Disegnare con i Nodi – II parte – tecnica

Come già abbiamo visto nella precedente lezione.  https://disegnaredaadulti.com/2014/09/08/disegnare-con-i-nodi-di-inkscape-tecnica/

Adoperare i nodi di Inkscape per disegnare è molto semplice ma anche interessante.

Costruisco, come esempio, un solido in assonometria.

Traccio le linee rosse che mi rappresentano l’andamento assonometrico. Con “Disegna tracciati…” disegno la base superiore del solido. Adoperando solo i Nodi procedo nel disegno prefissato.

Dopo aver determinato i Nodi (con il tasto F2 oppure con il simbolo dello strumento), duplico (Ctrl + D), sposto il nodo superiore sulla verticale del nodo di destra e sulla linea rossa.

Sposto il nodo di sinistra, sempre sulla verticale e sulla linea rossa. Ottengo così un’altra faccia del solido. Notare come la linea comune alle due superfici (superiore e laterale) sia perfettamente precisa perché è rimasta la stessa.

Disegnando la faccia con lo strumento avrei avuto maggiore difficoltà per far coincidere la stessa linea comune.

Seleziono di nuovo, con i Nodi, la faccia superiore e procedo per disegnare l’altra faccia del solido.

Il solido è realizzato.

Con lo stesso metodo, disegno il solido in prospettiva

Le linee rosse sono linee prospettiche. Disegno la superficie superiore del solido e ricavo i Nodi.

Procedo come l’esercizio precedente per il primo nodo della faccia laterale.

Spostato il Nodo sulla verticale, disegno le due linee prospettiche che passano per il Nodo stesso.

Completo le facce del solido.

Ora provo con un disegno più impegnativo: “Un libro aperto” in prospettiva.

Sulle linee prospettiche disegno una pagina.

 

Con lo stesso metodo dei solidi. Con la duplicazione dei Nodi la ribalto sull’altro lato.

Come se la sfogliassi porto il Nodo A nella posizione B, Lo stesso per il Nodo D in C.

 

Con l’indice dei Nodi curvo le due la pagine.

Coloro le due pagine inferiori come se fossero la copertina.

Coloro le pagine piegate con il bianco.

Le duplico più volte per dare “corpo” al libro.

Sfoglio il libro.

Infine, sempre con i Nodi, agisco sulla copertina (rendendola morbida).

Vaso di terracotta con ombra

Inizio con un’operazione di simmetria semplice e precisa.

Con “Disegna tracciati …” traccio la linea laterale del vaso e con i Nodi la perfeziono.

Seleziono i Nodi (tracciando una superficie con l’indice dei Nodi che li comprende).

Duplico (Crtl + D) e ribalto orizzontalmente la copia (H).

Seleziono i Nodi della copia.

Con la freccetta verso destra del computer sposto la parte simmetrica.

Seleziono le due parti (tenendo premuto Maiusc. del PC), quindi seleziono i due punti superiori.

Con “Unisce i nodi finali selezionati con un nuovo segmento”  

scelto tra gli strumenti dei Nodi, unisco i punti superiori delle due curve.

 

Unisco con lo stesso metodo i due punti inferiori.

 

Seleziono i Nodi della figura, diventata un’unica superficie, e dopo averla duplicata posso,

con l’indice  dei Nodi, dare volume al vaso rendendo curve le linee superiori delle due superfici.

Dopo aver curvato anche la linea inferiore, posso colorare il vaso.

Se voglio migliorare l’aspetto posso disegnare l’ombra del vaso. Seleziono la superficie

Seleziono i punti di destra e li sposto verso il centro del vaso, rettifico con i Nodi la linea che appare anche deformata (in basso).

Coloro la nuova superficie con lo stesso colore che poi scurisco.

Con lo strumento “Crea e modifica i gradienti” modifico l’ombra.

Elimino la linea di contorno della superficie con “Stile contorno” della finestra “Riempimento e contorni” (Maiusc + Crtl + F)

Con lo stesso metodo scurisco la parte interna del vaso più in ombra.

