LAfa20 – L’avventura mancata

Francy: – Ciao. Mi dai un passaggio?

ILfi: – Ciao. Mai visto in un viottolo di campagna una richiesta del genere.

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Francy: – Le novità sono sempre piacevoli. Non ti pare?

ILfi: – Hai ragione. Ma più che novità è una sorpresa. Il problema è che il trattore ha solo un posto. Come facciamo?

Francy: – Solo un posto? In due possiamo sempre dividerlo. Se ti sposti un poco vedrai che ce la facciamo.

ILfi: – Contenta tu siamo a posto. Dai sali.

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Francy: – Io sono Francy .

ILfi: – Dove andiamo?

Francy: – Alla casa dell’amore.

ILfi: – Ma che dici? Dov’è la casa? Ma cos’è una proposta?

Francy: – Che intuito? Ancora no ma a pensarci, ti vedo ben messo. La casa è la mia. Quando arriveremo lo capirai.

ILfi: – Peccato che il trattore è lento. Dovrò attendere con ansia.

Francy: – Sento che sei simpatico e anche in “muscoli”.

ILfi: – Sì? Ma non spingere troppo altrimenti casco giù.

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ILfi: – Ho capito tutto. La casa con i cuori. Che romantica che sei.

Francy: – Romantica? Non credo proprio.

ILfi: – Ma che fai? Calmati. Ho capito: non sei romantica.

Gemi: Francy, finalmente sei tornata. Ti aspettiamo da due ore. Sono venuti a trovarci  Mommy e Bully. Dai, datti una mossa e portati anche il nuovo amico.

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Francy: – Che bello. Questa visita è una sorpresa. Come state cari amici?

Bully: – Noi benissimo e vedo che anche tu ti mantieni “tosta”.

Gemi: – Entriamo.

Mommy: Bello i cuori sulla facciata. Francy sei stata tu a dipingerli?

Gemi: – E’ lei che fa tutto. Entriamo. Propongo subito un’ammucchiata.

Francy: Ma sì. Così festeggiamo anche il nuovo amico.

ILfi: Sarà per un’ altra volta. E’ tardi e devo tornare a casa. Ciao, ciao.

Francy: Peccato. Ti aspetto al più presto.

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LAfi: – Ma da dove vieni? Ti ho cercato nei campi ma non c’eri.

ILfi: – Cara sorellina sono stato alla casa dell’amore.

LAfi: Ma che dici? Sei ubriaco già prima di mangiare.

ILfi: ؘ– E’ la casa di Francy? Non lo sai?

LAfi: Hai conosciuto Francy? Dai racconta.

ILfi: Prima devo bere qualcosa. Ho la gola secca.

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LAfi: – Ora puoi dirmi di Francy. Ti ha violentato?

ILfi: – No. Sono fuggito.

LAfi: – Il fatto è sempre più interessante. Allora?

ILfi: – Ero sul viottolo che porta all’orto di sotto, quando la bionda Francy ha alzato la mano per chiedermi un passaggio.

LAfi: – Hai capito, la furba. E poi?

ILfi: Si è sistemata vicino a me sul piccolo sediolino e mi ha detto di accompagnarla a casa. Sul prospetto sono disegnati alcuni cuori.

LAfi: Già, convive con un ragazzo e sono una coppia aperta. E poi?

ILfi: E poi, niente. Scesi dal trattore abbiamo cominciato i primi approcci ma alle mie spalle è comparso un piccolo uomo barbuto.

LAfi: – Gemi, il suo ragazzo.

ILfi: ؘ– Ci ha interrotto l’approccio e  invitato a entrare in casa perché erano arrivati due loro amici. Due tipi strani e curiosi.

LAfi: E allora?

ILfi: – Mentre ci presentavamo, Gemi ha detto “propongo un’ammucchiata” e lei ha aggiunto “così festeggiamo il mio nuovo amico. E’ allora che ho salutato e sono andato via.  Capirai “quattro maschi” e una femmina correvo un grande pericolo.

