LAfa 34 – La scultura

Il direttore del museo, soddisfatto del bassorilievo eseguito dalla LAfi, va a trovarla e le propone di partecipare a un mostra all’aperto, con grandi opere.

LAfi si mette subito a progettare, preparando i disegni per un’enorme scultura. La scultura rappresenterà la terra. Una collina verde con la possibilità di accedere all’interno con un percorso in salita, all’uscita c’è uno scivolo per ritornare vicino alla caverna d’ingresso.

La sculture, per le grandi dimensioni, dovrà essere realizzata all’esterno dello studio, sotto una grande copertura.

Dopo circa un mese, ritorna il direttore. LAfi gli presenta due amici che l’hanno aiutata a realizzare l’opera e che frequentano l’Accademia di scultura: Artur e Paola, inglesi che studiano in Italia. La ragazza ha origini italiane.

LAfi conduce il direttore all’interno della scultura, al centro della quale luci nascoste di colore rosso rappresentano il centro della terra.

7     Prima dell’uscita, stalattiti e stalagmiti ornano l’enorme caverna. Il direttore è entusiasta della scultura e si complimenta con LAfi.

ILfi e Francy osservano la scultura.

Francy: – Che scultura favolosa. Tua sorella è una grande artista.

ILfi: – Ora sì. È molto migliorata.

Francy: – Ma quella grotta a cosa serve?

ILfi: – La grotta è l’ingresso. La scultura ha anche un interno. Rappresenta la terra.

Francy: – Si entra dentro? Entriamo?

ILfi: – Certo che sì. Vedrai come dentro è ancora più  bella.

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Il quattro luglio

Anche questo racconto è stato scelto per essere pubblicato nell’antologia “Metti un racconto a cena” , della casa Editrice Montegrappa. Il 26 ottobre, partecipando alla cerimonia, saprò come il racconto si è classificato.

Il quattro luglio é il mio compleanno. Ogni anno aspetto, con ansia, la ricorrenza.

Da quando ero bambino, per i miei amici il loro era un festeggiamento per me era la celebrazione di una sventura.

La sfortuna iniziò davanti alla torta, il giorno che compivo cinque anni. Per spegnere le candeline mi sporsi verso il tavolo, scivolai dalla sedia e la mia testa raggiunse prima le fiammelle e poi la panna. Non mi feci molto male, ma quello che mi infastidì fu l’ilarità dei presenti.

A sei anni, tutto bene con la torta ma non con il regalo. Caddi dalla nuova fiammante bicicletta che aveva sostituito il vecchio triciclo. Un ginocchio sbucciato e una slogatura alla caviglia fu la convalida del dono.

La sfortuna si confermò per tutti i quattro luglio degli anni successivi.

Anche  il giorno che compivo diciotto anni, fu caratterizzato da un abile ladruncolo che mi rubò  dalla tasca il portafoglio, mentre ero sull’autobus e andavo alla lezione di scuola guida per prendere la patente.

Nel giorno maledetto decisi di non muoversi da casa. Chiuso nella mia stanza, aspettavo la mezzanotte con la stessa allegria nel cuore del trentuno dicembre.

Quattro anni fa, uscii di casa di prima mattina per evitare il traffico sulla strada costiera che portava allo stabilimento balneare, gestito da mio zio.

Era da più di una settimana che aveva conosciuto Flavia e insieme facevano il bagno, sempre di mattina presto, nella tranquilla e limpida acqua marina. Prima della discesa della fiumana umana.

Quando arrivai Flavia non c’era, mi sedetti sulla battigia, seguendo con lo sguardo il lento seguirsi di piccole onde che, ritirandosi, lasciavano una leggera schiuma sulla riva che poi si dissolveva rapidamente.

Due gambe, tra me e il mare, mi tolsero la visione.

Era lei, già in costume. Mi disse che arrivata molto presto, aveva fatto una passeggiata lungo il bagnasciuga, poi aggiunse:

– Oggi è il quattro luglio. È il mio compleanno, Perché non mi fai gli auguri?

Quattro luglio? – mi si annebbiò la vista, per fortuna solo un attimo. Inoltre mi sentii le forze mancare.

– Auguri. – le dissi con un filo di voce. Avrei voluto alzarmi ma le gambe rifiutarono l’impulso.

Lei mi guardò dall’alto, poi si sedette vicino e mi porse la guancia: – Non mi dai nemmeno un bacio? – sentenziò.

