Glis glis 10

M apparve leggermente turbata, D riesce a nascondere il suo timore tentando una distrazione:

  •   Ci siamo. Ora sappiamo anche dove è la navetta.
  •   Sei piuttosto impassibile, anzi sembra quasi che la situazione ti piaccia.
  •   Non è come dici, sono solo interessato per essere pronto il più possibile a tutto. Mentre io cerco altre informazioni sul computer tu vai a irraggiarti. Non preoccuparti la situazione era nelle previsioni, siamo stati destinati a tutto ciò.
  •   Va bene. Ma cosa dobbiamo portarci? Il cibo?
  •   È per questo che cerco altre informazioni, fidati.
  •   Va bene, vado.

Rimasto solo D cerca nella cartella di emergenza i preparativi per la partenza improvvisa. L’unica cosa che trova è una cartella sulla navetta spaziale completa di dati tecnici, dati sul percorso spaziale e istruzioni sull’uso delle attrezzature della navicella. Letto tutto e memorizzato il più possibile raggiunge Emme nella stanza del cilindro.

  •   Ho trovato istruzioni complete nella cartella della navetta-vettore. Come dice il messaggio dobbiamo prendere e indossare solo tuta e casco. Nella cabina del vettore troveremo pronto il bagaglio.
  •   Le istruzioni dicono anche dove siamo diretti?
  •   Sì, stavo per dirti tutto. La navetta-vettore ci condurrà, inserendo il pilota automatico, su un’orbita lunare. Quindi pilotando manualmente, dall’orbita dovremo raggiungere la base lunare, dove dovremo agganciare la navetta all’astronave madre. Rimarremo nella navetta anche alla partenza dell’astronave e durante tutto il viaggio. Il tempo previsto del tragitto fino alla destinazione finale è di otto giorni. Nella navetta troveremo tutto il necessario per la sopravvivenza.
  •    Otto giorni? Così pochi? Non bastano nemmeno per raggiungere Marte. – commenta M
  •   Non sono in grado di risponderti. Chiederò al computer.
  •   Bene. Ma quale è la destinazione finale?  Certamente un pianeta, questo lo capisco. Ma dove è? Quale è il suo nome?
  •    Non lo so. Forse sulla navicella troveremo qualche notizia più chiara.
  •    Ho capito, andremo verso l’ignoto.
  •    Sì, hai ragione. Ricordati che non saremo soli abbiamo altre nove coppie amiche con il nostro stesso destino.

Le quarantotto ore passano velocemente. Emme, tranne la pausa per il pranzo e per la cena, passa la maggior parte del tempo tra la palestra e il cilindro energetico. Il segnalatore del cilindro segna che è stato completato il 95% della radiazione necessaria sia per Emme che per D, risultato questo che può considerarsi accettabile. D ha indossato la tuta spaziale e il casco per controllare la navicella spaziale. Nella palestra ha individuato facilmente il meccanismo di apertura per accedere al vano di accesso alla navicella, come suggerito dal computer. Il vano è una camera di decompressione perché la navicella è sistemata in una rampa di lancio in un tunnel. D osserva tutto ma non si avvicina alla navetta, ritorna nella camera di decompressione e quindi nella palestra perché ormai mancano pochi minuti alla partenza e non vuole lasciare sola Emme.

  •    Ora indossa anche tu la tuta. Sono andato a vedere la navetta. È abbastanza grande per due persone.
  •     Sarà perché la nostra permanenza nella navicella deve durare tutto il viaggio. Otto giorni, hai detto. Vero?
  •    Esatto. Non capisco perché dobbiamo viaggiare agganciati all’astronave madre e non su di essa, insieme ai nostri compagni di viaggio. Tu Emme cosa ne pensi?
  •   Non capisco nemmeno io il motivo ma se così è stato prestabilito significa che è una necessità.
  •   Sicuramente hai ragione. A pensarci bene potrebbe essere una precauzione in caso di incidenti. È chiaro che anche a destinazione dovremo dall’orbita scendere sul pianeta.
  •   È proprio questo potrebbe essere il motivo. La precauzione che ogni coppia, tranne nel viaggio interstellare, sia indipendente al momento dall’atterraggio.
  •   Perché dici atterraggio? Non conosciamo nulla del pianeta.
  •   Se è un pianeta sul quale dovremo vivere certamente la terra sarà presente. Atterreremo certamente sulla terra.

Il suono di una sirena mai vista e un avviso di partenza, ripetuto due volte, da un altoparlante si diffonde in tutta la base. Emme indossa la tuta e il casco.

D, che ha già indossato la tuta, prende dalla stampante alcuni documenti inerenti alla navetta e al viaggio.  Quando sono vicino alla navetta, Emme non può fare a meno di esclamare:

  •    Come è grande! Avevi proprio ragione.
  •    Ti sento. Siamo in collegamento. Questo non me lo immaginavo proprio.
  •    Io me lo immaginavo, la comunicazione tra i caschi spaziali è antiquata.

–  La solita saputella! Ecco la nostra casa per una settimana. Ho letto le istruzioni per aprire il portello. Ecco devo girare contemporaneamente queste due leve.

D ed Emme entrano. Appena automaticamente si chiude la porta, sentono il fruscio dell’aria che riempie la camera. Nella camera notano due contenitori trasparenti la cui funzione è chiara, servono per lasciare le loro tute spaziali e i caschi. Rimangono con le due tute cucite da Emme, capiscono allora perché il computer dell’alloggio aveva loro consigliato di confezionarle. Il primo locale che trovano, usciti dalla camera di decompressione, ha l’aspetto di un deposito, varie confezioni di dimensioni diverse sono riposte in armadi trasparenti. Emme vorrebbe curiosare ma D la ferma:

  •    Non abbiamo tempo, vieni troviamo la cabina di pilotaggio. Dopo vedremo il contenuto.
  •    Va bene capo! Risponde ironicamente Emme.

La cabina di pilotaggio è proprio il locale successivo.

I posti di pilotaggio sono due. Mentre prendono posto e D sta per redarguire Emme della sua trascuratezza nelle lezioni di pilotaggio, la navetta incomincia a vibrare prima leggermente poi, dopo due scossoni, ritorna la calma.

D ed Emme con immediato sincronismo prendono posto velocemente sui sedili, intuendo un eventuale pericolo. Le cinture automatiche li legano ai sediolini. Il posto di comando è esattamente come il simulatore.

D accende il computer di bordo e, dopo una verifica veloce dello stato della navicella effettuato dal computer stesso, accende i motori.

Appena accende i motori la cabina cambia aspetto. Davanti, sopra, di lato e sotto ai loro piedi si accendono enormi schermi che come se fossero vetri permettono una visione totale dell’esterno. Lo schermo del computer di bordo avvisa per l’inserimento del pilota automatico.  D inserisce il pilota proprio mentre la navicella ricomincia a vibrare. Lentamente la navicella corre sui binari verso la luce alla fine del tunnel.

Attraverso gli schermi i due apprendisti astronauti osservano, con un certo timore, le pareti del tunnel che mostrano segni di lesioni e sgretolamento della roccia.  Ancora pochi minuti e forse la partenza sarebbe stata impossibile. Quando finalmente la navicella esce dal tunnel, l’accelerazione è subito al massimo, D ed Emme si sentono immobilizzati sui sedili dalla forza di propulsione. In silenzio attendono il prossimo evento, sono spaventati come primo “lancio” ma coscienti ambedue dell’importanza della missione. Pochi minuti e la navicella è in orbita intorno alla terra, la forza di propulsione diminuisce, Emme è la prima a parlare:

  •   Che esperienza bellissima. Però ho avuto molta paura quando ho visto il tunnel che si sgretolava.
  •   Guarda la terra. Sembra un enorme campo di battaglia.

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Glis glis 9

D aveva convinto M di esercitarsi al simulatore di volo ma i risultati erano stati piuttosto modesti …

  • Perché non ti impegni di più? Sembra che non hai voglia di imparare a pilotare.
  • Sì, hai ragione. È importante che impari bene tu che sei più portato.
  • Non sono d’accordo. Devi imparare bene anche tu. Siamo solo noi due e nel caso di un mio eventuale impedimento, dovuto a qualsiasi causa, devi provvedere tu a pilotare. Ricorda che i piloti sono stati sempre due fin dai tempi dell’antico volo a elica.
  • Va bene. Ci proverò con maggiore impegno. Contento? Ho imparato bene il volo automatico … Già è qualcosa!

Tutte le sere dopo cena, ormai diventato perfettamente umano, D passava ore seduto al computer. Una sera scoprì per caso una cartella il cui nome destò il suo interesse.

STUDIO PER LO SVILUPPO DI UN PIANO DI SOPRAVVIVENZA ATTRAVERSO L’EVOLUZIONE DI ORGANISMI VIVENTI DI NATURA NON UMANA.

Era notte fonda quando M si svegliò e si trovò sola, non era una novità D si coricava sempre dopo di lei. Questa volta il ritardo era veramente troppo, M si alzò e andò a cercare D.

  • Cosa fai ancora al computer?  È molto tardi. Perché non vieni a letto?
  • Ho trovato la nostra nascita.
  • Perché non la conoscevi già? 
  • Vieni qua, siediti. Non è la nascita personale mia o tua ma è il progetto base dell’evoluzione di organismi non umani, come noi.
  • Veramente? Interessante …Fammi vedere.

Insieme, davanti al computer, trascorsero l’intera notte. Il progetto era molto dettagliato e conteneva dettagli sul percorso evolutivo. D e M scoprirono così che in tutto il mondo, per lo meno nelle comunità più scientificamente dotate, erano stati sviluppati laboratori per l’evoluzione degli esseri non umani. Scoprirono anche perché erano stati scelti “animaletti” di specie diverse e non esseri umani. L’ambiente terrestre, anche quello protetto dalle cupole, era infettato da virus e germi: iniziati nel lontano 2019 con il virus Covid 19. Nel 2025 il virus Covid tornò più forte del primo. Malgrado gli sforzi possibili, la scienza non riusciva a debellare.

Il Covid 25 reagiva ai tentativi scientifici modificando velocemente la sua struttura. Questa modifica non solo permetteva l’immunità ma anche l’assimilazione dei farmaci che dovevano combatterlo, trasformandoli in sostanze nutritive spesso altamente energetiche.

La razza umana si era talmente indebolita che la sua sopravvivenza, anche in ambienti sterili, era a rischio. Tutto ormai era contaminato. Questo era il motivo che spinse la ricerca di un’eventuale evoluzione di piccoli animali molto resistenti, isolati e allevati in laboratori più o meno naturali e sterili. Dieci laboratori, stando agli ultimi dati trovati, su tutto il pianeta stavano raggiungendo risultati validi. Dieci laboratori significavano dieci coppie evolute. Non erano soli allora. Come avrebbero fatto a trovare gli altri? Questo non era precisato perché la cartella non era stata più aggiornata dalla fatidica data 21/03/2065.

Se la scoperta del progetto di sopravvivenza aveva chiarito la loro conoscenza, aveva prodotto altri dubbi sul futuro. L’ultima parte del progetto, anche se non completa, presupponeva la partenza dal pianeta. Il simulatore di volo era predisposto per una navetta spaziale non per un razzo vettore. Una navetta non poteva viaggiare nello spazio con tempo e distanza limitata, impossibile raggiungere un eventuale altro pianeta. Forse la soluzione era programmata ma, anche approfondendo l’interrogativo con M, D non aveva intravisto soluzioni.

Altro interrogativo era l’esistenza di dieci coppie. Questo significava un eventuale riunione delle coppie al momento della partenza. In parte il secondo interrogativo chiariva il primo, forse le navette dovevano raggiungere una base di partenza. Ma dov’era la navetta spaziale? La logica la situava vicino all’alloggio sotterraneo. Ma dove? D interrogò anche il computer ma non ebbe risposta.

Meticolosamente ispezionò tutto l’alloggio, compreso i box e la palestra, cercando eventuali passaggi celati o vani adiacenti ma tutto fu inutile. L’unica cosa che trovò, in un comparto dell’armadio nel locale letto, furono due tute spaziali con relativo casco e un piccolo respiratore posteriore, certamente di nuova generazione.

Dopo due settimane dalla discesa nell’alloggio sotterraneo, grazie alle radiazioni del cilindro, il fisico di M e D aveva raggiunto fattezze umane complete. Mancavano solo una quarantina di ore per poter abbandonare la seduta di irraggiamento nel cilindro.

M consigliata dal computer aveva confezionato due abiti, uno per lei e uno per D. Aiutata da alcuni automatismi connessi. Erano molto “eleganti” perché brillanti e di colori vivaci, merito del materiale plastico di cui erano formate. Materiale prodotto dalla particolare stampante. L’unica difficoltà Emme l’aveva trovata nel taglio, anche se predisposto dal computer. La saldatura a caldo delle parti invece era stata molto semplice. La principale caratteristica degli abiti era la sua aderenza al corpo per l’elasticità del materiale stesso. Quando Emme aveva provato il suo abito D era rimasto entusiasta e non aveva potuto fare a meno di commentare:

  •   Questa tuta aderente mette in mostra tutta la tua femminilità! Sei proprio diventata una donna piacente.
  •   Prova la tua. Così vediamo anche tu come stai.
  •   Subito. Ma non ti aspettare nulla, il mio corpo non ha curve da esaltare.
  •   Curve non so, ma muscoli ben sviluppati ne hai.

Era vero negli ultimi tempi mentre Emme era sempre più femminile D aveva sviluppato un buon apparato muscolare, era stato ovviamente programmato per essere maschio secondo il vecchio concetto naturale. I maschi e le donne da molte generazioni avevano corpi abbastanza simili. Il vecchio “concetto naturale” era stato considerato valido per la sopravvivenza. Una donna e un uomo con corpi sani e primitivi ma con una mente evoluta, il progetto di una nuova umanità. Una partenza iniziale per ricominciare una futura involuzione della specie questo era stato il commento di alcuni pessimisti scienziati.

Il suono improvviso di una sirena intermittente spaventa M e D, immediatamente raggiungono la stanza del computer per verificare cosa stia succedendo. Quando raggiungono la stanza, il messaggio è già sul computer:

EMERGENZA – ENTRO 48 ORE LA BASE DEVE ESSERE LASCIATA. IRRAGGIARSI QUANTO PIU’ POSSIBILE PER COMPLETARE IL LIVELLO EVOLUTIVO. INDOSSARE LE TUTE E IL CASCO AUTORESPIRANTE PER RAGGIUNGERE LA NAVETTA. IL VANO PER L’ACCESSO ALLA RAMPA DI PARTENZA È STATO PREDISPOSTO NELLO SPAZIO PALESTRA.