Ecco il vaso di terracotta completo

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Noi non possiamo morire – capitolo tredicesimo

Il testo (ridotto) è ricavato da “Una pagina al giorno” di Daniele Conventi.

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Nero ovunque. L’oscurità è assoluta. Sento scorrere un rivolo d’acqua da qualche parte alla mia destra. Credo di essere caduto di sotto. L’ultima cosa che ricordo é una lunga, interminabile caduta.

Provo a muovermi. Una gamba è paralizzata. Non la sento neanche. Forse l’ho persa. Provo a tastarla, a vedere se c’è. Sembrerebbe di si.

Un rumore di fondo mi ronza tutto intorno. E’ un eco di qualcosa. Una specie di squittio, miliardi di squittii.

<< Il monte brontola>> sussurro, a metà tra la battuta e il timore << il monte brontola e io sarà il prossimo pasto>>.

C’è qualcosa di vivo qui sotto. Non so perché non ci avevo pensato prima. Mi sono talmente abituato all’idea che tutto fosse morto, ormai, da non tenere più in considerazione possibilità alternative. Ma cosa vive qui sotto? Di certo, quello squittio non è opera dei folli.

Striscio, ventre a terra, dando slancio al movimento oscillando i fianchi. Vado lento, ma mi allontano.

Continuo a strisciare. Vado avanti senza meta, con l’unico intento di allontanarmi da quel suono. Lo squittio si attutisce.

Non so di quanto mi sono mosso, se sono io ad essermi allontanato o se è stato il rumore. So solo che sono esausto. Devo riposarmi. Devo lasciar guarire la gamba se voglio proseguire.

Cerco a tentoni una parete a cui appoggiarmi, poi mi rilasso, seduto e con la schiena poggiata alla roccia del monte. Una gocciolina d’acqua zampilla non troppo distante.

Plic…plic…plic…

Mi accorgo di avere sete, rivolgo il palmo verso l’acqua cercando di formare una conca, poi la lascio accumulare, fino a  quando posso. Portarmi la mano alla bocca è complicato. Sbaglio un paio di volte, anche se non di molto. Perdo dell’acqua che straborda dal palmo, ma alla fine riesco a bere.  E’ acqua dura, piena di minerali polverosa, ma è acqua. Sposto la testa cercando di farmi cadere la goccia direttamente in bocca. Ci metto un po’, ma poi ci riesco. La mia sete è tanta, l’acqua è poca, ma mi accontento.

Con l’acqua che scende alla gola, anche lo stomaco vuole la sua parte. Il suo rumoreggiare quasi fa eco in quello spiazzo cavernoso.

Sento uno squittio. È netto, forte e vicino. La cosa è sopra di me. Squittisce di nuovo, mi atterra su una gamba.

<< Ma che diav…?>>.

Piccoli denti affondano nel mio polpaccio. Sento il sangue fuoriuscire, mentre la cosa mastica furiosamente. Con uno scatto cerco di afferrarla, ma mi sfugge. Si muove veloce, la sento raspare con gli artigli. Non mi teme. Sono il suo pasto. Torna alla carica, il morso arriva sul piede destro. Provo di nuovo ad afferrare l’essere, ma di nuovo mi sfugge, portandosi via un altro boccone.

Con una mano cerco qualcosa con cui ammazzarlo. Una pietra. Basterà.

La creatura parte in carica. È veloce, precisa. Sembra quasi che ci veda in questo buio totale. Sento i suoi piccoli artigli pungermi la coscia mentre corre. Sferro un primo colpo. Mancato. La pietra mi impatta contro un muscolo. Un paio di balzi e mi è sul petto. Con la mano libera provo ad afferrarlo. Per un istante sento i suoi peli ispidi tra  le dita. Provo a colpirlo con la pietra. Lui salta. Il colpo mi arriva al petto, mi toglie il respiro per qualche secondo. La cosa ne approfitta per azzannarmi alla gola.

Quasi sento dolore mentre i suoi denti affondano nella mia vecchia pelle trapassando la carotide. Sento mancarmi il respiro, mentre sento il mento e il collo inumidirsi sempre più velocemente.