Mi sentii  tornare le forze, e le dissi: – Un bacio? Per lo meno due.

Le schioccai un bacio.

– E l’altro? – chiese – porgendomi l’altra guancia.

Mi alzai la presi per mano, l’attirai a me invitandola ad alzarsi. Una volta in piedi, provai una forte voglia di darle un bacio sulla bocca, mentre le dicevo: – L’altro te lo do a mare. Andiamo.

Nessuno di noi due era un provetto nuotatore. Galleggiavamo semplicemente e non ci allontanavamo mai dalla riva.

Ma quel giorno, fui preso da una frenesia, era un quattro luglio strano e diverso.

“Accada quel che deve accadere” pensai.

Mi allontanai dalla riva con nessuna paura. Flavia mi seguì.

Quando fummo dove i piedi non toccavano più il fondo sabbioso, mi avvicinai e le detti un veloce bacio sulla bocca. Lei mi guardò sorridendo. Ci abbracciammo e questa volta il bacio sulla bocca fu lungo e appassionato. Tanto che finimmo sott’acqua, toccando il fondo.

Pian pianino tornammo prima in superficie poi sulla spiaggia.

Ci stendemmo sulla sabbia e, mano nella mano,  ci lasciammo baciare dal sole e carezzare da una leggera brezza marina.

Ci fidanzammo e dal quattro luglio successivo siamo andati a vivere insieme.

Se la convivenza continua così appassionata come è oggi, ci sposeremo.

E la data?

Sempre la stessa.

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Concorso 100 parole 2019

Con il testo dei tre racconti brevissimi ho partecipato al concorso di Montegrappa Editori. Il giorno 26 ottobre, partecipando alla premiazione, saprò quale racconto è stato scelto per la pubblicazione nell’antologia relativa.

La piccola Viola

Samanta era nel prato. Il verde sparì, tutto divenne viola. Si girò verso il led, pensando di vederlo viola, ma non c’era più.  Guardò il cielo, anche l’astronave era sparita. Abituata a disavventure nei suoi viaggi interstellari, non si spaventò.

Mise la mano destra nella tasca della tuta, ma la tasca non c’era. Sotto il palmo sentì la gamba. Guardò la mano, era viola. Ma il guanto dov’era? Si guardò la gamba, era nuda e viola come tutto il suo corpo. I ricordi iniziarono ad affievolirsi, il corpo si rimpicciolì. L’anagrafe del pianeta registrò una nuova nascita: Viola 2020

Giovanna

Quando il fidanzato l’abbandona, Giovanna è ricoverata in clinica con una crisi esistenziale.

Guarita, dopo mesi, decide di eliminare amicizie maschili sentendosi sminuita come donna.

Nel suo isolamento, inizia a compilare un diario. Riempie tante pagine, che preso l’aspetto di un libro, decide di farne una pubblicazione.

Durante la partecipazione per l’editing del libro, scopre che l’editore è un suo compagno di classe. Luciano le confida di essersi innamorato di lei al liceo, ma per timidezza non si dichiarò.

Il ritrovarsi risveglia l’amore, questa volta anche da parte di Giovanna che ora percepisce in pieno il suo essere donna.

La campionessa

Aspettava da duecento anni dietro lo specchio. L’incantesimo della strega era stato ben congegnato. Stesso giorno e stessa l’ora del suo immobilismo, dentro la cornice dorata, per la liberazione della sua mente ma in un altro corpo.

Quando la vide capì che era arrivato il momento.

Tese le mani e la testa verso la bella donna bionda che si specchiava, la sua mente trasmigrò.

Tanto il desiderio di tornare a vivere che non si rese conto che il possente guerriero ora era una femmina.

Superate tante difficoltà alla fine la realtà l’appagò. Era l’invincibile campionessa mondiale di Karate.

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Immagini per un racconto da scrivere

È possibile scrivere un racconto ispirandosi alle immagini?

Le immagini sono in ordine casuale per stimolare la fantasia. Sistemarle secondo  la sequenza corrispondente al racconto.

Il racconto può essere anche molto breve. Una didascalia posta sotto alla figura oppure solo la parte scritta citando l’immagine corrispondente.

Puoi partecipare rispondendo a questo post.

Pubblicherò su questo sito i racconti “piacevoli”.

Buon lavoro a chi vuol provare.