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Glis glis 8

D lasciò la palestra ed entrò nello studio, voleva studiare un poco di astronomia. Quando si sedette al computer si accorse che aveva sbagliato studio non era quello astronomico, era quello di cultura generale. Accese lo schermo panoramico, il trovarsi in mezzo alla scena l’aveva affascinato, volle riprovare.

Nel sommario degli avvenimenti scelse “catastrofi”. La scelta fu guidata dalla sua curiosità sugli ultimi avvenimenti, pensava di riuscire a capire qualcosa di quello che stava accadendo.

L’elenco delle catastrofi era solo una cronologia, per cui la scelta era solo di una data, quale scegliere? Quante possibilità aveva di poter trovare quella che l’interessava? Scelse l’ultima, 21 gennaio 2065 la data più recente. Questa data la ricordava perché era quella dell’ultimo aggiornamento del computer.

Aprì il file e attese la ricerca spostandosi su una poltrona di prima fila, il posto computer era troppo vicino allo schermo per una visione tridimensionale. Appena seduto si trovò al centro di un cataclisma, non molto chiaro. D non aveva mai visto qualcosa di simile, nelle sue ricerche al computer del laboratorio. Era un fenomeno a lui sconosciuto, ne vi era un sonoro che spiegasse ciò che accadeva. Guardò il telecomando che aveva preso prima di spostarsi sulla poltrona, il Led del tasto “mute” era in funzione; provò a spingerlo ma il led non si spense. Non sapendo cosa fare, ritornò al posto del computer e solo allora si accorse del messaggio scritto sul piccolo schermo:

IL FILE SCELTO MANCA DI SONORO.

LA REGISTRAZIONE VIA SATELLITE NON

E’ AVVENUTA IN MANIERA REGOLARE.

Per verificare stato del file cercare opzione dati.

Fidando della sua capacità di analisi, ritornò in poltrona. Si trovava al centro di un fenomeno strano, lo spazio era attraversato da tenui raggi rosa, quasi invisibili che si curvavano e si intersecavano per alcuni istanti, dopo l’intersezione i raggi sparivano per qualche decimo di secondo. Il fenomeno era ripetitivo senza alcuna variazione. D attese un poco poi, visto che non cambiava niente, ritornò al computer e spense il file. Non capiva l’irregolarità della rete, negli  ultimi anni, era diventata  inalterabile e sempre più efficiente. perché la registrazione era stata inviata così incompleta? Oppure era stata la registrazione falsata da qualche dato. Cosa poteva essere accaduto?

Il suggerimento del messaggio di verificare il file forse era valido, l’opzione ripeteva registrazione irregolare. Ripensò un poco a “registrazione”, non “rete”.  Difetto del computer, ma anche questa ipotesi era piuttosto labile, doveva essere successa qualche interferenza tra la trasmissione e la ricezione. Forse una forte turbolenza atmosferica aveva interferito negativamente. Le trasmissioni dati erano trasmesse da tempo solo via satellite, tutte quelle via cavo erano state eliminate da decenni per la modifica continua del territorio a causa di forti scosse di terremoto. Cercare nel passato era facile, la terra era continuamente monitorata e controllata da molti anni. Tutti i fenomeni erano registrati. Scelse la data fatidica 21/03/2065.

Sullo schermo apparve il giorno 22/03/2065. D chiuse e, pensando di aver sbagliato digitazione, ripeté la data del 21, sullo schermo riapparve il 22, questa volta, anche se molto sorpreso, si soffermò a leggere:

            Trasmissione del 22 03 2065, codice protetto 008/c, dalle ore 5,45 del 21 03 2065 l’interferenza sulle trasmissioni satellitari è tale da non permettere, allo stato attuale, regolari trasmissioni in rete. L’interferenza è dovuta a una notevole variazione del campo magnetico terrestre, con continui salti di energia. Il fenomeno è sotto osservazione, altri comunicati saranno trasmessi ogni 12 ore, su questo stesso codice.

Emme aprì la porta ed entrò. La porta era trasparente, così come tutto il box, ma D, troppo impegnato nella ricerca dello strano fenomeno, non si accorse della presenza della compagna. Emme non disse nulla, si sedette sulla poltrona proprio dietro a D.

  • Cosa vediamo ora? Disse Emme

Se non fosse stato molto calmo, D certamente si sarebbe spaventato per l’improvvisa voce alle sue spalle.

  • In questo momento, da vedere non c’è nulla ma da capire! Vieni a leggere, tu hai un buon intuito.

Emme si alzò dalla poltrona, piuttosto svogliata e stanca per la ginnastica, si avvicinò alle spalle di D, ma non si sedette.

  • Intuito o no, non capisco cosa ti interessa questo messaggio. Il contenuto è molto chiaro. Cos’è che non capisci?
  • Le parole sono chiare ma il fenomeno rimane vago.
  • Perché non provi a vedere il secondo comunicato, annunciato per le prossime dodici ore dello stesso giorno 22? Suggerì Emme.
  • Giusto, proviamo.

Emme si sedette vicino a D ed insieme iniziarono la ricerca di eventuali ulteriori comunicati. Ma per i tre giorni successivi non esistevano messaggi, nemmeno quelli trasmessi sul codice protetto. Il primo che trovarono era del giorno ventiquattro gennaio, tre giorni dopo. Il messaggio era molto laconico e tecnico, annunciava una serie di misure di sicurezza e la modifica di alcuni componenti del computer per agevolare la ricezione protetta. Definiva la situazione piuttosto grave ma sotto controllo. Precisava anche che i risultati dell’analisi della situazione erano ancora in fase di elaborazione, per cui il fenomeno non era ancora stato approfondito.

D rimase, per un po’ in silenzio, ma quando Emme si alzò, la guardò ed esclamò:

  • Ogni giorno diventi più bella!
  • Ma smettila di guardarmi, pensavo che ti occupassi della carenza di energia.
  • Si mi interessa anche quella, per “il guardarmi” è inutile protestare, non vedo in giro altre donne.
  • Mi dispiace per te, potresti saziarti nel guardarle tutte. Fu la risposta ironica di Emme, poi aggiunse: – Ritorno in palestra, vieni anche tu?

Emme uscì dal box e si diresse verso lo stepper, non l’aveva ancora provato. Tolse la copertura di plastica e si posizionò per iniziare. Pensò di non avere bisogno di guardare le istruzioni perché si intuiva facilmente l’uso. Iniziò a muovere i piedi… “più bella” “donna” questi due termini le tornarono improvvisamente in mente. Anche come D l’aveva guardata le procurava una strana sensazione.

Il polpaccio destro cominciò per primo a stancarsi, distraendola dai suoi pensieri e costringendola a fermarsi. Aveva letto, da qualche parte, che lo stepper era uno strumento molto faticoso, ma così tanto non l’avrebbe mai supposto.

D si ricordò del cilindro, l’ora di irradiazione era saltata, decise di non farla perché riteneva più importante l’analisi della situazione. Decise di provvedere a modificare i componenti del computer così come consigliava l’ultimo messaggio, per poter ricevere eventuali messaggi protetti. Per fare le modifiche aveva bisogno di maggiori istruzioni perché le sue nozioni di informatica erano minime.

Sotto la postazione del computer vide dei cassetti, certamente avrebbe trovato il manuale di istruzione. Il manuale non c’era, al suo posto trovò uno strano CD.

Il solito distratto, le sue ricerche sul passato molto spesso lo allontanavano dalla realtà, erano decenni che i libri non esistevano più. Quelli antichi erano rimasti nei musei ma anche tutti trascritti su cellule elettroniche. Gli scritti di qualunque tipo erano tutti su CD e libri elettronici, contenenti centinaia di volumi.

I CD che lui conosceva erano circolari e piuttosto grandi, nell’ordine di una dozzina di centimetri. Invece si trovò in mano una piastrina quadrata di circa quattro centimetri e senza il buco centrale. Poi scoprì che il sistema di lettura era cambiato. Poggiò il CD quadrato sull’apposita piastra lettrice, il CD si illuminò e sullo schermo, immediatamente, apparve la finestra di ricerca, scelse “modifica elementi, ricezione protetta”, nella finestra apparve la richiesta del codice di modifica, D lo ricordava, ricordare i codici era un’altra sua specialità. Appena inserito il codice apparve la comunicazione che le modifiche erano state effettuate con successo.

Tutta la tecnica informatica era stata completamente cambiata e migliorata ma il messaggio “con successo” era rimasto immutato nel tempo. Era forse la necessità dell’uomo di sentirsi gratificato, negli ultimi decenni l’umanità era in pieno insuccesso. Erano tutte frasi idiomatiche inventate dalla società umana, che erano rimasti per secoli a rappresentare il successo umano: la situazione è sotto controllo, abbiamo il progresso, lottiamo le ingiustizie, le dittature, la fame, portiamo la pace, la libertà, fratellanza …  tutti simboli del benessere del dire ma irreali riguardo al fare.

Malgrado le modifiche il computer risultò isolato dal centro. D decise di andare ad irraggiarsi, tanto era inutile stare davanti al nulla.

Rimase tre ore nel cilindro. Quando uscì si sentiva pieno di energia fisica, quella mentale era piuttosto repressa dalla impossibilità di conoscere il destino della terra degli ultimi tempi.

Il silenzio del computer sugli ultimi avvenimenti significava un problema serio per le condizioni del pianeta.

Per due mesi M e D continuarono a studiare e a curare il proprio fisico nel il cilindro energetico e nella palestra, quest’ultima molto più frequentata da M. Il computer centrale non dava ormai nessun tipo di messaggio sulla situazione disastrose della terra. Molte ore del giorno D le passava nel primo box, davanti al simulatore di volo. Era diventato abbastanza bravo nell’atterraggio e nella partenza del missile-navetta spaziale, trovava ancore delle difficoltà nel volo orizzontale e nel planare, quest’ultimo reso difficile dalle caratteristiche piuttosto accidentate del terreno virtuale.

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Glis glis 7

Si spostarono sui secondi, qua la loro conoscenza era migliore, forse anche perché cominciavano con carne, pesce…

  • Prendiamo pesce al forno e frittura di pesce. Mai assaggiati ora è il momento.
  • Va bene, prima o poi dobbiamo pure imparare a mangiare da bipedi quasi umani!  

La macchina impiegò qualche minuto in più rispetto al piatto di fragole, quando i due piatti furono pronti l’attesa fu premiata. I piatti erano ovali, uno presentava un grosso pesce nel suo sugo che friggeva ancora, emanava anche un buon odore. Anche la frittura di calamari e gamberi odorava e si presentava bene. La macchina aveva corredato i piatti di due bicchieri a calice, due forchette e due coltelli a lama corta. D ed M si guardarono, erano contenti e soddisfatti ma un poco di imbarazzo era dato loro dalle posate. Le conoscevano certo, le avevano viste tante volte, gli uomini del laboratorio mangiavano due o tre volte al giorno ma loro non le avevano mai usate.

Non si perdettero certo d’animo, erano abituati a sorprese peggiori, il fatto poi era quasi divertente per D, lo diventò di più quando M, per darsi un contegno, prese un gamberetto con una mano e lo portò alla bocca, divorandolo compiaciuta. Allora D disse:

  • Furba la mia compagna, non si cimenta con le posate! Vediamo come te la cavi con il coltello e la forchetta.

Molte erano le cose che dovevano imparare a fare in questa loro nuova realtà. La lunga preparazione avuta, nei laboratori, dava loro una discreta bravura ad affrontare qualunque novità, merito questo principalmente della loro evoluzione mentale, migliorata anche attraverso letture e esperienze psicologiche.

L’evoluzione mentale, prima fase del l’esperimento al quale erano stati sottoposti, aveva permesso loro il buon e veloce apprendimento della lingua parlata. L’unico ostacolo era stato l’uso corretto degli strumenti predisposti a tale evento cioè le labbra, la bocca e le corde vocali. Tutto il resto, la coniugazione dei verbi, la sintassi e l’uso delle regole grammaticali erano già state acquisite da muti, quando ancora non avevano un cavo orale adatto alla parola.

L’uso delle posate fu piuttosto difficoltoso ma la tenacia degli ex glis era ormai la forza per la sopravvivenza. Non avevano paura di provare qualsiasi cosa, questo poi era tra i meno pericolosi. Certo le spine all’interno del grosso pesce furono la tortura maggiore per le loro nuove bocche, quelli dei glis erano decisamente più robuste e adatte a qualsiasi cibo duro e pungente.

Da bere, malgrado una lunga liste di bevande, preferirono scegliere acqua semplice. Le altre bevande avevano aggettivi strani e a loro erano completamente sconosciute. Anche il bere dal bicchiere comportò qualche problema di sbrodolamento.  Dopo il pranzo, rimasero un poco a parlare seduti sul divanetto.

Dopo, eliminati i piatti e le stoviglie nel distruttore, lasciarono la stanza.

Nella stanza del cilindro decisero di fare alcune ore di irraggiamento, così come era stato suggerito dalle istruzioni del computer.

Il cilindro non aveva porta. M suggerì di chiederlo al computer ma D si oppose dicendo che se non fossero in grado di risolvere da soli problemi così semplici, avrebbero avuto gravi problemi di sopravvivenza in futuro. Girando intorno al cilindro trovò un piccolo tasto, che si distingueva solo per una sfumatura più chiara dello stesso colore grigio del cilindro. Premendo questo tasto, l’intero cilindro metallico si elevò, sparendo quasi tutto nel soffitto, lasciando evidente una pedana con una sedia con un bracciolo provvisto di pannello di comando. D si sedette e lesse la descrizione dei pulsanti. Un pulsante starter, un pulsante di emergenza, un contatore per ore e minuti. Sull’altro bracciolo era predisposta una placca d’identificazione, composta da un sensore analizzatore sul quale bisognava poggiare la mano prima della seduta.

D cedette il posto a M, l’istruì sull’uso e le consigliò il tempo di un paio d’ore, per cominciare con moderazione.  Quando il cilindro ritornò a posto, D rimase sorpreso perché la radiazione che pioveva dall’alto rendeva visibile la compagna e, da come lei lo guardava, si accorse che il cilindro diventava trasparente durante l’uso. Urlò verso M:

  • Mi vedi anche tu?

M rispose con molta calma e, come al solito, con un pizzico d’ironia.