LAfi: – Povero fratellino … che rischio!

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La cattedrale romanica

Inizio a disegnare la pianta di una piccola cattedrale. Parto dalla volta “A”, impostata su quattro archi a tutto sesto, che adopero come “modulo” della pianta. L’arco a tutto sesto, formato da un perfetto semicerchio, ripreso dell’architettura romana, diventa anche la caratteristica di tutti gli edifici romanici (1000-1200 d.C.).

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Completo lo spazio interno circondandolo con un muro.

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Anche la pianta della basilica romanica é simile, come spazio interno, alla basilica romana. Quest’ultima era un edificio pubblico.

Caratteristiche della pianta sono:

1- Navata principale

2 – Navata laterale

3 – Abside

4 – Protiro

5 – Contrafforte esterno che corrisponde alla lesena interna, ambedue di sostegno all’arco.

Il protiro che precede l’ingresso  può essere semplice come nel disegno o molto più esteso, fino a diventare un “quadri-portico”.

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Con le classiche proiezioni ortogonali, disegno la sezione longitudinale A-A e quella trasversale B -B.

Nella sezione B – B si nota il grande “arco trionfale” sul quale è impostata l’abside. Anche l’arco dal trionfo  romano diventa il trionfo del Padre Eterno cristiano.

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Nel dettaglio della sezione A – A, disegno l’arco a tutto sesto con le sue proporzioni (linea verde).

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Nei seguenti disegni delle sezioni si notano:

–  la copertura della navata centrale sostenuta da un sistema di travi di legno chiamata “capriata”, al quale è sospeso un soffitto “a cassettoni”.

– la copertura “a volta” delle navate laterali.

– lo spazio soprelevato dell’abside con la sua copertura a volta semicircolare.

– le finestre in asse con gli archi e con lo stesso loro rapporto.

– il protiro preceduto da alcuni gradini.

– la maggiore altezza del prospetto rispetto alla copertura della navata principale.

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Con un elemento della pianta e quello della sezione imposto il prospetto principale.

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Completo il prospetto e disegno le sue caratteristiche principali:

– il rosone, grande finestra circolare.

– gli archetti pensili che seguono la falda inclinata delle copertura.

– il protiro con un semplice timpano di copertura.

– le lesene terminali della navata centrale.

– i contrafforti laterali diventano parte del prospetto.

 

prospetto-2

Le volte di copertura delle navate laterali sono di due tipo:

– quella a crociera formata dallo spazio di una cupola tagliata da quattro piani verticali.

– quella a crociera formata dall’intersezione di due volte a botte, perpendicolari tra loro.

La volta a vela.

volta-1Così appare dall’interno la volta.

 

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Schema della volta a crociera.

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Evidente l’intersezione tra le due volte.

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Dall’interno è evidente la “crociera” dovuta all’intersezione.

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A parità di larghezza, distanza tra gli appoggi, la volta a vela è più alta.

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Alta caratteristica dell’architettura romanica è la bifora, finestra formata da due archi (sempre a tutto sesto), separati da una una piccola colonna e uniti da un grande arco.

Nel prossimo disegno il rapporto tra le parti della bifora.

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L’immagine completa dell bifora.

Anche una Trifora e un Loggiato, formato da più archi e colonne, insieme alle caratteristiche già descritte fanno parte dell’architettura romanica, non solo delle cattedrali.

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Concludo con due dettagli del prospetto:

Il rosone.

rosone

e gli archetti pensili.

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La forza verde 2

L’incontro

Forse per l’emozione prodotta dalla rete verde, a Sara venne voglia di urinare. Chiusa nel piccolo vano del gabinetto scaricò la sua vescica. Mentre si accingeva a rivestirsi, i suoi occhi furono invasi di nuovo dalla rete verde.

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L’alieno scese dall’auto e seguì Sara nei servizi igienici, dove non sentiva la presenza di nessun altro. Quando fu quasi a contatto con la ragazza il corpo si afflosciò, distribuendosi intatto sul pavimento mentre l’intera sua forza-energia avvolgeva e penetrava quella dell’essere terrestre. 

