LAfa 23 – La corsa – prima parte

LAfi: – Hai visto il manifesto per la corsa cittadina organizzata dal Comune. Vogliamo iscriverci?

Il Compagno: – Non so. Quando frequentavo la scuola media partecipavo alla corsa campestre dei “Giochi della gioventù” ma sempre con scarsi risultati.

LAfi: – Non lo sapevo. Allora sei disponibile? Hai un passato da atleta!

Il Compagno: – Capirai da atleta fallito. Comunque accetto. Con te sono sempre disponibile a tutto.

LAfi telefona al fratello. In quel momento arriva Francy:

Francy: – Ciao ragazzi. Che fate di bello.

LAfi: – Ora niente, Pensavamo di iscriverci alla corsa cittadina.

Francy: – Ho visto il manifesto. Cittadina? Ma è quella del Comune … diciamo “Paesina”.

Il compagno: – Penso che verranno anche dalla città. Questi eventi attirano.

Francy: – Ok, parlo con Gemi e veniamo anche noi.

 

Arrivano ILfi e la Bionda .

ILfi: – Ciao. Allora, cosa mi devi chiedere ?

LAfi: – Ci iscriviamo tutti alla corsa cittadina: Come dice Francy “Paesina”

La Bionda: – Ci sono anch’io. È tanto che non corro. Perché non invitiamo anche le nostre amiche?

ILfi: – Ma sì, sono d’accordo. Corriamo tutti.

Francy: – Le vostre amiche? Quelle dell’anniversario? Che bello.

All’iscrizione per la gara. La commissaria corteggia il compagno della LAfi..

La ragazza: – Scommetto che vinci tu. Hai un fisico. Partecipo anch’io. Facciamo coppia?

Il compagno: – Coppia? …

LAfi pesta il piede al Compagno che non termina la frase.

Francy che ha assistito alla scena dice alla LAfi: – Stai tranquilla, alla ragazza ci pensiamo io e Gemi.

Quando si avviano verso la partenza, Gemi e Francy mettono al centro la ragazza e l’abbordano. Memori della promessa alla LAfi.

Francy; – Gemi hai visto oggi come è diversa la ragazza? Al tavolo non sembrava così carina.

Gemi: – È vero. Altro che carina … è fascinosa.

La ragazza: – Caspita. Come siete gentili.

Gemi, prendendo la mano della ragazza: – Dai Francy. Partiamo insieme a lei.

Quando LAfi e il Compagno sono lontani. Gemi accelera e lascia le due ragazze da sole.

Il percorso, per il piccolo paese è ripetitivo. Quando le ragazze ripassano davanti al bar, vedono ILfi seduto al tavolino. Lasciano la corsa e si siedono con lui:

Francy: – Ma che fai qua solo, soletto?

ILfi: – La corsa non è il mio forte. Mi riposo.

Francy: – Ho capito. Hai bisogno di compagnia. Ci pensiamo noi. – poi rivolta alla ragazza – Passa dall’altro lato così lo “sosteniamo”.

Gemi ha raggiunto la Bionda e quando ripassano davanti al bar vedono il ILfi con le due ragazze.

Gemi: – Hai capito? Che tipo il tuo ragazzo. Noi corriamo e lui si riposa in compagnia. Ci fermiamo anche noi?

La bionda: – No. Preferisco correre … lascialo perdere.

Gemi: – Hai un fisico perfetto … Il tuo ragazzo è all’altezza?

La Bionda: –  Credo abbastanza.

Gemi: – Per dirlo devi provare anche un altro.

La Bionda: – Ma non so. Forse … Devo rifletterci.

Gemi ci tenta subito, allungando una mano.

Fine prima parte

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Noi non possiamo morire – capitolo quattordicesimo

Il testo (ridotto) è ricavato da “Una pagina al giorno” di Daniele Conventi.

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Ritorniamo verso la prima grotta. Continuo a meravigliarmi di come Gabino riesca a orizzontarsi in questa oscurità.

