Il racconto perduto – III episodio

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Non possiamo morire – capitolo decimo

Il testo (ridotto) è ricavato da “Una pagina al giorno” di Daniele Conventi.

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Un brivido mi scorre lungo la schiena, ricordando l’ultima volta che sono stato chiamato così.

Giulia, si fionda davanti, ponendosi tra me e loro, gettando a terra Gabino.

<< NON VI AVVICINATE!>> urla, mentre stende le braccia quasi  a voler sembrare più grande.

Ha il coltello di Gabino ben stretto in mano.

Anche il sacerdote nota l’arma, dà una rapida occhiata alla sua cintura vuota.

Gli altri seguaci alzano la testa e puntano la ragazza. Si mettono in ginocchio. Estraggono i coltelli.

<< Cosa sta facendo tua donna?>> mi chiede il sacerdote.

<<Vuole difendermi>>.

<<Perché?>>.

Mi guardo intorno. Tutti si stanno avvicinando, ci accerchiano.

<< Fermi!>> urlo << Non vi avvicinate>>.

Si fermano, abbassano la testa, tornano in ginocchio ma nessuno rinfodera l’arma.

<<Perché?>> continua a domandare Gabino, quasi in una supplica.

<< Voi no mangia lui!>> interviene Giulia con fermezza << Io ferma voi>>.

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L’uomo sembra non capire. Dal suo sguardo sembra che Giulia stia dicendo qualcosa di insensato.

<<Perché dovremmo mangiare un Figlio?>> e nel formulare la frase, la voce sfuma in un tono di rabbia, di indignazione.

<< Chiedilo agli uomini dell’ultimo villaggio che abbiamo incontrato>> gli rispondo con stizza.

Lui si alza, Giulia lo attacca. Il coltello affonda nel petto del sacerdote, ma sembra quasi non fargli effetto. Giusto una smorfia di dolore sottolinea il colpo andato segno. Lui reagisce di scatto. Afferra il polso della ragazza, lo torce. Lei perde la presa sull’arma e il poco vantaggio che ha.

Parto anch’io all’attacco. Afferro il pugnale, lo estraggo dalla ferita. Gabino scaglia Giulia lontana, facendola caracollare un paio di metri più in là, poi si lascia colpire. Stringe i denti per resistere al dolore. Non mi guarda in volto. Rimane con gli occhi abbassati mentre, ignorando il sangue che sgorga dalle ferite, si inginocchia davanti a me.

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<< Non ti vogliamo fare del male. Devi crederci>>.

<< Siete il triplo di noi. Siete meglio armati. Più in forma. Ho scelta?>>.

Gabino, senza toccarmi, impugna il coltello per la lama, ferendosi i palmi. Estrae il coltello lasciandolo ben stretto nella mia presa, poi si allontana.

<< Prendi il coltello e tua…compagna. Vattene via, se è tuo desiderio. Nessuno ti inseguirà>>.

<< Guardami negli occhi>>.

Alza la testa e lentamente mi fissa negli occhi. Il suo guardo non è quello di un predatore o di qualcuno che sembra stia mentendo.

Sospiro, mi rilasso. Raggiungo Giulia per controllarle il braccio. Cerco di tranquillizzarla. Volgendo un attimo verso l’uomo, gli lancio il coltello con una debole parabola ad arco, facendolo cadere sulla sabbia.

<< Verremo con te. Portaci all’oasi. Guidami>>.

Giulia mi guarda poco convinta. Gabino sorride, mi ringrazia.

<< Giulia>> le dico in un sussurro con un sorriso << Vedrai l’Oasi. Te la farò raggiungere>>.

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Partiamo quando il sole è allo zenit. Ne approfitto per recuperare un altro po’ di energia e per bere un altro sorso d’acqua dall’otre del sacerdote.

<< Gabino?>> lo chiamo.

<< Si?>>.

<<… Come è Oascii?>> chiede Giulia quasi scontrosa.

Gabino ci pensa su << Come leggenda dice. C’è cibo, acqua, protezione. La leggenda non mente. Abbiamo diffuso noi la leggenda>>.

<< Cibo…>> controbatto io scettico << Immagino il tipo di cibo che ci sarà>>.

