Prova calendario – tecnica

Come augurio per il nuovo anno, provo a disegnare un calendario.

Inizio dal disegno di una spirale. Traccio un asse orizzontale per determinare la fine della spirale.

 

 

Duplico la spirale (Ctrl + D) e la rifletto orizzontalmente (H). In tal modo ottengo la seguente figura.

Prima di applicare il colore, decido dove mettere il nome del mese (nel secondo spazio della spirale in alto). Traccio una linea orizzontale.

Con i Nodi la trasformo in curva adatta alla spirale.

La duplico e sopra scrivo il nome del mese.

Selezione il mese e la curva.

Nella finestra Testo clicco su “Metti su tracciato”.

Clicco sulla scritta e con F8 e poi con il tasto in “alto”. Premendo il tasto “spazio” sposto la scritta al centro della curva.

Quindi seleziono la scritta e la sposto nello spazio che ho destinato al mese.

Coloro con due colori le spirali,

 

Con lo stesso metodo adoperato per i mesi, curvo i giorni dalla settimana (abbreviati). Sistemandoli in cerchi che seguono la spirale. Con il colore rosa distinguo i cerchi relativi alla domenica.

Provo con colori diversi per tutti i dodici mesi, cercando di rappresentare le stagioni.

Per Gennaio e Febbraio scelgo colori più scuri. Per Agosto scelgo colori del sole.

Preparo una matrice che mi servirà per tutti i mesi.

Ecco la tavola generale dello studio in prima fase.

Continua nel prossimo post

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Ancora sui Nodi – tecnica con freccette

Composizioni di superfici (vaso) e volumi (parallelepipedo in prospettiva) adoperando solo le freccette .

Il mouse servirà solo per evidenziare i nodi prima di spostarli. Basterà girare intorno al nodo con l’indicatore del mouse sulle schermo.

Linee di guida rosse, orizzontali e verticali, per localizzare il punto esatto dove posizionare il nodo.

Vaso

Disegnare un rettangolo e colorarlo. Dalla Finestra “Tracciato” > Da oggetto a tracciato. Ottenere i Nodi


Tracciare le linee guida

Aggiungere i Nodi sulle due linee orizzontali

Evidenziare i due nodi, in alto, e spostarli sulla linea guida interna con la freccetta verso sinistra. Spostare anche il terzo nodo.

Con l’indice dei Nodi rendere il segmento curvo e spostarlo sulla linea guida esterna.

Ripetere il tutto dall’altro lato.

Possiamo cambiare la forma del vaso.

Prospettiva di un parallelepipedo

Inizio con la linea di orizzonte.

Dopo aver ricavato i Nodi terminali, duplico la linea (Ctrl + D) seleziono il Nodo di sinistra (con clic sopra oppure girandoci intorno con l’indice del mouse). Con la freccetta verso il basso ottengo una linea di fuga.

Ricavo con lo stesso metodo l’altra linea di fuga.

Sempre dopo aver selezionato il Nodo estremo lo sposto verso il centro con la freccetta di sinistra. Disegno un rettangolo con il vertice all’incrocio delle due linee di fuga.

Come fatto per il Vaso trasformo il rettangolo in tracciato per avere i nodi (Tracciato> Da oggetto a tracciato).

Seleziono i due Nodi di destra.

Con la freccetta verso l’alto faccio coincidere il Nodo inferiore con la linea di fuga.

Seleziono il Nodo della linea di fuga.

Sposto il Nodo con la freccetta verso l’alto fino a far coincidere il vertice del rettangolo con la linea di fuga.

Seleziono il Nodo del rettangolo e con la freccetta verso il basso lo porto sulla linea di fuga. Ottengo in tal modo la superficie in prospettiva.

Sempre selezionando i Nodi dall’altra linea di fuga,

li porto verso l’alto e ottengo due linee di fuga che passano per i due vertici della superficie.

Ottenuti i nodi della superficie, la duplico e

dopo aver selezionato i Nodi di destra, con la freccetta verso sinistra, li sposto fino a far coincidere il Nodo inferiore con la linea di fuga.

Ho così ottenuto l’altra superficie, cioè un’altra faccia del parallelepipedo in prospettiva.

Sposto, sempre selezionando i Nodi estremi, le due linee di fuga sui vertici delle facce.

Seleziono di nuovo la faccia del parallelepipedo, la duplico

e sposto i Nodi, selezionandoli, sulle linee di fuga.

Ottengo il parallelepipedo.

Perché spostare i Nodi selezionati con le freccette e non con il mouse?

Perché con questo metodo i Nodi si spostano in verticale o in orizzontale, lasciando le linee relative con lo stesso verso. inoltre i Nodi si posizionano in maniera precisa.

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Il rudere – sedicesima parte

Dopo appena una settimana la struttura del nostro alloggio è quasi completa. Insieme a Giulia, in un momento libera dal lavoro, siamo andati a vedere i mobili da comprare. Quelli che abbiamo sono troppo grandi per la piccola struttura vicino al rudere. Conserveremo anche le nostre attuali abitazioni in quanto non riusciamo a immaginare per quanto tempo durerà la nostra vita notturna.

Il mio amico Giovanni mi ha consigliato di posizionare un grande camino al centro della struttura. Anche perché sulla strada che porta al rudere c’è un grande deposito e vendita di legname da ardere. Ovviamente le finestre avranno un doppio vetro per non disperdere il calore all’esterno .

Purtroppo non avremo energia elettrica perché il posto è piuttosto isolato e la rete elettrica è distante. Risolveremo il problema con un gruppo elettrogeno a benzina o gasolio. La rete telefonica è molto debole, adopereremo un collegamento satellitare, con relativo telefono.

Quando lo dico a Giulia del camino, lei è entusiasta. Un camino di questi tempi per noi cittadini è un’attrazione molto gradita.

Giulia vuole anche assistere al montaggio del camino. Quando entra nella struttura esclama: – Che meraviglia questo controsoffitto con pannelli color cielo.