  • Ma che urli. Non vedi che siamo molto più vicini del solito!
  • Meglio così. Non siamo in pieno isolamento ed è più sopportabile il passare del tempo.
  • Per me va benissimo. E’ come star fuori, per modo di dire!
  • Vivere in questo alloggio potrebbe comportarci qualche problema. Stabiliamo un programma con priorità e scadenze precise. Disse D.
  • Il solito freddo analizzatore e programmatore! 
  • Scherza pure, mia cara, ma non credo che abbiamo molto tempo, la situazione è precipitata d’improvviso e il futuro è imprevedibile. Aggiunse D con determinazione.   
  • Forse hai ragione, ma non essere assillante, sei tu il tecnico. Proponi.
  • La mattina…M lo interrompe.
  • La mattina? Hai dimenticato che siamo sottoterra, il nostro tempo è falsato, non abbiamo riferimenti esterni.
  • Questo lo so. Anche nel bosco laboratorio il giorno era scandito dalla luce della cupola, cioè senza riferimenti astronomici. Ho letto, non mi ricordo quando, che anche nelle città umane, protette dalle cupole, il giorno e la notte era stabilita dal variare della luminosità artificiale. Malgrado la trasparenza delle cupole le condizioni disastrose dell’atmosfera terrestre non permettevano una precisa scansione del tempo. Il buio e la luce non caratterizzavano più la notte e il giorno. Fenomeni magnetici ed elettrici dell’atmosfera, satura ormai di gas vari, determinavano periodi di buio totale e periodi di continua luminescenza, dovuta a scariche elettriche e a incandescenza di gas combustibili. E questi fenomeni, ovviamente, non erano regolari nel tempo.
  • Sì, hai detto bene questa è una specie di tana, non vedo luminescenza possibile che indichi il giorno.
  • Nemmeno io vedo questo che tu dici. Ma il problema è grave. Come esseri viventi, per giunta umani o umanoidi qual siamo, alla nostra esistenza biologica è necessaria una scansione temporale di ventiquattro ore, giorno e notte. Per cui bisogna trovare assolutamente la soluzione.

Per un poco rimasero in silenzio, D pensava al modo di risolvere il problema dello scandire le ore, forse era necessario solo una regolazione della luminescenza nell’alloggio.

Si avvicinò al computer, ma in quel momento il cilindro si alzò, lasciando libera Emme di uscire. D la guardò: il pelo grigio era stato sostituito da una pelle leggermente di colore bruno. Come se fosse abbronzata.

  • Queste ore sono volate, credo che possiamo anche provare tre, quattro ore. Disse Emme uscendo dal cilindro e, vedendo D al computer, continuò – Ma che fai ora al computer, non tocca a te l’ora nel cilindro?

D rispose: – Sì. Così perderò anch’io il pelo.

  • Quale! … Cosa?
  • Guardati le gambe. Il cilindro ha modificato l’esterno del tuo corpo, rivestendolo di pelle umana.
  • Dopo non ti dimenticare del cilindro, io vado un poco in palestra.
  • Entro subito, così perderò anch’io il pelo.
  • Tu stai diventando una donna del passato, lo sai che nel duemila la palestra era una fissazione dell’umanità, principalmente per le donne. Questo accadeva qualche decennio prima che la scienza riuscisse ad intervenire, in maniera completa sull’organismo umano. Così anche questa moda passò.

Emme puntò contro di lui prima gli occhi e poi il dito indice, a mo’ di pistola, si avvicinò e gli disse con voce roca:   

  • Attento, ricordati che nello stesso periodo le donne diventarono anche violente nei confronti del maschio maschilista.
  • Calma donna, la mia era solo un ricordo storico, non avrei mai osato ferirti!
  • Ah! Bene.

Emme con il dito gli carezzò prima la guancia poi si girò allontanandosi.

Il contatto del dito ebbe uno strano effetto, per la prima volta si sentì eccitato. Non molto ma tanto da notarlo. Lui sul sesso umano sapeva tutto, si era molto documentato sempre per la sua curiosità di sapere. Era la prima volta che si sentiva così. Nei primi incontri con M si erano scambiate affettuosità ed abbracci ma lui, tranne uno stato di allegria e di gioia, non aveva percepito reazioni fisiche specifiche.

Nel cilindro, si distrasse facilmente dal suo stato perché aveva notato anche l’ironia di Emme, strano pensò, forse gli umani avevano programmato anche l’ironia per loro. Lui e Emme si erano sviluppati poi evoluti ed istruiti in laboratori diversi. Come mai avevano in comune l’ironia? Lui ricordava la sua ironia fin dall’inizio dell’evoluzione. Come mai già l’aveva? Non volle pensarci molto, aveva problemi più importanti. Però gli balenò una soluzione semplice forse i glis erano ironici. Non approfondì il concetto ma forse aveva ragione.

La natura scherzosa e giocoliera a tutte le età dei glis era rimasta intatta nell’evoluzione con l’acquisizione della parola si era trasformata nell’ironia.

Quando uscì dal cilindro si guardò la gamba senza peli con una pelle leggermente più scura di quella di M.

D aprì le opzioni del computer e riuscì a trovare quelle relative all’alloggio ma non trovò quelle della luminescenza, ovvero le trovò ma solo come regolazione d’intensità. Provò a creare un collegamento tra l’orologio e la luminescenza.

Dopo alcuni errori, quello più eclatante fu la totale eliminazione della luminescenza per fortuna per pochi secondi, riuscì e regolare la luminescenza. Fece una prova a mezzanotte diminuiva molto, alle dodici del giorno successivo riprendeva la piena intensità. Fu molto soddisfatto di aver risolto il problema, pensò di comunicarlo subito a M raggiungendola nel locale palestra.

  • Ci sono riuscito. Ho collegato l’orologio con la luminescenza.
  • Me ne sono accorta. Bravo stai migliorando.
  • Te ne sei accorta…e come?
  • Prima c’è stato un blackout, ho capito che eri stato tu. Dopo un poco la luminescenza è arrivata al minimo e poi si è stabilizzata normale.
  • Sì, è così. Non ti sfugge nulla. Brava anche tu. Ne hai ancora per molto?
  • Ho appena incominciato. Lo sforzo è minimo, lasciami pedalare ancora un poco.
  • Pedala tutto il tempo che vuoi, io vado ad istruirmi un poco.

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Glis glis 6

Emme armeggiando con la tastiera aveva acceso un enorme schermo tridimensionale, che occupava l’intera parete, ecco perché vi erano le poltrone! D si sistemò in poltrona continuando a pensare alle coordinate, pian piano cominciò a ricordare qualcosa. Il simbolo ^ significava angolo, per cui 88 e 66 dovevano essere angoli. G forse significava Galassia, terza galassia? Ma da dove? Perché provvisorie?  Il mistero era l’origine V 330^88” Sicuramente ^88 era una direzione ma V 330 rappresentava l’unica cosa da scoprire. Ci avrebbe pensato in futuro!

Si accorse che sull’enorme schermo Emme si stava addentrando nella storia umana, passando velocemente da episodi dell’età romana a quelli del secondo millennio.

La didattica di apprendimento, o forse solo di descrizione, presentata dallo schermo, era molto diversa da quella del computer del suo laboratorio di apprendimento.

Lo schermo era tridimensionale, ma in maniera tale che i primi piani e le persone rappresentate erano vicino a lui, infatti lui percepiva la poltrona, sulla quale era seduto, solo come mezzo fisico, ma la sua collocazione visiva e spaziale era completamente inserita nel Senato Romano. Aveva senatori seduti al suo fianco, avanti e addirittura dietro di lui. Questi personaggi erano talmente reali che, negli interventi dei senatori, la voce di quello seduto al suo fianco era molto più forte di quello seduto più lontano. Inoltre, quando un senatore descriveva un avvenimento, quest’ultimo veniva rappresentato sempre in maniera tridimensionale, ma con un rapporto di scala più piccolo rispetto alla realtà, al centro dell’aula senatoriale. Altra cosa da notare era che i senatori parlavano la sua stessa lingua, chiaramente una traduzione.

Ma quello che maggiormente l’attrasse fu quando Emme si spostò nei primi anni del millennio duemila, a Genova in Italia, nella manifestazione “no global”. D si trovò in una strada durante la carica della polizia. Notò che dopo duemila anni la divisa dei poliziotti non era molto diversa da quella dei soldati romani, tranne che per le gambe coperte. Lo scudo era diventato più grande, era trasparente e, sicuramente, molto più leggero. L’elmo, molto sferico, con la celata grande e anch’essa trasparente. L’arma poi era un’assoluta novità per lui. Era qualcosa tra una corta lancia ed una spada, ma veniva adoperata come una clava, di colore nero sembrava morbida ma produceva grossi ematomi e ferite sulle parti dure del viso, del cranio e degli zigomi. Oltre la corta arma, i poliziotti adoperavano molto bene i piedi ricoperti, non da sandali romani, ma da scarponi molto robusti. I manifestanti si difendevano lanciando contro i poliziotti tutto ciò che capitava loro tra le mani, pietre, aste di manifesti, parti di cartelloni stradali. I soldati rispondevano, prima delle cariche, con lo sparo di particolari cartucce, molto grandi che si applicavano su corti fucili, queste esplodendo riempivano le strade di fumo. I manifestanti cercavano di coprirsi la bocca con stracci e sciarpe, fuggendo alla nuvola di fumo che si espandeva velocemente. Quelli che non riuscivano ad allontanarsi avevano difficoltà respiratorie e gli occhi lacrimavano, queste condizioni fisiche li rendevano più facili prede da colpire e poi da caricare su ambulanze e camioncini scuri che al suono di sirene lasciavano il posto. La scena era talmente reale che, quando un manifestante ed un poliziotto, che lo inseguiva colpendolo, si avvicinarono, D si riparò la testa con le mani per evitare colpi. Ma era stata paura e inutile precauzione perché le immagini, anche se molto simili alla realtà, attraversavano il suo corpo.

M spense il computer riportando D alla realtà. D si ritrovò seduto sulla poltrona, era stanco. Quel giorno era stato veramente eccezionale, troppe novità per la sua mente che da poco aveva iniziato ad elaborare programmi per la sua futura vita. In realtà questi programmi erano solo fondati su supposizioni varie. Sì, era veramente stanco, la poltrona era comoda D chiuse gli occhi e si addormentò. Nella sua mente cominciarono ad affiorare immagini varie.

Era un sogno, ma lui non lo sapeva, era la prima volta che sognava con immagini molto reali, in passato aveva avuto solo brevi sogni legati alla sua natura di glis. Le immagini cambiavano spesso. Da una strada affollata di strani esseri bipedi e di veicoli che passavano velocemente su binari sospesi a interni di ambienti, che gli ricordavano i laboratori, ma che laboratori non erano. Da questi ambienti lui usciva su terrazzi pieni di fiori e piante, si affacciava ma sotto di lui era il vuoto. Non aveva paura, anzi era tentato di buttarsi giù. Una voce conosciuta disturbò il suo sogno:

  • D, D svegliati, smetti di lamentarti e parlare nel sonno. Ma che dici?  Non si capisce niente.

Si svegliò di soprassalto, pensò di essere in pericolo e si riparò la testa con le mani, poi si rese conto del falso allarme e disse:

  • Ho capito, va tutto bene.

M lo guardava ancora preoccupata, allora D le spiegò la sua paura:

  • Ho sognato di affacciarmi da un terrazzo sul vuoto, ho avuto paura, in quel momento tu mi hai svegliato.
  • Ma come fai ad addormentarti profondamente subito.
  • Sarà l’emozione di tutte queste cose nuove, sono troppe per la mia mente, allora, per reazione mi addormento e sogno cose … peggiori!
  • Sempre il solito burlone. Io ora, per l’emozione come dici tu, invece mi sento debole.
  • Non credo che sia l’emozione! Sarà la ginnastica sulla cyclette che ti ha fatto venire anche appetito.
  • Esatto, questa volta hai proprio ragione. Torniamo nell’alloggio e vediamo cosa possiamo preparare.

M gli prese la mano, ormai era diventata un’abitudine, e lo condusse nella stanza tinello. L’unica cosa visibile, che aveva contribuito alla definizione della stanza, era il tavolo, due sedie e un piccolo divanetto, accostato vicino alla parete di destra. Alla parete di fronte, l’angolo di cottura, così da lui definito in precedenza, era solo un lungo mobile con alcuni sportelli.

D si sedette al tavolo ed M sul divanetto dicendo:

              –    Sono proprio stanca, vedi cosa c’è da mangiare.

D, senza alzarsi dalla sedia, allungò una mano, inclinando anche la sedia su due piedi, e tirò una maniglia dei quattro sportelli del mobile. Lo sportello non si aprì, lui ritrasse la mano e disse:  

  • Non si apre. Forse bisogna aspettare il cameriere per l’ordinazione, magari sarà un robot.
  • Non credo proprio, prova di nuovo. Ma alzati!

D, con molta calma, si alzò e si avvicinò al mobile, appena fu vicino comparve uno schermo con un elenco: Prima colazione. Pranzo. Spuntino. Cena. Bibite. Altro.

  • Tutte delizie. Vuoi pranzare? Fare uno spuntino oppure cenare. Ma la tastiera dov’è? Non la vedo.
  • Primitivo! La tastiera non occorre…
  • Cosa? Che vuol dire?
  • Niente. Ora ti faccio vedere. Bisogna toccare.

M si alzò, si avvicinò allo schermo e con l’indice toccò la parola pranzo. La schermata cambiò e apparvero altre scritte: Antipasto. Primo piatto. Secondo Piatto. Contorno. Dolce. Frutta. Bevande.

  • Toccare? Sai decisamente più cose di me. Ma non ti sembra che sia un pranzo umano?
  • Te l’ho già detto la nostra preparazione è stata diversa. Pranzo umano? Mi sembra normale. Volevi una dispensa automatica per glis?  Noi non siamo quasi umani. Non te ne sei accorto?
  • Hai ragione, come al solito! Per me una scatoletta di frutta. Grazie. – Disse D, pensando alle saporite ghiande, pensava di averne una scatoletta, le macchine dispensavano spesso scatolette.
  • Ma la sorpresa continuava. M scelse frutta, le opzioni erano: in aspetto naturale, in tavolette, in pillole. M senza dire nulla, scelse “in aspetto naturale”, apparve un elenco molto lungo con frutti di ogni genere, dall’ananas alla zucca dolce.
  • Il signore desidera. Disse M
  • Ma veramente credi che la frutta sia naturale? – Obiettò D.
  • Non credo proprio, l’opzione diceva in aspetto naturale. Allora che frutta vuoi?
  • Io volevo le ghiande, ma vedo che mancano dall’elenco. Prendi fragole.