<< Dovrai affidarti completamente al tatto. Sei sicuro di farcela?>>. Mi affretto a rispondere << sì>> in un sussurro.

<< Non abbiamo corda, ne picchetti. Scaleremo a mano. La parete ha abbastanza insenature da renderlo possibile>> si ferma, poi, rivolgendosi a me << Io sarò in testa. Vi darò dei suggerimenti. Tu sarai il secondo, dopo la ragazza>>.

Iniziamo la scalata. Quando tocca a me, capisco subito che il nostro è un tentativo disperato. Devo fare uno sforzo di volontà a ogni piccolo movimento. Le ferite mi fanno ancora male, ma più di tutto sono le energie a mancarmi. Sento le istruzioni del sacerdote, provo a seguirle. Muovo una mano in cerca di un appiglio, lo trovo, mi aggrappo. Muovo il piede infilandolo in un appoggio. Mi cede il ginocchio e scopro che la mia presa non era salda come credevo. Di nuovo cado, ma l’impatto con il terreno è veloce, più morbido di quello che mi aspettavo.

 

Sento Giulia, sotto di me, fare un verso dolorante. Mi avvolge in un abbraccio protettivo.

<< Tu bene?>> mi chiede.

Quando mi rendo conto di cosa è successo, mi libero dal suo abbraccio per alzarmi, liberandola dal mio peso. In ginocchio le sollevo il busto e la testa in cerca di sangue e ferite gravi.

<< Dimmelo tu, razza di stupida. Perché ti sei buttata sotto di me?>>.

Sento il sangue bagnarle i capelli.

<< Tu caduto. Io voleva proteggere>> mi risponde preoccupata << Tu bene?>>.

<< Sto bene, sto bene>> le rispondo frettolosamente, preoccupato a mia volta<< ma tu hai sbattuto la testa>>..

<< No preoccupare>> mi risponde tranquilla << No male>>. Lentamente si alza. La sento mugugnare dei lamenti di dolore che cerca di nascondere. La lascio libera mentre cerco di rialzarmi anch’io. Ci metto un po’ perché tremo. Tremo di rabbia.

Gabino ci raggiunge. Si assicura che sia tutto a posto, poi, come fosse una condanna, ci conferma l’ovvia verità.

<< Ci rimane una sola strada da tentare>>.

 

 

Con cautela ci dirigiamo verso il tunnel dei topi. Il loro squittire ci avvolge in breve tempo, divenendo sempre più invasivo, acuto, insopportabile. Gabino prova a dire qualcosa, ma non capisco. Sento la sua voce, ma non distinguo le parole.

Camminiamo mano nella mano, con il sacerdote, l’unico che riesce a orientarsi. Non può contare sulla vista e ogni suono è completamente coperto dal quella cacofonia di versi nota come “lo stomaco della montagna”.

Non ho la minima idea di dove stiamo andando. Mi muovo in un vuoto oscuro, alienante, dove l’unico contatto con la realtà sono le mani dei miei compagni e i comandi tattili di Gabino. Il sacerdote mi tira la mano nella direzione in cui dobbiamo muoverci, me la stringe per farmi fermare e mi …

Sento il braccio strattonato all’improvviso. Il colpo è secco, forte abbastanza da buttarmi a terra. Quasi perdo la presa sulla mano di Gabino, sprofondato in una qualche voragine. Giulia mi da una mano facendomi da contrappeso, ma Gabino è troppo pesante. Lei lentamente lascia la mia mano dandomi il tempo di riequilibrare la sua assenza. Riesco a non precipitare insieme al sacerdote, ma ci troviamo trascinati più in basso. Riesco a sentire sul volto la corrente d’aria proveniente dal basso, mentre con il mento riesco a toccare la parete del fosso.

Con la mano, ora libera, mi aggrappo a un pezzo di roccia sporgente, una piccola stalagmite con troppo grande ma  robusta. Giulia mi si affianca e il peso dell’uomo diminuisce di colpo.