Picchio forte con il sasso contro l’animale, colpendolo più volte. Ad ogni colpo sento la morsa allentarsi. Al terzo colpo, finisce. La creatura cade rotolandomi addosso.

Con tutta la rabbia che ho in corpo, prendo il piccolo corpo esanime e lo lancio il più lontano possibile. Lo sento schiantarsi contro la roccia della grotta a non più di tre, quattro metri da me.

Mi tengo una mano alla gola, cercando di fare pressione. Devo limitare la perdita di sangue. Ho anche grossi problemi a respirare. Rantolo e mi costa fatica anche questo.

Non posso perdere i sensi. Quel coso era un topo. Una singola nota nella sinfonia che è il brontolare del monte.

Non posso muovermi. Tutte le mie forze si disperdono nel respirare e nello sforzarmi a non perdere i sensi, a tenermi sveglio.

Se fossi un essere umano normale, sarei svenuto da tempo. Fortunatamente il processo di rigenerazione è già partito. Il sangue continua a zampillare, ma sempre meno frequente. La ferita sta già rimarginando, sostituita da una crosta spessa e ruvida. Continuo a respirare a fatica, ma riesco a tenermi lucido.

Resto disteso per minuti, concentrando tutte le mie energie nel processo di guarigione. Le orecchie sono tese nel vuoto, cercano bisbigli, squittii, il raspare sulla pietra. Sono lontani. Però sento il mio stomaco. Sento le mie forze diminuire.  Devo prendere energia, devo…mangiare.

Controllo e tasto il terreno, poi sento qualcosa di diverso. Sembra pelo.  Afferro il topo. Devo reprimere il disgusto.

Dopo il primo morso, il sangue mi schizza in bocca come se stessi mangiando un’arancia matura. Il sapore della carne cruda mi provoca il voltastomaco, ma trattengo un conato. I peli di certo non migliorano la cosa. Mangio lentamente. Mastico poco, ingoio in fretta, mi prendo una pausa tra un boccone e l’altro. Al terzo butto a terra l’animale e rigurgito metà del mio pasto.

Alla fine la situazione sembra essere migliorata. Le ferite non sanguinano più, il respiro si è fatto regolare. Mi appoggio di nuovo alla roccia, in attesa di sentirmi più forte.

Toc…tuc…toc

Qualcosa è caduto. Sembra il suono di un sasso che rimbalza sulla roccia.

Altri sassi cadono. Sento dei passi. L’eco me ne fa sentire almeno una dozzina, quasi fosse un piccolo gruppo in esplorazione, ma sono certo siano decisamente di meno.

Dubito siano “folli”. Loro non scendono, si buttano di sotto, è  probabile che siano del mio gruppo.

<<Sono qui!>> li chiamo <<sono qui>>. Non urlo. Non serve. Rischierei solo di attirare attenzioni meno gradite..

Sento i soccorritori sul pavimento. Continuo a chiamarli a bassa voce e in una manciata di secondi vengo raggiunto. Mi ritrovo abbracciato a una ragazza. Giulia mi sussurra all’orecchio. Mi dice di quanto era preoccupata, spaventata. Gabino si avvicina <<Siamo qui e credo sia meglio non rimanerci>>

<< Hai ragione>> confermo << queste grotte sono infestate dai topi. Non ho nemmeno idea di quanti siano, ma sono fin troppo aggressivi.  Non credo di riuscire a scalare la parete da cui siete venuti>>.

<< Riesci a malapena ad alzarti.>> conferma il sacerdote << Qui c’è un solo passaggio in avanti>> e detto questo allunga una mano. L’afferro. Inizia a tirare, piano. Quella mano sarà l’unica cosa che ci terrà uniti, che ci indicherà la via. Camminiamo nell’oscurità per un tempo interminabile. La gamba torna lentamente, funzionale. La rigenerazione fa il suo lavoro.

<<Fermi!>> ci ordina d’improvviso, il sacerdote.