Gabino si gira verso di me, poi ricorda con chi sta parlando e abbassa lo sguardo << Ci sono animali. Ci sono piante. Campi coltivati. Fuoco. Acqua pulita>>.

Giulia non capisce di cosa stia parlando il sacerdote. Molte di queste parole non hanno senso per lei. Dal mio sguardo, però, capisce che sono cose buone.

<< Non è possibile>> rispondo << Sono secoli che piante e animali si sono estinti. Sono stati tutti consumati. Il legno bruciato. Se esistesse un posto simile i folli, prima o poi, la invaderebbero divorando tutto>>.

<< Tu non mi credi>>.

<<E’ difficile. Non dopo tutto quello che ho visto>>.

<< Allora vedrai, Figlio, e saprai che è tutto vero>>

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Passiamo i giorni successivi in un alternarsi di marcia e riposo. La tensione tra Giulia e gli altri si attenua giorno dopo giorno.

Le notti sono tranquille. La protezione del gruppo mi permette di dormire sereno. Nonostante la stanchezza, raramente dormo tutta la notte. Quando mi sveglio rimango a osservare le stelle, quelle poche ancora visibili dietro la cappa di smog perenne che impregna l’aria di questo mondo. Oppure guardo Giulia dormire, ora più tranquilla, quasi soddisfatta, attanagliata da una fame atroce, certo, ma almeno con una speranza. Sento il suono del suo stomaco che si contorce in preda a uno spasmo. Non posso fare niente per lei. La abbraccio avvolgendola con il mio corpo.

La sua testa sale. Arriva alla spalla. Vi appoggia il mento. Chiudo gli occhi. La stringo a me più forte. Le sussurro nell’orecchio << se può farti stare meglio…fallo>>.

Lei serra i denti nel punto di congiunzione tra spalla e collo. Li sento scavare nella carne, il braccio e il petto inumidirsi di sangue. Lei stringe, tenta di strappare. Non mi oppongo. Mi ha salvato troppe volte per non concederle un attimo di pace, un attimo di tregua dalla fame.

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<< Va tutto bene.>> le sussurro comprensivo << non è colpa tua>>.

Giulia scivola dal mio abbraccio e si allontana. Corre via, fuori dall’accampamento. Fuori dalla sicurezza del gruppo. Sparisce nel buio. Una guardia la avvista, cerca di fermarla ma non ci riesce. Provo ad inseguirla, ma vengo bloccato con forza, non mi lasciano andare, a ogni costo.

Il mattino dopo è di nuovo fra noi. Lontana da me. Non si avvicina a più di qualche passo, rimanendo confinata tra due proselite del sacerdote.

Gabino, per la prima volta, prende parola. E’ preoccupato.

<< E’ successo qualcosa?>>.

<< Nulla>> rispondo. Non posso dirgli la verità.

L’uomo mi squadra, senza mai posare i suoi occhi sui miei.

<< Niente non produce quella>> e mi indica vicino al collo, dove una vistosa cicatrice si mostra ancora fresca << Quello è morso. Ha provato a… Se sta impazzendo dalla fame dovremmo…   >>.

<< Non è successo niente>>.

<< Dobbiamo abbandonarla. Non è recuperabile. E’ pericolosa>>.

<< Dannazione…!>> esclamo iniziando a perdere la pazienza << …siete  in dodici, armati, in forze. Avete paura di un una sola donna disarmata e indebolita dalla fame?>>.

L’uomo non obietta, lascia a me la ragione.

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Riprendiamo il cammino, ma stavolta sono solo. Giulia è lontana. E’ con un paio di guardie di scorta. Dubito che abbiano qualche interesse a proteggerla. Dai loro sguardi, credo che aspettino solo l’autorizzazione ad attaccare… o sperano che rimanga indietro e si perda.

Camminiamo così per tre tramonti e quattro albe. Il sole del quarto giorno ci accoglie con una sorpresa. Un folle ramingo e solitario si sta abbeverando al mare. Beve come un forsennato, credendo che l’acqua salata possa placare la sua sete. Non è in forze, si regge in piedi a malapena.