<< Al tre tiriamo>> urlo per farmi sentire nella cacofonia di squittii.

Grido <<…TRE>> e tiro su con tutta la forza che ho. Sento Giulia fare un verso di sforzo e dalla velocità con cui solleviamo Gabino, anche lui deve aver contribuito alla sua salvezza.

Appena finiamo di tirar su il sacerdote, rimango disteso sul pavimento boccheggiando.

<< Non possiamo andare avanti così>> urla Gabino << E’ troppo rischioso… non capisco dove mettiamo i piedi>>.

<< Cosa vuoi fare?>> gli chiedo.

L’uomo non parla più. Non riesco a capire che movimenti stia facendo, ma ne ho un’idea.

Accende la torcia. Resto abbagliato dalla luce e chiudo gli occhi.

Un calore intenso mi riscalda la pelle. Apro gli occhi, ma subito sono costretto a richiuderli. La luce mi ferisce, mi devo ancora abituare.

<< Non essere pericoloso?>> chiede Giulia preoccupata << Non attirare …a-gni-mali?>>.

<< Meno pericoloso di ogni buca, fosso o cratere lungo la strada>> replica il sacerdote.

<< Dobbiamo rischiare>>.

Avendo recuperato la vista, il percorso è più agevole. La strada non è delle più facili, piena di punte di roccia, cunette e buche. La luce mi permette anche di notarmi i piedi, perforati e tagliati in più punti, e le tracce di sangue che lasciamo dietro di noi.

All’ennesimo bivio, dopo un tempo indefinito di scelte, punti in discesa, salite scivolose e tratti percorsi accucciati, qualcosa cambia. Siamo di fronte a due strade: una galleria grande per una persona e un cunicolo stretto e basso, dove l’unico modo per passare è strisciando. Gabino è indeciso, ma il suo istinto lo fa propendere per il cunicolo.

Gabino scatta verso il cunicolo. Giulia mi strattona mentre segue il sacerdote. Lui ci fa spazio. Passiamo avanti. Mi abbasso, infilandomi nello stretto passaggio, e comincio a strisciare.. Gabino butta la torcia a terra e la spegne,  poi ci raggiunge. Di nuovo al buio, sono costretto ad affidarmi all’udito per capire cosa sta succedendo.

La cacofonia di squittii aumenta. La massa … lo sciame si avvicina. Comincio a sentire anche lo zampettare di migliaia di piccoli arti, migliaia di unghie che graffiano la pietra. Ora il rumore è talmente intenso, talmente forte da far male ai timpani. Nell’oscurità più completa, circondato da versi mostruosi, in balia del fato o della fortuna, mi scopro a invocare un dio antico, quello dei miei genitori. Un dio che fin troppo spesso ho ignorato.

Il rumore dello sciame inizia a scemare, lentamente, fino a tornare a un rumore di sottofondo. Rimane giusto qualche zampettio, gli ultimi rimasti, la coda della massa.

 

 

Avanzo strisciando sul dorso. Ho abbastanza spazio per le braccia, ma più volte mi trovo costretto a abbassare la testa, quasi a schiacciarla sul pavimento di roccia. Pietre aguzze, piccole sporgenze e punte di calcare mi strusciano sulla pelle.

Lo spazio diventa ancora più stretto e mi ritrovo a dover di nuovo schiacciare la testa a terra. Qualcosa mi graffia la fronte e un rivolo caldo ed umido mi cola sull’occhio. Mi trascino con le braccia cercando di passare. Una volta tanto la mia dieta a base di … niente mi torna utile. Il passaggio non mi è ostico come pensavo e sguscio oltre facilmente. Penso: ce la farà Gabino?

Una sensazione strana mi coglie alla sprovvista. Posso muovermi liberamente. Alzo la testa senza trovare ostacoli. Stendo le braccia, ma non tocco pareti. Con un ultimo sforzo mi tiro fuori del tutto dal cunicolo.