Gabino, dai versi che fa, sembra si stia sforzando. Qualche piccolo sasso, qualche manciata di pietrisco cade, nulla di più.

<< E’ bloccato?>> chiedo.

<< E’ bloccato>> mi conferma il sacerdote.

<< Non credo abbiamo molta scelta>> mi fa notare il sacerdote. O andiamo tra i topi o l’unica via è scalare>>.

Ci rifletto su. Sono ancora indebolito, ma forse…

<< Proviamo a scalare>>.

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LAfa21 – Gemi e la Bionda

La Bionda per un’interruzione stradale ha dovuto lasciare la provinciale ed è stata mandata su una strada secondaria che passa per vari paesi.

Perduto l’orientamento si trova davanti una casa con i cuori disegnati sulla facciata. Scende dall’auto e suona il campanello per chiedere informazioni.

Un giovane barbuto apre il cancello e si presenta:  – Ciao, sono Gemi. Tu chi sei?

La Bionda: – Buongiorno. Ho perduto la strada e non trovo la casa dei miei amici. Credo che sia da queste parti.

Gemi: – Chi sono questi tuoi amici? Sono belli come te?

La Bionda: – La ragazza è una scultrice, il fratello è il mio fidanzato.

Gemi: – Fortunata. Certo che li conosco. Sono amici miei e della mia compagna Francy. Devi solo proseguire nella stessa direzione, un poco più avanti trovi una stradina sulla destra che ti porterà davanti alla casa dei tuoi amici.

La Bionda: – Ciao Scemi, ti ringrazio.

Gemi: – Figurati … solo che io sono Gemi. Forse trovandomi di fronte una bella donna come te, sono anche diventato scemo.

La Bionda: – Perdonami, non avevo sentito bene.

Gemi: – Per perdonarti, devi sacrificarti alla mia volontà di offrirti qualcosa da bere. Vieni. Entra.

La Bionda ci pensa un attimo poi entra e dice: – Che strano arredo? Che bella scultura. Sembra una casa orientale.

Gemi: – Hai ragione. Lo è. Questa è la casa dell’amore. Francy e io siamo una coppia aperta.

La Bionda: – Aperta? A cosa?

Gemi: – Aperta all’amore libero con tutte le persone che ci piacciono. Tu mi piaci.

La Bionda: – Hai dimenticato che sono entrata per bere qualcosa. Cosa mi offri?

Gemi: – Giusto. Vado a prenderti una birra. Ti va bene?

La Bionda: – Sì. Grazie.

La Bionda assaggia la birra: – Ma è calda!

Gemi si avvicina alla ragazza: – Calda è naturale. Come l’amore?

Gemi si avvicina ancora ma la Bionda gli mette una mano sulla fronte e lo allontana. Lo guarda e replica: – Stai buono. Io non sono aperta. Sotto questo aspetto sono una cassaforte.

Gemi: – Lo vedo … Sei anche robusta. Poi ora non ho la combinazione giusta per aprirti. Domani chissà.

La Bionda: – Ora devo andare. Ciao Gemi.

Gemi: – Ti accompagno.

Vicino al cancello ancora chiuso.

Gemi: – Ciao, ti apro il cancello.

La Bionda: – Consolati … qualcosa hai aperto.

Gemi: – Cattivella. Per lo meno un bacio puoi darmelo. Gli amici degli amici sono amici.

La Bionda: – Hai ragione. Ciao. – lo bacia sulla fronte e aggiunge: – Più di questo non posso.

Gemi: – Spero di vederti presto.

La Bionda:  – Tu spera sempre. Ciao.

Quando finalmente entra nel laboratorio.

LAfi: – Ciao. Non ti aspettavo più. Sei molto in ritardo.

La Bionda: – Ora ti racconto tutto. La cosa più divertente è che ho conosciuto Gemi.

Dopo il racconto le due amiche si divertono a imitare il tentativo di approccio di Gemi.