Gabino fa un paio di gesti e due persone, un uomo e una donna, si staccano dal cerchio di scorta.

Vanno nella stessa direzione per qualche secondo, poi si dividono. Sono veloci, silenziosi. La sabbia della spiaggia li aiuta nel non fare rumore, anche se li renda più lenti.

Si avvicinano al bersaglio con tutte le precauzioni possibili. Il folle non si accorge nemmeno della donna che gli pianta il pugnale nel cranio.

<< Stasera si mangia>> annuncia Gabino a caccia finita.

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Passiamo il resto della giornata senza muoverci. Qualcuno viene mandato in avanscoperta. Gli altri lavorano alla macellazione. Io mi allontano disgustato. Nonostante il tempo passato, non riesco ancora ad abituarmi.

Torno dopo che il sole ha iniziato il suo arco di discesa. La carcassa del folle è sparita. Gabino sta lavorando su un paio di ossa piuttosto lunghe. Della carne non c’è traccia.

<< Cosa stai facendo?>> gli chiedo avvicinandomi.

<< Coltelli. Per te>>.

Mi guardo intorno cercando qualche indizio su dove possano aver nascosto il resto della loro “preda”. Vedo solo una piccola costruzione, una specie di stendino fatto di ossa incrociate , posta sopra una buca piena d’acqua.

<< Sotto la sabbia>> mi risponde lui senza che io abbia chiesto niente << Sta cuocendo…per quanto possibile. La sabbia sembra abbastanza calda>>.

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Ci ritroviamo tutti la sera, in cerchio. Nessun fuoco al centro.

Alla luce della luna e delle stelle, ci scambiamo cibo e acqua. Gabino mi offre entrambe, passandomi il suo otre e un pezzo di carne praticamente al sangue.

Accetto l’otre, ma passo velocemente la carne all’uomo al mio fianco, per poi pulirmi la mano con la sabbia.

<< Non mangi?>> mi chiede stupito.

<< Non ci riesco. Mi fa ribrezzo>>.

<< Figlio, sei strano. Nessuno rifiuta mai cibo. Fame acceca ogni uomo, fa impazzire>>.

<< Non sono più un uomo>> gli rispondo sospirando << Non sento più lo stimolo della fame. Ne il dolore. Posso scegliere di non mangiare senza rischiare d impazzire>>.

<< Fortunato>>.

Non rispondo. Mi giro a guardare Giulia. La intravedo all’altro lato del cerchio, in mezzo ad altre persone. Sembra aver fatto amicizia. Sta mangiando, ma è normale. Sono io quello strano. Giusto?

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La cripta di Bremen – III episodio 1

Continua dalla fine del secondo episodio

Nella miniera, dopo un po’, i ragazzi sono preoccupati. Chiedono a Giovello chiarimenti ma lui non risponde perché non conosce la realtà di quello che sta per accadere.

–  Giovello, credo che tu sai molto di più di quello che ci hai detto. – così lo affronta Venerella.

Anche Lunaria chiede spiegazioni: – Non capisco perché non ci dici la verità. Se non parli io propongo di andare via. Perché siamo qui? Tu lo sai sicuramente.

Domenico è l’unico tranquillo e cerca di calmare gli altri: – Ragazze ma perché non credete Giovello? Anche lui ha ricevuto il baule, come noi.

Mercuria dice:–  Cosa c’è nel sacco? Perché non l’apriamo?

A questo punto Giovello interviene: – Posso dirvi solo due cose che conosco: la prima è pericoloso aprire il sacco; la seconda che dobbiamo aspettare che arriva dalla Germania una persona che chiarirà tutto. Non so altro. – poi risponde a Lunaria – Perché andare via? Arrivati a questo punto è meglio conoscere la verità. Non ti pare?

– Va bene. Ma sono disposta ad aspettare solo fino a oggi pomeriggio. – risponde Lunaria.

Martedio si rivolge a Lunaria: – Peccato che ho lasciato la moto alla pensione. Sono con te. Quando vuoi andiamo via a piedi a prendere la moto.

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Il rumore di un auto fa uscire fuori i ragazzi. È una spider rossa, alla guida c’è un donna. Giovello esclama: – Ecco, credo che l’attesa sia finita.

