Il rudere – undicesima parte

Da quando ho sciolto i capelli ad Armela, ha cambiato pettinatura. Li porta spioventi sulle spalle, legati solo con un nastro decorato con brillantini. Deve aver cambiato anche il regime alimentare, quando l’ho conosciuta era piuttosto magra. La ragazza inizia a piacermi.

Dopo solo due lezioni, Armela ha imparato facilmente molte parole e anche alcuni verbi, adoperati ovviamente all’infinito.

– Io andare a mangiare. Io vedere cielo. Io andare a dormire. Tu baciare Armela. – dopo questo ultimo suo dire non mi rimare che baciarla.

Di pomeriggio vado in cerca di Armela nel giardino ma non la trovo. Poco dopo arriva Armela che porta un cavallo per le briglie. Quando è vicina si ferma e cerca di dirmi qualcosa.

Ho un po’ di difficoltà a capire cosa vuole. Finalmente a gesti e a “poche” parole mi è tutto chiaro. Anch’io, a gesti e parole, cerco un conferma:

– Tu andare sul cavallo … io portare lui. – le dico.

Lei annuisce e mi salta al collo schioccandomi  vari baci sulle guance e dice: – Bruno essere bravo.

È proprio una bambina con il fisico da donna.

L’aiuto a salire sul cavallo e partiamo per l’allenamento. L’animale è molto docile, mi segue lentamente mantenendo la mia andatura,

Armela dall’alto mi propone: – Tu dire parole, io ripetere.

La proposta mi piace, sarà un doppio allenamento.

– Armela andare a cavallo, io andare a piedi. – inizio con le parole. – poi continuo con altre semplici parole.

Lei ripete tutto molto bene

Si ferma. L’aiuto a scendere da cavallo. Lei prende le briglie e mi dice: – Bruno andare sul cavallo, io andare a piedi.

Sorpreso dalla proposta, salgo a cavallo non senza timore. Nella mia vita non sono mai stato vicino a un cavallo. Mentre salgo lo vedo … enorme.

Fino a ora di cena ci alterniamo a passeggiare sul cavallo. Ad ogni cambio di posto la bacio con passione e ci scambiamo brevi messaggi del tipo: capelli, occhio, naso, bocca, mano …

Armela memorizza bene tutte le parole. È un’alunna molto impegnata.

Giulia si diverte al racconto delle lezioni di lingua e delle mie “cavalcate” anche perché le confido la mia paura iniziale che ho dovuto nascondere ad Armela.

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Il rudere – decima parte

Dopo la cena al motel, anche questo sabato siamo arrivati nel sotterraneo poco prima di mezzanotte. Il portone del castello era spalancato, non abbiamo capito il motivo ma sicuramente non lo era per noi.

Appena entrati nel cortile il conte Markus ci è venuto incontro e ha baciato Giulia, questa volta sulla guancia. Forse per la mia presenza.

Giulia dice a Marcus di voler visitare la sala quadri.

Appena entriamo, noto il soffitto a lunette decorate con strani disegni, quasi astratti. Anche Giulia li ha notati e deve averlo chiesto al conte.

Mi ha tradotto la spiegazione dei disegni: – Markus mi ha detto perché i disegni sono così strani. La progenitrice della principessa era una pittrice ma purtroppo non molto sana di mente. Infatti tra i quadri c’è un suo autoritratto che, quando lo fece, definì “il mio fantasma”.

Noto un quadro che rappresenta sicuramente un’antenata di Giulia. Le dico di avvicinarsi al ritratto. La somiglianza è perfetta. Il vestito è lo stesso che lei indossa. Il monile tra i capelli, dello stesso colore, e il gioiello pendente al collo anche sono uguali. L’unica cosa diversa sono i capelli sciolti e lunghi.

Ci fermiamo a guardare il quadro del “fantasma” che è sistemato tra quello dell’antico principe e quello, mi traduce sempre Giulia, dalla sua amante ufficiale. Una gran bella giovane ragazza di origine popolari, era una servetta. Uccisa poi dalla pittrice mentre posava come modella.

