LAfa 18 – La vita in campagna

Dopo un inizio di adattamento, LAfa si organizza per la la vita campestre. ILfi è alle prese con il trattore perché nominato “coltivatore” capo. Non abituato al rumore indossa cuffie.

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ILpa e L’amico, che hanno lasciato il lavoro cittadino, sono addetti ai lavori pesanti: Trasporto carriola, taglio legna per il camino …  LAma e LAfi a quelli leggeri: raccolta e pulitura ortaggi, cura dei semi e delle piante in crescita.

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Buona parte del pomeriggio è per tutti riposo. Lafi, che non ha rinunciato alla sua attività artistica, ha trovato un padiglione, adoperato in passato come stalla, e lo ha adattato a studio di pittura e di scultura. Per sistemarlo è aiutata dalla Bionda che di pomeriggio è libera dal lavoro in città e dall’amico, ora “promosso” fidanzato.

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Dopo giorni di lavoro il padiglione/stalla è rimesso a nuovo. Quello che era il soppalco per  deposito di fieno è diventato una stanzetta abitabile.

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Quando tutto è sistemato, si inaugura con un pranzo la casa. Invitati amiche e amici.

A tavola LAfi dice che è alla ricerca di modelle per un lavoro ricevuto dal Comune: un grande pannello per pubblicizzare la fiera di prodotti locali e l’elezione di una miss “gastronomica”.

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6   Dopo pranzo i giovani si spostano nel padiglione/studio. Tutte le ragazze sono disponibile a farsi ritrarre, alcune di loro già hanno posato come modella per LAfi.

LAfi peopone la sua idea: il pannello rappresenterà una sfilata di candidate miss che porgono prodotti locali.

Una delle amiche chiede: – Una sfilata in abito da sera?

La bionda: – Ma che dici? Penso che un due pezzi mostri meglio la “natura” insieme ai prodotti.

LAfi: – Giusto. È proprio quello che pensavo.

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Con l’aiuto del suo compagno, anche lui artista, il lavoro procede velocemente. Il sindaco, venuto in visita, trova molto interessante il procedere dell’opera e propone:

– Penso che sia opportuno aggiungere sul fondo il campanile che tanto caratterizza il nostro paese.

ILfi: – Due pezzi e campanile? Si conciliano?

Il sindaco: Sicuramente. Il nostro giovane parroco è un giovanotto molto emancipato.

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Padiglione – tecnica

Studio per un padiglione con ammezzato

Il padiglione servirà per la prossima puntata di LAfa, la diciottesima di “una famiglia sul blog”.

Inizio con una prospettiva accidentale con l’orizzonte sul piano ammezzato. Inserisco le travi in ferro lineari.

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Costruisco la curvatura per le travi in ferro.

immagine-2Delimito le travi per inserirle nel rettangolo della scena. Stabilisco l’altezza dei personaggi in varie parti della scena stessa.

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Costruisco due porte: una pedonale e una, più grande, per automezzi.

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Disegno una balaustra in ferro e posiziona la scala di accesso all’ammezzato.

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Inserisco vani per finestre e vetri per la balaustra.Trasformo la struttura delle travi in reticolare.

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Completo l’interno.

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Per dimensionare il padiglione adopero l’altezza dell’orizzonte posta a m. 1.50 rispetto alla base della parete. Stabilisco il calpestio dell’ammezzato a tre metri (raddoppiando l’altezza dell’orizzonte) e l’altezza interna del padiglione di sei metri. Per la scala costruisco con la griglia di inkscape un triangolo di altezza 16,6 cm.(dividendo 300 cm. per 18 (numero di alzate dello scalino) e di lunghezza 30 cm.

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Ruoto il triangolo per dimensionarlo rispetto alle misure stabilite (adopero Talete per dividere per cinque l’altezza dell’orizzonte). quindi lo sistemo in sequenza sulla scala, seguendo una linea inclinata come l’ipotenusa del triangolo grande rosso.

