma c’è Andrea. Riflette un momento e capisce che è giusto perché lui ha il corpo, gli abiti e lo smartphone di Bruno. A questa conferma ha un’illuminazione e comprende che, nelle inversioni della mattina, anche le loro menti si sono scambiate.

Al telefono non risponde Andrea ma una voce diversa: – Pronto chi parla?

Per non far sentire a Claudia, risponde sottovoce: – Sono Andrea. C’è Bruno? Ma lei chi è?

– Ah, lei è Andrea, l’amico di Bruno. Io sono un poliziotto. Sono qui per indagare il suo amico ladro. Se viene subito può chiarire cosa succede.

– Ladro? Ma che dice? Vengo subito.

Chiusa la telefonata, dice a Claudia: – Vado a prendere Andrea.

Senza aspettare una risposta, esce di casa correndo.

Debora, la moglie di Bruno, non ha riconosciuto Andrea, perché l’ha visto poche volte quando ancora non aveva la barba. Appena l’ha visto entrare l’ha scambiato per un ladro, è corsa nel bagno, ha chiuso la porta a chiave e ha chiamato la polizia.

Quando Andrea arriva a casa di Bruno, insieme all’amico cercano di spiegare ai due poliziotti quello che è successo di pomeriggio allo studio. Ma i poliziotti non credono al racconto né alla strana realtà conseguente e li invitano a seguirli in caserma, per verbalizzare la loro strana giustifica.

Dopo un’ora di interrogatorio, per non essere indiziati di truffa ai danni delle proprie mogli, con uno strano intuito, in quanto sono interrogati separatamente, confessano che è stato uno scherzo fatto alle loro donne.

I due amici vengono rilasciati ma nel verbale devono firmare anche una postilla nella quale si impegnano a tornare alla caserma con le proprie mogli, nel tempo massimo di una settimana, quando avranno chiarito bene lo strano scherzo con loro.

Appena rilasciati vanno a prendere Debora, la moglie di Bruno, e insieme a lei tornano a casa di Andrea.

È molto difficile chiarire alle mogli tutto quello che è capitato. Le due donne sospettano che sotto sotto ci sia qualcosa di imbroglio, magari anche un tradimento. Poi decidono di interrogare Bruno e Andrea sulle vicende della loro vita matrimoniale e anche su quella precedente di fidanzamento. Dalle risposte diventa chiaro anche a loro lo scambio della mente. Alla fine senza soluzione a notte tarda decidono di andare a letto per riposare.

Andrea e Claudia devono sistemarsi nella camera degli ospiti ma sorge un problema.

Claudia: – Un momento. Io dovrei andare a dormire con Andrea che ha il corpo di Bruno? Non sono per niente d’accordo.

Andrea: – Ha ragione. Allora dovrebbe dormire con Bruno che ha il mio corpo?

Claudia: – Ma che dici?  Con Bruno è ancora peggio.

Debora interviene: – Secondo me la soluzione è semplice. Voi maschi andate a dormire insieme.

La proposta è subito accettata. Nella camera degli ospiti dormiranno i due maschi. Nel letto matrimoniale le due donne.

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