Il conte e la “mia ragazza” si allontanano, sempre più vicini escono dalla sala. Mentre sono ad ammirare i ritratti degli attuali castellani, sento una mano che tocca la mia. È Armela che mi ha raggiunto nella sala quadri. Il suo arrivo mi è molto gradito. La guardo e mi accorgo, per la prima volta, che i suoi capelli sono dello stesso colore di quelli di Giulia. Mi viene da pensare che in quel castello sono tutti consanguinei. Forse l’incesto non era un tabù.

Armela si avvicina, ci baciamo. Non so decidere bene, siamo soli ma il posto non penso sia adatto per continuare. Per distrarmi decido di scioglierle i capelli, che porta sempre raccolti in alto.

I lineamenti delicati della principessina, con i capelli sciolti, assumono avvenenza e tutto il viso appare luminoso e passionale. La prendo per mano e usciamo dalla sala quadri. Vorrei portarla nella mia camera ma non ho la minima idea dove sia. Per me il castello è un labirinto. L’unico percorso che ho memorizzato è quello che porta ai giardini. È li che mi dirigo.

Ancora una volta costringo il mio desiderio a smorzarsi, distraendolo passeggiando abbracciato alla dolce e bella fanciulla. Per lo meno ci tento ma con difficoltà in quanto tra noi non è possibile un dialogo. Le uniche e ripetitive  parole che possiamo scambiarci sono i nostri nomi.

All’improvviso ho un’idea: perché non insegnarle alcune semplici parole. Per lo meno quelle che posso farle vedere o sentire. Mano, dito, naso, vestito … bacio, carezza, pizzicotto … e tante altre.

Con la lezione di lingua, che lei segue con molto interesse  anche divertendosi, finalmente il desiderio svanisce.

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Il rudere – nona parte

Questo sabato siamo partiti molto tardi. Siamo arrivati al motel intorno alle ventuno. Giulia era affamata, per lavoro aveva saltato il pranzo quotidiano,  A mezzogiorno si era rifocillata solo con qualche dolcetto e un succo di frutta. Mentre io cenavo a pizza, lei ha consumato un pasto completo: spaghetti con vongole e bistecca ai ferri.

Durante il pasto le ho parlato delle grande stanza con i quadri che ritraevano personaggi.

– Deve essere la sala dei ritratti. In tutti i castelli medioevali l’effigie degli antenati meritava una sala pinacoteca. – così mi ha chiarito la mia compagna, esperta d’arte. – ha poi concluso – Mi piacerebbe visitarla.

“La porta del tempo”, così l’abbiamo battezzata, anche questa volta si è aperta sul portone.

Era appena mattina. Tanto presto che siamo rimasti soli nel salottino.

– L’altra volta era di pomeriggio, oggi è mattina. Anche questo è un mistero. Il tempo sembra che sia sfasato. – nota Giulia.

– È tutto un mistero. Se fosse sfasato anche oggi, come l’ultima volta, doveva essere pomeriggio. L’ora di apertura è sempre la stessa. Come molte cose dell’universo, potrebbe trattarsi più di casualità, dovuta a circostanze fortuite, che di sfasatura. Almeno credo. – così le ho espresso il mio pensiero.

– Il solito razionale. Ricordami che vorrei visitare la stanza degli antenati. Ammesso che riesci a ricordarti dov’è.

– Ci sono capitato per caso. Non saprei ritornarci. Perché non lo chiedi al tuo caro amico?

– Giusto. Lo chiederò a Markus.

– Il conte Markus? … Mi sembra una persona molto disponibile con te. – lancio una battuta.

Giulia ride e la raccoglie: – È meglio non parlare dei “nostri amori”. Tanto sono “fortuiti e casuali nel tempo” come l’hai definito tu.