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Questa volta la rete era più brillante e luminosa. Sara si accorse che non solo gli occhi ma tutto il suo corpo era immerso nella sensazione verde. Lentamente la forza prese consistenza, da impalpabile divenne più materica. Sara la sentì entrare nel naso, nelle orecchie, nella bocca e in tutti gli orifizi del suo corpo, penetrò finanche attraverso i pori. La sensazione non era dolorosa, era molto piacevole. Cominciò a godere in ogni parte del suo corpo come non aveva mai goduto, anche gli organi interni sembravano vibrare in una armonia dolcissima.

Lentamente così come era iniziata la rete prima ritornò impalpabile poi svanì.

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A Sara sembrò svegliarsi da un sogno, si sentiva bene, allegra e con ancora in tutto il suo essere una forte soddisfazione sessuale. Non seppe spiegarsi bene cosa fosse successo, mentre raggiungeva Riccardo nell’officina. Nel momento che lei arrivava, l’auto di grande cilindrata si allontanava. Ai posti anteriori era seduta un’anziana coppia, dietro il ragazzo smilzo.

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Quando l’auto le passò vicino, guardò il ragazzo negli occhi. Erano di colore verde smeraldo. Nulla accadde. Solo un leggero sorriso, scaturito dalle labbra del ragazzo, fu una specie di commiato

Per vivere tra agli umani, doveva essere in grado di controllare il corpo-contenitore con tutti i suoi annessi: bocca, mani … braccia. Gli organi interni come cuore, polmoni, stomaco e tutti gli altri avevano perduto la loro funzione ed erano solo mantenuti intatti dalla forza. L’aspetto era umano, anche se dalla pelle leggermente verde. L’unica diversità era il suo silenzio: era muto.

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Sara non ricambiò il sorriso, non ne ebbe il tempo sia per la sorpresa sia per l’allontanamento fugace dell’auto.

Quando ripartirono la ragazza era piuttosto taciturna ma i pensieri turbinavano, come un uragano, nella mente. Il suo silenzio contrastava con l’onestà e la sincerità, baluardi del suo comportamento. Il resto del viaggio trascorse come al solito compresa la fermata, al bar dell’ultimo motel prima dell’uscita dall’autostrada, per uno spuntino classico con brioche e cappuccino.

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Noi non possiamo morire – capitolo dodicesimo

Il testo (ridotto) è ricavato da “Una pagina al giorno” di Daniele Conventi.

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Gabino ripone gli strumenti, prende in mano la torcia e mi guarda come se la risposta fosse ovvia, poi alza il prezioso bastone per attirare l’attenzione su di se.

<< Seguitemi>> ordina << il fuoco non durerà a lungo>>.

Procediamo nel cunicolo sulla sinistra seguendo la torcia di Gabino. Mi sento come una falena.

La luce rende tutto più semplice. Continuiamo ad avanzare, toccando le pareti con una mano, giusto per sicurezza. È più facile evitare di pestare   punte e schegge, ma preferiamo comunque non andare troppo spediti. Il tunnel si piega su se stesso un paio di volte, si dirama in biforcazioni, si trasforma in piccole grotte. Gabino ci guida, sempre in testa. Ha qualche esitazione, di tanto in tanto, ma sembra sapere la strada.

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Ci fermiamo solo dopo essere giunti all’ennesima grotta. È grande abbastanza da poter ospitare almeno una ventina di persone. Tutto intorno a noi cunicoli e gallerie bucano le pareti..

Da alcuni dei passaggi si sente un suono continuo, flebile simile a quello di acqua che scorre. Dalle stalattiti l’acqua gocciola con frequenza, formando conche piene di liquido fresco.

<< Fermiamoci qui>> ordina Gabino << Io devo riflettere. Voi dovete riposarvi>>. Detto questo spegne la torcia con un panno..