La giovane donna scende dall’auto e sorridendo dice: – Esatto. Buongiorno ragazzi. Tu devi essere Giovello.

Mercuria riconosce Angelika: – Ciao Angela. – ma non dice altro perché, solo con uno sguardo, lei le annebbia la mente.

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Giovello interviene: Buongiorno Angela. Lei è amica di Mercuria?

– Sì. Ma ora entriamo nella miniera, non abbiamo molto tempo.

La bella presenza della donna, l’amicizia con Mercuria hanno tranquillizzato i ragazzi. Uno alla volta si presentano e stringono la mano ad Angelika che adopera il contatto per infondere una leggera incoscienza a tutti.

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Appena dentro la miniera, Angelika con voce suadente ordina: – Prendete il proprio sacco e sciogliete il nastro che lo tiene chiuso. Giratevi dando le spalle al sacco e il vostro destino si compirà.

Tutti obbediscono. I demoni usciti dal sacco prendono possesso dei sei corpi

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In silenzio, in quanto le menti dei demoni sono tutte collegate tra loro, Angelika e Venerella prendono posto nello spider, gli altri salgono sul furgone di Giovello.

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La prima destinazione è la locanda. Giulia e Giulio accolgono con allegria il ritorno. Sono solo un po’ curiosi dall’abbigliamento: sono tutti in tuta, tranne la giovane donna.

– Siete sportivi? Potevate avvisarci che avevate un impegno. – dice Giulia.

Giulio aggiunge: – Stamattina sono andato a parlare con il maresciallo dei carabinieri. Ora gli telefono che è tutto a posto. Bentornati.

– Non occorre l’abbiamo già avvisato noi. – interviene Angelika e aggiunge. – Siamo affamati. Preparateci un bel pranzetto.

– Ma lei è un nuova cliente? – dice Giulia

– Sì. Ecco i miei documenti. – Angelika porge il passaporto.

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Considerando che sono un gruppo, i fratelli locandieri decidono di unire più tavolini. Domenico, anche se demone, è ancora interessato a Giulia e l’aiuta a preparare la tavolata.

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Anno 2999 – La sopravvivenza

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La cripta di Bremen II episodio 11

Appena arrivata in Germania, Angelika si presenta al deposito della biblioteca per ritrovare i sei demoni. Ne trova solo tre rimasti ad attenderla, gli altri sono in “missione”.

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Nell’attesa del loro ritorno, organizza la partenza di tutto il gruppo per il ricongiungimento dei demoni con i rispettivi discendenti. Indossati gli abiti monacali ritorna al convento per controllare che, durante la sua assenza, non sia accaduto nulla di grave. Constatato la normalità, decide di andare alla cattedrale di S.Pietro a Bremen.

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Qui trova un nuovo giovane sacerdote che si mette a sua disposizione. Lei decide di approfittare per la spedizione dei demoni/scheletri e inventa una realtà diversa:

– Nella profondità della cripta il tuo predecessore ha trovato sette scheletri e un antico manoscritto che proponeva, in futuro, di consegnare gli stessi scheletri a un loro discendente per una degna sepoltura. Alcuni giorni prima della sua morte,  mi dette il manoscritto e l’incarico di cercare gli eredi. Sono riuscita in molti mesi a trovarli tutti e, anche se sembra strano, sono tutti in Italia.

– Bene. Invitiamoli qui per prendersi gli scheletri dei loro avi e realizzare così il desiderio espresso dai defunti. – propone il giovane sacerdote.

– Credo che dobbiamo agire in maniera diversa. Non tutti i discendenti hanno possibilità economiche per arrivare qui in Germania. Se sei d’accordo forse conviene procedere noi a una spedizione.

– Sì. Angelika hai ragione. In tal modo eviteremo di caricare essi anche delle spese di viaggio.

– Ho gli indirizzi dei discendenti, mi metterò subito in contatto con loro e ti farò sapere.

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Angelica compra molti sacchi di juta, ne servono almeno tre a scheletro, per confezionare la spedizione.  Ritorna al deposito dove trova i sei demoni. Quella stessa notte, li conduce al convento e li fa nasconde nella vecchia cantina inutilizzata.