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Completo il solaio dell’ammezzato e la scala, adoperando la prospettiva centrale.

Il rettangolo rosso alla base della parete rappresenta un metro in altezza e 0,50 cm. in larghezza. Misure che occorrono per la parete.

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Il padiglione è completo.

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La cripta di Bremen – III episodio 3

Di sera Lunaria e Giovello vanno in paese a invitare per l’indomani il capostazione Marino e Tilde per una cena alla locanda. Marino arriverà tardi perché vuole prima passare per casa a cambiarsi. Tilde non ha problemi perché cambia il vestito al bar per indossare la divisa.

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A un tavolo siedono le due coppie che dovranno sottoporsi al rituale. Marino è poco abituato all’alcol ma Lunaria lo invita spesso a brindare per intontirlo. Tilde ha una buona resistenza all’alcol ma non all’intenso corteggiamento di Giovello e si lascia subito baciare.

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Il rituale per Tilde si svolge agevolmente, quello di Marino è più volte interrotto perché il troppo vino ha un effetto sonnifero e lo fa cadere spesso a terra. Riesce solo alla fine quando Giulia e Giulio lo sorreggono.

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Martedio, Giovello e Mercuria accompagnano, la mattina successiva, Marino e Tilde al paese. Il capostazione e la ragazza riprendono il loro lavoro. Sull’uscio della panetteria, Martedio vede una bella donna con i capelli rossi. Entrano per comprare panini e stringono amicizia con Amanda. Martedio la corteggia. Entra nella panetteria il meccanico del paese che è affascinato dai lunghi capelli di Mercuria … la scelta è fatta. Anche loro saranno invitati a cena e sottoposti al rituale.

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Venerella è rimasta senza il compagno da plagiare. Accompagnata da Domenico, spera di trovarlo in una palestra, vista alcuni giorni prima.

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Nella palestra del paese conosce alcuni giovanotti. È attratta da un aitante ginnasta con i capelli biondi. Alla fine dell’allenamento, all’uscita lo avvicina: – Ciao io sono Venerella. Che fisico che hai? Da quando tempo pratichi questo sport?

– Ciao. Da circa tre anni. Io sono Franz.

– Franz? Non sei italiano.

– Sì sono italiano ma di origine tedesca. Ho il nome di mio nonno.

Dopo un amichevole scambio di informazioni personali e non, l’invito è formulato: – Franz perché stasera non mi vieni a trovare? Ti offro una cena. Conosci “La pensione della neve”?

– Sì che la conosco. Quando sono arrivato in questo paese, ho abitato proprio alla pensione dei due simpatici fratelli. Giulia è anche stata la mia ragazza per un po’.

– Ciao. Ti aspetto per la cena.

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Franz arriva alla pensione molto prima dell’ora di cena. Venerella non perde tempo e, con una scusa, se lo porta in camera.

Al tramonto inoltrato, quasi di notte, il rituale per Franz procede lentamente. I demoni non si accorgono che la mente da dominare ha una certa repulsione. Il teschio sulla sua testa appare bianco e tale rimane anche alla fine.

La conoscenza delle menti dei demoni è comune: tutti sanno che Franz ha origini germaniche ma non riescono a capire perché il rituale si è concluso … in bianco. Alcuni di loro pensano che sia stato il ritardo di molto oltre il tramonto. La conoscenza dell’antico rituale è superficiale perché mai adoperato nel passato e ciò fa considerare reale il motivo pensato.

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Il tempio greco – prima parte

Il tempio dorico.

Disegno le parti principali e concludo con l’assonometria.

Inizio con la base della colonna. Disegno le scanalature che nella colonna dorica sono a spigolo vivo.

Con “Crea stelle e poligoni” costruisco un poligono di prova a dodici lati, al centro del quale disegno un cerchio.

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Con “Disegna tracciati e …” costruisco un poligono (linea nera) seguendo i lati del primo poligono.