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La forza verde 5

Giulia

La vita della giovane coppia procedeva tranquilla, Sara aveva conseguito quattro esami alla facoltà di botanica, sempre on-line. Il giardino era molto curato, non per niente l’addetta era un’esperta coltivatrice.

Il giorno del primo compleanno di Tommaso, presenti i genitori, colleghi di Riccardo con le rispettive mogli e alcuni vicini di casa, Sara durante il brindisi dette l’annuncio: Tommaso avrebbe avuto una sorellina.

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La giovane mamma portava bene la gravidanza per cui non aveva difficoltà a seguire i corsi alla facoltà di botanica. Durante il viaggio in treno e anche per le vie della città incontrava spesso alcuni maschi con gli occhi verde smeraldo, erano sempre molto giovani e magrolini.

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A lei ricordavano l’incontro al distributore ma non si preoccupava pensando che forse non aveva notato bene i passanti. Non poteva sapere che invece tutti gli occhi-verdi la notavano ovvero la sentivano e si trasmettevano messaggi energetici tra loro:

 – Ecco un altro essere prescelto per il nostro scopo, il suo compito si è esaurito e non è possibile usarlo ancora, non resisterebbe una seconda volta. Siamo ancora pochi e ci vorranno più generazioni di umani per completare la nostra missione.

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Sara era tanta impegnata che non si accorgeva di come il tempo passava, la gravidanza non le aveva procurato alcun problema. Improvvisamente mentre una mattina viaggiava in treno verso l’università si trovò in ospedale, dove partorì prematuramente Giulia. Quando vide la bambina per la prima volta, pensò agli occhi verdi di Tommaso, la guardò ma si tranquillizzò. Erano azzurri come i suoi.

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Tommaso aveva compiuto dieci anni da pochi giorni. Una sera Sara andò a dargli la buona notte, prima di entrare si accorse di un luminescenza verde che filtrava da sotto la porta, pensò che fosse il riflesso di un gioco del computer.

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Quando entrò, il computer era spento, la luce del comodino accesa  e il ragazzo ancora sveglio seduto sul letto. Alle domande della madre Tommaso rispose che lui non aveva visto niente e che nulla sapeva della luce verde. La madre gli dette la buonanotte, spenta la luce ebbe l’impressione che l’intera stanza sembrasse immersa in una leggera nebbia verde.

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La cattedrale gotica

La cattedrale romanica era caratterizzate dall’arco a tutto sesto, quella gotica dall’arco a sesto rialzato, chiamato anche “ogiva”.

Prima di disegnare e descrivere la cattedrale, credo sia necessario definire l’arco.

Le parti principali di un arco sono: La linea d’imposta  “I” (linea o meglio piano dove appoggia l’arco); l’altezza “H” (distanza tra la linea d’imposta e il punto più alto dell’arco); la luce “L” (distanza tra gli appoggi che sostengono l’arco); il raggio di curvatura “r”; il centro “C” ; infine il sesto che possiamo definire il rapporto tra l’altezza e metà della luce.

Nell’arco a tutto sesto il rapporto è 1.

Nell’arco a sesto rialzato il rapporto è maggiore di 1

Nell’arco a sesto ribassato è minore di 1

Arco a tutto sesto

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Arco a sesto rialzato.

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Arco a sesto ribassato con tre centri e due raggi.

Questo tipo d’arco, per la sua forte spinta orizzontale (vedi più avanti), è stato sempre adoperato per locali posti al di sotto del piano stradale. Tipo cripte, scantinati, fognature …

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Le pietre che compongono un arco sono dette “conci”. Il concio superiore (1) prende il nome di “chiave dell’arco”. Infatti è quello che chiude l’arco quando viene costruito.

La linea rossa rappresenta la centinatura di legno sulla quale vengono poggiati i conci, partendo da quello sulla linea d’imposta, l’ultimo incastrato é proprio la chiave.

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Osserviamo ora come si comporta un arco rispetto al peso della struttura muraria superiore.

Nell’arco a tutto sesto, questo peso si trasmette attraverso i conci sul sostegno dell’arco.