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All’alba, dopo la preghiera del mattino, chiede aiuto alle suore per confezionare i sacchi, raccontando anche a loro la “favola” del ricongiungimento familiare.

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Incarica un carrettiere, già adoperato per altri sevizi, di portare i sacchi alla cattedrale.

Il giovane sacerdote è sorpreso dall’organizzazione di Angelika e si limita ad annuire al dire della badessa: – Ho fatto portare i sacchi con dentro gli scheletri per la spedizione, vicino a ognuno ci sono gli estremi del ricevente. La destinazione per tutti  è la stessa, un piccolo paese che è facilmente raggiungibile dagli eredi. Non ti meravigliare ma i nomi sono simili ai giorni della settimana, è una strana combinazione. Faremo delle spedizioni differenziate, iniziando da Domenico, poi Lunedia, Martedio, Mercuria, Giovello e infine Venerella. Infatti ho scritto loro con lo stesso ordine.

Alla fine il sacerdote elogia Angelika: – Sei bravissima, efficiente in ogni dettaglio.

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I demoni, prima della spedizione, si divertono a importunare le suore. A turno, entrano in un corpo e si trastullano con una “sorella”.

Completata l’ultima spedizione, Angelika parte per L’Italia

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Il racconto perduto – II episodio

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LAfa 17 La casa di campagna

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ILfi: – Quanta polvere, non respiro. La prossima volta veniamo con l’auto.

LAfi: – Mi sembrava strano che ancora non ti lamentavi. Con l’auto? Figurati tuo padre, la spolvera ogni giorno!

ILfi – Possiamo sempre fittare un fuori strada.

LAfi: – Questo sì. Ogni tanto, ma raramente dici una cosa giusta. Forse conviene comprarne uno usato.

ILfi: – Venendo ad abitare in campagna, anche i nostri genitori saranno d’accordo.

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LAfi: – Nascosta dagli alberi sembrava diversa.

ILfi: – Da vicino è proprio un rudere.

Il proprietario: – Buongiorno. Siete venuti per la casa?

ILfi: Sì. Ma l’annuncio diceva: piccole riparazioni. Qua mi sembra che bisogna rifarla tutta.

LAfi: – E quanto volete per il rudere?

Il proprietario: – Pochissimo: Trentamila Euro.

ILfi: – Il prezzo sembra buono. Ma per metterla a posto ce ne vorranno cinquanta.

LAfi: Arrivederci. Parleremo con i genitori e se va bene torneremo domani.

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ILfi: – Ma veramente vuoi tornare domani?

LAfi: – Ma no. Che gli dicevo?

ILfi: – Che se lo poteva tenere il rudere.

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ILfi: – Questa si che è una bellezza! Buongiorno signora.

LAfi: – Buongiorno.

ILfi: – Piacere.

LAfi: – (sottovoce al fratello) Sta calmo! – si è accorta che il fratello non lascia la mano della bella contadina.

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LaFI: – Che bello! C’è anche il camino e che cucina spaziosa.

La contadina: – Posso offrirvi un bicchiere di vino?

ILfi: – Sì. Grazie. Ho visto la vigna. È un vino che fate voi?

La contadina: – Sì. Ne facciamo tanto che lo vendiamo anche al consorzio agrario.

ILfi: – Ma dopo venduta la casa, dove andate ad abitare?

La contadina: – In Romania. Torno al mio paese.

ILfi: – Voi rumene siete belle donne. Peccato che non ci potremo vedere più.

LAfi: – (ironica) Ma la Romania e vicina. Puoi sempre andare a trovarla … Se la bionda te lo permette.

La contadina: – E mo chi è ‘sta bionda?

LAfi: – La sua fidanzata.

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LAfi: – Stamattina sei sparito all’alba. Che fai qui?

ILfi: – Sono venuto presto con la speranza di trovare Mary. Così ho anche provato il fuoristrada.

LAfi: – Mary? E chi è?

ILfi: – La rumena.

LAfi: – Ah. E l’hai trovata?

ILfi: – No. Deve essere partita molto presto.

LAfi: – Povero fratellino … sei proprio sfortunato.

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