Giovanni si è procurato un grande camino prefabbricato che coprirà con mattoni refrattari. Ovviamente per distribuire bene il  riscaldamento converrà che l’ambiente sia unico o per lo meno con minime divisioni. Il bagno, sempre su consiglio di Giovanni, sarà sistemato vicino la struttura del camino per riscaldarlo.

Quando Giovanni ci ha chiesto dove sistemiamo la camera da letto, io e Giulia siamo rimasti un attimo silenziosi. Poi Giulia, con il suo buon intuito, ha detto: – Non credo che abbiamo spazio per il letto. Questo sarà principalmente uno studio di lavoro per cui penso che un divano letto, vicino al camino, sarà più che sufficiente. Giovanni non sa che la notte siamo impegnati con l’antica famiglia del castello.

A sera, quando Giovanni è andato via, abbiamo deciso come sistemare i mobili che compreremo. Alle venti siamo andati a cena al Motel.

A mezzanotte siamo pronti per la nostra avventura. Mora ci apre il portone e ci avvisa che, questa volta, i castellani sono tutti presenti e hanno chiesto di noi quando sono tornati.

I castellani ci accolgono con affetto. Marcus e Armela si avvicinano tanto e le nostre bocche toccano quasi le loro. Evidentemente sono disposti a rendere visibile il nostro affettuoso legame.

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LAfa 32 Il castello

LAfi è al lavoro nel suo studio, quando riceve la visita di Francy insieme a Giosuè che si congratula per i disegni che vede nello studio e poi aggiunge: – Ho saputo di un castello dove vengono esposti gli arazzi di famiglia, molto decorati. Vorrei ammirarli.

Francy: – È proprio per questo che siamo venuti. Pensiamo che possa interessarti.

LAfi: – Mi interessa sì. Datemi il tempo di avvisare il mio gruppo e verremo tutti.

Giosuè: – Perfetto. Pensiamo di andarci domenica mattina, molto presto.

LAfi: – È lontano?

Giosuè: – Non molto. Sarà un’oretta di auto.

Francy: – Ci vediamo a casa mia alle sei. Va bene?

LAfi: – Per me va bene. Per mio fratello sarà un sacrificio … È un dormiglione. Ma sicuramente vorrà venire anche lui.

Francy: – Ciao e buon lavoro. Ci vediamo Domenica all’alba.

In poco più di un’ora giungono al castello ma la sorpresa è che per arrivarci bisogna salire a piedi. Il castello è molto in alto.

LAfi: – Forza ragazzi. La salita è lunga ma la gradonata è comoda. Immaginate se fosse stata una scala normale.

Gemi: – Un ascensore sarebbe molto più comodo.

Francy: Pian pianino ce la faremo. Sentite che bella aria. Lassù sarà ancora migliore. Ma Ilfi dov’è? Non lo vedo.

Giosuè: – Se ti giri lo vedi. È dietro di noi.

ILfi: – Ma avete anche la forza di parlare? Io tra poco mi siedo e mi riposo. Che maledetta scala. Perché è così allungata? Meglio una scala normale allora.

LAfi: Questa è una gradonata strutturata sul passo del cavallo. Nel medioevo era comodo salire al castello a cavallo.

Franca girandosi al ILfi: – Prova a nitrire … Potresti diventare un cavallo.

Gemi: – Buona questa.

Dopo un’altra ora, comprensiva di due riposi, gli amici arrivano al castello.

Il gruppo è ricevuto dalla castellana, una giovane principessa, in un grande salone con il soffitto molto decorato.

LAfi: – Buongiorno Principessa, siamo venuti per vedere gli arazzi di famiglia.

La castellana: Buongiorno a voi tutti. Ora il maggiordomo vi condurrà nella sala da pranzo per un rinfresco. Dopo la salita avete bisogno anche di un riposo nel salottino rosso. Dopo siete liberi di visitare il castello e la sala con gli arazzi.

Dopo il riposo, quando sono pronti  per la visita, si accorgono che Francy e Giosuè non sono con loro. Devono essersi allontanati da soli.

ILfi: – E ti pareva che Francy non studiasse il modo di evadere con il maschio di turno.

LAfi: – Ma dai, saranno andati a vedere gli arazzi.

Gemi: – Sono dello stesso parere di ILfi. Francy è una tipa che non perde tempo.

I ragazzi hanno ragione. Infatti Francy e Giosuè sono scesi nel cantina del castello, sperando di trovare un posto tranquillo, lontano da tutti.

Francy: – Stammi vicino, ho un po’ di paura.

Giosuè: – Tranquilla. Andiamo a vedere dove portano questi passaggi.

Francy: – Sì, ma andiamo in quello illuminato. Questo buio mi preoccupa.

LAfi con i compagni vanno a vedere gli arazzi. Sono molto belli e hanno dei motivi decorativi quasi moderni perché dalle forme astratte.

LAfi decide di copiare sul suo blocco di appunti grafici alcuni di quelli più interessanti. Potranno ispirare alcuni suoi prossimi disegni o anche decorazioni per le sue sculture.

Mentre lei disegna, Gemi e ILfi, nascosti dietro gli arazzi, corteggiano Franca a parole e  con le mani.

Franca: – Non mi sembra che il posto sia adatto alle vostre intenzioni. Non vi pare?

Gemi: – È solo una prova della tua sensibilità a noi due.

ILfi: – Ora possiamo anche smettere. Abbiamo capito che ci stai.

Franca: – Ancora non lo so. Poi vedremo.

Giosuè e Francy raggiungono la fine del passaggio illuminato, ma trovano una sorpresa inaspettata.

Francy: – Aiuto. Ma dove siamo capitati?

Giosuè: – Non avere paura, sono solo scheletri innocui.

Francy: – Andiamo via. I morti mi hanno sempre fatto paura.

Giosuè: – Un momento, fammi vedere bene. Sembra che siano stati personaggi molto alti. La storia dice che nel medioevo gli uomini non erano molto alti. Forse era una dinastia che veniva dall’Europa del nord.