Mentre la macchina armeggiava, indicando sullo schermo, le proteine, le vitamine e i coloranti scelti, D pensava, di come l’uomo aveva reso l’esistenza tutta artificiale. Il progresso era stato notevole sul piano scientifico, ma inutile. Il prezzo pagato dalla scelleratezza umana era stato alto “la vita dell’uomo in via di estinzione”.

  • Ecco il piatto è pronto, disse M aprendo lo sportello di destra, sul quale era comparso un Led lampeggiante, e aggiunse: –   L’aspetto è proprio buono, guarda che fragoloni. Sembrano veri.

 Ne prese uno, lo portò alla bocca. lo addentò, lo gustò. Ottimo concluse. Ne prese un altro, poi porse il piatto, ovviamente di plastica, a D.

Ancora prima di assaggiare le fragole D osservò il piatto, la sua abitudine di analizzare tutto era ancora dominante. Il piatto bianco e brillante, abbastanza solido, sembrava di ceramica, aveva anche una semplice decorazione floreale. Mentre lo osservava, sul mobile, in corrispondenza dello sportello centrale si era aperto un vano, una specie di vaschetta da lavello, ma mancava il rubinetto e lo scarico. Questo non era una novità, lui ne sapeva l’esistenza, era un distruttore di residui del pasto, M non lo conosceva ed esclamò: – E questo cos’è?

D non rispose subito, stava gustando la fragola, era veramente buona.      

  • E’ un eliminatore dei residui alimentari, una specie di disintegratore. Credo che distrugga anche il piatto.
  • Ma è pericoloso per le mani, non vorrei perderle, è da poco che le ho perfezionate!
  • Non ti preoccupare, mi sembra di ricordare, che distrugga solo la materia prodotta dalla macchina, la materia vivente è diversa come struttura.

Il piatto conteneva molte fragole, si sedettero al tavolo e, mentre continuavano a mangiarle, M disse:

  • I progressi della tua lingua sono stati notevoli, hai sciolto bene la lingua eh? Ben fatte queste fragole, mi hanno stuzzicato l’appetito. Vogliamo prendere un cibo più umano?
  • Sì, proviamo. Ormai siamo umani, spero solo di non essere stato fatto come le fragole!  
  • No, questo è indubbio, siamo stati sottoposti ad un processo di evoluzione, perciò siamo, anzi saremo umani veri. L’hai dimenticato?
  • Hai ragione, ma io non l’avevo dimenticato. A proposito non dimentichiamo l’irraggiamento. Io non resisterò otto ore fermo nel cilindro, perché non le frazioniamo?
  • Lo dici a me? Io soffro un poco di claustrofobia, morirei, prima delle otto ore. Vieni, ora finiamo prima il pranzetto.  Primo piatto o secondo?

Si alzarono dalle sedie e si avvicinarono alla macchina, M gettò il piatto nel distruttore, ma senza avvicinarsi troppo con le mani, sapeva di potersi fidare delle cose che D diceva ma era meglio un poco di prudenza. D se ne accorse, a lui difficilmente sfuggiva qualcosa, ma non disse nulla. I nomi dei primi piatti erano molti ma pochi erano quelli che conoscevano, tranne maccheroni e zuppe, il resto dei nomi era sconosciuto.

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Glis glis 5

Appena terminata la risposta, l’agenda emise un sibilo, lo schermo si spense e comparve un messaggio.

Messaggio n° 27    Da Centro E.C. 10 a Glis M40/5 CC

EMERGENZA: Siamo costretti ad interrompere il contatto.   Procedura   di    emergenza    E3   codice

000123HF. Non tentare il collegamento è molto pericoloso.

Emme, lesse il messaggio, gli prese l’agenda dalle mani e scrisse:

– M40/5 CC

INSERIRE CODICE

– 000123HF

INSERIRE PASSWORD

– MDISPONIBILE

PROCEDURA EMERGENZA E3: COLLEGARE MODULO A COMPUTER E DIGITARE E3. MODULO ISOLATO DAL CENTRO DA QUESTO MOMENTO.

L’agenda si spense. D35/3 la prese dalle mani di M per una domanda, ma lo schermo non si riaccese… allora capì che, quello che lui chiamava agenda, era solo un modulo di un computer. Ma di quale computer? Emme sorrise, gli prese l’agenda, la pose nella custodia della manica e fece cenno di seguirla. Lui annuì e la seguì con curiosità.

Raggiunsero, quasi subito, la botola M l’aprì toccando leggermente un angolo. L’interno s’illuminò e un elevatore raggiunse il vano della botola. La superficie della piattaforma non era molto estesa, così si abbracciarono, ormai era diventato un gesto istintivo. Lentamente la piattaforma raggiunse il pavimento della camera sotterranea. 

La luce   diffusa, di un colore verde chiaro, illuminava un arredamento metallico plastificato. Al centro dell’ambiente era posto un cilindro di circa un metro di diametro, la cui funzione non era evidente; la parete di destra era interamente occupata da alcuni pannelli grigio chiaro, D35/3 li riconobbe era monitor tridimensionali. La parete opposta era attrezzata a laboratorio informatico, infatti, vi erano due tastiere, mouse e, inseriti in un pannello verticale tutte le periferiche di trasmissione e riproduzione. Sempre sul pannello erano sistemate alcune apparecchiature ancora sconosciute, forse di nuova tecnologia avanzata, pensò D.

M40/5 si sedette di fronte a una tastiera, tirò fuori il modulo e cercò sul pannello il giusto inserimento, fu facile in quanto era l’unico dello stesso colore nero.

Appena inserito il modulo il monitor si accese e chiese il comando di accesso, M digitò F3. Sullo schermo apparve il messaggio:

PROCEDURA EMERGENZA   F3 codice 000123HF La richiesta è stata inserita. Stampa delle istruzioni in corso.

Da una feritoia orizzontale iniziò ad uscire una striscia di carta stampata. D notò che la stampante era molto silenziosa, nemmeno un sibilo sottile, solo il rumore sommesso dello strofinio della carta sul bordo della feritoia. Le istruzioni non erano molte, infatti la striscia di carta non superava i cinquanta centimetri. M prese l’istruzione e gli fece un cenno invitandolo a sedersi vicino. D si accomodò ed insieme cominciarono a leggere.

Chiaramente era solo la prima parte delle istruzioni, infatti il sommario delle stesse prevedeva otto capitoli. Il titolo era molto chiaro: “istruzioni per l’uso e la sopravvivenza nel laboratorio sotterraneo”. Era finalmente giunto un messaggio reale, laboratorio significava esperimento. Ma quale? D era sempre piuttosto deluso. La delusione durò poco perché era interessato alla conoscenza dell’alloggio, lui preferiva questa definizione perché gli sembrava molto più legata all’esistenza che, anche se piena di imprevisti e novità, cominciava ad essere molto interessante. L’alloggio era molto complesso, altro che stanza sotterranea! Era formato da tre livelli: il primo, dove erano, era definito di prima permanenza, oltre alla stanza di “comando” vi erano altri vani per il giorno e per la notte ed un intero reparto definito palestra e istruzione. Continuando a leggere, scoprirono cos’era il cilindro che troneggiava al centro dell’ambiente. Le istruzioni non davano adito a dubbio: “Sono obbligatorie otto ore di irraggiamento nelle ventiquattrore per uno, per tre giorni. Lo stesso cilindro verificherà, alla scadenza, la completa evoluzione”. Seguivano varie istruzioni sul cibo, sugli argomenti di studio e su vari esperimenti reali e virtuali. Le istruzioni terminavano con un’ultima notazione:

LA BOTOLA ACCESSO SI E’ AUTO SIGILLATA.

D si sentì improvvisamente un recluso, anche perché era cosciente della sua nuova natura umana.

Mentre lui era assorto in questi pensieri, M aveva armeggiato sulla consolle di comando illuminando i monitor tridimensionali. Erano quattro e tutti riprendevano il laboratorio-bosco, appena lasciato. La tecnica dell’immagine era molto migliorata, più che immagini erano quattro finestre aperte sul bosco, tanto era chiara la visione tridimensionale. Il movimento delle immagini era molto lento, infatti in un primo momento D pensò di riprese fisse, inoltre, automaticamente, l’obiettivo zoomava fino a mostrare dettagli del sottobosco. Rimasero a guardare le immagini per un poco. D si accorse che le zone riprese erano sempre le stesse, inoltre sembravano quelle periferiche, infatti, non appariva alcun albero con il segnale e nessuna zona della radiazione. Molto strano pensò, si avvicinò al computer e cercò un comando per rendere la ripresa manuale. Questo segnale doveva esserci, lo trovò con facilità ma subito sul monitor del computer apparve il messaggio:

Al momento non è disponibile la ripresa manuale.

D e M si guardarono per un istante senza meraviglia ormai, dopo gli ultimi avvenimenti c’era d’aspettarsi di tutto. M disse:

  • Vieni. E si diresse verso la parete opposta a quella dei monitor.
  • Sì.  rispose lui. Lei lo guardò e rispose:
  • Bravo, già parli?

 D si fermò, non si era accorto di aver pronunciato l’assenso. Era uscito dalle sue labbra in maniera naturale. Soddisfatto ripeté due volte “sì, sì”, non osando aggiungere altro!

Nella parete si aprì una porta, entrarono e si trovarono in un ambiente decisamente umano, definibile, in maniera classica “soggiorno tinello con angolo cottura”. Il soffitto era azzurro ed emanava luce diffusa, intensa ma non fastidiosa. D notò subito che vi erano due porte “normali”, di quelle antiche con cerniere e maniglie, si diresse verso quella di destra e l’aprì, era la prima volta che apriva una porta, in genere le porte che aveva varcato erano automatiche, quelle di questo tipo le aveva visto nei vecchi film. Per memorizzare l’ambiente, come sua abitudine, si girò in dietro prima di varcare la soglia e si accorse che non era visibile la porta d’ingresso che collegava l’alloggio con la botola, la parete era completamente uniforme si sentì ancora più prigioniero, non era possibile tornare indietro, del resto la botola era stata sigillata.

Assorto in questi pensieri, varcò insieme alla sua compagna la porta appena aperta, si trovarono in una nuova stanza. Il soffitto emanava una luce molto riposante di colore leggermente verde. Due letti protetti da una copertura di plastica trasparente occupavano la parete di destra. Di fronte alla porta vi era una lunga mensola metallica con due monitor ed uno specchio centrale, sulla base dello specchio erano sistemati vari pulsanti, il primo di questi era quello delle istruzioni, anche dopo tanti anni il punto interrogativo rappresentava la guida dei sistemi informatici.

Una porta scorrevole sulla parete di sinistra mostrò, una volta aperta, un vano servizio completo anche di vasca e doccia. D non aveva mai fatto la doccia. Il bagno era stato la sua peggior tortura nel suo primo laboratorio, il glis non amava l’acqua.

Lasciarono in silenzio la camera letto, ritornarono nella camera azzurrina, M aprì la porta di sinistra, il vano era buio, ma appena varcarono la porta lentamente una luce diffusa di colore indefinito, illuminò un grande vano. Sulla sinistra, rigorosamente in fila una serie di attrezzi e macchine classiche per la ginnastica, dalla cyclette alle panche attrezzate. Emme saltò sulla cyclette e incominciò a pedalare esclamando:

  • Sempre vista e desiderata.

D pensò che era una pazzerella.

Sul lato destro vi erano delle stanzette chiuse da vetri, infatti era visibile il contenuto: tavolino, sedia, computer, “posto studio” sua vecchia conoscenza.

Mentre la pazzerella si allenava D entrò nel primo box, si sedette e subito si accese lo schermo, mentre una voce sottile ma molto chiara gli presentava, con schemi visivi, lo studio di questo primo posto “SIMULATORE DI VOLO”. Dagli schemi si capiva che era lo studio per pilotare …. Ma D, sempre molto fantasioso pensava… “Non sarebbe stata più pratica un’evoluzione con le ali?” Si alzò dalla sedia, la voce gli chiese se l’abbandono fosse provvisorio o sospensivo. Istintivamente rispose:

  • Sosp

 Non riuscì a completare, ma il computer capì e si spense. Caspita! Pensò ma le parole cominciavano ad essere automatiche, il progresso era veramente notevole. Chiuse la porta del box e decise di cominciare un allenamento verbale.

Con molta calma   iniziò dall’ alfabeto, le vocali erano quasi perfette, le consonanti non troppo, alcune erano molto approssimate altre quasi mute. Ma non si perdette d’animo e ricominciò daccapo più volte. La lingua si scioglieva, cominciava quasi a pronunciare tutto, anche se con difficoltà e con qualche stridio. Mentre valutava, ad alta voce, i suoi progressi:

  • Pronuncio quasi tutto …bene.

Vide dietro ai vetri del box Emme che lo guardava…    –    Pass.. Pazz… rella. Urlò.

Emme non capì, si accorse che lui gli aveva urlato qualcosa, i vetri insonorizzavano il box. Aprì la porta ed esclamò:

  • Ma che urli?
  • Pazs.. erella! Ridisse D, questa volta con più calma.
  • Che lingua è? Non capisco. Traduci.
  • Pazza piccola….
  • Perché? Cos’è successo?

D, non rispose, indicò la sedia e fece segno ad Emme di sedersi. Emme si sedette, il computer si accese e cominciò a spiegare così come aveva fatto con lui.

–    Sai qualcosa? … disse D

  • No! E’ una cosa che non mi interessa – rispose Emme.

D notò che la voce di Emme era molto cambiata, ovviamente in meglio, era molto chiara e precisa sembrava una “laureata in lettere” pensò. Poi aggiunse:

  • Non ti interessa? Non credo che potrai evitarlo! Se è qui avrà uno scopo…. Tutto è programmato, hai dimenticato?

–  Continua a non interessarmi, studialo tu!

Rispose Emme mentre abbandonava il posto ed aggiunse, rispondendo al computer “sospensivo”.

  • Sono convinto che sarai costretta a cambiare idea…

 Mentre pronunciava queste parole D notò che anche il progresso della sua dizione era stato veramente notevole, in quel poco tempo passato.