Io mi dirigo verso le pozze d’acqua cercandole con la mano. Il buio è fitto, completo.  Trovo una pozza vicino a uno dei passaggi. Me ne accorgo perché sento un alito di vento sfiorarmi e un suono farsi più forte. È una specie di rumore continuo, indecifrabile. Bevo portandomi l’acqua alla bocca con entrambe le mani. E’ fredda, talmente piena di calcio da poterne sentire il sapore in bocca.

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Cerchiamo di dormire. Sento qualcuno russare, qualcuno sussurra in un linguaggio a me sconosciuto. Qualcuno cammina in cerca di qualcosa. Qualcuno batte i denti dal freddo. Abbiamo le coperte, ma qui sembrano inutili come se fossero di seta sottile.

Io non dormo. Ho le gambe doloranti e sento il corpo in preda ai tremori del freddo. La testa mi gira e più di una volta rischio di rimettere quel poco di acqua che ho nello stomaco. Mi concentro su pensieri rilassanti, su immagini di luoghi caldi e solari. Chiudo gli occhi e svengo.

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Un frastuono. Miliardi di voci acute che parlano all’unisono.

Sono cosciente, ma non capisco se ho gli occhi aperti o chiusi..

Il suono acuto e continuo sovrasta ogni rumore.

<< Che cos’è? Cosa sta succedendo?>>.

<< La montagna ha fame>> mi risponde il sacerdote, preoccupato.

<< Non mi sembra il suono di un terremoto!>>.

<< Terremoto non ti spolpa fino alle ossa>>.

Sudore freddo. Sento del sudore freddo scorrermi lungo la schiena. Il mio sangue gela. E’ una buona notizia. Se può gelare vuol dire che è ancora caldo. Ultimamente iniziavo a dubitarne.

<< Dobbiamo preoccuparci? >>.

Gabino ci mette un po’ a rispondere: << Spero di no. Il suono è lontano. Le gallerie lo amplificano, ma è più lontano di quello che sembra. Dovrai farci l’abitudine. La montagna ha spesso fame, ma si accontenta di se stessa o di chi è troppo imprudente>>.

Aspettiamo pazienti che il rumore svanisca. Scema lentamente dopo essersi fatto, per un momento, ancor più acuto.  Poi torna il silenzio.

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<< Andiamo >> ordina Gabino facendo scintillare un paio di volte le pietre focaie  accendendo la torcia.

Il sacerdote, torcia alla mano, osserva attentamente tutti i passaggi..

<< Di qua>> afferma a un certo punto, indicando un cunicolo basso e stretto. Lui è costretto ad accucciarsi e camminare carponi per procedere, io devo solo piegare la schiena, ma ci accucciamo tutti come lui, per maggior sicurezza.

Continuiamo così per circa trecento passi prima di vedere il passaggio allargarsi. Ci alziamo a tastoni, aiutandoci l’un l’altro.

Qualcuno, alzandosi, scivola per un attimo. Piccoli sassolini rotolano. Li sento rimbalzare. Dei leggeri tic poi nulla per qualche secondo. Tuc. Il suono attutito di qualcosa appena caduto.

Gabino punta la torcia verso il suono. Di fianco a noi si presenta un dirupo. Il pavimento di pietra naturale sembra essere franato lasciando spazio al vuoto e a una caduta di almeno una trentina di metri.

<< Questa prima non c’era>> commenta il sacerdote allontanando tutti con il semplice gesto di una mano. << Mano sul muro opposto!>> ordina << Vi voglio tutti sul lato opposto!>>.

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Riprendiamo a camminare con più cautela. Gabino passa la torcia ad uno dei cacciatori dietro di noi. Non vuole rischiare. Avrà meno visibilità davanti, ma la luce arriverà più facilmente anche a quelli più indietro.

Sento sassolini precipitare di sotto a ogni passo. Qualcuno bisbiglia una litania. Credo sia una specie di preghiera. Chissà per cosa sta pregando.