Il primo ad arrivare è stato il principe, seguito dalla cameriera “ambrata”, che conosco bene, munita di vassoio.

Faccio progressi. Ho sentito la sua voce, credo fosse un saluto.

Mentre iniziamo a fare colazione insieme al principe, arriva Markus che subito si precipita a baciare Giulia, questa volta sulla mano. Ma deve sedersi lontano da lei perché è seduta tra il principe e me.

Una alla volta arrivano la principessa, la sorella e la principessina.

Giulia mi traduce brevemente l’argomento trattato dai commensali. Andremo a fare una passeggiata a cavallo, fino alla tenuta del conte, dove ci fermeremo per un frugale pasto.

La principessina è da poco che fa lezioni per cavalcare e seguirà la gita in carrozza. Io, che non sono mai salito a cavallo, sarò suo ospite.

 

4     Quando tutti sono partiti per la cavalcata, arriva un carrozza rosa con quattro cavalli. Giulia e il conte Markus hanno aspettato, gentilmente, l’arrivo della carrozza.

Soli nella carrozza tento un approccio con Armela. Quando inizio  a carezzarla la carrozza si ferma. Deve essere successo qualcosa subito dopo la partenza.

Giulia aiuta la madre di Armela a entrare nella carrozza. Le chiedo cosa sia successo.

– Il cavallo della contessa ha iniziato a dare segni di nervosismo. Markus è riuscito a fermarlo prima che succedesse il peggio. Mettendo in salvo la madre. – questo è il chiarimento di Giulia.

Quando la carrozza riparte, Armela inizia a discutere con la madre. Io al centro tra le due sono sballottato non solo dal movimento del mezzo ma anche dalle fluttuazioni dei loro corpi sul mio. Alla fine della discussione, stanche, si abbandonano tra le mie braccia. Il viaggio diventa stimolante, pressato da due fisici diversi ma entrambi seducenti.

La giornata continua con un pranzo abbondante anche come libagioni. Sulla via del ritorno madre e figlia si addormentano abbracciate, malgrado i movimenti della carrozza.

Dopo una leggerissima cena, la cameriera mora mi conduce a letto. Il ricordo e le sensazioni prima di Armela e poi della madre, mi spingono verso la donna. Appena entrati nella camera, inizio a carezzarla. Questa sera, il sonno tarderà a venire per un forte impegno amoroso.

Alla solita alba, mi confido con Giulia. Lei si diverte con la mia avventura andata a male nella carrozza. Non le racconto la fine serata.

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Il rudere – ottava parte

È il momento del passeggio. Mentre sono solo con Armela, vedo  il conte  che arriva su uno splendido  cavallo nero con la criniera e la coda bianca. Giulia mi aveva detto che è il fratello della principessa. Appena scende dal cavallo, si avvicina a Giulia e la bacia sulla bocca. Il bacio non ha alcun effetto emotivo su di me. Non so spiegarmi il perché ma mi è indifferente. Forse è anche la presenza di Armela, che proprio in quel momento si stringe vicina, prendendomi per mano.

Dopo il bacio, il conte risale a cavallo. Mentre penso che vada via, lui aiuta Giulia a prendere posto anche lei sul nero quadrupede che parte al galoppo. Armela mi si avvicina molto di più e con le sue piccole mani stringe forte la mia. Mi giro verso di lei, unendo la mia mano libera alle sue. Ci guardiamo negli occhi, sento quasi il desiderio di baciarla ma desisto. Tenendoci per mano torniamo al castello.

Giulia arriva insieme al conte quando siamo già a cena. Si avvicina e mi dice che si è rifocillata alla tenuta di campagna del conte.

Insieme si spostano nell’adiacente salottino.