Francy: – Devi aver ragione perché anche la principessa è molto alta. Ma ora andiamo via. Non resisto a questo spettacolo funebre.

Passano un paio d’ore ma Giosuè e Francy, ancora non sono tornati. I ragazzi preoccupati vanno a parlare con la principessa. Mentre sono a colloquio, arrivano i due scomparsi.

Anche la sala del trono è decorata con pannelli che hanno motivi simili ai disegni degli arazzi. La differenza è che quest’ultimi sono scolpiti a bassorilievo.

Salutata la principessa, i ragazzi ridiscendono la gradonata, questa volta comoda e veloce.

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La favola di Lucilla

La mia passione per il mare, in particolare per i delfini è iniziata da bambina. Quasi certamente per le immagini di un quadro, nel soggiorno di casa, che rappresentava le evoluzioni dei delfini in un limpido e trasparente mare. Anche il fondo marino, ricco di vegetazione e di piccola fauna, arricchiva la composizione.

Mio padre appassionato sub mi aveva insegnato ad amare il mare. Già a cinque anni, con una mascherina adattata alla mia testolina, ero una piccola e brava sommozzatrice. Nuotavo meglio sott’acqua che in superficie dove avevo non poca difficoltà al galleggiamento. Al mio settimo compleanno ebbi come regalo una collanina con una medaglietta d’argento a forma di delfino, che ancora oggi cinge il mio collo. Ora ho anche tatuato sul braccio destro un delfino con la testa in alto e su quello sinistro lo stesso delfino capovolto. Come se volessero rappresentare una capriola, insieme a quello al collo.

Da quattro anni sono addetta alla vasca dei delfini. I miei compiti sono diversi, vanno dal presentare al pubblico i simpatici animali e fare piccoli spettacoli giocando insieme a loro. Oltre a tenere pulita la vasca e accudire i quattro delfini. Uno di loro, il più giovane ultimo arrivato, è il mio preferito per la sua giocosa allegria. Quando scendo in acqua lui mi è sempre vicino e approva con leggeri fischi tutte le mie iniziative.

Cercando di imitare i suoi sibili, gli ho dato un nome: due fischi lunghi e uno breve. Che tradotto potrebbe essere Luciano, il nome di mio padre. Quando la mattina mi avvicino alla vasca e lo chiamo, ovviamente con i fischi, lui mi saluta con due giravolte consecutive fuori dall’acqua e mi viene incontro sul bordo della piscina, ripetendo più volte il mio richiamo. Mi sporgo e strofiniamo i nostri “musi”, in un saluto affettuoso.

I compagni di lavoro hanno arricchito il mio nome chiamandomi “Lucilla la delfina”.

Per raggiungere al più presto il mio posto di lavoro ho preso in affitto un miniappartamento molto vicino. Dal mio balconcino vedo il mare e i delfini della vasca, quando saltano nelle loro evoluzioni.

Sono passati alcuni mesi e il mio amico marino è cresciuto, ora è un bell’esemplare.

La nostra amicizia è diventata per me una necessità esistenziale. Anche di pomeriggio tardi, quando la struttura chiude, rimango con lui fino al tramonto. Le nostre carezze sono diventate più continue e direi approfondite. Passiamo molto tempo vicini. In vasca indosso le pinne per potermi muovere più veloce e per seguire le sue evoluzioni sott’acqua.

Fuori dall’acqua le sue capriole ultimamente si sono modificate. Usa la lunghezza della vasca per prendere velocità e dopo un giravolta in aria, cambia direzione e va più in alto possibile. Ho l’impressione che stia studiando una traiettoria più complessa.

Quando ha finito di allenarsi l’ho chiamato istintivamente Luciano, dimenticando i fischi. Con sorpresa  ho notato che aveva compreso l’appellativo. Infatti si è avvicinato ripetendo i due fischi lunghi e quello breve, come per dirmi che aveva capito il suo nome. Che animale intelligente!

 

Una sera poco prima del tramonto ho compreso a cosa servissero i suoi esercizi nella vasca.

Con stupore l’ho visto volare verso il mare. La vasca è abbastanza vicina alla riva. L’ho raggiunto con una certa difficoltà, perché ho dovuto superare la rete di confine della struttura.

Mi aspettava vicino alla riva e quando sono arrivata i suoi gridolini sembravano di gioia. Ma io ero molto preoccupata e l’ho redarguito aspramente, indicandogli di rientrare nella vasca. Con meraviglia l’ho visto, dopo una rincorsa tra le onde, ritornare nella piscina.

Non capisco come faccia a capire le mie parole, ma ho anche l’impressione che mi risponda, modulando i suoi fischi.

Il salto a mare, quando il tempo è bello e  se c’è la luna che illumina il nostro incontro, ormai è diventata un’abitudine. La sera quando esco dalla struttura mi avvio verso la spiaggia. Lui, saltando  vede quando mi accingo a scendere in acqua e mi raggiunge.

Sento in me nascere un sentimento verso il mio amico delfino che non riesco a definire, intontita dalla nostra vicinanza, dalle carezze e dai baci che ci scambiamo continuamente. Potrei definirlo amore ma la parte logica della mia mente preferisce chiamarlo affetto.

Non avevo mai provato a immergermi nel mare di notte. Se il cielo è stellato e magari con la luna, fino a dieci metri e anche di più l’acqua possiede una luminescenza meravigliosa, arricchita dalla sua stessa natura trasparente e colma di magici riflessi. Il fondo marino appare in tutta la sua sbalorditiva bellezza di colori e contribuisce alla mia frastornata felicità.

Ecco è così. Sono felice quando sono con lui ma anche quando non lo sono, perché sento in me la sua piacevole presenza.