Prima immagine


Seconda immagine

Terza immagine

Quarta immagine

Quinta immagine

Sesta immagine

 

Settima immagine

 

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Il rudere – ventiquattresima parte

Passa un’intera settimana di lavoro. Rimasti senza provviste, il sabato mattina facciamo un’abbondante spesa. A mezzogiorno pranziamo al motel.

Portiamo poche provviste al deposito. Il resto lo porteremo un altro giorno, anche perché dobbiamo selezionare gli acquisti per non riempire molto il sotterraneo.

A mezzanotte siamo alla porta del castello. Il maggiordomo  apre e ci comunica che sono tutti occupati per sistemare il castello perché di pomeriggio arriverà Armela con il conte, suo promesso sposo, .

Il principe, sempre molto gentile, ci accoglie cordialmente. Giulia gli chiede di Marcus perché di solito è lui che ci riceve. Risponde che arriverà insieme ad Armela, in quanto è stato lui ad accompagnarla al castello del conte.

Dopo pranzo andiamo nel salottino per riposarci, qui troviamo Mora addormentata sul divano. Sente il nostro parlare, anche se sottovoce, e si sveglia. È stanca per la grande pulizia del castello. Ha trovato il modo di allontanarsi per riposarsi un poco.

Quasi al tramonto arrivano i promessi sposi. Armela ci presenta il futuro marito. Il conte è abbastanza anziano. Deve essere molto ricco perché ha un doppio collare d’oro.

In un momento che sono solo con Giulia lei mi prende in giro: – Come farai ora con Armela? Il conte deve essere molto geloso. Hai notato come ti guardava quando si è accorto che Armela ti sorrideva continuamente.

– Ma forse il vecchietto andrà a letto presto. E poi ricordati che nel castello le coppie non dormono insieme.

– Penso che in futuro ti andrà meglio. Armela diventerà vedova e forse tornerà a vivere nel castello.

A sera aspetto che Mora mi conduca Armela o per lo meno che venga lei. Ma non viene nessuno. È la prima volta che rimango solo. Non mi rimane che dormire. Domattina chiederò a Giulia come è andata la sua serata.

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Il rudere – ventitreesima parte

Notte movimentata. Mora conduce nella mia camera Armela e io mi immagino una serata d’amore. Dopo poco, ritorna con Giulia. Fa un cenno ad Armela la quale, si scioglie dal mio abbraccio, si alza dal letto e va verso di lei, quasi come se avessero un’intesa.

Mora inizia a baciare Armela mentre allunga le mani su Giulia. Rimango seduto sul letto, immobile e meravigliato in attesa di uno spettacolo con tre protagoniste. Ma Giulia non sembra molto disponibile, infatti allontana le mani dal suo corpo, spinge Mora da parte e si avvicina ad Armela. Immagino una nuova situazione amorosa.

Il tipo di spettacolo cambia, Giulia prende per i capelli Armela e cerca di trascinarla a terra. Mora interviene allontanando Giulia dalla sprovveduta principessina. Questa volta per difendere rimette le mani su Giulia, che presa per la vita e per la testa, desiste dall’attacco.

Mora, per calmarla le carezza il viso e, dopo averla abbracciata, la conduce fuori dalla stanza.

Rimango con Armela che mi racconta il suo fidanzamento con un vecchio conte, voluto dai genitori. Mi dice che non rinuncerà al nostro amore.

Le chiedo: – Ma abiterai in questo castello?

– Purtroppo no. Ma cercheremo di vederci comunque. Ci aiuterà Marcus.

– Non vedo semplice la situazione. Credo che per me sarà impossibile allontanarmi dal castello.

– Perché non vuoi?

– Certo che vorrei. È difficile da spiegare, ma sono convinto che non potrò allontanarmi.

– È Giulia che non vuole?

– No.

Piange e poi va via. Mi addormento.

All’uscita dal sotterraneo, chiedo a Giulia il perché dell’allontanamento da Marcus e anche il perché della tirata di capelli ad Armela. Lei non ricorda bene e pensa che sono stati due gesti istintivi. Le chiedo se per caso è stato il ritorno del nostro ritrovato amore. Lei mi risponde che potrebbe essere ma, al momento, non ne è consapevole.

Poi mi chiede: – Hai fatto all’amore con Armela.

– No. – le rispondo – È andata via piangendo per il suo costretto fidanzamento con un vecchio conte.