  • Forse hai ragione ma ora non ci pensiamo.          Vediamo oltre

disse Emme e seguita da D lasciò il primo box e entrò nel secondo. Al tavolo del computer vi erano due sedie, capirono che avrebbero dovuto studiare insieme. Presero posto, si accese lo schermo era un rettangolo molto allungato, largo come i due posti, L’immagine era molto profonda e tridimensionale. Altra sorpresa era il cielo stellato. “Lezioni di Astrofisica e Astronomia” recitava la voce. D guardò Emme che affascinata osservava il cielo.

  • Come vedi il “volo” era solo l’inizio, non pensavo proprio di diventare astronauta.

disse D, pensando di fare dell’ironia, ma subito si accorse che tutto procedeva troppo velocemente e l’ironia non produsse alcun effetto né a lui né ad Emme.

Intanto il computer aveva proposto vari piani di studio da scegliere, illustrando con animazioni spaziali le varie proposte, ma nessuno dei due volle scegliere, si guardarono in silenzio, Emme sorrise. D le guardò la bocca era proprio diventata bella, ben disegnata e carnosa. Anche il viso con i zigomi ben pronunciati era proprio quello di una donna bella. Gli occhi verdi dovevano essere l’ultima modifica perché era la prima volta che li osservava. Sì, anche gli occhi erano molto belli.  

Entrarono nel terzo box. Il posto di studio al computer era singolo, ma in seconda fila vi erano due poltrone.  Le tastiere erano due, una normale l’altra molto piccola e semplificata. D notò che somigliava ad un telecomando video ma molto più complesso. Emme si sedette al computer, lo schermo si accese e comparve la scritta:

TERZO PIANETA DEL SISTEMA SOLARE

Coordinate stellari provvisorie V 330^88 G3^66III

ARCHIVIO GENERALE DATI

Aggiornato al 31gennaio 2065

Data odierna 17 marzo 2065

D notò subito la data. Era il suo compleanno, aveva vissuto già quindici anni, era allora quasi “ragazzo umano” pensò.

  • Non mi fai gli auguri disse ad M, oggi è il mio compleanno!
  • Emme rispose: – Auguri, ma è il tuo compleanno come nascita o come sperimentazione? 

Decisamente molta più preparata di lui, pensò mentre tentava di capire la differenza, rinunciò subito e disse:

  • Come al solito le tue risposte mi sorprendono, cosa vuol dire? Che differenza c’è?  La sperimentazione non era iniziale? Credo che tu abbia più di quindici anni! Sai sempre tutto!

Emme rispose:

  • Ho tredici anni di “sperimentazione” il 7 maggio prossimo, credo che anche i tuoi anni inizino dalla sperimentazione. I primi anni, dalla nascita biologica in poi, sono stati solo di continua modificazione genetica. Il primo laboratorio era un’enorme provetta, la mia modifica è durata quasi cinque anni. Così come credo la tua. Io ti sembro più preparata e forse più matura per un tipo di sperimentazione diversa dalla tua, più culturale, forse è lì l’inganno.
  • Sei in gamba rispose D, ma pensava: eloquente, chiara e professionale, quasi un … mostro. 
  • Guarda le coordinate della terra, per me sono misteriose! A te invece saranno sicuramente chiare?

D guardò, lesse, prima non le aveva notate bene! Le rilesse ad alta voce: V 330^88 G3^66-III ed aggiunse:

  • ­Sarai delusa, l’unica cosa che mi è chiara è l’ultimo numero “terzo pianeta del sistema solare”.

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Glis glis – 4

Dopo pranzo condusse il suo compagno al proprio quadrato, ne illustrò a gesti i lati del perimetro cercando di precisare la differenza con il territorio triangolare. Quando la luce della volta iniziò a diminuire, da un punto del bosco dal quale era visibile la zona del triangolo gli fece osservare la radiazione. Fu molto soddisfatto dall’attenzione e dalle buone doti mentali di M 40/5 che permettevano una buona comprensione dei suoi messaggi.

Erano molti anni che “il calar del sole” era ritenuto un dire retorico, da molti anni ormai nelle cupole il giorno e la notte erano programmate. 

Si salutarono ancora una volta, traballando su due zampe, in uno stretto abbraccio abbastanza affettuoso sempre seguito da sonori squittii.

Accompagnò M 40/5 fino all’ingresso della tana sull’albero e poi si incamminò verso la propria, camminando di tanto in tanto in posizione eretta.

Durante il cammino in posizione eretta, analizzò il suo adattamento a questo nuovo modo di locomozione. Gli arti inferiori abbastanza robusti resistevano bene, il nuovo movimento, però, impegnava in maniera diversa, i muscoli estensori che dopo un poco risentivano della fatica, anche se non in maniera eccessiva. Ma quello che ancora non andava bene era l’estremità della zampa, non adatta ancora a poggiare interamente sul suolo. Notò che era facile camminare, ma molto più difficile stare fermi o rallentare molto. ci riusciva ma doveva compensare la perdita di equilibrio con spostamenti degli arti superiori e anche   del corpo … “goffo”, di   molte   parole non era mai riuscito a comprendere bene il significato! L’esperienza si dimostrava maestra.

Raggiunse la radura quadrata, salì sull’albero e di distese nella tana. Come al solito fece il resoconto della giornata.

Aveva raggiunto tutti gli obiettivi che si era proposto in mattinata, quello che gli era più a cuore era stato anche il più sorprendente “evoluzione”. Del resto, era coerente con le esperienze precedenti, prima evoluzione mentale ora evoluzione fisica. Ecco il perché della radiazione energetica. Stava quasi per addormentarsi quando udì un leggero fruscio, il Lab-bosco specie di notte era molto silenzioso. Tese bene le orecchie per ascoltare con più attenzione, più che un fruscio era una vibrazione, accostò l’orecchio al legno della tana e si accorse che l’albero emetteva questa vibrazione. Molto strano, non era possibile: gli alberi non emettono vibrazioni. Certamente l’origine di questo fenomeno non era vegetale. A tratti la vibrazione si fermava poi riprendeva, al principio più veloce poi rallentava il ritmo e si smorzava lentamente, anche questo andamento del ritmo gli sembrò strano. Questa fu la sua ultima riflessione prima di addormentarsi.

La mattina si svegliò piuttosto tardi, rimase anche un poco a poltrire sul giaciglio, sbadigliò molto e finalmente, ancora un poco assonnato, decise di uscire dalla tana. Guardò l’uscita e gli sembrò piuttosto piccola. Infilò la testa con facilità ma le spalle passarono l’uscio con difficoltà. Appena fuori, sul ramo stava per perdere l’equilibrio, inoltre ebbe l’impressione che il ramo si piegava sotto il suo peso. Si precipitò a terra e, senza pensarci, si trovò in piedi. Mosse alcuni passi e si ritrovò la testa piena di pensieri, ricordi e confusione. In ventiquattro ore erano successe troppe cose. Ora l’aumento delle proporzioni, del peso e la naturale posizione eretta immobilizzarono, per qualche attimo, il corpo e la mente. Sentì una strana sensazione alla gamba, poi un prurito dal ginocchio in su. Si grattò lentamente e con sorpresa si accorse che perdeva peli ogni volta che strofinava la mano, la mano? Sì, da sorpresa a sorpresa, la zampa aveva l’estremità come una mano umana anche se un po’ tozza.   L’associazione fu veloce, si guardò i piedi, l’aveva intuito prima di guardarli, anche la zampa posteriore si era modificata. Le dita si erano dispiegate ed allungate ed il corpo della zampa somigliava ad un tarso. L’anatomia umana era sempre stata la sua passione “scolastica”. Il corpo umano, era stata oggetto di un suo serio studio, quand’era nel laboratorio precedente, in particolare il sistema osseo e quello dei tessuti muscolosi erano stati la sua maggiore attrattiva. L’aspetto esteriore che stranamente in questo momento lui notava mutare era relativo alle sue conoscenze, anche questo pensò sembrava programmato. Forse la sua stessa esistenza era stata completamente predisposta.  Erano decenni che l’uomo programmava, predisponeva e progettava di tutto.

Assorto in questi pensieri, inconsapevole, si accorse che era giunto quasi nel territorio di M 40/5, anche questo percorso stava diventando automatico, significava l’assimilazione del territorio e della sua tridimensionalità.

La tana era vuota, il suo amico non c’era, mentre scendeva dall’albero sentì uno squittio proveniente dalla parte dove scorreva il limpido torrente. Appena a terra si avviò verso il torrente e, per fare una sorpresa al suo amico, rallentò e avanzò lentamente cercando di non fare rumore.

Riuscì nell’intento, ma la sorpresa l’ebbe lui.  M 40/5 squittendo lentamente si specchiava nelle limpide acque, mentre con una mano, la zampa anteriore piuttosto umana, si acconciava la pettinatura, ovvero i peli della testa che si erano anche allungati.

Lo guardò bene …  dall’atteggiamento e dalle movenze gli sembrò di essere di fronte ad un’umana femmina allo specchio. Il suo compagno era una compagna? Mentre la guardava sentì un sommesso squittio, oltre a specchiarsi sembrava anche che canticchiasse.

Rimase fermo, si sedette a terra e si accorse della “botola”, tra lui e  M40/5, nel mezzo del prato un quadrato era visibile perché molti fili d’erba erano rimasti piegati e chiusi nel perimetro della botola, questo  dimostrava che  era stata aperta  da poco e poi richiusa. Osservò i fili d’erba erano verdi e freschi, pian piano ne sfilò uno di quelli rimasti incastrati nella botola. Anche questo filo era piegato ad angolo ma ancora tutto verde, solo l’estremità, anzi solo la punta era leggermente bruna. Anche senza molta esperienza sulla circolazione della linfa, capì che la botola era stata chiusa da poche ore. Stava ancora accovacciato a terra, con il filo d’erba in mano, quando si sentì spingere da tergo e si ritrovò con il muso sulla botola. Ebbe paura. Si girò di scatto era stata M 40/5 che ora lo guardava divertita.

Non sapeva se divertirsi anche lui o arrabbiarsi, ma scelse di mostrare la botola con un dito indice indicò il contorno della botola.

Lei l’osservò, ma rimase impassibile e, continuando a squittire, si spostò sulla botola ed   iniziò a muoversi freneticamente, sembrava una “ragazza sul cubo”, penso lui. Che avesse anche lei queste conoscenze? Sicuramente. Com’era possibile che nel progetto mancava una cosa importante come la comunicazione tra loro due. Un linguaggio doveva pure esserci.  Lui leggeva da anni ma non parlava. Forse anche M40/5 aveva avuto la sua stessa istruzione in qualche laboratorio. La reazione fu immediata, cercò un qualcosa per scrivere sul prato, trovò un rametto, strappò un   poco d’erba e sul terreno, in maiuscolo scrisse: 

– IO SONO GLIS 35/3.

Lei gli prese dalle mani il rametto e sotto alla sua scritta, continuando a squittire divertita, scrisse:

– LO SAPEVO!

Lui ripulì il terreno e scrisse:

– QUESTA E’ UNA BOTOLA?

La risposta non tardò:

– SO ANCHE QUESTO.

La comunicazione continuò….

– SAI COS’E’?

– E’ LA NOSTRA TANA.

– DA QUANDO?

– DA DOMANI.

La guardò in silenzio, ma lei capì e da una fascia che aveva sul braccio, estrasse un oggetto nero e rettangolare, armeggiò un poco sui pulsanti e poi gliela mostrò. Sullo schermo a LED lui lesse:

Messaggio n° 27  Da Centro E.C. 10  a Glis M40/5 CC

Considerando le tue nuove dimensioni e le tue prossime necessità, vicino al ruscello troverai una nuova tana sotterranea, arredata come una stanza. Tra tre giorni sarai in grado di adoperarla così com’ è predisposta. Solo allora potrai comunicare con D 35/3 TC.

Questa volta la sorpresa fu troppo forte la sua giovane mente non riuscì a selezionare un filo logico, vacillò e, per non impazzire, si spense per un attimo. Senza la mente anche il corpo perdette la sua energia e si afflosciò sul prato.

Lentamente la sua mente si risvegliò come da un sonno, cominciò a sentire uno squittio, poi anche un urlo ripetitivo: Squit, squit.. D, D …. D …Squit D e oltre al suono sentì anche dei colpi, abbastanza violenti sulla parte laterale del viso.

Aprì gli occhi e si accorse che M40/5, china su di lui, lo schiaffeggiava e lo chiamava… Per nome? “D”, “D” . Fu sul punto di svenire di nuovo, ma questa volta la sua volontà prevalse e restò cosciente. Con la propria mano fermò la mano di M, facendogli dei segni per farle capire che era rinvenuto e sentì il bisogno di urlare: “Basta Emme” ma dalla sua bocca uscivano solo squittii. Emme comprese e smise di picchiarlo e si allontanò da lui. Quando la vide tornare si trovò tutta la testa bagnata! M aveva portato dell’acqua dal torrente in una grande foglia.

Lui ritrovò la sua allegria, riprese il ramoscello e sul terreno, un poco bagnato, scrisse:

– GRAZIE. ORA HO ANCHE IL BATTESIMO!

M, squittì allegra e gli si lanciò addosso, lui l’abbracciò forte ed insieme si rotolarono sul prato.

Rimasero un bel po’ sdraiati supini, con gli occhi verso il fogliame degli alti alberi e mano nella mano, ognuno pensando in silenzio poi si addormentarono abbracciati. D si svegliò per primo e pensava di collegare in sequenzialità i vari avvenimenti degli ultimi giorni in un unico filo logico.

Era difficile in quanto doveva tener conto della esperienza precedente, dello studio teorico, delle esercitazioni pratiche eseguite nei vari laboratori e dell’uso del computer in rapporto alla vita nel bosco, così semplice e naturale.

La differenza era notevole. Inoltre più difficile da catalogare e inserire nel quadro logico la recente evoluzione fisica sua e di M40/5, la sua compagna. Certo ora non aveva dubbi M40/5 era proprio una femmina, i fianchi più tondi dei suoi, le mammelle più pronunciate e tutto il resto che ora si vedeva bene! Ma allora anche a lui si vedevano bene i suoi attributi maschili?

Controllò era vero ma gli sembrò indifferente, non si vergognò come Adamo … Lui non aveva ancora peccato!

Ma la sua maggiore curiosità era centrata su lei, non tanto per l’aspetto fisico ma sulla diversa evoluzione. L’educazione che aveva ricevuto lei, le esperienze di laboratorio e forse tutto il resto era diversa da quella che aveva ricevuto lui.  Notevole era anche il collegamento tra lei e il Centro. L’agenda elettronica, che lei possedeva, non era altro che un computer di una generazione ancora più evoluta di quella che ricordava lui.