Un giorno, alle prime luci dell’alba quando siamo pronti per ritornare a riva, mi accorgo di aver perduto le pinne e sento una strana sensazione alle gambe. La maschera che ho sul viso mi dà fastidio e la tolgo. Quello che noto è lo strano aumento della velocità, nuoto veloce quasi come il mio amico. Mi fermo. Guardo indietro dove l’ho lasciato e mi accorgo di non avere più le gambe, dalla vita in giù il mio corpo è diventato quello di un pesce, ricoperto da piccole squame verde scuro che brillano nel blu dell’acqua … Sono diventata una sirena.

Anche lui si è accorto del cambiamento e lo festeggia girandomi velocemente intorno e infilandosi sotto al mio corpo, spostandolo verso l’alto. Io festeggio in maniera diversa, quando posso mi attacco con le mani alle sue due pinne inferiori e mi lascio trasportare. Peccato che senza gambe non posso più cavalcarlo. Ho tentato anche di imitarlo facendo una capriola in aria ma ancora non riesco a prendere un forte slancio per cui raggiungo un’altezza minima, appena fuori dall’acqua. Forse ancora non riesco a controllare bene la mia coda.

Il sole intanto ha superato l’orizzonte ed è necessario ritornare verso la vasca. Un pensiero mi preoccupa. Come farò a tornare sulla terraferma?

Mentre ci avviciniamo alla spiaggia, il pensiero è diventato un incubo. Dovrò rimanere a mare? Cosa sarà della mia vita da femmina umana?

Non sono in grado di saltare nella vasca e anche potendo non posso presentarmi come sirena. Il mio compagno invece non mi sembra per niente preoccupato, continua allegramente a girarmi intorno pronunciando gridolini di allegria.

Quando siamo a pochi metri dalla riva, sento la sabbia sotto i piedi. Sì! Ho di nuovo le gambe.

Mentre lui salta verso la vasca, libera da preoccupazioni corro felice lungo la riva.

La giornata di lavoro non mi distoglie per niente dall’accaduto, sempre presente nella mia mente. Oggi ci sono molti spettatori e i delfini, quasi consapevoli, si impegnano molto. Principalmente nel gioco con la palla che tengono in equilibrio sul muso. Hanno anche imparato a passarsela tra loro e spesso la tirano anche a me. Quando non riesco a restituirla  con una testata, la prendo con le mani e la rimetto in gioco. Ma lo spettacolo più gradito al pubblico è sempre quello delle capovolte in aria con la partecipazione di tutta la squadra.

A un tratto mi sento sollevare in aria e sono lanciata già in rotazione per una capriola. Quando riaffioro dall’acqua sono accolta con un lungo ed entusiasta applauso del pubblico.

È stato il mio amico. Che matto! Forse ha dimenticato che al momento non sono più una sirena.

Ma dopo l’applauso mi distendo sull’acqua e faccio un cenno con la mano al mio compagno. Lui intuisce e mi fa ancora volare.

Questa volta mi ha lanciato molto più in alto. Come fossi una tuffatrice, allargo le braccia avvicino le gambe e tento una doppia capriola. Non mi riesce proprio perfetta ma, come prima volta, sono soddisfatta. L’applauso si ripete ancora più a lungo.

 Non riesco bene a rispondere alle domande dei miei compagni di lavoro. Posso solo dire che l’iniziativa della capriola è stata del delfino. Il che poi è vero. Ma loro non sono soddisfatti e continuano l’interrogatorio. Per tergiversare non mi rimane che sorridere e scherzare sull’argomento.

Quando la struttura chiude mi avvio verso spiaggia. Dopo poco arriva il mio compagno che mi ha visto saltando dalla vasca.

Non ho le pinne e nemmeno la maschera, perdute il giorno prima. Con un po’ di nostalgia, mi accingo a scendere a mare. Quando sollevo i piedi per iniziare a nuotare, il prodigio si ripete.

Sono di nuovo una sirena.

Stasera c’è il plenilunio, sott’acqua c’è una luce meravigliosa che mette in risalto colori e trasparenze del mondo marino. I piccoli pesci che avevano paura quando ero una donna ora mi sono intorno e nuotano insieme a me.

Mi accorgo che non ho bisogno di respirare con le vie aeree, forse devo avere in qualche parte del corpo le branchie. Ormai sono anche un pesce.

Dopo aver scorazzato sul fondo del mare, insieme al mio amico entriamo in una grande caverna sotterranea illuminata da alcune alghe fosforescenti. Anche i pesciolini ci seguono.

Dopo aver esplorato la spelonca, sono stanca e decido di stendermi sul letto di alghe. Abbracciata al mio compagno, mi addormento profondamente.

Quando mi sveglio ricordo il sogno che ho fatto. Ormai vivrò per sempre nella speranza che si realizzi la fantastica visione.

Il mio amico delfino, per un altro prodigio, era diventato un uomo.

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La zucca che strizza l’occhio – horror

Hai mai provato la notte prima di Halloween a scrutare bene il buio del cielo?

Potresti vedere un’ombra rossa che volteggia alla ricerca di un luogo sacrificale.

– Buongiorno direttore, vorrei l’autorizzazione a festeggiare insieme agli altri pazienti la notte di Halloween. Magari anche durante la giornata, con i dolcetti e gli scherzetti.

– Ciao Walter, mi hai preso alla sprovvista. Al momento non so decidere ma posso ripensarci se ne parliamo un poco e mi spieghi cosa vorresti fare. Ora devo uscire per un ricovero urgente. È la figlia di una persona molto importante. Più tardi o domattina ne discuteremo. Considerando che scrivi di tutto, porta le tue idee possibilmente scritte.

– Direttore, per poterci pensare anche di notte, posso fare a meno della dose di sonnifero serale? Come è già accaduto altre volte, come quando l’anno scorso ho scritto la poesia di Natale per i miei amici ricoverati.

– Credo proprio di sì. È un periodo che sei molto sereno, penso che si possa sospendere per alcuni giorni. Avviserò io l’infermiera del turno serale. Ciao. Ora devo proprio andare.