Ipotizziamo una risultante, somma delle forze dei conci, che scarica sull’appoggio un forza (F) inclinata. Quest’ultima si scompone in due: F1 che si scarica sull’appoggio e F2 che viene contrapposta dal muro o anche da un contrafforte (aumento di spessore in corrispondenza della spinta dell’arco).

E’ proprio la presenza di queste forze orizzontali che danno più resistenza alle strutture ad arco nei movimenti oscillatori dei terremoti.

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Nell’arco a sesto rialzato “ogiva” la diminuzione del della forza orizzontale nella muratura permette l’aperture di molte finestre. Per l’aumento della forza verticale nelle cattedrali gotiche le colonne sono sostituite da pilastri composti e decorati da lesene e semi-colonne.

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La volta gotica

Nella volta a crociera gotica, sempre composta da due volte perpendicolari tra di loro, quasi sempre il punto centrale dell’intersezione è posto più in alto. Questo dà ancora maggiore slancio verso l’alto.

Quasi sempre l’intersezione delle due volte viene guarnita con conci e prende il nome di “costoloni”. All’incrocio dei costoloni, spesso la chiave di volta è resa evidente con un concio tornito e pendente.

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Pianta di una cattedrale gotica

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Dettagli della pianta

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La sezione trasversale

Nella sezione trasversale notiamo altri elementi caratteristici della cattedrale gotica:

– Il pinnacolo “2” che aumenta il peso sul contrafforte “1” aumentando la sua stabilità.

– La guglia “3” Altro elemento decorativo ma anche di ulteriore peso.

– 4 L’ardo rampante “4” che parte dal pinnacolo e si contrappone alla componente orizzontale, rendendo stabile la struttura della navata centrale.

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La sezione longitudinale

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Studio per il disegno di una volta della navata centrale.

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Studio del prospetto

Il prospetto delle cattedrali gotiche è spesso caratterizzato dalla presenza di due campanili laterali (linea rossa).

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Prospetto

Il prospetto delle cattedrali gotiche in Europa, in particolare in Francia, ha molti elementi decorativi. In Italia la forte tradizione romanica lascia spesso il prospetto con le caratteristiche di questa architettura. L’interno, per la presenza dell’arco rialzato (ogiva) e di altre caratteristiche è decisamente in stile gotico.

Nei seguenti disegni del prospetto possiamo notare le caratteristiche di una cattedrale gotica.

– L’ingresso è circondato da archi che si restringono verso la porta, con un sistemati chiamato  “strombatura”. Visibile quest’ultima nella pianta e nella sezione longitudinale.

– Gli “archetti pensili” che seguono le falde inclinate del tetto.

– Le “lesene” molto più sporgenti, diventano contrafforti.

– Serie di archi consecutivi “loggiato”.

– Nicchie vuote o con statua.

– Elementi decorativi geometrici.

– Il rosone.

I prospetti sono disegnati con fantasia, solo per evidenziare i dettagli che li caratterizzano.

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Prospetto con due campanili

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La cripta di Bremen – III episodio 6

Nella sala da pranzo della pensione si riuniscono i demoni in coppia con loro “condizionati”. Angelika comunica la decisione presa:

–  È giunta l’ora di partire per divulgare la nostra missione nel mondo. Prima di lasciare il paese che ci ha ospitato, dobbiamo eliminare qualsiasi traccia della nostra presenza come gruppo. La pensione sarà chiusa e i nostri amici dovranno comunicare ai loro familiari e ai datori di lavoro la loro partenza “amorosa” .

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Accompagnati dai rispettivi partner, i ragazzi avvisano della loro partenza. Per tutti è semplice tranne per Marino, il capostazione, che deve scrivere una lettera di dimissioni all’Ente ferroviario.

Amanda, vende la panetteria del paese a un’amica. Completato l’addio, il gruppo festeggia la partenza al bar con un brindisi di augurio.