Sento Gabino lamentarsi sommessamente. Credo stia avendo difficoltà ad uscire. Gli do una mano tirandolo, per quanto mi è possibile. Soffoca un gemito di dolore improvviso, prima di liberarsi del tutto.

<< Tutto a posto?>> gli chiedo sussurrando.

<< Credo di avere un bel taglio sul fianco. Sanguina parecchio. Ma non ci metterà più di qualche minuto a guarire >>.

 

 

Attendiamo Giulia. Lei non dovrebbe avere grossi problemi. Non arriva.

Prima che Gabino possa fermarmi, rientro nel passaggio, stringendomi nella strettoia.

<< Giulia>> sussurro << Dove sei?>>. Nessuna risposta.

<< Giulia>> la chiamo, sperando in una conferma.

<< Shh!>> mi risponde sussurrando << Troppo rumore>>.

Comincio a indietreggiare, destreggiandomi per uscire di nuovo. Rimango sull’uscio, mano tesa, pronto a darle un aiuto. Quando le do la mano sento che regge qualcosa. È rigido, sembra legno. È ancora caldo.

<< Hai preso la torcia?>>.

<< Fuoco utile>> mi risponde decisa.

<< E’ andata a recuperare la torcia?>> mi domanda il sacerdote prima di avvicinarsi.

L’abbraccio, preoccupato, rassicurandomi con il tatto che sia ancora tutta intera. È viscida di sangue e piena di tagli, ma nulla di troppo grave.

Gabino sussurra << Dobbiamo andare>>. Il sacerdote accende la torcia, rischiarando il passaggio. Davanti a noi un’unica strada simile a molte altre. Dietro di noi un tappeto vermiglio di sangue e segni di trascinamento. Abbiamo lasciato tracce. Non ci vorrà molto prima che qualcosa le segua.

 

 

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Tavola studio del racconto “Gaetano e Giovanni” – tecnica

Insieme della tavola

Di seguito i dettagli della tavola.

Parte dello scritto copiato da word. Dopo aver diviso il testo in scene.

Bozzetto bianco e nero, bozzetto a colore.

Dalla raccolta modelli (personaggi di tutti i racconti) scelgo una donna.

Modifio la donna di profilo. Iniziando dal vestito (colore e lunghezza).

Continuo con la capigliatura (colore e pettinatura): occhio (più grande); labbra (colore); naso (arrotondata la punta).

Sistemo la donna al posto (riferimento bozzetto); tolgo le parti che sono fuori il riquadro.

Tolgo la parte inferiore dell’immagine (le gambe) selezionando e cancellando.

Per modificare il vestito sposto due nodi sul bordo del riquadro, poi seleziono i due nodi sul bordo inferiore del vestito e li cancello.

La parte del vestito da eliminare diventa curva.

Sposto i cerchietti di controllo della superficie sul bordo del riquadro (vedi A).

Con lo stesso metodo elimino la parte inferiore del busto.

Modifico le braccia per farle entrare nel riquadro.

Ho scoperto un metodo più semplice per eliminare le parti fuori riquadro.

Inizio come il metodo precedente e procedo fino a ottenere la parte curva del vestito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con l’indice dei nodi clicco sulla linea esterna della superficie curva, in tal modo ho selezionato i due punti sul riquadro. Scelgo tra gli strumenti dei Nodi “Cancella il segmento …” e ottengo l’eliminazione della parte fuori riquadro.

 

Riprendo lo studio della tavola

Nelle tre tavole seguenti disegno l’arredo dell’autobus, in prospettiva.

Per rendere trasparenti i vetri, riduco molto l’Opacità (nel riquadro Riempimento e Contorni).

Per disegnare passanti e immagini che si vedono dai finestrini, devo ricavare l’orizzonte della strada partendo da quello dell’autobus (1) trovo prima quello vicino l’autobus (donna A con i piedi sulla linea di terra) , poi quello più lontano, sul marciapiede (donna B).