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Seleziono con i “Nodi” e con la freccetta relativa rendo curvi i lati. Il cerchio rosso serve per determinare la profondità delle scanalature della colonna.

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Con lo stesso metodo posso disegnare le scanalature della colonna del tempio ionico. Queste hanno un listello che le divide.

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Disegno, con il metodo descritto, le venti scanalature del fusto relative al tempio dorico.

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Disegno la colonna dorica (fusto e capitello).

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Disegno il prospetto del tempio.

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Disegno la pianta del tempio (già ruotata per l’assonometria). Le linee rosse sono il modulo per la costruzione della pianta stessa.

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Disegno, in assonometria, le scanalature sul fusto, modificandole per rispettare “l’enfasi” della colonna.

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Costruzione per disegnare il capitello (abaco ed echino).

Disegno intorno alla base superiore del fusto un cerchio (verde) che rappresenta la larghezza dell’echino e dell’abaco. Tangente al cerchio disegno un quadrato (rosso) che duplico e porto in alto due volte, rispettando l’altezza dell’echino (verde) e dell’abaco (rosso). Elimino le linee di costruzione per ottenere la colonna in assonometria.

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Posiziono le prime colonne su una parte della pianta. Disegno la trabeazione (architrave e fregio). Sempre con il riferimento al disegno del prospetto del tempio.

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Continuo a sistemare le colonne sulla pianta. Coloro la trabeazione per nascondere la parte delle colonne che in assonometria non è visibile.

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Disegno il timpano in assonometria sul prospetto principale, sempre con riferimento al prospetto (linee verdi).

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Disegno, per prova, una falda inclinata della copertura.

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Completo l’assonometria disegnando la base del tempio, il muro delle celle e le colonne della seconda fila, quelle visibili in parte.

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Mancano le metope, i triglifi del fregio e le statue nel vano del timpano.

Nella seconda parte provvederò a disegnare le parti mancanti e proverò anche a colorare il tempio.

Fine prima parte

 

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La cripta di Bremen – III episodio 2

Domenico/demone decide di fare coppia con Giulia, ma la sua mente ne possiede un forte ricordo. Il trasporto verso Giulia fa riflettere il suo antenato che decide di parlare con gli altri demoni per decidere la “fine” di Giulia.

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Nella riunione il demone Angelika propone una soluzione che può risolvere in maniera positiva il rapporto tra Domenico e Giulia. Un rituale antico, mai attuato, ma che tutti i demoni conoscono è quello di poter dare a una mente minimi poteri indipendenti ma collegati alla mente di un demone.

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Al tramonto, ora propizia, Giulia e Domenico sono sottoposti al rituale nel giardino della pensione. Al centro del cerchio si tengono per mano, mentre l’energia delle loro menti è collegata dal rituale magico. Giulia conserverà buona parte della sua personalità ma quella del demone Domenico sarà presente nei momenti malvagi.

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Anche Angelika, che ha già posseduto Giulio, decide di sottoporsi al rituale insieme a lui. Le due coppie incrementano in tal modo il gruppo dei demoni.

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La mattina seguente la piazza del paese “ospita” l’intero gruppo, compreso i due nuovi adepti. Tutti alla ricerca di nuovi personaggi per ripetere con essi il rituale. Seduti al bar attendono di poter scegliesi i compagni di “coppia”.

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Nella piazza c’è poca gente. Lunaria, mentre sorseggia una bibita, occhieggia il capostazione che, come al solito, sosta sulla porta. Giovello ha scelto la ragazza del bar e si appresta a parlarle.

– Sei una ragazza simpatica, hai sempre il sorriso sulle labbra. Qual è il tuo nome.

– Matilde.

– Che bel nome. Scommetto che è il nome di tua nonna. Vero?

– No. È il nome di una mia zia che vive in America. Tutti però mi chiamano Tilde. Ma voi perché avete la tuta? Siete un gruppo di sportivi?