Ci raggruppiamo a qualche metro dalla fine del dirupo, in un punto abbastanza vicino da controllare che tutti ci raggiungano, ma abbastanza lontano da non intasare il passaggio. Cacciatori e cacciatrici mi passano affianco, mentre osservo avvicinarsi Giulia. Voglio accertarmi che arrivi sana e salva. Non sembra avere grossi problemi. Poi sento il rumore di un crollo.

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Un pezzo di costone crolla nel vuoto. Un paio di cacciatori, in un istante, si ritrovano senza il terreno sotto i piedi. Uno dei due cade nel vuoto. Il suo urlo arriva come il tuono, a qualche secondo di distanza dal momento della caduta, nel momento stesso in cui si accorge di cosa sta succedendo. Il suo amico è più veloce, o forse solo più fortunato. Si aggrappa al bordo ancora integro. Si aggrappa con tutta la forza che ha, spingendo sull’ultimo tratto delle falangi.

Giulia è lì vicina, abbastanza lontana da non essere coinvolta. Li la luce arriva soffusa, ma riesco a vedere il suo volto, i suoi occhi. Ne capisco le intenzioni.

<< No!>> le urlo scattando verso di lei.

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Giulia sta correndo verso l’uomo in difficoltà. Vuole dargli aiuto. Allunga il braccio verso di lui. Gli prende il polso e cerca di sollevarlo, ma è troppo pesante. Non ci riesce. La vedo sforzarsi mentre il peso dell’uomo la fa protendere troppo verso il baratro. Non posso aiutarla. Sono sul margine più vicino, ma sono comunque troppo lontano anche solo per allungare la mano. Giulia si sporge ancor di più, mentre l’uomo cerca di impuntarsi con i piedi sulla roccia, di cercare un appiglio su cui far forza. Lentamente si solleva, mentre lei lo tira, allontanandosi dal bordo. Lo lascia solo quando l’altro è salvo, disteso sull’altro margine, lontano dal resto del gruppo, ma almeno non è in fondo al precipizio. Lancio un sospiro di sollievo. Sento un altro rumore. Un altro pezzo di roccia che crolla. Qualcuno che grida << No!>>. Non riesco a capire chi è. La voce rimbomba e sembra lontana. Un forte vento mi investe. Sotto di me il nulla.

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AUGURI 2017

Per tutti gli amici e visitatori. Dino

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La forza verde

L’incontro

Sara aveva compiuto da poco sedici anni, era fidanzata con Riccardo, ventenne, suo vicino di casa. Aveva un buon rapporto con i genitori, in particolare con la madre, donna molto emancipata, alla quale confidava sempre i suoi pensieri e le sue riflessioni. Per questo fu facile chiederle di come potesse avere rapporti protetti con il suo ragazzo. La madre acconsentì di aiutarla ma considerando la giovane età decise di consultare il medico di famiglia.

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La vita della ragazza non cambiò molto, continuò a frequentare il liceo scientifico con buoni risultati e a seguire il corso di nuoto, nella piscina locale. Il rapporto con Riccardo iniziò con spensierata allegria, con sereno e giusto approfondimento sessuale, protetto dall’uso di una pillola a basso dosaggio.

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Il sabato, lei libera da impegni scolastici e lui dal lavoro da poco iniziato in una società di import/export, diventò il loro giorno di svago e di amore. Spesso anche la domenica i due ragazzi rimanevano fuori, alloggiando in una stanzetta ammobiliata in un antico palazzo vicino al mare.

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Una trattoria pizzeria, ubicata al piano terreno dello stesso fabbricato, provvedeva al loro modesto bisogno alimentare. Il rifugio d’amore era piuttosto distante dalla cittadina collinare dove abitavano con le rispettive famiglie.

L’ultimo anno di liceo fu per Sara abbastanza impegnativo, tanto che permise poche fughe verso il nido. Ma sabato dieci maggio, coincidente con il compleanno di Sara, nulla poté fermare la partenza verso il mare. Come compagnia portò il testo scolastico di letteratura, materia importante per il buon risultato dell’ormai prossimo esame di maturità.