– Fortunato te! Io sono stata circuita da Mora e non sono riuscita a difendermi. Quella donna, come sospettavamo, é esperta nell’arte amatoria e mi ha coinvolto nelle sue sensuali carezze.

Dopo pranzo, decidiamo di “riposarci” sul divano. Io la bacio, Giulia propone di aprire il letto, ma il noto clacson dello spider l’interrompe.

Katrin è tornata con Giovanni che, nella fuga, aveva abbandonato la sua auto. Offriamo loro un caffè e subito dopo Katrin va via.

Giovanni è stanco e vuole riposarsi perché l’intera nottata l’ha passata con Katrin, che definisce una belva assetata di sesso ma molto coinvolgente nella passione. Cediamo il divano e lui cade subito addormentato. Noi usciamo e ci rifuggiamo nella torre, sul duro pavimento.

Che ci tocca fare per un amico!

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Il rudere – ventiduesima parte

La torre inizia a prendere forma.

Giovanni ha deciso di lasciare rustico il piano terreno della torre, costruendo un riparo per la scala con relativa porta di accesso, perché riteneva rudere anche le pietre sagomate al centro della torre. Non sapendo della scala nascosta.

È il caso di dire a Giovanni del vano sotterraneo, ma non delle “nottate” al castello.

Scendiamo insieme. Lui trova molto interessante l’affresco con la principessa a cavallo.

Giovanni: – Molto interessante. È quasi un peccato che l’usiate come deposito.

Giulia: – Il rudere è in una zona così isolata per cui sono molto difficile eventuali visite turistiche.  Mi sembra che l’affresco risulti anche alla Sopraintendenza dei beni culturali, ma è solo accennato.

Con la scala a chiocciola, raggiungiamo il primo piano.

Giulia chiede a Giovanni perché ha adoperato travi di legno e solaio a massetto, sostenuto da mezzanelle sempre di legno.

Giovanni risponde: – Nelle strutture antiche non è consigliato l’uso di materiali moderni, tipo cemento armato, per non sottoporle a pesi eccessivi. Quasi tutti gli interventi in cemento hanno prodotto spesso danni alle antiche strutture.

Giulia: La scala però è di ferro.

Giovanni: – Ma ha una struttura indipendente che non incide con quella della torre.

È sabato mattina. Un suono di clacson segnala l’arrivo di un auto.

Giulia: – Questo suono lo conosco è quello dello spider di Katrin.

Giovanni: – Katrin? Chi è?

Giulia: – È una nostra amica. Pensa che viene dall’Austria ed è una discendente dell’antica famiglia che abitava, secoli fa, il castello ora ridotto a rudere. Scendiamo e te la presentiamo.

Giulia difficilmente sbaglia, infatti è Katrin.

Appena si avvicina tende la mano a Giovanni, con un gran sorriso.

Katrin: – Ciao, io sono Katrin.

Giovanni: – Io Giovanni. Sei tu la proprietaria del castello?

Katrin: – Purtroppo no. La proprietà è passata per tante mani che ancora cerco l’ultimo dell’elenco. Le tracce si perdono ai primi del settecento.

Mentre parlano si avvicinano, quasi a toccarsi. Sono tanto presi dalla conoscenza che ignorano me e Giulia. Sottovoce si dicono qualcosa e dopo Giovanni ci saluta.

Ancora ignorandoci prendono posto nello spider,  Katrin ci saluta con la mano e parte veloce.

Con Giulia commento la brusca partenza: – Che velocità?

Giulia: – Di partenza o nell’approccio?

– Ambedue. Va bene che sono single, ma la loro fuga è chiaramente d’amore.

Giulia mi risponde: – D’amore? È quasi divertente, forse avevano un bisogno impellente.

– Se fosse stato impellente, ci avrebbero chiesto il divano? – dico sorridendo.

– Ma chissà? Forse si fermeranno per strada, qua intorno è tutto un deserto. – insiste Giulia.

Durante il giorno, di tanto in tanto, commentiamo la veloce partenza. A sera, essendo sabato, decidiamo di fare una visita al castello.

Appena entrati, troviamo Marcus e Armela.

Armela subito mi si avvicina. Marcus tenta con Giulia, la quale stranamente si allontana. Lui si ferma e lei si allontana ancora di più.

È molto strano. Semmai io e Armela avremmo dovuto star lontani. Lei si è ufficialmente fidanzata.

Appena torniamo, devo chiedere a Giulia.

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