Dopo cena anche io e Armela entriamo nel salottino. Al nostro arrivo Giulia e il suo amico escono tenendosi per mano. Armela mi fa capire a cenni che va a dormire.  Non capisco bene se è un invito o solo un semplice saluto. Ci alziamo in piedi, penso di darle il bacio della buonanotte ma mi trovo con le labbra sulle sue. Con un leggero imbarazzo le do un bacio semplice e veloce. Poi, imitando i suoi precedenti gesti, le comunico che anch’io andrò a dormire. Lei mi sorride e va via.

Mi aggiro per il castello, piuttosto deserto, cercando di raggiungere la mia camera da letto. Mi accorgo di aver ho perduto completamente l’orientamento. Apro una porta e mi trovo in una grande stanza, alle pareti intravedo dei quadri di ritratti. La porta si riapre, è la cameriera che mi ha condotto a letto la prima volta. Forse cercava proprio me.

La seguo. Quando entriamo  nella camera da letto, vedo una tinozza pronta. È piena si schiuma profumata.

Si ripete il rituale della sera precedente, sono denudato ma, questa volta,  messo a mollo. Appena sono lambito dalla tiepida e profumata acqua che insieme alle bolle della schiuma solletica la mia pelle, penso alle parole di Giulia “forse bisogna chiedere”. Guardo la donna, la sua pelle ambrata mi attrae. Non chiedo, anche volendo non potrei, ma prendo la sua mano, la guardo negli occhi e le sorrido. Con un sorriso e un lento, ma sensuale movimento delle labbra, mi fa capire che ha compreso l’invito.

Lei si spoglia lentamente, quasi come una stripper, ed entra nella piccola bagnarola. Chiudo gli occhi per immaginare che la donna sia la principessina ma l’esperta esuberanza della compagna di tinozza mi fa tornare alla sua realtà. L’amplesso continua all’asciutto sul letto.

Quando la mia amatrice va via, sento ancora il piacere del suo corpo ambrato e le carezze sulle membra.  Impiego un po’ di tempo ad addormentarmi.

Nel sotterraneo trovo subito la pila che avevo lasciato spenta, a terra nell’angolo dell’affresco che rappresenta la principessa a cavallo.  L’accendo e usciamo all’aperto. Anche questa volta, sono le sei e trenta precise.

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Il rudere – settima parte

Sono a casa da due giorni e sono in piena attività. Per fine settimana, devo consegnare due progetti che ho in ibernazione da un po’ di tempo. Anche Giulia ha molto da fare. Tra noi due solo telefonate veloci di saluto, eppure avremmo tante cose da dirci, principalmente per la nostra esperienza “nel rudere”.

Stanotte ho fatto uno strano sogno. Era una limpida alba e nel cielo, come fantasmi, c’erano le teste degli abitanti del castello. Al centro più evidenti c’era la testa di Giulia vicina a quella del suo corteggiatore.

Le ho telefonato e raccontato il sogno.

– Anch’io ho fatto lo stesso sogno con le teste nel cielo. Ma era il tramonto e la tua testa era vicino a quella della giovane principessina. Io non c’ero. – mi ha detto Giulia. – poi ha aggiunto: – Sabato torniamo al rudere e vediamo cosa succede?

– Sabato mattina devo consegnare il mio lavoro all’impresa. Possiamo andare al rudere al pomeriggio. – le ho risposto.

– Se è a mezzanotte che si apre il varco è meglio andare più tardi. Anch’io sabato mattina ho da fare. – ha concluso lei.

Come avevamo deciso. dopo pranzo siamo partiti per il rudere. In auto abbiamo cercato di chiarire quello che ci era accaduto durante la notte nel castello. Ma non siamo giunti ad alcuna comprensione del fenomeno.

–  Sono sempre più convinta che non sia un sogno. Il luogo e le persone appaiono troppo reali. Anche se le tocchi le senti vive. – dalle parole di Giulia traspare una piena consapevolezza.

– Per “toccare” ti riferisci al tuo corteggiatore – tento una provocazione.

– Mi sembra che anche tu ti “destreggi” con la giovane principessina. – è la sua pronta risposta.

