Tre racconti di cento parole

Racconti brevissimi per il concorso Montegrappa Edizioni. Selezionato per la pubblicazione “Le ortensie del giardino d’inverno” e quinto premio.

Le ortensie del giardino d’inverno

Piove. Corro lungo il bagnasciuga.

Quando vedo l’albergo seminascosto dalla pineta, mi accorgo della ragazza.

Sembra venirmi incontro. Anche lei fugge dall’acqua.

Quando arriviamo insieme all’ingresso, le chiedo:

– Qual è il numero della tua camera?

– Non alloggio qui. – mi risponde.

La guardo. La sua fluente  chioma sembra voler vestire il suo corpo.

Siamo in costume.

Alle spalle dell’albergo c’è un giardino d’inverno, la prendo per mano. Insieme ci ripariamo tra i fiori.

In silenzio, riscaldiamo i nostri nudi corpi nell’amplesso amoroso.

Quando riappare il sole, lei fugge. Non conosco nemmeno il suo nome.

Ricordo solo il profumo dell’ortensie.

 

Profumo di crisantemi

Due novembre, il tram non è affollato. Seduto vicino al finestrino, guardo la gente per strada che, per il vento, procede con difficoltà.

Cappelli che volano.

Gonne  che svolazzano.

Carte e foglie che mulinano sui passanti.

Mi accorgo, dell’immagine riflessa dal finestrino, che il mio vicino di posto sorride. Commento a voce alta: – Che giornata  divertente.

Nessuna risposta.

Mi giro, il posto è vuoto. Riguardo il finestrino, l’immagine sembra  agitarsi dal ridere. Ho dei brividi.

Appena il tram si ferma, scendo.

Guardo.

Ancora lui! Seduto al mio posto, sorride e mi saluta con la mano.

Domani prenderò la metropolitana.

 

Le patatine fritte

Alle elementari avevo un’amica con le treccine bionde. Insieme ci divertivamo a masticare patatine croccanti.

Quando suo padre ebbe un trasferimento, lei sparì dalla mia vita.

Sono passati più di trent’anni, ieri l’ho rivista. Un giovanotto,  salito sul treno a Firenze, conduceva per mano Matilde.

Il confronto con l’immagine della mia mente era perfetto. Sono rimasto frastornato, più la guardavo e più vagavo nel sogno del ricordo. Perfino il sapore delle patatine invadeva la mia bocca.

– Matilde! – da incosciente l’ho chiamata.

– La mia mamma si chiama Matilde.

Sono due anni che vagabondo per Firenze, come un barbone. Cerco la mamma.

 

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IL rudere – quindicesima parte

Anche questa volta quando il portone si apre, Mora ci avvisa che i castellani sono tutti partiti per la loro residenza di montagna e che torneranno fra un paio di giorni.

Entriamo. Anche volendo andare via non sappiamo come fare a tornare indietro. Questo strano reale sogno può terminare solo all’alba.

Nel cortile troviamo due uomini che stanno rimettendo a nuovo una carrozza. Giulia si interessa alla pitturazione, dando anche qualche consiglio sul colore della vernice.

– Questo verde mi sembra troppo scuro, credo che aggiungendo del colore giallo diventerà un verde più pastello.

I due “restauratori” la guardano con simpatia ma non credo che capiscono la parola pastello. Evidentemente la parola è moderna. Infatti prendono il colore giallo ma si fermano guardando Giulia. Lei allora interviene, miscelando il verde con il giallo.

Quando fa una prova sulla carrozza, il colore viene apprezzato dai due che iniziano la verniciatura.

Aspettando l’ora di pranzo, ci sediamo sulla panchina. È la stessa dove Armela mi ha tentato con un approccio.

Mora ci porta un rinfresco. Mentre lo sorseggiamo lei si siede vicino a me. La panchina non è a tre posti per cui mi è molto vicina. Sento il calore del suo corpo e le mani su di me. La mente trabocca di ricordi, suoi e di Armela. Giulia sorride e pensando di togliermi dall’imbarazzo commenta: – Mi alzo, così state più comodi. Lei non sa che anche Mora è stata nel mio letto.

Io mi sposto ma Mora si riavvicina. Giulia se ne accorge, si alza e dice: – Ah … se è così posso anche allontanarmi.