– Sì. Siamo ginnasti.

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Anche Lunaria abborda il capostazione.

– Buongiorno capo. Si ricorda di me?

– Buongiorno a lei. Sì mi ricordo, anche se è passato molto tempo. La sua altezza, come diceva mia madre è già mezza bellezza.

– Simpatico. Il mio nome è Lunaria. Il suo? – intanto guarda le mani del capostazione.

– Lunaria. Anche il suo nome è bello, è romantico e da favola. Il mio è Marino.

– Anche il suo è un bel nome. Ma vedo che non porta la fede.

– Perché dovrei portarla? Non sono sposato.

All’ora di pranzo il gruppo ritorna alla pensione. Il bottino è stato magro: solo due possibili “mini-demoni”

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Il racconto perduto – III episodio

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Non possiamo morire – capitolo decimo

Il testo (ridotto) è ricavato da “Una pagina al giorno” di Daniele Conventi.

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Un brivido mi scorre lungo la schiena, ricordando l’ultima volta che sono stato chiamato così.

Giulia, si fionda davanti, ponendosi tra me e loro, gettando a terra Gabino.

<< NON VI AVVICINATE!>> urla, mentre stende le braccia quasi  a voler sembrare più grande.

Ha il coltello di Gabino ben stretto in mano.

Anche il sacerdote nota l’arma, dà una rapida occhiata alla sua cintura vuota.

Gli altri seguaci alzano la testa e puntano la ragazza. Si mettono in ginocchio. Estraggono i coltelli.

<< Cosa sta facendo tua donna?>> mi chiede il sacerdote.

<<Vuole difendermi>>.

<<Perché?>>.

Mi guardo intorno. Tutti si stanno avvicinando, ci accerchiano.

<< Fermi!>> urlo << Non vi avvicinate>>.

Si fermano, abbassano la testa, tornano in ginocchio ma nessuno rinfodera l’arma.

<<Perché?>> continua a domandare Gabino, quasi in una supplica.

<< Voi no mangia lui!>> interviene Giulia con fermezza << Io ferma voi>>.

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L’uomo sembra non capire. Dal suo sguardo sembra che Giulia stia dicendo qualcosa di insensato.

<<Perché dovremmo mangiare un Figlio?>> e nel formulare la frase, la voce sfuma in un tono di rabbia, di indignazione.

<< Chiedilo agli uomini dell’ultimo villaggio che abbiamo incontrato>> gli rispondo con stizza.

Lui si alza, Giulia lo attacca. Il coltello affonda nel petto del sacerdote, ma sembra quasi non fargli effetto. Giusto una smorfia di dolore sottolinea il colpo andato segno. Lui reagisce di scatto. Afferra il polso della ragazza, lo torce. Lei perde la presa sull’arma e il poco vantaggio che ha.

Parto anch’io all’attacco. Afferro il pugnale, lo estraggo dalla ferita. Gabino scaglia Giulia lontana, facendola caracollare un paio di metri più in là, poi si lascia colpire. Stringe i denti per resistere al dolore. Non mi guarda in volto. Rimane con gli occhi abbassati mentre, ignorando il sangue che sgorga dalle ferite, si inginocchia davanti a me.

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<< Non ti vogliamo fare del male. Devi crederci>>.

<< Siete il triplo di noi. Siete meglio armati. Più in forma. Ho scelta?>>.

Gabino, senza toccarmi, impugna il coltello per la lama, ferendosi i palmi. Estrae il coltello lasciandolo ben stretto nella mia presa, poi si allontana.

<< Prendi il coltello e tua…compagna. Vattene via, se è tuo desiderio. Nessuno ti inseguirà>>.

<< Guardami negli occhi>>.

Alza la testa e lentamente mi fissa negli occhi. Il suo guardo non è quello di un predatore o di qualcuno che sembra stia mentendo.