– Ma è una principessina? A proposito di lei, ha i capelli dello stesso colore dei tuoi. L’hai notato?

– Sì, la madre è la sorella della principessa. Suo padre è il principe. – mi chiarisce Giulia.

– Il principe? Ma allora è una pacifica convivenza. Oggi diremmo … una famiglia allargata.

– Questo non lo so bene. Forse potrebbe essere il matrimonio precedente del principe o un accordo per la discendenza. Oppure altro … Non ti sei accorto che il sesso nel castello sembra molto libero? Già il fatto che le camere da letto siano individuali e in due ali lontane del castello presuppone un libero comportamento. E poi i servi che mettono a letto gli abitanti del castello di sesso opposto? Non è tutto così strano? – mi dice Giulia.

Quando siamo in vista del rudere, mi è venuto in mente che non avevamo portato la cena. L’ho detto a Giulia:

– Stasera per cena non abbiamo nulla. Il lavorare tutto il giorno ci ha distratto.

– Se va tutto bene … Ceneremo al castello. – ha risposto lei, ironica e divertente.

– Già, giusto. Solo che hai dimenticato che dobbiamo aspettare la mezzanotte. Forse conviene trovare un posto dove cenare. Lungo la strada, prima di questa stradina collinare, ho visto un motel e qualche ristorante.

Sollecitata la mia Giulia subito ha elaborato: – Ora è ancora giorno. Andiamo al rudere e cerchiamo di scoprire altro. Più tardi andiamo a cenare al Motel, l’ho notato anch’io. Aspettare la mezzanotte nel sotterraneo freddo e umido non ci fa bene. È meglio arrivare tardi.

– E il plaid? L’hai portato? – mi ha chiesto lei.

– Sì. È sempre nel bagagliaio.

La cenetta al ristorante del motel è stata una buona idea. Anche se siamo arrivati molto tardi, il motel era deserto ma il forno era ancora acceso. Per cena abbiamo gustato un’ottima pizza “margherita”.

A mezzanotte il varco puntuale si è aperto. Ma c’è una nuova visione: un portone.

– Cos’è questa novità? – sorpresa commenta Giulia.

– Speriamo che sia il portone del castello. Proviamo a bussare. – aggiungo io.

– Ma come? Con le mani? Non vedo campanelli. Non c’è nemmeno una serratura.  – dice lei.

Ha ragione tranne le due ante di legno, non c’è altro. Mi accorgo, guardando bene, che alla sinistra vicini allo stipite pende una sottile cordicella. Lo dico subito a Giulia:

– La, la. Vedi quel cordino? Prova a tirarlo.

Giulia mi guarda e mi dice: – Sì, lo vedo. Ma sei sicuro che sia il modo per entrare? E se è un trabocchetto?

È la prima volta che vedo la mia ragazza timorosa. Di solito ha coraggio da vendere. Con tutte le stranezze della prima visita al castello, non ha tutti i torti.

– Non ti preoccupare. Tu tira la cordicella e vediamo cosa succede.

Convinta lei allunga la mano e da un veloce strappo al cordino. Quasi come fosse pronta a fuggire. A me viene da sorridere, mentre il suono di una campanella risuona lontano. Contemporaneo al suono sento sul corpo un cambiamento d’abito. Anche Giulia ha il suo elegante vestito azzurro.

Un servitore e una ragazza aprono il portone. Ci riconoscono. Infatti la ragazza accenna a un inchino, lui sorride e ci fa cenno di entrare dicendo qualcosa, forse di saluto, ma che come al solito io non sento. Giulia a sua volta sorride e risponde, con parole che sento ma non capisco.

Quando siamo arrivati al castello doveva essere di pomeriggio, perché il sole era già molto alto.

Il maggiordomo e un cameriere, con vassoio contenente bicchieri e un brocca bianca, ci vengono incontro. Il maggiordomo dice qualcosa a Giulia.