Ho illustrato il metodo nei due disegni seguenti.

Con l’orizzonte rispetto alla strada disegno vetrine e passanti (sempre copiati dalla tavola con tutti i personaggi dei racconti).

Elimino le parti fuori riquadro.

Inserisco il disegno al di sotto di quello dell’autobus e, per l’opacità ridotta dei vetri, sono evidenti le parti dell’immagine viste attraverso i finestrini.

Chiudo con la tavola completata.

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Gaetano e Giovanni – illustrato

Quando lo vide, per un attimo le si annebbiò la vista, poi consapevole la sua mente vacillò: Non era possibile … Non poteva essere.

Attraverso il finestrino dell’autobus vedeva le immagini della città ma la loro percezione si alternava a quello che aveva visto poco prima. Non riusciva a distogliere lo sguardo dal finestrino: era diventato un televisore che attraeva la sua attenzione e le procurava uno stato di torpore agitato, come un sogno apprensivo.

Non scese alla fermata che doveva. Non avvertiva, nella sua immobilità mentale e fisica, il procedere o l’interruzione del mezzo pubblico. Non era nell’autobus ma in un mondo irreale generato dal finestrino, divenuto schermo.

Una voce entrò nella sua staticità: – Signorina. Siamo al capolinea. Non scende?

Rispose: Sì? –  continuava a guardare lo schermo: era l’audio?

La voce riprese: – Signora deve scendere. L’autobus ha finito la corsa e rientra al deposito.

Nessuna risposta.

L’autista la guardò. Era una bella donna: alta, bionda e formosa. Capì che era svagata e osò allungare una mano toccandole con vigore il braccio.

– Bella signorina, non mi ha sentito? Deve scendere. L’autobus rientra al deposito.

Il torpore la lasciò un attimo e si ritrovò sul marciapiede. Guardò intorno, era un posto che non conosceva. Uno spiraglio di luce entro nella sua mente: stava tornando a casa.

Vide un posteggio di taxi, salì sul primo pronto alla partenza.

– Dove la porto? – chiese il conducente.

– A casa. – fu la semplice risposta.

Il taxista si girò verso di lei, guardò la fluente capigliatura bionda e le gambe accavallate. Ironico rispose: – A casa mia o sua?

Mia … Mia – rispose premurosa.

– L’indirizzo di casa mia lo conosco … quello di casa sua no. – poi continuò con voce sottile e lasciva – Andiamo a casa mia?

Lei non rispose pensava dov’è casa mia? – la sua memoria era in black out .

Il taxista lanciò la proposta: – Ho capito, vado. – avviò il motore e partì.

La brusca partenza scosse Fulvia: Il suo cervello, come un ingranaggio arrugginito, elaborò lentamente una soluzione: la carta di identità.

Aprì la borsetta, tirò fuori il portafoglio e lesse ad alta voce: – Corso Vittorio Emanuele 321.

A casa ignorò sua madre e suo fratello. Chiusa nella sua camera, aspettava con ansia l’arrivo di Gaetano.

Dopo un’ora di attesa, il ricordo dell’amore del suo fidanzato la tranquillizzò ma le dette anche la determinazione di affrontare con lui il tormento nato nell’autobus.

Puntuale arrivò Gaetano. Entrò nella camera, le si avvicinò per il solito leggero bacio di saluto sulle labbra. Lei mise una mano sulla bocca che si avvicinava ed esclamò:

– Prima del bacio mi devi spiegare chi era la brunetta sull’autobus 104 che strizzavi e sbaciucchiavi?

Lui la guardò e chiese: – L’autobus che porta alla ferrovia?

– Sì. Avanti parla.

Lui non parlò ma iniziò a sorridere. Sorriso che subito si trasformò in una sonora risata. E parlò:

– Ma è Giovanni.

– Giovanni? Chi è?

– È mio fratello gemello.