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Ritornati alla pensione si preparano per partire: Angelika e Giulio con il rosso spider, Martedio e Amanda con la moto. Giovello e Matilde con il furgoncino, pulito e lucidato per l’occasione, ospitano Lunaria e Marino, Venerella e Franz, coppie che non hanno un mezzo di trasporto personale. Il meccanico Angelo con Mercuria, preleva dalla sua officina l’auto del cliente che ha eliminato e ospita Domenico e Giulia, anche loro appiedati.

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Il piccolo corteo si ferma alla periferia della prima città che incontra, nel parcheggio di un grande negozio di abbigliamento. Hanno necessità di disfarsi delle tute perché non devono apparire un gruppo, inoltre devono procurarsi abiti vari per sembrare normali viaggiatori.

Per non creare sospetti, entrano per primi tre demoni in tuta, come se fossero amici atleti.

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Appena dentro, Giovello e Mercuria condizionano la mente di due commessi, Angelika quella del proprietario e della cassiera. I malcapitati vengono così immobilizzati in uno stato incosciente che permette l’arrivo del resto del gruppo.

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Scelti vari capi di abbigliamento “personaggi” prendono anche le valige per portare via la mercanzia. Mentre escono, entrano altri clienti che non trovando commessi a disposizione scelgono da soli i capi di abbigliamento. Angelika si occupa di propinare ai nuovi venuti lo stato incosciente e si fa consegnare le chiavi delle loro auto. Così le sette coppie saranno indipendenti.

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Completati gli acquisti, gli addetti del negozio e i clienti vengono affidati alle “cure” dei compagni dei demoni, per mantenere viva la loro crudeltà. Finito il macello, il magazzino viene incendiato.

Le coppie, ormai indipendenti, ripartono per diverse destinazioni per realizzare l’inizio del loro piano diabolico. Tra trentatré giorni si ritroveranno in Germania, nella cattedrale di San Pietro di Bremer, da dove partirà il dominio della malvagità sull’umanità.

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La forza verde 4

L’evento

Era il secondo giorno delle prove scritte. La versione di latino non sembrava molto difficile. Sara si accingeva a tradurla ma, improvvisamente, il suo corpo si afflosciò scivolando sotto al tavolino. La professoressa di scienze, assistente alla prova, intervenne subito. Controllato il ritmo cardiaco e la respirazione, dette alla ragazza due schiaffetti sulle guance.

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Sara riaprì gli occhi, si riprese subito sorseggiando un caffè, portato dall’attento bidello. Dopo pochi minuti tutto era passato. Riprese a tradurre la prova d’esame che completò abbastanza presto, il latino era una delle sue materie preferite.

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A casa, quando la madre tornò dal lavoro, la ragazza raccontò l’episodio. Quando le disse che le mestruazioni ritardavano, senza perdere tempo uscì per recarsi alla farmacia più vicina. Un semplice test di gravidanza evidenziò che era incinta, malgrado l’uso della pillola.

La genitrice propose una soluzione: dopo gli esami i due ragazzi potevano andare a vivere insieme, volendo anche da sposati. Decisione facilitata dall’aiuto economico dei genitori e dalla recente promozione di Riccardo per la sua efficienza lavorativa.

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Sei mesi dopo il diploma, superato brillantemente, tutto cambiò. La casa nuova, lo spostamento di Riccardo alla sede principale dell’azienda, l’iscrizione di Sara all’università, facoltà di botanica frequentata on-line e infine il pancione che conteneva il nascituro erede.

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La casa era ubicata in una piccola borgata, abitata da un centinaio di famiglie dimoranti in piccole villette con giardino, raccolte intorno al centro antico sovrastato da un castello diroccato e da una cattedrale romanica, da pochi anni restaurata.

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Era una giornata febbraio molto fredda, quando la casa di Sara fu invasa da parenti e amici per festeggiare la nascita del bambino. Quando in ospedale Tommaso, nome dato al neonato, era stato portato alla mamma per la prima poppata, i familiari presenti avevano notato e apprezzato, come rarità, gli occhi verde smeraldo del piccolo. Nessuno in famiglia aveva l’iride di quel colore così intenso. Sara ricordava bene il ragazzo visto al distributore e della rete ma non disse nulla. Era un suo segreto.

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