– Grazie. Lei è una persona gentile come Manuela. Deve essere una dote familiare. Buona giornata Direttore.

La figlia del Direttore, Manuela, è la psichiatra della clinica. Oltre a essere una bella ragazza  è molto brava nella sua professione. Riesce a entrare nella simpatia dei malati per la sua gentilezza e la sua calma. Con Walter ha un rapporto privilegiato anche perché lui, tranne periodi di turbamento violento, è molto collaborativo e si interessa degli altri ricoverati ai quali spesso trasmette la sua gioia di vivere.

Quando si accorge che è vittima di un prossima alterazione della mente è lui stesso che chiede aiuto a lei. Avuti i farmaci si rifugia nella sua camera in un isolamento forzato fino al ripristino delle buone condizioni.

Essendo un malato particolare è l’unico che gode del privilegio di potersi muovere nell’intera clinica.

Alle otto del giorno successivo è nella sala che precede lo studio del Direttore, ma non viene ricevuto.

Mentre ritorna nella sua camera, nel corridoio incrocia due infermieri che portano letteralmente una giovane donna dal viso disfatto e deturpato che si dibatte e urla. Con una voce roca ripete strane e quasi incomprensibili parole, come se fosse posseduta: – Son giunta. Tremate.  Spaurite. Atterrite.  Giorno più giorno arriva la vendetta della strega di …

Quando il suo sguardo incrocia quello di Walter, le urla e i movimenti convulsi di lei spariscono. Un sorriso le illumina il viso che riprende l’aspetto femminile di una giovane ragazza.

Walter rimane immobile, sente nella sua mente una strana sensazione. È rimasto ammaliato. Gli occhi della fanciulla sono di un azzurro intenso, quasi un blu. I capelli hanno un bizzarro colore rosso con riflessi nero avorio. Quando la ragazza viene trascinata via, inizia di nuovo a urlare. Raggiunta la sua stanza, l’immagine della ragazza è impressa nella  mente più forte della preparazione per i festeggiamenti di Halloween. È assorto e pensieroso.

Un infermiere entra e gli dice: – Walter, il Direttore vuol vederti subito. Vieni.

– Subito? Ma non è occupato con la ragazza?

– Non so niente. Mi ha solo detto che vuole vederti.

Giunto di fronte alla porta della direzione, sente le urla strazianti e la voce roca che diffonde parole ancora più incomprensibili.

Appena entra, così come è accaduto nel corridoio, la ragazza si calma improvvisamente.

Il Direttore, asciugandosi il sudore che imperla la fronte, dice: – Walter. Ma allora è vero quello che mi hanno riferito? La tua presenza calma Marcella.

– Walter, Walter – esclama la ragazza sorridendo – Dillo a questa gente che noi siamo amici.

– Ma io …

Il Direttore colto di sorpresa interviene: – Walter perché non dici che la conosci? Forse hai dimenticato perché è passato tanto tempo.

– Sì, sì … ero una bambina piccola quando lui mi abbracciava, mi toccava e mi baciava. – esclama con entusiasmo la ragazza che ora appare molto calma.

Walter guarda Marcella, cercando nei ricordi un’immagine del passato ma non trova nulla. Inoltre sente anche una confusione mentale e un trasporto verso i capelli rossi e gli occhi blu. Riesce a allontanare la perdita della propria coscienza, esclamando: – Ecco i miei appunti per la festa di Halloween.

– Halloween è una festa bellissima, io so preparare le zucche. – interviene la ragazza con gli occhi che brillano e un sorriso sulle labbra. – poi aggiunge – Perché sono legata? Cosa ho fatto di male?

– Direttore gli appunti. – insiste Walter.

– Sì Walter, ora mettili via ne parliamo dopo.

– Vuoi leggere tu gli appunti sulla festa? – li porge alla ragazza.

– Sì, sì. Li voglio.

– Come fa a prenderli? Bisogna slegarla. – sottolinea Walter.

Un infermiere: – Direttore ma non possiamo slegarla.

Il direttore: – Invece sì. – poi rivolto a Marcella – Se rimani tranquilla possiamo slegarti perché non hai fatto nulla di male. Hai ragione.

Tutti sono pronti a un nuovo evento ma nulla accade. Lei legge velocemente gli appunti.

– Ho fame, molta fame, – dice Marcella – sono giorni che non mi danno da mangiare.

Walter, ripresa piena coscienza intuisce che la sua presenza è ineluttabile. Non si accorge di essere soggiogato. Nella sua mente le parole che lei pronuncia si spengono in un eco.

– Direttore posso fare colazione di nuovo, ho fame anch’io.

Gli occhi di Marcella si illuminano e gli invia un bacio con le labbra.

Il Direttore concede a Marcella di rimanere alcune ore al giorno con Walter per organizzare insieme la festa. Sembrano due persone diverse, impegnate e serene a svolgere il compito.

I ragazzi sono sorvegliati a vista, attraverso un vetro, da un infermiere che deve riferire al Direttore il loro comportamento.

– Cosa ci serve per la festa? – chiede Marcella.

– Tutto. Non abbiamo niente. Per prima cosa scriviamo un elenco delle cose più necessarie.

– Hai ragione. Le zucche e le candele sono le più importanti.  – Mentre parla, Marcella allunga una mano sotto al tavolo e inizia a pizzicare la gamba di Walter, poi passa alla sua azione preferita: conficcare le unghie nella carne chiudendo la mano a pugno. Walter, accertato che l’infermiere non ha notato nulla, passa dal dolore al piacere. Quando è sul punto di eccitarsi la ragazza ritira la mano.

Alla fine, malgrado vari approcci maneschi, l’elenco delle cose da comprare è pronto per essere sottoposto al Direttore.

– Bene ragazzi, vediamo cosa vi occorre: Ventotto zucche? Ma perché tutte queste? I ricoverati sono solo ventuno.

– Direttore è compreso il personale, voi e vostra figlia. Vorremmo fare una festa per tutti. – chiarisce Walter. Marcella conferma: – Diretto’. La festa è a tutti.