La camera sotterranea? Comunicare con lui? Sempre troppe domande senza risposta.  Ricominciò da capo.  Prima di tutto aveva bisogno di una collocazione temporale: quanto tempo era trascorso dall’arrivo nel laboratorio-bosco? Non più di una settimana. Possibile! Gli era sembrato molto di più, ma era così. Certamente lei lo sapeva esattamente. Ora diventava necessario valutare il trascorrere del tempo, decise così di costruirsi un calendario, considerando che la volta simulava il giorno e la notte.

Sempre il solito fantasioso e distratto, nel computer di M40/5 vi era la data esatta. Sorrise, le sue elucubrazioni lo portavano spesso all’inutilità.  Per distrarsi un poco si mise ad osservare M40/5 che dormiva con la bocca leggermente aperta. Le sue labbra erano più spesse delle sue e avevano un disegno abbastanza umano. I denti? Per vederli con un dito pian piano le aprì di più la bocca, M40/5 si mosse ma non si svegliò. Osservando la dentatura, la lingua e il palato si accorse che erano quasi uguali a quelli umani. Ecco perché, rinvenendo, aveva sentito il suo nome, ovvero solo la lettera “D” , così come lo chiamava la sua istruttrice. Cercò allora di pronunciare anche lui “M”, mise in posizione le labbra: ee …. e …  non riusciva a dire altro. Ritentò: — E E E …. EEE, riusciva solo nella “vocale”, già era un passo avanti. Riflesse! vocale … vocali!  Riprovò deciso: E, E, EE …  I,I,I, III … A,A,A AAA … ,U, U, UUUU … UO, UO, UO.

Nell’ “O” proprio non riusciva, le sue labbra evidentemente non riuscivano a posizionarsi. Forse … doveva frequentare una scuola, per essere scolarizzato alla lingua parlata. Mentre si lasciava andare a tutti questi pensieri, si accorse che, a terra, era stata lasciata l’agenda da M40/5. Allungò una gamba e con il piede tentò di prenderla, ma era molto difficile riuscire perché il suo nuovo piede aveva acquisito caratteristiche più pedonali che prensili. Dopo alcuni tentativi riuscì a spostare l’agenda più vicino, ma non ancora a portata di mano. Forse adoperando i due arti inferiori l’operazione sarebbe stata più facile, allora pian piano cercò di liberar l’altra gamba, immobilizzata dal corpo della sua compagna. Ma anche quest’impresa si mostrava complessa, la glis aveva un buon peso, inoltre i piedi di lei erano avvinghiati al suo polpaccio. Tentò, con un movimento lento ma continuo cominciò a sfilare la gamba dalla presa dei due piedi. Quando giunse al punto finale di sfilare il suo piede piuttosto cresciuto la difficoltà aumentò. Doveva forse operare una rotazione dell’intero arto per agevolare lo sfilo, lentamente cominciò questa nuova operazione ma fu proprio in quel momento che M40/5 si svegliò. Lui le sorrise, almeno pensò di farlo in quanto non sapeva se ne fosse capace, ma dall’ espressione più o meno sorridente di lei, si accorse di esserci riuscito. Liberò la gamba, anche perché lei si era seduta, e allungò l’altro piede verso l’agenda, lei se ne accorse, la recuperò e gliela porse, con un gesto molto naturale e gentile. Lui non si meravigliò, ormai la fase di meraviglia era passata ora era iniziata la seconda, quella del chiarimento e della consapevolezza. Osservò l’agenda per trovare l’accensione, l’Off non c’era! Lei capì e premette un tasto a caso e l’agenda si accese. Questi nuovi apparecchi elettronici avevano semplificato molte azioni, chiaro il cominciare significava in sé un input. Cancellò la lettera X, quella indicata a caso da M40/5, e scrisse:

– TU COME FAI A PARLARE? PERCHE’ NON LO INSEGNI ANCHE A ME?

Anche lei rispose per iscritto:

– FA PARTE DEL PROGRAMMA. ENTRO UN MESE LO FAREMO MOLTO BENE. IO HO APPENA INIZIATO.

Poi a voce aggiunse:

  • Io sono Emme 40/5 del programma Evoluzione Controllata, sezione Collegamento e Controllo.

Tu sei D 35/3 TC.

La sua voce era molto lenta e le parole erano molto sillabate, inoltre la “r” era pronunciata con difficoltà. Lui rispose per iscritto:

– SO CHE SEI M40/5 DA QUANDO SIAMO ARRIVATI L’HO VISTO SULLA TARGHETTA DELLA GABBIA.

COSA SIGNIFICA TC DOPO IL MIO CODICE DI IDENTIFICAZIONE.

Questa volta la risposta fu per iscritto, anche perché il tempo impiegato era minore di quello orale!

– SEI UN BUON OSSERVATORE. TC SIGNIFICA TECNICO COSTRUTTORE. IO NON PENSAVO CHE M40/5 FOSSE UN CODICE, CREDEVO CHE FOSSE UN NOME.

Il dialogo scritto continuò:

– QUAL E’ LO SCOPO DELLA NOSTRA MISSIONE? PERCHE’ EVOLUZIONE?

– NON SONO IN GRADO DI RISPONDERTI. L’HO CHIESTO SPESSO AL MIO ISTRUTTORE, MA LA SUA RISPOSTA E’ SEMPRE STATA LA STESSA: “LA RISPOSTA E’ NELLA MISSIONE. SIETE VOI CHE DOVRETE COMPRENDERE”.

– COSA SAI DELLA VIVRAZIONE, CHE DA POCHI GIORNI, SOLLECITA IL BOSCO? ANCHE MENTRE ERAVAMO SULL’ AUTOVIA HO NOTATO UN SALTO DI ENERGIA. E’ UN FENOMENO CHE NON COMPRENDO.

– LA VIBRAZIONE L’HO NOTATA ANCH’IO, HO CHIESTO INFORMAZIONI AL CENTRO, ATTENDO UNA RISPOSTA.  SULL’ AUTOVIA   HO DORMITO TUTTO IL TEMPO.

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Glis glis – 3

Ritornò verso la sua tana. La giornata volgeva alla fine, infatti il chiarore si andava dissipando.

Questo secondo giorno, trascorso nel Lab-bosco era stato molto produttivo, infatti aveva realizzato le prime necessità che aveva stabilito. Limite del territorio e ricerca del glis. La seconda ricerca era andata oltre il previsto, aveva allacciato anche rapporti sociali, era proprio soddisfatto. Per la sua buona resistenza fisica, in un solo giorno aveva esplorato il territorio, costruiti i riferimenti per gli assi, scorrazzato con il glis amico, eppure non era stanco minimamente e non aveva nemmeno sonno. Per lui la fatica era un bisogno del proprio essere, anzi l’eccitava quasi.

Raggiunse la sua tana, si fermò fuori di essa sul largo ramo, alzò la testa e si mise ad osservare la volta celeste, aggettivo dovuto al condizionamento umano. Stava molto scomodo, decise di sdraiarsi sul dorso così avrebbe potuto osservarla con più comodità. Questa posizione era per lui nuova, solo da cucciolo l’aveva assunta, a volte, per gioco.  Era comoda per guardare verso l’alto, ma scomoda perché il dorso non era qualificato per poggiare per terra, anzi sul ramo, anche molto duro e nodoso.

La volta raggiunse il minimo d’intensità simile a quella di una notte di luna. Rimase un bel po’ a pensare il perché di molte cose, Il Lab-bosco, l’esperimento di ampliamento della sua mente, l’acquisizione del sapere umano, l’altro Glis, la volta, già la volta era formata da un campo di energia oppure era materiale? Considerando che nel Lab-bosco non viveva nessun volatile, il campo di energia era quasi una certezza. Già! Volatili? Insetti e tutti i piccoli organismi di un ambiente naturale dov’erano? Decisamente era il solito distratto, avrebbe dovuto accorgersene prima. Ma a che scopo? Tanto non cambiava nulla. Fu allora che il dolore del dorso si fece insopportabile, si rigirò e, sentendosi le zampe indolenzite ed anche un poco irrigidite, scese dall’albero.

Decise di fare un giretto esplorativo notturno, si allontanò dal suo territorio. Ma, come oltrepassò il perimetro, si trovò in pieno buio. Si girò indietro e si accorse che solo il quadrato era illuminato da una luce che pioveva dall’alto. A tentoni si allontanò ancora di più, per meglio osservare il fenomeno. Quando fu ad una ventina di passi si accorse che la luce “pioveva” a forma di piramide, ovviamente a base quadrata, il vertice era un punto della volta ben individuabile. Ma come poteva raggiungere così bene il suolo, attraverso il fogliame denso delle chiome? Ne fu certo, era una radiazione. Istintivamente si girò verso il territorio del Glis amico, individuò un altro punto della volta con la luminescenza a piramide. Non era il caso di verificare, quella seconda piramide era a base triangolare! Ritornò alla tana, questa volta senza fermarsi, si stiracchiò sul giaciglio e si addormentò quasi di colpo. La giornata, anche con l’ultima novità notturna, era diventata stancante per la sua mente.

La terza giornata iniziò con una lunga permanenza nella tana, D 35/3 rimase a lungo meditando sul da farsi. Talmente condizionato dalla sua vita con il computer non riusciva a concepire un agire senza programmazione. Così il suo cervello che analizzava, con una certa continuità, gli avvenimenti del passato e del presente per ricavare ipotesi sul futuro. Questo suo meccanicistico, forse meglio elettronico modo di pensare, anche se permetteva una discreta velocità di elaborazione comportava, molto spesso, delle ipotesi errate spesso assurde rispetto a una semplice linearità del progredire di una situazione. Per questo considerava di avere una buona capacità di analisi ma poco quella deduttiva.

La sua prima tesi programmatica fu quella relativa all’analisi del Lab-bosco, ovvero la verifica di  una già formulata ipotesi artificiale dell’intero bosco. La seconda necessità, legata alla prima, sarebbe stata di individuare il tipo di esperimento al quale lui e l’altro Glis erano sottoposti. La terza cercare di capire il perché della radiazione.

L’irraggiamento notturno, forse anche diurno, doveva rappresentare certamente un parametro principale e reale dell’esperimento. Completava la terna, se possibile, una eventuale esplorazione al di fuori del laboratorio.     

Per verificare queste tre ipotesi era necessaria l’individuazione dei sistemi di controllo fisici e psichici per meglio analizzare l’esperimento attraverso i dati stessi. Se, come spesso accadeva, l’esperimento era controllato da un computer sarebbe stato facile, una volta individuato il tipo di collegamento, avere i dati e forse scoprire anche gli obiettivi.

Era giunto il tempo di fare colazione e iniziare una giornata di esplorazione. Si stiracchiò inarcando il corpo, si raggomitolò e, facendo una capriola, uscì fuori dalla tana. Per poco nello slancio non precipitò nel vuoto. Correndo agguantò da un ramo alcune bacche succose che masticò mentre scendeva lungo il tronco.

Una volta a terra si mise ad osservare l’albero. La corteccia sembrava proprio di legno, ne staccò una scheggia con un morso, osservò le fibre, troppo imperfette per essere artificiali. Non perché la natura sia imperfetta, pensava, ma perché la tecnologia non possiede varietà e casualità così semplici, componenti queste che realizzano la natura nella sua perfezione. Concluse che gli alberi erano naturali. Alberi naturali presuppongono ambiente naturale, allora anche il terreno era naturale? Bastava osservare. Ma quello da individuare era la profondità del sottosuolo, perché certamente il laboratorio non era posto in un bosco, semmai era il contrario! Questo lui lo sapeva per esperienza, l’uomo era stato sempre capace di inscatolare qualunque cosa, dalle sardine a sé stesso. Decise così di scavare un pozzetto di sondaggio, quasi una tana. La sua specie era in grado di lavorare molte ore sottoterra, lui non aveva mai vissuto in un ambiente naturale, non aveva mai scavato. Era nato in un laboratorio. Dal momento della sua nascita non aveva fatto altro che passare da un laboratorio ad un altro e quindi non aveva sviluppato le sue caratteristiche naturali, pur possedendole e spesso riscoprendole nell’istinto.

Ogni volta che si trovava ad affrontare delle prove legate alla sua natura doveva superare un periodo di adattamento. Fino a quel momento era sempre riuscito a adattarsi con l’aiuto della logica e della sua caparbietà.

Questa volta l’adattamento fu abbastanza veloce, riusciva a scavare con facilità un cunicolo, La mancanza di aria e di luce era sopportabile. Lo scavo procedeva bene e l’inclinazione di circa quarantacinque gradi gli agevolava la posizione di lavoro.

Ad un’analisi sommaria il terreno era stratificato, sentiva sotto le unghie e dall’odore le variazioni. Altra caratteristica, che rilevò, fu la maggiore umidità in rapporto alla profondità. Improvvisamente si accorse che non poteva più procedere allo scavo perché la melma non permetteva più compattezza del terreno. Anche il suo pelo ormai era infangato.  Smise, si rigirò e riprese la salita per il ritorno in superficie. Non aveva dubbi il Lab-bosco era artificiale ma naturale come alberi e terreno, era anche piuttosto asettico e sterilizzato come tutti gli ambienti umani.

Finito lo scavo, ripensò alla condizione degli umani. Erano già molti anni che l’uomo, per una continua e crescente incapacità a resistere a batteri e virus, viveva in ambienti isolati e sterili. Nei virus si era innescato un sistema di sopravvivenza basato su una continua trasformazione cellulare che rendeva i prodotti farmaceutici inefficaci, addirittura dopo alcune ore. I primordi di questa immunodeficienza, ovvero l’incapacità dell’organismo a produrre anticorpi, erano comparsi sulla terra intorno agli anni mille novecento ottanta.  L’Aids, così chiamata questa malattia, la cui origine molta discussa ma mai certa, si era sviluppata in poche zone del pianeta nell’ambiente degli omosessuali e della droga, si era diffusa in pochi anni su tutta la terra, attraverso portatori sani in maniera diretta. Essendo una malattia legata al sangue ed al liquido seminale, trasfusioni e rapporti sessuali avevano contribuito alla sua veloce diffusione. 

Intorno all’anno 2016 questa calamità era stata quasi del tutto debellata, ma dopo il caos del duemila ventuno, questo virus era ricomparso più agguerrito ed evoluto e a nulla era valsa la pur avanzata scienza medica.