– Ma che dici? Cosa ti passa per la testa? – rispondo.

– A me niente. Ma a lei … credo di capire. Del resto in questo castello l’amore è al primo posto. Credo per tutti.

Mora non conosce la nostra lingua, ma deve intuire qualcosa perché sorride e se ne va.

Ci risediamo sulla panchina e riprendiamo il discorso iniziato da Giulia sull’amore.

– Hai ragione. In questo castello l’amore o per lo meno il sesso è sempre presente. – le dico.

– È significativo il dormire separati, maschi e femmine, in due ali diverse del castello. – poi aggiunge – Credo che lo facciano anche bene. Hanno una lunga esperienza.

– Anche in questo hai ragione. Lo fanno con molta passione. Stasera rimani anche tu?

Giulia mi guarda negli occhi dicendo: – No. Sei proprio a tuo agio in questo posto. Non rimango di sicuro. A tre? Non ci penso proprio.

– Ma cosa hai capito? Io non intendevo questo. Ma solo che con la tua presenza mi evitavi di tradire Armela.

Dopo pranzo, Giulia vuole scendere a vedere nel cortile come procede il lavoro di pittura. È tutto finito. La carrozza troneggia in bella mostra al centro del cortile.

Commento con fervore: – Non avevo dubbi. Un’esperta come te di colori non poteva fallire.

– Grazie. Ma credo che il bordo giallo non contrasta molto con il verde. Il nero forse avrebbe esaltato meglio il verde chiaro.

– Forse sì, ma mi sembra che il giallo e il verde siano i coloro dello stemma della famiglia.

– Ricordi poco. Il nero è proprio il contorno dello stemma verde e giallo. – sottolinea lei.

A sera mentre mi accingo a spogliarmi sento bussare alla porta. Mi illudo che sia Giulia ma è Mora.

Stasera tradirò Armela. Come ha detto Giulia “sono esperti”. Mora è molto più esperta della principessina.

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Il derby della lanterna

Con il testo di questo racconto ho partecipato al concorso “La stanza di Erato” di Genova. Ho preso il secondo posto, nella sezione racconti, pubblicati nella relativa antologia del 2018.

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Due sono le mie principali passioni, il mare e il calcio.

Gli amici subacquei del club “Azzurra” di Rapallo mi hanno comunicato con un messaggio il loro arrivo sabato mattina di fronte all’arenile di Boccadasse.

Sono sulla spiaggia con tutta la mia attrezzatura subacquea, quando un piccolo gommone si allontana dal grande motoscafo e viene verso la spiaggia. A pochi passi da me noto una ragazza con i capelli rossi. Anche lei con un sacco sportivo simile al mio.

Le sorrido e le dico: – Ciao sono Angelo. Non mi dire che aspetti anche tu gli amici di Azzurra?

Lei mi guarda con occhi blu come il mare e risponde: – Ciao. Hai un intuito invidiabile. Io sono Mariangela.

– Da quando sei iscritta al club? Possibile che non ci siamo mai incontrati?

– Non sono iscritta. Mi ha invitato Giovanni che ho conosciuto allo stadio.

–  Per quale squadra tifi?

– La Sampdoria. E tu non sei tifoso?

– Sì. Ma la mia squadra è il Genoa. Domenica prossima c’è il derby e saremo rivali.

– Ah! Povera Genova … – l’arrivo del gommone l’ha interrotta.

Mariangela ama la natura e, in acqua, si diverte a inseguire i pesci come fosse un gioco. Considera il fucile subacqueo un arma vera e propria.

Sul motoscafo abbiamo fatto coppia, eravamo gli unici single, e ci siamo divertiti raccontandoci  i nostri passati e falliti amori. Le nostre avventure sono molto simili.

Per tutti i pomeriggi della settimana, dopo il lavoro, ci siamo frequentati fino a sera. È nato un feeling molto amichevole.  Sabato sera sotto al suo portone sentivo il desiderio di baciarla, memore delle mie passate avventure, non l’ho fatto.

Prima di lasciarla ho proposto: – Ci vediamo domani?