Li seguiamo nel giardino dove i castellani sono a fare siesta. I nostri giovani amici ci accolgono con entusiasmo.

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Il rudere – sesta parte

È una sala da pranzo. Alcuni camerieri sono pronti e schierati La principessa e il principe parlano con un uomo vestito come gli altri servitori ma più elegante, deve essere il maggiordomo. Anche la dama in lilla si ferma nella sala da pranzo. Giulia e il suo accompagnatore procedono ed entrano in un altro ambiente.

Insieme alla mia dama seguo la coppia. Entriamo in un salottino. Prendiamo posto su un altro divanetto rosso. Noto che Giulia e il suo cavaliere sono molto affiatati, si guardano spesso negli occhi e sorridono alle parole che si scambiano. Anche la mia giovane dama mi sorride spesso.

A pranzo tutti i commensali parlano tra di loro. Sono seduto di fronte alla giovane dama e non smettiamo di guardarci. Lei, ogni volta che beve, alza il bicchiere invitandomi a brindare, con un ampio sorriso. Accetto volentieri e a partecipo al suo cincin sorridendo.

Dopo pranzo ci spostiamo nel giardino all’ombra di grandi alberi. Giulia si allontana con il suo cavaliere. Io resto solo con la giovane dama.  Ci sediamo su una panca di legno, lei mi guarda negli occhi e mi dice qualcosa sorridendo. È la prima volto che sento una voce ma il linguaggio mi è sconosciuto.

Sorrido e scuoto la testa, lei intuisce la mia difficoltà a capire. Con un dito si indica e pronuncia:

– Armela. – Sorride e indica me.

Rispondo subito: – Bruno.

Mi prende la mano e la stringe nella sua, mentre dice: – Bruno et Armela.

Non posso fare altro che sorridere di nuovo. Non capisco cosa ha voluto dire, forse una presentazione. Non lascia la mia mano. Restiamo così seduti vicino, mano nella mano.

Arriva il principe alto e le dice qualcosa che di nuovo non sento. Lei si alza, lascia la mia mano, e lo seguiamo. Tutti insieme passeggiamo tra viali fioriti. Giulia e il suo accompagnatore sono sottobraccio e parlano sottovoce. In genere sono geloso ma stranamente questa volta non lo sono.

Armela guarda la coppia e imitandola si infila sotto il mio braccio.

Guardo l’orologio per vedere l’ora, è passato un bel po’ di tempo. Ma l’orologio sul mio polso non c’è. Non mi sono accorto che passeggiando siamo tornati al castello che vedo improvvisamente davanti ai miei occhi.

Dopo cena, Giulia mi spiega che non dormiremo insieme. Un’ala del castello è destinata ai maschi e un’altra alle donne.

Una cameriera mi conduce nella mia stanza e inizia a spogliarmi. Quando sono nudo, da un armadio prende una lunga camicia bianca e mi aiuta a indossarla. Rimango tutto il tempo muto e stranito. Mi sdraio sul letto, lei mi copre e mi rimbocca una leggera coperta. Prende la candela e va via.

Mi addormento mentre cerco di mettere ordine negli avvenimenti della giornata.

Apro gli occhi sono nel sotterraneo, sento Giulia vicino a me, siamo sul plaid. È buio.

– Abbiamo sognato? Tu che pensi? – le chiedo.

– Non lo so. Ricordo tutto bene. Lo scalone, la principessa e gli altri. – mi dice lei.

– Il pranzo, la passeggiata … quando siamo andati a dormire da soli. – continuo io.

– Sì. È così. Un sogno insieme?

– Non penso sia stato un sogno. Mi sento ancora caldo come quando la cameriera mi ha messo la coperta. Qua ora sento il fresco del sotterraneo. – dico io.

– Ti ha messo a letto la cameriera? A me mi ha spogliato e sistemata a letto un cameriere. – mi precisa Giulia.

– La cameriera era distaccata ed educata. Non è successo altro. – preciso anch’io.