Dal duemila trentadue le cupole d’aria isolavano i rimanenti umani dal loro pianeta, l’uomo aveva perduto definitivamente con la natura, aveva perduto il possesso del pianeta! Il sogno dell’uomo di vagare per i mondi del cosmo in uno scafandro si era realizzato sulla terra. Quando gli umani uscivano dalle città, protetti da scafandri, scoprivano un nuovo mondo, un mondo ostile ed anche pericoloso. La ricerca spaziale era stata sospesa, la scienza per la prima volta nella storia dell’umanità aveva abbandonato sogni ambiziosi e si era dovuta completamente dedicare alla sopravvivenza dell’uomo. Anche la politica, le norme sociali, la morale avevano subite delle modifiche profonde, non tanto come ideologie, già piuttosto in fusione e confusione dall’inizio del terzo millennio, ma come distacco dalla realtà.

Lo stato di necessità era diventato lo Stato.

Per una sorte avversa le utopie, il pensiero filosofico naturalista e la filosofia anarchica si erano realizzate. La fratellanza dell’uomo, sogno irreale del cristianesimo, era diventato realtà con la scomparsa della famiglia. La comunità aveva scoperto, dopo secoli di civiltà fondata sulla famiglia come base della società, il valore dell’individuo. Un nuovo umanesimo fondato sulla necessità di sopravvivenza con il pieno rispetto della vita altrui con la consapevolezza che la propria esistenza era subordinata all’esistenza degli altri. Dunque, non rispetto della vita per norme morali, religiose, filantropiche ma per necessario ordinamento socio-naturale.

. L’eliminazione del denaro, inutile perché sparite le merci di scambio. La produzione di ogni comunità aveva trasformato le classi sociali in ruoli sociali privi di privilegi, con la conseguente scelta di membri adatti ai diversi compiti in base alle reali capacità, una vera e propria meritocrazia.

Con modifiche dell’organismo la procreazione diminuiva con continuità

Questa nuova vita molto materiale aveva allontanato l’uomo da qualsiasi spiritualità religiosa di tipo collettivo, tuttavia individualmente secondo la propria sensibilità, cultura, intuizione l’uomo aveva riscoperto una diversa spiritualità, non rituale, non di culto ma di fede in sé stesso, nell’altro, nella comunità come espressione di vita concreta.  La base teorica dei dieci comandamenti, era diventata principio di vita, e le norme pratiche principio di fratellanza.

Il sapere scientifico dell’uomo non era andato perduto, anzi era cresciuto notevolmente. Aveva raggiunto traguardi notevoli in quelle aree scientifiche necessarie all’esistenza dell’uomo. 

Solo da pochi anni l’uomo aveva ripreso gli studi della biochimica, della cibernetica e del controllo sull’evoluzione biologica animale. Quest’ultima necessaria per le poche nascite. Uno strano virus, sempre più diffuso, rendeva i rapporti tra uomini e donne senza possibilità di procreare.

Forse, anzi sicuramente, lui e Glis M40/5 facevano parte di un esperimento di questo tipo. Come al solito la sua mente aveva divagato sull’umanità, vero è che queste conoscenze a lui erano state date, altre le aveva carpite, ma in questo momento lo allontanavano dalle sue reali necessità: lo studio del territorio e del progetto base dell’esperimento.

Ritornò verso la tana, lungo il cammino vide alcuni glis che al suo passaggio fuggivano impauriti. Per la prima volta notò che le sue dimensioni erano molto aumentate. Anche ciò gli sembrò molto strano.

Entrò nel quadrato, superato il lato si accorse in maniera evidente della radiazione che lo colpiva dall’alto, la sentiva quasi penetrare sottopelle. Si   soffermò   a meditare su questa sensazione, l’avvertiva molto bene ed ebbe la consapevolezza di averne bisogno, infatti la fatica dello scavo, sotto l’irraggiamento, era completamente sparita. Doveva essere era una radiazione energetica. Provò il desiderio di comunicare a Glis 40/5 queste sue nuove deduzioni, ma come avrebbe potuto? Ci avrebbe pensato dopo, per il momento decise di vederlo, s’incamminò così verso la tana della radura triangolare.

Raggiunse il triangolo. Decisamente quel giorno era pieno di sorprese.

Al centro del triangolo vide M 40/5 che camminava lentamente, un po’ sculettando, in piedi sulle due zampe posteriori, lui non aveva mai visto un glis camminare così. Senza farsi vedere, provò anche lui per alzarsi su gli arti posteriori, prima con titubanza poi con decisione, ci riusciva anche lui! Mosse i primi passi, in quel momento M 40/5 si girò, si guardarono, traballando si corsero incontro. Si abbracciarono ed insieme, l’uno avvinghiato all’altro, caddero rotolandosi per terra sempre abbracciati. Dalle loro bocche uscì uno strano squittio, questa volta ne fu ancora più consapevole, erano sonore risate che echeggiarono per tutto il Lab-bosco.

La consapevolezza di essere diversi dagli altri istaurò immediatamente un rapporto di amicizia e simpatia, anche se non potevano comunicare verbalmente, i due glis a gesti e con molto intuito, riuscirono a trascorrere insieme un intero pomeriggio. Per la prima volta D 35/3 fece un pranzo diverso, M 40/5 preparò un misto di bacche, nocciole e foglie tritate, cioè strappate a piccoli pezzettini, al quale aggiunse linfa e acqua del ruscello. Vicino alla tana del triangolo vi era un limpido ruscello. L’unione di questi ingredienti, anche per la linfa contenuta nel gambo delle foglie, diedero alla pietanza il sapore di in una minestra aromatica, molto gustosa. Mentre mangiava pensava alle pietanze degli umani, per giorni aveva letto, trovandolo anche interessante, un libro di cucina con moltissime ricette. Forse anche M 40/5 lo aveva letto.

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Glis glis – 2

Partì per l’esplorazione. La tecnica studiata si mostrò abbastanza efficace, ma con notevoli difficoltà iniziali. Le tacche degli alberi sugli assi erano visibili solo da pochi metri e solo dall’esterno della circonferenza, per cui gli capitava di ripetere spesso lo stesso percorso. Il segnale doveva essere più vistoso e visibile da più lati. Costruì un segnale diverso   anche perché   gli sembrò molto primitivo il segno morsicato, molte volte gli capitava di meditare sul suo grado di evoluzione e rimaneva dubbioso.

Il nuovo segnale, formato da un ramo tenero curvato a cerchio con al centro una foglia, sistemato lateralmente agli alberi degli assi permetteva una possibile verifica dell’allineamento.

La costruzione tecnica di un segnale così apparentemente sofisticato fu possibile, per il glis, perché le sue zampe anteriori avevano l’arto abbastanza simile ad una mano umana, un corso di addestramento ne aveva migliorato l’uso. Era molto orgoglioso delle sue mani che sapevano fare quasi tutto. Ancora una volta la sua mente volò nell’ultimo laboratorio, dove proprio per merito delle sue mani era riuscito a comunicare da solo con il computer-istruttore, durante le pause dell’addestramento e durante le ore di riposo, quando era lasciato solo.

Era stato fortunato che il computer fosse di tipo primitivo ancora con la tastiera, ancora non modificato con sensori   per   la voce umana. L’umano-donna non adoperava mai la tastiera sul suo computer.

Anche lui, negli ultimi giorni dell’addestramento, aveva adoperato i sensori. Aveva fatto ascoltare al computer-istruttore la sua quarantina di squittii diversi. Il computer li aveva analizzati e gli aveva fornito tutti i dati possibili: frequenza, ampiezza d’onda, tono, volume e, alla fine, anche la sequenza di sette squittii, con i quali sarebbe stato possibile comporre musica; ovvero sette suoni che, secondo il computer, si avvicinavano alla scala musicale di re minore. Lui pur avendone provata la sequenza, non aveva mai tentato una composizione musicale. Il rimpianto di non aver studiato musica affiorò nella sua mente, rimanendo più a lungo nel laboratorio con il computer forse avrebbe tentato di studiarla.

Giunse, nella sua metodica ricerca, alla radura triangolare, questa non era molto lontana dal suo territorio. In termini di coordinate l’ubicazione poteva definirsi: 30 gradi circa dall’asse x nel quadrante destro, tra il nono e il decimo cerchio. L’abitante del triangolo non c’era o, per lo meno, lui non l’aveva visto. Decise di lasciargli un messaggio.

Nel sottobosco raccolse quattro nocciole che sistemò al centro della radura disposte a quadrato.

Riprese l’esplorazione lasciandosi dietro il triangolo, si fa per dire, perché per due volte, dalle successive circonferenze, rivide il territorio del Glis etichettato.

Doveva essere a metà della giornata, deducibile dal fatto che l’impulso alimentare era molto forte. Era ormai arrivato al ventesimo giro, era molto stanco, sistemò il segnale sull’asse y pensò di riposarsi e di rifocillarsi. Questa zona era molto ricca di ricci semiaperti di castagne, bacche varie e nocciole. Forse era la più fornita di cibo.

Assaggiò tutto quello che la zona offriva, si saziò facilmente data la varietà del cibo, le bacche succose gli avevano anche smorzato la sete. Salì sull’albero del ventesimo segnale e si sistemò su un ramo basso per riposarsi. Pensò che per quel giorno l’esplorazione era terminata, in quanto l’attendeva un lungo percorso di ritorno. Lungo? Dal suo punto di osservazione intravedeva il diciassettesimo segnale, aveva trovato un veloce percorso di ritorno. Perché non pensarci prima? L’asse degli alberi era in realtà un raggio, il percorso sarebbe durato un sesto del tempo impiegato per percorrere l’ultima circonferenza. Anzi minore di un sesto perché il valore di P greco era maggiore di tre. Dopo il riposo avrebbe potuto terminare l’esplorazione, ammesso che il territorio non fosse molto esteso.

Si riposò fino a quando non riprese totalmente le forze. Ogni tanto, dal ramo dell’albero, vide nel sottobosco qualche glis che, con fare circospetto, si cibava. 

Discese dall’ albero e si avviò lungo l’asse, stava per iniziare la ventunesima circonferenza quando l’intero bosco sussultò due volte, come quando era sull’autovia. Anche questa volta rimase scosso e perplesso.

Il tempo in cui mancava l’energia era passato da molti anni. Intorno alla fine dell’anno duemila venticinque, il genere umano era stato sottoposto ad una carenza continua di energia. Storico era rimasto il giorno ventisette settembre dell’anno duemila ventinove, quando un blackout energetico, della durata di ventisette ore, aveva interessato l’intera Europa. Tormentata dal duemila ventidue da fenomeni climatici violenti. Quel giorno scosse anche i più tranquilli, seminò panico e terrore. Profeti improvvisati, urlando per le strade la fine del mondo, esaltarono maggiormente gli animi.

Quello che la natura, pur violenta, non aveva fatto nel ventennio gli umani lo fecero in una notte sola.

Al calare delle tenebre, impazzirono e scaricarono in pura violenza tutto ciò che avevano subito: i mal governi, i privilegi di una classe incolta ed arrogante al potere, la potenza del nuovo clero, le continue crisi economiche reali e simulate che avevano reso quasi nullo il potere di acquisto di molte classi sociali e tutto ciò che poteva capitare in una società umana completamente deteriorata.

Quella notte, che l’uomo con la sua “civiltà” aveva reso buia, fu la più illuminata dall’inizio del genere umano.

Quasi tutte le città costiere, montane, piccole e grandi furono incendiate. Vi fu anche la caccia all’uomo, al militare, al signore, al politico, al sindacalista e al diverso. Il popolo, veramente provato dalla natura e dagli uomini, scaricò l’ira che aveva accumulato da anni.

Nulla poté fermare l’olocausto, nemmeno gli eserciti. ll rapporto tra i popoli e i difensori del potere fu troppo impari. A nulla valsero le stragi a colpi di mitra. Le città bruciarono.

L’apocalisse si realizzò per volere popolare.

Quando tutto finì, il bilancio fu impressionante. La mancanza di energia, di comunicazioni, di trasporti, e di autorità locali non permise nessun tipo di intervento. Per mesi bande armate di scalmanati girovagarono per le nazioni, seminando violenza e panico. Le città bruciarono per giorni e giorni, settimane e mesi e, alla fine, giunse la pestilenza che dette il colpo di grazia.

Ci vollero sette anni, anche la storia biblica non era immune da ricorsi, prima che le comunità sopravvissute riuscissero a riunirsi in piccole province, a collegarsi tra di loro e ad organizzarsi per una sopravvivenza più civile. Solo allora fu possibile un bilancio, il novanta per cento degli umani estinti. Quasi una fine del mondo!

4     D-Glis 35/3 giunse alla fine del territorio. Aveva da poco terminata la trentaduesima circonferenza quando urtò un campo di energia, che, moderatamente lo respinse. Provò più volte lungo l’intera circonferenza, il territorio ovvero il laboratorio era finito. La forma, secondo la sua ricognizione, era una circonferenza irregolare ma capì subito che l’irregolarità era nelle sue circonferenze, il laboratorio-bosco probabilmente era un cerchio perfetto.

Piuttosto soddisfatto decise di ritornare. Alla decima circonferenza individuò il territorio del Glis. Raggiunse il centro del triangolo per osservare il messaggio lasciato. Trovò solo due nocciole delle quattro, allineate quasi come il suo asse di riferimento. Pensò ad un messaggio di risposta, ma non riusciva a capire. Non avrebbe potuto, le due nocciole erano state divorate per golosità.

Il suo messaggio iniziale non aveva avuto alcun senso per M-Glis 40/5.

Notò anche altre ghiande all’interno del triangolo, la loro disposizione casuale complicava ancora di più l’eventuale risposta al suo messaggio. Le due ghiande al centro forse davano una direzione, altre due più tre forse una direzione alternativa e un verso.

Pensò che la risposta, forse era superiore alle sue capacità. Che fosse un test? Posto da qualche istruttore. No. Istruttori in questo laboratorio non c’erano, non vi erano tracce di strumenti, arredamenti o altri meccanismi.

Il laboratorio, questo lo capiva, era una prova di adattamento in un habitat adatto a lui e all’altro glis. Alzò la testa per individuare, tra gli alberi, la tana del glis “M-Glis 40/5”, ma non riuscì a vederla. Si guardò bene da salire sugli alberi per cercarla, questo per evitare eventuali reazioni di disagio da parte del Glis.