– Tuo fratello? Non mi hai mai detto di averlo. Perché?

– Perché non abbiamo mai parlato della mia famiglia e anche perché Giovanni é proprio un don Giovanni, non gli sfugge nessuna donna, Sono geloso.

– Ma che poca fiducia hai in me. Perché non me lo presenti?

– Ora no. Un giorno magari.

Fulvia fu felice del chiarimento. Gaetano era tornato il suo amore, grande e fedele.

Alcune sere dopo, durante un momento di intimità, Fulvia travolta dalla passione dichiarò:

– Giovanni … non mi interessa, puoi anche non presentarmelo. Sei tu il mio immenso amore.

Mentre parlava lo guardava negli occhi e si accorse che Gaetano era rimasto sorpreso. Anche la sua passione al momento si affievolì poi, con voce insolita balbettò: – Va bene.

Quella sera il rapporto si chiuse con una certa difficoltà da parte del “maschio”.

Alcuni giorni dopo, sempre sul solito autobus che la portava a casa, dopo il lavoro, Fulvia ripensava alla sera disturbata dalle sue parole. Non riusciva a capire. Pian piano un sospetto si insinuò nella sua mente.

Quella sera stessa decise e, mentre conversava con Gaetano, provò a chiarire il dubbio.  All’improvviso esclamò: – Giovanni …

La risposta arrivò subito: Sì … Cara.

La mente di Fulvia vacillò di nuovo. Ebbe la sensazione che la camera le ruotasse intorno  procurandole uno stato di incoscienza. Ma questa volta tutto durò poco e un bagliore ritornò nei suoi pensieri: Non capita a tutte le donne di avere due maschi così ben dotati.

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La forza verde 7

La prova

Superato il primo momento, forse anche spinti dalla forza, decisero di provare insieme la loro natura spaziale.

– Insieme e da soli proviamo a uscire dal nostro corpo umano, – proviamo a controllare prima una forma unica: una sfera – bene. Ora proviamo una forma rettilinea, – ora colleghiamo linearmente le nostre forze, – finiamo con una forma sferica che comprende le nostre tre forze, – possiamo comprimere la sfera? È troppo grande – sì, riusciamo a ridurla molto.

L’unione della mente umana a quella della forza comportò nei tre ragazzi uno stato di eccitazione, quando la rete verde rientrò nei corpi si sentirono molto deboli fisicamente. Lentamente però si ripresero, raggiungendo uno stato di benessere quasi superiore a quello precedente l’esperimento.

Non avevano parole da scambiarsi, erano coscienti di avere le stesse cognizioni sul fenomeno.

Quando i tre amici superarono i sedici anni si accorsero che il progresso sul controllo della forza era quasi completo, riuscivano non solo a darle qualsiasi forma ma avevano imparato a farla muovere nello spazio, sia quand’era individuale sia composta dalle loro tre forze. Quando i loro corpi umani erano lontano dalla forza, la loro mente la localizzava spazialmente e ne riceveva gli impulsi. Era un’esperienza interessante per i piccoli umani.

Le immagini trasmesse nella loro mente erano ovviamente composte dalla forma-rete verde degli oggetti e delle persone che la forza localizzava. Un mondo fantastico come immagine ma reale come sensazione. Erano così consapevoli della loro capacità di controllo della forza che decisero di provare un nuovo esperimento: allontanare la forza dalla Terra.

Era l’imbrunire di un giorno di marzo, una giornata calda e quasi primaverile. Era il momento di provare. Unite le tre forze sotto forma di sfera, ritenuta la più adatta per lo spazio, iniziarono l’ascesa. L’altitudine di cento metri fu raggiunta in pochi secondi, poi i duecento, i cinquecento, un chilometro, due … qui si fermarono.

Sotto di loro la Terra appariva come una enorme superficie brulicante di forze dai colori più vari. La maggioranza erano di colore rosso poi seguiva il giallo, il viola infine il verde. Quest’ultimo era il meno frequente.