– Anche a me. Considerando la loro educazione mi viene il sospetto che per “altro” dovevamo chiedere. Che nottata strana … Che poi era giorno! – continua Giulia

Carponi troviamo la pietra per aprire.

– Usciamo. Cominciamo a  raffreddarci qua dentro. – suggerisco io.

– Hai ragione. Fuori sarà notte? – dice lei mentre la pietra dell’apertura inizia a scorrere.

Usciamo.  È l’alba. Guardo l’orologio al polso. Sono le sei e cinque minuti.

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Il rudere – quinta parte

Restiamo fermi e pensierosi.

Quando gli occhi si abituano, vediamo una  grande scala che sale nella luce. Prendo Giulia per mano, per infondere coraggio a entrambi, e le dico: – Aspettavamo qualcosa no? E ora cosa facciamo?

La sua risposta è immediata: – Saliamo.

Pian pianino ci avviciniamo al varco. Appena l’attraversiamo la luce diminuisce e di fronte a noi si concretizza uno scalone rivestito di marmo bianco e verde.

Insieme poggiamo un piede sul primo gradino. Ci fermiamo e ci guardiamo. Sottocchio vediamo che il varco dietro di noi è scomparso. Ora c’è una parete rosa.

Decisi. Accada quel che accada, continuiamo a salire.

Quando il nostro orizzonte supera l’ultimo gradino, un salone appare al nostro sguardo. Non è arredato. Ci sono tre finestre, una porta e un grande specchio.  Riconosciamo la principessa insieme a due donne, indossano eleganti abiti lunghi. Completano la scena due maschi, anche loro con abbigliamento medioevale. Uno alto e magro che parla con una giovane donna. L’altro insieme alla principessa si accorge della nostra presenza.

Finita la salita, la principessa sorride e ci viene incontro. Quando è vicino a Giulia, le parla. Io non sento quello che dice. Guardo  Giulia e quasi non la riconosco. Ha un vestito lungo di colore azzurro, i capelli rialzati decorati con un monile d’oro. Anche lei muove le labbra ma non sento nemmeno la sua voce.

A gesti, la principessa ci invita a seguirla. Giulia mi parla:

– È tutto un mistero. Non ti preoccupare. Capisco il linguaggio della principessa e riesco anche, più o meno, a parlarlo. Alcune parole sono simili al latino antico.

– Io non ho sentito il suono delle vostre parole. Vedevo solo le labbra che si muovevano.

– L’ho intuito e le ho detto che tu sei uno straniero. Non ti preoccupare. Ti dirò tutto io. Tu stai zitto e sorridi a tutti. – così mi ha detto Giulia per tranquillizzarmi.

Guardo Giulia mentre viene presentata a uomini e donne presenti nella grande sala. Gli uomini le baciano la mano, le donne la ricevono con un leggero e gentile abbraccio.

La mia ragazza mi appare affascinante come una donna di un’epoca medioevale. Il suo vestito ha un leggero strascico ed è molto scollato mostrando buona parte del seno. Tutte le donne, comprese la principessa, non mostrano null’altro che formose mammelle.

In un grande specchio con la cornice dorata mi accorgo che anch’io ho un abito medioevale. Mi sta bene, è molto elegante. Mi guardo e sono soddisfatto, anch’io sono un bell’uomo dell’epoca, nel mio abito sfavillante.

La dama con il vestito lilla apre una grande porta. L’uomo alto, forse il principe, conduce la principessa verso la nuova stanza. Lei lo segue poggiando con leggiadria la sua mano su quella dell’uomo. Anche l’altro fa coppia nello stesso modo con Giulia.

Ho osservato come gli uomini porgevano la mano in attesa che la dama, accettando, poggiasse la sua.

Invito l’altra dama. È una giovane donna. Accetta e poggia la sua mano sulla mia con un sorriso.

Seguo le altre coppie ed entriamo in una nuova sala.

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