– Giusto, avete ragione. – continua a leggere – Quaranta metri di corda e dieci rotoli di nastro adesivo forte, quello plastificato. Ventotto candele.

Quaranta metri? Ma la corda a cosa serve?

– A  collegare le zucche – risponde Marcella

– E il nastro?

– A mantenere ferme le corde.

– Ho capito che le candele servono per illuminare le zucche dall’interno ma dovremo stare attenti, può essere pericoloso. Va bene ragazzi. Domani farò comprare tutto.

– Un’altra cosa, Direttore – replica Walter – vorremmo iniziare la festa con “dolcetti e scherzetti” insieme ai parenti dei ricoverati. Bisogna comprare anche i dolcetti. Per gli scherzetti adopereremo il nastro adesivo.

Con apprensione il Direttore chiede: – Per gli scherzetti vorrei sapere qualcosa di più.

– Scherzetti semplici e divertenti. – precisa Marcella – Code, corna, nasi e orecchie lunghe e altro.

Il Direttore è soddisfatto, condivide e apprezza le idee per lo svolgimento della festa.

La mattina del primo novembre nella casa di cura è tutto un fermento. I preparativi per la festa coinvolgono tutti i pazienti, il Direttore sistema le candele nelle zucche e provvederà lui ad accenderle per evitare incidenti.

Alle diciannove, il cortile si riempie di auto, alcune di lusso. Molti ricoverati appartengono a famiglie benestanti. La retta della clinica è alta ma ogni ricoverato ha la sua camera personale. Il padre di Marcella è un ambasciatore, ed è tra i primi ad arrivare insieme alla sua giovane moglie.

La sala della festa è il refettorio, l’ambiente più grande della clinica.

Ventisei zucche collegate tra loro con corde sono sistemate sui tavoli, posti lungo il perimetro dei muri. Hanno le bocche in parte sdentate, ma quello che attrae e sorprende gli invitati sono gli occhi illuminati: uno a rombo, l’altro triangolare che sembra strizzare. Al centro due zucche di maggiori dimensioni, sempre su un tavolo, troneggiano tra simboli naturali  e non: un lenzuolo fantasma, uno spaventapasseri, un teschio di osso e tante maschere orribili e spaventose.

Il Direttore, quando la sala è piena, prende la parola:

– Signore e signori, come sapete la nostra casa di cura è un fiore all’occhiello della nostra regione. I vostri cari non solo hanno le cure migliori ma sono in un ambiente sano e confortevole. Quest’anno tutti hanno collaborato per festeggiare Halloween insieme a voi. I principali artefici della festa sono stati Marcella  con le sue zucche particolari e il nostro bravo paziente Walter con le sue favolose idee. Dopo il brindisi di augurio, la festa procederà con i dolcetti e scherzetti. Il vostro familiare, ospite della clinica, vi offrirà il dolcetto mentre gli “artefici della festa” provvederanno allo scherzetto. Buona serata e buon divertimento.

I primi festeggiati sono due genitori con il figlio. Mentre il giovane offre loro i dolcetti posti in un vassoio d’argento, Marcella e Walter prendono da una grande scatola di cartone gli “scherzetti” già  preparati. Il padre riceve un corno sulla fronte, sistemato con il nastro adesivo. La moglie una lunga coda, sempre legata con il nastro sul fondo schiena, e la maschera di un teschio infilata nella scollatura.

In uno schiamazzo allegro, la consegna scherzosa prosegue con doppie corna, nasoni agli uomini, baffoni alle donne, codini e codoni oltre a maschere che rappresentano mostri e teschi.

Il divertimento è generale, tutti sono contenti di passare una serata in allegria con i loro congiunti degenti.

Non mancano fotografie e riprese con videocamere. Un ricordo è indispensabile.

Alle ventidue la festa  termina. Gli invitati si congratulano con il Direttore e con la dottoressa per la bella serata trascorsa.

Ora può cominciare la vera festa.

Walter e Marcella consegnano a ogni paziente una zucca, dopo aver spento la candela. Sottovoce dicono loro: – Va in camera tua, sistema la zucca sul davanzale della finestra. Aspetta con calma, verremo noi per il tuo scherzetto.

Il Direttore assiste a questo inizio e notando che tutto procede bene, si ritira insieme alla figlia nello studio.

Tutto procede come un piano tattico di guerriglia.

Primo atto. Consegnare la corda a Giovanni, l’infermiere più robusto, per farla custodire nella sua stanza. In realtà è per allontanarlo.

Secondo atto. Evitare la consegna dei sonniferi. Mentre l’infermiera prepara le varie dosi secondo i pazienti, Walter e Marcella si precipitano nel locale e, dopo averla tramortita  l’immobilizzano e la legano su una sedia con il nastro adesivo che le chiude anche la bocca.

Terzo atto. Provvedere agli attrezzi, quelli del giardiniere custode. Un vecchietto ancora arzillo che, circuito da Marcella, viene stordito da Walter e chiuso, legato dal nastro, nel capanno del giardino.

Quest’ultima operazione serve a dotarsi di armi occorrenti: due forbici cesoie, un coltello a sega e una mazzola di legno, oltre alle chiavi del portone e del cancello.

Quarto atto. Prendere in consegna la Dottoressa.

I due bussano allo studio del Direttore e chiedono alla figlia di dare un farmaco a Marcella che risente della fatica e si sente svenire.

Appena giunti nell’infermeria di piano, Manuela viene immobilizza, legata su una sedia a rotelle e con la bocca chiusa dal nastro adesivo viene portata nella stanza di Marcella. Qui la ragazza le sbottona la camicia,  le graffia e le morde a sangue il seno. Vorrebbe andare oltre ma Walter la ferma, Manuela è una sua amica.

Per completare gli scherzetti bisogna eliminare gli infermieri. Lasciata la dottoressa legata sulla sedia a rotelle, Marcella e Walter vanno nella stanza dell’infermiere.