– Allo stadio? Se cambi squadra potrebbe anche essere possibile. – ha detto, mentre prendeva dalla borsa una sciarpa con i quattro colori della Sampdoria, ha poi aggiunto  – Questa è sempre con me.

– Domani indosserò la mia e ognuno sarà con i propri amici. – ho risposto.

Dopo la partita, finita con il pareggio, ho notato Mariangela insieme al suo gruppo di amici tifosi, che indossava la sciarpa. Nascosta la mia, annodandola alla vita, l’ho avvicinata.

Siamo rimasti insieme per l’intero pomeriggio. La serata si è conclusa nella mia mansarda.

A terra, vicino alla porta due sciarpe avviticchiate come i due corpi sul letto, ricordavano un’antica dimenticata rivalità.

 

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LAfa 31 – Il museo delle riproduzioni d’arte

LAfi organizza una visita al Museo delle riproduzioni, che ospita in una sala le opere di Giosuè Artes, un giovane pittore famoso per i suoi disegni ispirati all’arte classica ma elaborati in maniera moderna.

All’ultimo momento il ragazzo della LAfi non può partecipare perché deve acquistare alcuni prodotti agricoli.

Andranno in quattro. LAfi, ILfi, Francy e Gemi. La Bionda preferisce non partecipare perché non tollera il corteggiamento di Francy a ILfi, il suo ragazzo. Loro  sono in pausa di riflessione, proprio per l’atteggiamento di Francy verso lui.

Prima delle opere del giovane, i ragazzi guardano alcune riproduzioni, sempre di opere famose, eseguite da alcuni allievi dell’Accademia. Sono molto belle e i ragazzi le guardano ammirati.

Anche alcuni quadri astratti sono esposti nella sala precedente a quella dedicata a Giosuè Artes.

 

LAfi legge dal catalogo: – Questa è ispirata al particolare delle tre grazie, nell’opera “La primavera” di Sandro Botticelli. Quella precedente era ispirata alla “Regina di Saba”, sempre un dettaglio, di Piero della Francesca.

Francy: – Che belle, Artes deve essere proprio un genio. – poi rivolta alla LAfi – Tu che hai frequentato l’accademia, lo conosci?

Gemi: – Non è italiano. È argentino.

LAfi: – Sì. Infatti lo conosco principalmente di nome e da una fotografia che ho visto su una recensione.

Nella sala entra un giovanotto con i capelli neri e lunghi. LAfi esclama: – Eccolo. È lui.

Francy: – Che tipo interessante. Andiamo a conoscerlo.

Dopo le presentazioni, insieme guardano le opere in esposizione.

LAfi: – Questa è sicuramente “Leda e il cigno” di Leonardo da Vinci.

Artes: – Esatto. Vedo che sei un’esperta d’arte. Brava.

Francy: – Esperta? Lei è un’artista. Le ho fatto da modella, insieme ad un’amica. Per una composizione scultorea.

Gemi: – A proposito, devo ancora provvedere alla tua parcella.

ILfi si è allontanato e lo vedono che parla con due giovane ragazze.

Gemi commenta: – E bravo. Eccolo a caccia, non perde occasioni.

All’uscita dal museo, non c’è Francy.

ILfi: – Ma Francy dov’è?

Gemi: – Credo che se la sia squagliata con Giosuè Artes. Quando si “appassiona” nessuno la ferma.

LAfi al ILfi: – Anche tu, mi sembra che hai tentato un approccio con due ragazze al museo.

ILfi: – Sì, ma mi è andata male. Erano due straniere. Non parlavano l’inglese, che io un poco   conosco. Erano russe e conoscevano la lingua francese. Ho capito poco o niente. Quella alta, molto simpatica, mi ha dato il suo numero di cellulare.

LAfi: – Bene. Allora qualche speranza l’hai? Il francese, per noi italiani non è difficile.

ILfi: –  Chissà. Devo solo sperare che il loro francese sia perfetto. Cosa che non mi è sembrato per niente. Perché nelle loro frasi ogni tanto qualche parola doveva essere russa o tedesca.

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Il rudere – quattordicesima parte

Il mio amico Giovanni non perde tempo. In attesa dell’autorizzazione per procedere ai lavori di restauro della torre, inizia a portare materiale al rudere.