Sospiro, mi rilasso. Raggiungo Giulia per controllarle il braccio. Cerco di tranquillizzarla. Volgendo un attimo verso l’uomo, gli lancio il coltello con una debole parabola ad arco, facendolo cadere sulla sabbia.

<< Verremo con te. Portaci all’oasi. Guidami>>.

Giulia mi guarda poco convinta. Gabino sorride, mi ringrazia.

<< Giulia>> le dico in un sussurro con un sorriso << Vedrai l’Oasi. Te la farò raggiungere>>.

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Partiamo quando il sole è allo zenit. Ne approfitto per recuperare un altro po’ di energia e per bere un altro sorso d’acqua dall’otre del sacerdote.

<< Gabino?>> lo chiamo.

<< Si?>>.

<<… Come è Oascii?>> chiede Giulia quasi scontrosa.

Gabino ci pensa su << Come leggenda dice. C’è cibo, acqua, protezione. La leggenda non mente. Abbiamo diffuso noi la leggenda>>.

<< Cibo…>> controbatto io scettico << Immagino il tipo di cibo che ci sarà>>.

Gabino si gira verso di me, poi ricorda con chi sta parlando e abbassa lo sguardo << Ci sono animali. Ci sono piante. Campi coltivati. Fuoco. Acqua pulita>>.

Giulia non capisce di cosa stia parlando il sacerdote. Molte di queste parole non hanno senso per lei. Dal mio sguardo, però, capisce che sono cose buone.

<< Non è possibile>> rispondo << Sono secoli che piante e animali si sono estinti. Sono stati tutti consumati. Il legno bruciato. Se esistesse un posto simile i folli, prima o poi, la invaderebbero divorando tutto>>.

<< Tu non mi credi>>.

<<E’ difficile. Non dopo tutto quello che ho visto>>.

<< Allora vedrai, Figlio, e saprai che è tutto vero>>

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Passiamo i giorni successivi in un alternarsi di marcia e riposo. La tensione tra Giulia e gli altri si attenua giorno dopo giorno.

Le notti sono tranquille. La protezione del gruppo mi permette di dormire sereno. Nonostante la stanchezza, raramente dormo tutta la notte. Quando mi sveglio rimango a osservare le stelle, quelle poche ancora visibili dietro la cappa di smog perenne che impregna l’aria di questo mondo. Oppure guardo Giulia dormire, ora più tranquilla, quasi soddisfatta, attanagliata da una fame atroce, certo, ma almeno con una speranza. Sento il suono del suo stomaco che si contorce in preda a uno spasmo. Non posso fare niente per lei. La abbraccio avvolgendola con il mio corpo.

La sua testa sale. Arriva alla spalla. Vi appoggia il mento. Chiudo gli occhi. La stringo a me più forte. Le sussurro nell’orecchio << se può farti stare meglio…fallo>>.

Lei serra i denti nel punto di congiunzione tra spalla e collo. Li sento scavare nella carne, il braccio e il petto inumidirsi di sangue. Lei stringe, tenta di strappare. Non mi oppongo. Mi ha salvato troppe volte per non concederle un attimo di pace, un attimo di tregua dalla fame.

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<< Va tutto bene.>> le sussurro comprensivo << non è colpa tua>>.

Giulia scivola dal mio abbraccio e si allontana. Corre via, fuori dall’accampamento. Fuori dalla sicurezza del gruppo. Sparisce nel buio. Una guardia la avvista, cerca di fermarla ma non ci riesce. Provo ad inseguirla, ma vengo bloccato con forza, non mi lasciano andare, a ogni costo.

Il mattino dopo è di nuovo fra noi. Lontana da me. Non si avvicina a più di qualche passo, rimanendo confinata tra due proselite del sacerdote.

Gabino, per la prima volta, prende parola. E’ preoccupato.

<< E’ successo qualcosa?>>.