– Giovanni, potresti darci un pezzetto di corda? – chiede Walter.

– Perché? A cosa vi serve?

– Ad appendere una grande zucca alla finestra del Direttore.

– Va bene. Vi aiuto io.

La risposta non è quella aspettata. Marcella, dopo un’occhiata al compagno di avventura, decide di intervenire. Si avvicina al malcapitato e inizia a carezzargli il torace.

– Come sei bello grosso. E come sei robusto.

– Ma che fai? Stai buona. – si schernisce Giovanni.

Distratto dalle avance e anche un po’ turbato, non si accorge che Walter è alle sue spalle. La mazzola ruota nell’aria e lo colpisce alla nuca. La violenza dell’impatto è maggiore del previsto: il sangue scorre.

Viene legato alla sedia, nastro sulla bocca e zucca sulla testa.

La stessa sorte per gli altri infermieri lascia libero il campo di battaglia.

Il rituale è stato ben studiato e con monotonia si ripete per ore.

La Dottoressa sulla sedia a rotelle, coperta da un lenzuolo fino alla bocca per nascondere il nastro adesivo e le ferite sul seno, è la testimone muta dello scherzetto ai pazienti.

Entrano nelle stanze. Marcella ha il teschio in mano, Walter spinge la sedia a rotelle.

Così recita Marcella: – In questa notte delle streghe e della morte ti porto il teschio di Halloween, bacialo sulla bocca e riceverai il sacro compenso.

L’atmosfera è tale che non c’è reazione. La presenza della dottoressa, anche se agita la testa tentando un segnale, è considerato garanzia del rituale.

Legato su una sedia, bocca e naso avvolti dal nastro, il paziente viene morso a sangue in più parti dalla ragazza che simula un vampiro. Il compagno taglia gli abiti dalla vita in giù con la cesoia e poi si dedica a dipingere con il sangue i capelli sulla zucca, ispirandosi a quelli reali del paziente.

Il suo sogno di pittore si realizza.

Mentre Walter dipinge e sistema l’opera d’arte sulla testa ormai immobile,  la cerimonia si completa  con colpi di cesoia sulle gambe e sulle natiche da parte della ragazza.

Quando non ci sono più clienti da trattare, vanno in Direzione per sistemare anche il padre di Manuela. Gli prendono le chiavi dell’auto e sono pronti per partire. Scendono nella hall, Walter in piedi su una sedia si dedica a una scrittura sul muro, ha in mano un barattolo di sangue. Appena terminata sente le mani di Marcella sulle gambe che tira giù i suoi pantaloni e, vogliosa, inizia a spogliarlo. Lui scende dalla sedia,  si abbandona immobile sul pavimento aspettando il rapporto tanto desiderato. Tutto è compiuto dalla ragazza con piacevole violenza.

Quando è soddisfatta la ragazza propone: – Prima di andare via, ho un’idea per lasciare un ricordo.

– Le tue idee mi fanno impazzire, sono pronto ad aiutarti. D’ora in poi spartiremo tutto fino alla morte.

Lavorano per ore. Spostare tutti i cadaveri, legati alle sedie con le corde e con i nastri adesivi, è un’impresa complessa.

È  l’alba dal cielo rosso, quando La Vampira e il Pittore stanchi ma soddisfatti prendono lo spider del direttore e sistemano sul piccolo sedile posteriore le due grosse zucche.

– Sono stanco. Tu sai guidare? – chiede Walter.

– Sì, da quando ero bambina  andavo al Luna Park.

– Benissimo. Quando sarai stanca, guiderò io.

Con alcuni sobbalzi l’auto parte. Walter invece di preoccuparsi della guida insicura, si diverte. Quando sente la fiancata strisciare sui listoni del cancello la risata aumenta di volume più dello stridore prodotto dal graffio sulla vernice dell’auto.

Il cancello spalancato, nessun guardiano, il portone principale aperto è l’attrattiva dei passanti incuriositi. Quella che sa di incubo sono le teste di zucca che da ogni finestra sembrano osservare attraverso le inferriate ciò che accade sulla via, con un occhio a rombo e uno a triangolo. Tutte le teste sono immobili, tranne una che si agita. Alcune sono anche illuminate da una candela posta sul davanzale.

È la mattina dopo la notte di Halloween, l’inquietudine persevera.

Il gruppetto di curiosi è ferma al cancello, qualche ardito l’oltrepassa addirittura ma non va oltre.

La clinica ospita malati di mente la cui presenza scoraggia sempre le persone.

Quando arriva la polizia, non c’è stata nessuna evoluzione delle scenografia, solo la folla è aumentata ma il silenzio regna e sul loro viso si legge curiosità e paura. Dopo la notte delle streghe, tutti guardano il portone come se aspettassero l’uscita di personaggi spaventosi.

Una squadra di poliziotti, dopo aver fatto spostare la folla, entra nella clinica.

Sulla parete di fronte all’ingresso una grande scritta rossa li accoglie:

CLINICA CHIUSA- CAUSA MORTE

Quando arrivano al primo piano trovano ancora una scritta:

LO SPIRITO DELLA MORTE È PASSATO

L’atrio, i corridoi e le scale sono un deserto silenzioso. Nelle camere seduti davanti la finestra, con la zucca in testa, donne e uomini immobili sono i simulacri della festa.  Tutti legati alla sedia, privi di indumenti dalla vita in giù. Il pavimento luccica di sangue ancora fresco. Nella parte bassa dei corpo diverse ferite. Il sangue gocciola lentamente. Tolta la zucca, un nastro adesivo copre la bocca e il naso, il viso livido è solcato da capillari rotti dal trauma respiratorio.

Un giovane poliziotto arricchisce il rosso laghetto del proprio vomito. Una sua collega sviene, cade inzuppando la divisa di liquido purpureo.