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La fermata al primo distributore dell’autostrada, per il solito pieno di benzina, fu quel giorno molto lunga a causa di una perdita d’olio dal motore dell’auto di Riccardo. Mentre nella piccola officina, annessa al distributore, si  provvedeva a cambiare la guarnizione usurata del raccordo serbatoio olio motore, Sara notò che un auto di grande cilindrata ospitava sul sedile posteriore uno smilzo giovanotto dalla pelle leggermente verde. Quando gli occhi della ragazza incrociarono quelli del passeggero, la mente di Sara ebbe un leggero sussulto e, per un attimo, l’immagine di una rete verde smeraldo formò un velo davanti ai suoi occhi.

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Se i suoi occhi fossero stati umani avrebbe visto Sara come una ragazzina bionda con gli occhi azzurri, un bel corpicino snello e ben proporzionato. I suoi erano solo un apparente clone, come tutto il resto del suo corpo umano. Non vedeva l’immagine ma distingueva l’energia superficiale dei capillari da quella mutevole degli organi interni, tutte contenute in un contenitore vagante. Individuava molto bene la vitalità e la freschezza di quest’essere rispetto a quella, più usurata e meno vigorosa, delle altre forme presenti. Dal tipo di energia capiva che lei era adatta al compito che gli era stato destinato.

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La cripta di Bremen – III episodio 5

Giulio e Giulia vengono “provati” insieme, perché come fratelli sono molto uniti. Infatti il loro misfatto è notevole. Riescono a eliminare quattro persone, scelte tra i clienti della pensione.  Gli immolati sono: un rappresentante di commercio, un pensionato in vacanza e una giovane coppia in viaggio di nozze. Imbavagliati e legati nel sonno dai due fratelli, di notte sono portati nel giardino e impiccati a una grande quercia. I fratelli giocano con i cadaveri sospesi.

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Nessun problema per Angelo, il meccanico scelto da Mercuria e per Amanda, la panettiera scelta da Martedio. Il primo assassina un cliente dell’officina, anche in maniera molto sadica. Infatti lo brucia lentamente con la fiamma ossidrica, con grande divertimento del demone Mercuria.

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Amanda, condizionata dal demone Martedio, accoltella l’ultima cliente della serata e la brucia, dopo averla fatta a pezzi, nel forno del pane. La temperatura non è adatta a una cremazione e dovrà liberarsi dei residui nella raccolta differenziata.

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L’ultimo rimasto per la “prova” è Franz, l’atleta tedesco scelto da Venerella. Il demone va a trovarlo nella palestra è gli indica una giovane atleta che dovrà violentare e poi uccidere la sera stessa, prima che la palestra chiuda.

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Quando è il momento, Franz chiede a Venerella di andare a comprargli un birra e di allontanarsi anche per non insospettire la ragazza.

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Venerella impiega molto tempo perché il bar della piazza è lontano dalla palestra. Franz rimasto solo con la ragazza la corteggia, fino a baciarla. Poi la lascia andare via senza torcerle un capello. Prende dall’armadietto dei medicinali una vecchia sacca di sangue, rimasta da un intervento di trasfusione per un incidente a un atleta, molti mesi prima. immagine-6

Quando il demone ritorna, lo trova che sta pulendo il pavimento dal sangue. Franz per rendere la scena più reale è senza i pantaloni e le scarpe. Dopo bevuta la birra, porta un grosso sacco nel contenitore  dell’immondizia non riciclabile.

Le prove sono terminate e le coppie sono pronte per iniziare il “progetto di violenze”.

Malgrado la sensibilità acuta dei demoni, nessuno di loro “sente” che Franz non è stato condizionato. È la sua mente che riesce a isolarsi, senza che lui sia consapevole. È lo stesso stato inconscio che non gli ha permesso di portare a termine il femminicidio.

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