<< Nulla>> rispondo. Non posso dirgli la verità.

L’uomo mi squadra, senza mai posare i suoi occhi sui miei.

<< Niente non produce quella>> e mi indica vicino al collo, dove una vistosa cicatrice si mostra ancora fresca << Quello è morso. Ha provato a… Se sta impazzendo dalla fame dovremmo…   >>.

<< Non è successo niente>>.

<< Dobbiamo abbandonarla. Non è recuperabile. E’ pericolosa>>.

<< Dannazione…!>> esclamo iniziando a perdere la pazienza << …siete  in dodici, armati, in forze. Avete paura di un una sola donna disarmata e indebolita dalla fame?>>.

L’uomo non obietta, lascia a me la ragione.

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Riprendiamo il cammino, ma stavolta sono solo. Giulia è lontana. E’ con un paio di guardie di scorta. Dubito che abbiano qualche interesse a proteggerla. Dai loro sguardi, credo che aspettino solo l’autorizzazione ad attaccare… o sperano che rimanga indietro e si perda.

Camminiamo così per tre tramonti e quattro albe. Il sole del quarto giorno ci accoglie con una sorpresa. Un folle ramingo e solitario si sta abbeverando al mare. Beve come un forsennato, credendo che l’acqua salata possa placare la sua sete. Non è in forze, si regge in piedi a malapena.

Gabino fa un paio di gesti e due persone, un uomo e una donna, si staccano dal cerchio di scorta.

Vanno nella stessa direzione per qualche secondo, poi si dividono. Sono veloci, silenziosi. La sabbia della spiaggia li aiuta nel non fare rumore, anche se li renda più lenti.

Si avvicinano al bersaglio con tutte le precauzioni possibili. Il folle non si accorge nemmeno della donna che gli pianta il pugnale nel cranio.

<< Stasera si mangia>> annuncia Gabino a caccia finita.

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Passiamo il resto della giornata senza muoverci. Qualcuno viene mandato in avanscoperta. Gli altri lavorano alla macellazione. Io mi allontano disgustato. Nonostante il tempo passato, non riesco ancora ad abituarmi.

Torno dopo che il sole ha iniziato il suo arco di discesa. La carcassa del folle è sparita. Gabino sta lavorando su un paio di ossa piuttosto lunghe. Della carne non c’è traccia.

<< Cosa stai facendo?>> gli chiedo avvicinandomi.

<< Coltelli. Per te>>.

Mi guardo intorno cercando qualche indizio su dove possano aver nascosto il resto della loro “preda”. Vedo solo una piccola costruzione, una specie di stendino fatto di ossa incrociate , posta sopra una buca piena d’acqua.

<< Sotto la sabbia>> mi risponde lui senza che io abbia chiesto niente << Sta cuocendo…per quanto possibile. La sabbia sembra abbastanza calda>>.

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Ci ritroviamo tutti la sera, in cerchio. Nessun fuoco al centro.

Alla luce della luna e delle stelle, ci scambiamo cibo e acqua. Gabino mi offre entrambe, passandomi il suo otre e un pezzo di carne praticamente al sangue.

Accetto l’otre, ma passo velocemente la carne all’uomo al mio fianco, per poi pulirmi la mano con la sabbia.

<< Non mangi?>> mi chiede stupito.

<< Non ci riesco. Mi fa ribrezzo>>.

<< Figlio, sei strano. Nessuno rifiuta mai cibo. Fame acceca ogni uomo, fa impazzire>>.

<< Non sono più un uomo>> gli rispondo sospirando << Non sento più lo stimolo della fame. Ne il dolore. Posso scegliere di non mangiare senza rischiare d impazzire>>.

<< Fortunato>>.

Non rispondo. Mi giro a guardare Giulia. La intravedo all’altro lato del cerchio, in mezzo ad altre persone. Sembra aver fatto amicizia. Sta mangiando, ma è normale. Sono io quello strano. Giusto?

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