Solo una donna alla finestra è vestita interamente, coperta anche da un lenzuolo.  È viva  e continua a scuotere la zucca. Non sembra ferita. Quando le tolgono la zucca, ancora continua a muovere la testa. Ha il nastro adesivo solo sulla bocca. È viva. Tolto il nastro, dalla bocca esce un urlo disumano mentre continua ad agitare la testa. Gli occhi sbarrati, pieni di terrore e il continuo movimento la caratterizzano come l’unica “paziente”  rimasta viva nella clinica.

L’ultima stanza che gli agenti visitano è quella del Direttore. Sempre con la zucca che copre la testa, l’uomo è seduto alla sua scrivania. Le mani inchiodate da cesoie aperte al tavolo pieno di cartelle cliniche insanguinate dalle dita tutte senza la terza falange, troncata di netto e sistemata insieme alla altre nel posacenere del tavolo.

Il corpo tenuto dritto da una fune sotto le ascelle collegata alla mensola sulla quale poggia il busto di bronzo del fondatore della clinica che è stato dipinto di rosso.

Mentre lo osservano, un misto di mugolio e rantolo esce dalla bocca del poveruomo. Gli occhi sbarrati, aperti nelle feritoie, mostrano un segno di vita. Quando gli tolgono la zucca, ha il nastro solo sulla bocca. Poi reclina la testa e muore.

Lo spider nero corre sulla stradina costiera. Due indemoniati nudi e lordi di sangue cantano a squarciagola. Quando la canzone è Volare, la guidatrice con lucida follia si dirige verso il muretto che  limita la via e l’auto diventa l’aereo del Luna Park.

Dopo un volo di un centinaio di metri, sulla rocce che incoronano la piccola spiaggia un ammasso di lamiere e membra insanguinate definiscono ulteriormente la scogliera.

Sulla riva due zucche, piuttosto malandate, sembrano strizzare gli occhi al mare con nostalgia.

La festa è finita.

L’ombra rossa della forza del male è di nuovo libera nel cosmo.

Attende solo l’opportunità di possedere altre menti.

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Amore cercasi

Racconto breve per il concorso Montegrappa Edizioni “Metti un racconto a cena” Selezionato per pubblicazione e quarto premio.

Erano mesi che tentavo di avere un appuntamento con la ragazza della tavola calda. Una volta avuto, ero anche emozionato malgrado le mie esperienze amorose del passato, purtroppo tutte finite lentamente come una bibita con cannuccia.

È domenica, unico giorno libero di Giovanna. Parcheggiato l’auto, l’aria di primavera accompagna insieme al profumo dei fiori, il mio cammino verso l’uscita della stazione ferroviaria.

È una pendolare, arriva ogni giorno dalla periferia per il lavoro. La conosco da quando frequento la tavola calda per il pasto quotidiano. Di lei conosco solo il nome. Scambiamo poche parole, l’ora di punta a mezzogiorno non permette lunghi dialoghi. La osservo mentre si muove tra i tavolini per servire le pietanze ai clienti. Le ragazze sono tre ma lei si distingue, oltre che per il suo fisico ben proporzionato, per il sorriso che porge a tutti.

È un giorno festivo, pochi passeggeri escono dalla stazione. Non l’avevo riconosciuta, poi l’ho individuata perché unica donna giovane.

Ma come è diversa!

I capelli molto lunghi, raccolti a coda, le arrivano quasi alla vita. Ho sempre notato il suoi capelli biondi nascosti sotto il cappellino di servizio che nascondeva la loro lunghezza. Anche gli occhi azzurri sono decorati da una linea nera sulla palpebra inferiore che esalta il colore.

Ma quello che completa la sua avvenenza sono le lunghe e tornite gambe scoperte da una minigonna di colore viola.

Le vado incontro. Ci scambiamo due leggeri baci sulle guance. La prendo per mano e ci avviamo dove ho parcheggiato l’auto.

Mi sembra un sogno, ho per mano una ragazza bella e appariscente. È la prima volta che mi sento esaltato da una tale sorte.

Che sia la volta buona?

Preso posto nell’auto, mi accorgo che ho poca benzina nel serbatoio. Mi fermo alla mia solita stazione di servizio. Noto che il ragazzo addetto alla pompa sbircia le gambe di Giovanna, le riguarda con interesse anche quando pulisce il vetro del cruscotto. Mentre pago mi dice: – Auguri Dotto’.

Questa volta non gli do la mancia.

Finalmente posso dialogare con Giovanna. Decidiamo di andare a passeggiare vicino al mare.

Quando siamo in vista della spiaggia suona il suo smartphone. Deve essere un amico per la confidenza da come gli parla. La chiacchierata continua anche quando scendiamo dall’auto e ci avviamo verso la spiaggia.

Appena termina la telefonata, un giovanotto che risale dalla sabbia in compagnia di una ragazza, le sorride e le schiocca due baci sulle guance. Poi le dice; – Giovanna sei più bella che mai.

Lei risponde: – Non esagerare … Sempre il solito adulatore. Ma quando sei tornato?

– La settimana scorsa.

– Potevi anche telefonarmi. Non ti pare?

I due continuano a parlare come se fossero soli. Io e la ragazza non esistiamo. Alla fine si salutano con altri baci.

Finalmente passeggiamo sul bagnasciuga, Giovanna consapevole della mia leggera alterazione, mi prende per mano. Passano pochi minuti e lo smartphone risuona.

È ancora un altro amico, al quale lei promette che la prossima domenica andranno a fare una nuotata insieme.

Spegne il telefonino dicendomi: – È meglio chiudere altrimenti ci disturbano la passeggiata.

Passeggiamo mano a mano in silenzio. Il mare azzurro leggermente increspato da piccole onde verdi mi distrae. Amo il mare anche se non sono …“ricambiato”.

Stavolta altro che bibita con cannuccia è stato solo un sorsata veloce, anche un po’ amara.

Da domani pranzerò a un ristorantino che sta lontano dalla tavola calda. Non riuscirei a vederla senza sentire una forte angoscia.

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