Riprese il cammino di ritorno sempre seguendo l’asse. Trovò, dopo pochi metri, un segnale del percorso distrutto: la foglia strappata e il cerchio interrotto da un morso. Si fermò il tempo necessario per ripararlo, riflettendo sull’eventuale motivo che avrebbe spinto un glis a rovinarlo.  Certamente non vi era alcun motivo, il fatto era stato casuale. Ancora una volta la sua deduzione, troppo veloce, fu errata. Ben per lui altrimenti avrebbe ragionato per ore ed ore senza capire niente.

Lungo l’asse giunse al suo territorio, lo superò senza fermarsi, continuò oltre, in quanto il percorso di ritorno era stato molto più breve del previsto.

Raggiunse molto presto la trentaduesima circonferenza, cioè la fine del territorio dal lato opposto. Il tragitto era stato monotono, nessun elemento nuovo aveva incuriosito la sua osservazione. I segnali erano tutti a posto, il territorio non aveva altre attrattive che alberi, sottobosco, ghiande, bacche e glis.

Come laboratorio era piuttosto sguarnito e … lì, davanti a lui, con le spalle verso il campo di energia del confine, stava M-Glis 40/5. Questa volta non poteva sbagliare, nessun glis poteva guardarlo, in quel modo, negli occhi. Tutti i glis incontrati o intravisti erano subito fuggiti, forse consapevoli della sua superiorità. Ma questo era fermo, vide una zampetta che si muoveva come aveva fatto lui al primo incontro.

Gli salì dalla trachea uno squittio molto forte. Si meravigliò del suono che usciva dalla sua bocca, decisamente era il quarantunesimo squittio perché lui non ricordava di averlo mai sentito, ovvero di averlo mai pronunciato. Analizzò velocemente le sue sensazioni: era gioia, felicità, soddisfazione di aver trovato il glis o qualcosa d’altro molto forte che al momento non riusciva a capire. 

M 40/5 smise di “salutare” e si mosse verso di lui. Con passo lento, lo sfiorò passando e senza fermarsi si avviò lungo l’asse del percorso. Lui l’affiancò. Percorsero insieme il tratto fino al territorio quadrato, il suo.

Qui si fermarono, M 40/5 percorse l’intero perimetro e poi, mentre lui l’osservava con attenzione, al centro percosse un triangolo più piccolo. In un linguaggio puramente geometrico aveva confermato i due territori, in pensieri più umani gli aveva comunicato il suo indirizzo dopo aver confermato la conoscenza del territorio quadrato.

Lui capì bene il messaggio, così come intuì subito che M 40/5 aveva compreso il percorso, i segnali e la fine del territorio. Ora non aveva dubbi, in quel territorio- laboratorio erano stati posti due Glis emancipati, per cui ora l’esperimento continuava in coppia.

Quando ripresero il percorso, lui cominciò con il nuovo squittio e non smise nemmeno quando arrivarono al territorio triangolare. Si fermarono ai piedi dell’albero più vicino all’asse, dallo sguardo che M 40/5 dette verso l’alto, egli intuì che su quell’albero aveva la tana. Allora prese l’iniziativa e si avventò sul tronco dell’albero e a morsi vi incise M-Glis 40/5, come mettere la targhetta fuori la porta! Si girò soddisfatto verso M 40/5, che lo guardò squittendo, il suo solito squittio molto sonoro e stridulo. Questa volta D intuì, anche se non con certezza, il riferimento ad una risata quasi umana.

Quando l’eco della risata si spense tra gli alberi del bosco, egli prese un’altra iniziativa: indicandosi con una zampetta con l’altra incise sul terreno “D-Glis 35/3”. Alzo la testa, fisso negli occhi M 40/5, aspettandosi un segno di assenso, questo non tardò a venire M 40/5 rispose al suo sguardo mostrando la lingua, poi lentamente si mosse, girò intorno alla scritta incisa e poi intorno a lui. Questo sempre continuando a guardarlo negli occhi. Dopo il giro gli si pose davanti, squittì, alzò la zampetta agitandola in segno di saluto e, prima che lui potesse rispondere o prendere qualche altra iniziativa, salì sull’albero sparendo tra il fogliame.

Lui lo guardò salire soddisfatto di essere stato compreso. Una nuova strana sensazione balenò nel suo sistema ricettivo, ancora diversa dall’altra, meno violenta forse più superficiale e divertente ma non poteva capire perché lui l’ironia la conosceva solo come definizione.

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Glis glis 1

Ancora un racconto scritto molti anni fa.

Dalla sua posizione vedeva molto poco, anzi quasi niente. Il sibilo dell’autovia faceva vibrare il suo sensibile timpano, gli ricordava un richiamo perduto nel tempo. Ora era importante cercare di vedere e di scoprire qualcosa. Da quando la sua mente era stata ampliata, l’osservazione era diventata un problema esistenziale, doveva capire dove lo stavano conducendo, forse portando perché una gabbia si porta.

La piccola autovia ebbe un sussulto e rallentò bruscamente. Era la prima volta, durante i suoi vari spostamenti tra un laboratorio ed un altro, che ciò accadeva. Ma com’ era possibile? Il movimento avveniva su un raggio di energia. Un’interruzione o una variazione di energia?  Molto strano!  Quasi impossibile. 

“M-Glis 40/5” era la targhetta che era comparsa nel suo campo visivo dopo il sussulto. Bisognava vedere di più. Il moto era ripreso regolare e il sibilo continuava ad infastidirlo. Aggrappandosi, anche con la coda, raggiunse un punto alto della gabbia, ora qualcosa di più vedeva, la targhetta apparteneva ad un’altra gabbia.

L’associazione fu veloce anche la sua matricola era simile: “D-Glis 35/3”. Si ricordò del giorno in cui l’umano-donna gli assegnò la targhetta e gli spiegò il significato.

L’umano-donna era   gentile, ma distaccata e fredda. Tutte le informazioni sull’amicizia, sull’amore che aveva assimilato quando era collegato con il computer-istruttore, lui sull’umano-donna non le aveva individuate.

L’autovia rallentò dolcemente, si fermò.

Sul nastro trasportatore vide molte gabbie, in ognuna un Glis, era una colonia. Ma le gabbie non avevano targhette, eppure lui una l’aveva vista.

Cerco di calcolare le probabilità di trovarla ma era impossibile, non conosceva il numero delle gabbie. Queste erano chiuse, come la sua, su due lati da un pannello opaco che limitava il campo visivo.

Il nastro trasportatore si fermò, la gabbia si aprì è fu con garbo spinto fuori dal pannello laterale della gabbia. Si trovò in un bosco, lo riconosceva perché l’aveva visto sul video ed anche in proiezione tre-D, come immagine virtuale. L’immagine era una cosa, ora sentire l’erba sotto i piedi … era altra cosa. Piedi? Deformazione dovuta all’apprendimento del linguaggio umano.

Si guardò attorno ed osservò ciò che accadeva. Appena un glis lasciava la gabbia correva verso la bassa vegetazione e si nascondeva; questo era un istinto che lui non sentiva. Già, forse lui aveva gli istinti repressi.

Con molta calma mosse alcuni passi verso il sottobosco, intravide tra la vegetazione altri glis che cercavano qualcosa, che poi portavano alla bocca, capì doveva essere cibo. A lui era sempre stato dato.

La sua mente, condizionata a consecuzioni logiche, elaborò con abbastanza velocità la situazione, stabilì così lo stato delle sue primarie necessità: localizzazione del territorio, ricerca del cibo, ricerca del glis individuato con la matricola: M-Glis 40/5.

Mise in atto la prima necessità.

Oltrepassò il sottobosco e raggiunse una piccola radura. In questa radura vi erano alberi di medio fusto, D-Glis 35/3 si fermò per osservare, localizzò tre di essi che formavano un triangolo quasi equilatero e verso questo si diresse.  Al centro del triangolo vide un glis marrone, come tutti gli altri, ma con una striscia di pelo grigio, molto chiaro, lungo la schiena. Anche questa volta l’associazione fu veloce, quel glis era, senza ombra di dubbio, M-Glis 40/5. La certezza scaturiva da due osservazioni, la prima di carattere fisico, anche i peli della sua schiena erano stati resi grigi nel laboratorio per diversificarlo dai suoi simili, la seconda di carattere psichico e mentale, la scelta del territorio di forma geometrica. Altra caratteristica, simile alla sua, era il corpo di dimensioni maggiori rispetto agli altri glis.

Il ricordo lo riportò nel laboratorio dei colori. Un glis non percepisce i colori, ma solo i toni di questi riportati alla tonalità del grigio con una scala tonale piuttosto breve. Alcuni giorni prima dell’apprendimento cromatico i suoi occhi erano stati abilitati ai colori, attraverso un delicato intervento operatorio che aveva modificato sia le caratteristiche ottiche del cristallino sia quelle della retina.

L’inversione delle attività programmate, cioè il ritrovamento del glis, lo portò ad un momento di riflessione, ma solo un momento perché decise subito di avvicinare l’altro glis per verificare le sue deduzioni.

Oltrepassò il perimetro ideale del triangolo. La reazione dell’altro glis fu immediata, lasciò il centro del triangolo portandosi ad uno degli angoli, cioè all’albero più vicino forse per fuggire verso l’alto della chioma. Quest’ atteggiamento mise in crisi D-Glis 35/3 che si fermò al limite interno del perimetro. Il fatto che l’altro fosse in posizione di fuga o di difesa senza fuggire, come avrebbe fatto un glis comune, aumentava la sua perplessità. 

Passò così ad un secondo tentativo, abbandonò il triangolo riportandosi oltre il perimetro e, seduto sulle zampe posteriori, iniziò con quelle anteriori dei gesti caratteristici degli umani: mani alzate, mani aperte, mani giunte…

L’altro glis, senza lasciare il suo posto al limite del triangolo, emise uno squittio abbastanza forte che, se D-Glis 35/3 fosse stato in grado di capire, avrebbe compreso che lo squittio era una sonora risata. Non comprese il motivo del suono, si allontanò pensando di non essere ben accetto. 

Decise di spostarsi più a nord. Girò intorno ad un albero cercando la zona di muschio, antico metodo a lui insegnato nel laboratorio di fisica terrestre. Fu molto soddisfatto di sè, per aver subito applicato una nozione primitiva, ma che faceva al suo caso.

Decisamente quel giorno non riusciva nessuna prova! Intorno all’albero non vi era traccia di muschio. Provò con un altro albero, il risultato fu ancora negativo.

Alzò, allora, gli occhi verso il cielo alla ricerca della luce solare.

La luce era diffusa, omogenea in tutte le direzioni, molto strano. Anche all’alba o al tramonto, quando la luce sembra diffusa, vi è sempre una zona più illuminata, a meno che, ancora una volta, si trovasse in un laboratorio!

Cominciò a dubitare dei suoi riflessi, avrebbe dovuto accorgersene prima! Un nastro trasportatore raramente, forse quasi   mai, porta in un bosco! Decisamente era il caso di commiserarsi. Credeva di capire, di intuire, di reagire ma le sue analisi erano a basso livello e la sua comprensione quasi nulla.

Giunse, tra questi ripensamenti, in una nuova radura. Non aveva dubbi, mentre osservava il perimetro, era di forma quadrata. Per non deludere gli umani, lo scelse come proprio territorio. 

Si arrampicò su un albero all’angolo della sua destra. Arrivato in cima trovò anche una tana predisposta per il riposo. Fu allora che si accorse che la luce andava diminuendo.

Tutto perfetto, era il tempo programmato per la sera. Sul ramo di fronte alla tana vide il cibo, una grande quantità di fresche ghiande, ne assaggiò una, perfetta, il servizio era completo!

Quando la luce diffusa dalla volta raggiunse minima intensità, tra gli alberi cominciarono a comparire vari glis. I vulgaris escono alla ricerca del cibo di notte perché durante il giorno sono nascosti nel sottobosco o nelle tane. Lui di notte invece dormiva, gli era stato tolto, in alternativa, il letargo invernale. Si sistemò nella tana e, come fanno molti esseri umani, pensò agli avvenimenti della giornata. Poi, mentre si raggomitolava, stabilì il da farsi del giorno successivo. Per prima l’esplorazione di tutto il territorio circostante ma doveva studiare il tipo di movimento nell’esplorazione perché quel luogo mancava di orientamento e per seconda la ricerca di M-Gli 40/5.

Obiettivo della ricerca il tentativo di stabilire un contatto. Il glis era certamente quello già visto, a meno che non vi fossero altre gabbie con altre targhette.

Stanco chiuse gli occhi e il sonno non tardò a venire.

Si svegliò   riposato   quando   il   chiarore era molto intenso. Pensò di fare un poco di ginnastica, magari quella yoga, ma non fece né l’una né l’altra. Già dell’altra, quella yoga, gliene aveva parlato il computer-istruttore su sua richiesta. Si stiracchiò, allungando gli arti.

Uscì dalla tana, fece la prima colazione a base di ghiande fresche, discese dall’albero e si fermò al centro della radura, concentrò i suoi pensieri sulla tattica da adoperare per l’esplorazione del territorio.

La prima ipotesi che gli balenò in mente fu quella di raggiungere il perimetro del laboratorio-bosco, seguendo una linea retta e quindi spostarsi lungo il perimetro per ricavarne la forma e poi l’estensione. Scartò subito quest’ipotesi sia perché era secondario stabilire la forma anzi inutile, sia perché se questa fosse stata molto irregolare, del resto era simulato un ambiente naturale, non ne avrebbe ricavato agevolmente la forma né di conseguenza l’estensione. La seconda ipotesi fu quella di segnare, con alcuni morsi, gli alberi secondo linee spezzate, che a volte utilizzavano uno stesso albero come elemento comune, queste linee sarebbero partite da uno stesso punto: il centro della sua radura. Anche quest’ipotesi non soddisfece la sua logica. L’analisi sarebbe stata dispersiva, non verificabile globalmente e difficoltosa nella localizzazione di percorsi più immediati. La terza ipotesi che scelse, anche se sembrava difficoltosa, era forse più adattabile al territorio. Consisteva in un percorso composto da più circonferenze concentriche più o meno regolari, con due assi direzionali ovvero diametri; il centro cartesiano di riferimento era il centro del suo territorio. Solo gli assi dovevano essere segnati e individuate da tacche “morsicate” sul   tronco.  Il grado    di   difficoltà   consisteva   anche   nell’allineamento degli alberi sugli assi, forse segnandoli all’esterno delle circonferenze sarebbe stato più facile allinearli ed individuarli. Certo che il percorso sarebbe risultato molto lungo tuttavia in tal modo, oltre all’andamento del perimetro e dell’estensione, avrebbe esplorato l’intera superficie del territorio.

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