 – Siamo ancora pochi.

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La cripta di Bremen – III capitolo 8

Inizia la mattanza. Ogni demone ha un proprio modo di uccidere. Chi stritola con le mani  dotate di forza sovraumana, chi, come Mercuria, lacera con la lunga treccia il collo dei malcapitati. Lunaria si diverte a capovolgere i malcapitati lesionando la loro scatola cranica sul pavimento.  Gioviello, mentre partecipa attivamente alla strage, si accorge che Franz agisce in maniera strana: solleva le vittime e li porta verso la sacrestia.

Giovello avvisa Angelika e insieme seguono Franz che entra in sacrestia. Qui lo vedono che zittisce a segni i catturati, li nasconde coprendoli con arredi sacri di stoffa presi da un armadio.

I due demoni intervengono e mentre Giovello fa strage dei protetti dal biondo tedesco, Angelica affronta Franz immobilizzandolo con la mano.

Lasciato Franz nella sacrestia, i due demoni ritornano nelle cattedrale per completare il massacro che termina quando nessuno é sopravvissuto. Angelica parla del comportamento di Franz a tutto il gruppo dei carnefici.  I demoni si recano in sacrestia per risolvere il problema.

Riuniti in cerchio, i demoni cercano di analizzare la mente di Franz e scoprono che il suo progenitore era uno dei sacerdoti che aveva incatenati, intorno all’anno mille, i demoni nella caverna sotto la cripta. Inoltre malgrado la loro potenza sentono che non possono uccidere il tedesco perché, anche se non ha poteri, ha una forte forza interna che si oppone rendendo il suo corpo immortale.

I compagni dei demoni, così come ha ordinato Angelika, portano i corpi martoriati delle vittime al centro della navata principale, facendone una catasta.

Dopo una breve consultazione mentale i demoni decidono di portare il corpo immobile di Franz nella caverna sotto la cripta e incatenarlo al muro. Gli assi di legno, dove furono incatenati loro, sono marcite.

Tornati nella cattedrale, Angelika e Venerella appiccano il fuoco ai corpi e agli arredi della navata. Quando l’intera cattedrale prende fuoco, i demoni e i loro posseduti escono come se fossero dei sopravvissuti.

Confusi tra la folla, assistono all’incendio della cattedrale e all’arrivo dei pompieri.

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Predofili – illustrato

Dopo la mezzanotte mi alzo. Nell’oscuro silenzio, raggiungo lo studio. Devo stare attento, se si sveglia Monica sono guai. Accendo il computer ma non la web camera, preferisco non farmi vedere.

Inizio la chat notturna con le mie donnine. Sono tutte li che attendono.

Inizio con Maga99:

Dico una necessaria bugia.

Chiudo la chat. Troppo grande per i miei gusti. Passo a Boba97.

Continuo con un paio di bimbe. L’ultima è BambiO5.

Se dice la verità, non ha ancora tredici anni. È l’età che cerco. Una pollastrella da … spennare.

Entro in argomento.

Sento una porta che si apre, in casa qualcuno si è svegliato. Saluto la piccola.

Spengo il PC e ritorno a letto.

 

Individuata dalla collana viola, oggi l’ho incontrata.

Mi avvicino: – Ciao. Bambi05?

Mi guarda e inizia a ridere. È più alta di mia sorella Monica. Le arrivo al seno.

Sorrido e blatero: – Andiamo a prenderci un gelato?

Non posso di più. Ho da poco compiuto dieci anni. Ma appena mi sviluppo: farò faville. Lei, sempre ridendo: – Sì. Piccolo amore  – mi abbraccia forte. La sento robusta e tosta. Mi morde un orecchio, mi dà un pizzicotto sulla guancia e uno sul gluteo.

Poi, mentre vogliosa lecca il gelato, mi fa: – Ci vediamo stasera?

Dico sì ma penso di sparire. Ho quasi paura. Che sia una “pedofila”?

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