Inizia con il ponteggio alla torre e la sistemazione di una base provvisoria, nello spazio del cortile, per il montaggio dei pannelli della struttura  provvisoria. Per non rovinare la pavimentazione antica, la base è soprelevata di cinquanta centimetri e poggia su una struttura metallica.

Di pomeriggio raggiungo Giovanni perché ha portato anche i pannelli per la struttura dello studio da montare sulla base nel cortile. I pannelli sono facili da montare, infatti bastano solo tre operai per procedere velocemente.

Prima di sera, arriva anche Giulia. Quando rimaniamo soli, andiamo alla torre. Sorpresa? La botola è coperta da sacchi di cemento e non possiamo accedere al locale sotterraneo. Decidiamo di rimanere anche la notte per poter avvisare Bruno di togliere i sacchi quando arriverà l’indomani, di mattina presto.

Ci adattiamo a dormire nella struttura, montata solo in parte. Siamo fortunati perché il tempo è bello e la nottata si presenta tranquilla. Non riusciamo a prendere sonno, forse perché il luogo ci condiziona. Ad un tratto ci sentiamo l’uno spinto nell’altro e ci abbracciano. Sotto al calduccio della coperta, recuperata in auto, sentiamo un forte desiderio e ci abbracciamo, denudandoci. Durante il rapporto, nella mia mente vedo Armela. Poi sento Giulia che sottovoce nomina Marcus. Siamo insieme ma i nostri amanti sono nei nostri cuori.

La mattina viene costruito un riparo per i sacchi di cemento. È meglio depositarli al coperto nel caso di pioggia.

Io e Giulia torniamo in città, torneremo di sera portando alcune cose necessarie alla nostra permanenza al rudere. Iniziamo così il trasloco.

Tornati al castello, depositiamo nel locale sotterraneo la merce portata.

A mezzanotte siamo al portone del castello per riprendere la nostra avventura.

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LAfa30 – Franca la modella

Gemi insieme a Franca, la nuova amica conosciuta in discoteca, aspetta davanti casa gli amici che ha invitato per festeggiare proprio Franca.

Quando arriva ILfi con Francy sul trattore, la bionda. che è insieme al nuovo compagno, meravigliata così l’accoglie: – Ma che fai usi il trattore come se fosse un auto?

Francy: : – È più comodo.

ILfi: – Per lei si. Per me un po’ meno.

Gemi: – Appena arriva Francy, entriamo in casa.

A casa, dopo un brindisi, Franca: – Che statua favolosa. Io ho fatto la modella all’Accademia. È veramente un’opera eccezionale. Chi è l’autore?

Franca si toglie i vestiti e si esibisce davanti al gruppo marmoreo.

Francy, mentre inizia a spogliarsi: – L’autore è sconosciuto. L’abbiamo comprata da un antiquario. Franca ora ti faccio compagnia.

Detto queste parole Francy si siede a terra di fronte a Franca.

Tutti applaudono le due “spogliarelle”.

Francy e Franca vanno a trovare LAfì nel suo studio. È un periodo che non ha lavora,

LAfi: – Ciao Francy. Come mai da queste?

Francy: – Ti presento Franca, una nuova amica. L’ho conosciuta in discoteca, la sera che tu non sei più venuta.

LAfi: – Per telefono non te l’ho detto che si era fermata la moto. Era sera e per trovare un meccanico disponibile abbiamo perso due ore. Hai detto Franca? Il nome non lo conosco ma la ragazza devo averla vista da qualche parte, la ricordo bene.

Francy: – Capisco. Ha un fisico che rimane impresso.

Franca: – Io non mi ricordo di te. Forse mi hai visto all’Accademia, sono una modella. Non è che lavoro molto ma ogni tanto qualche artista mi chiama.

LAfi: – Comincio a ricordarmi, ti ho visto nei giardini dell’Accademia, eri con il Professore

Toccante.

Franca: – È proprio lui che mi chiama ogni tanto. È un bravo scultore.

LAfi: – Sì. È uno dei migliori. Io sono stata una sua alunna. Forse prima che tu venivi a fare la modella, altrimenti ti avrei ritratta anch’io.

Francy: – Ecco il motivo per il quale siamo venute a trovarti. Ora hai la modella a tua disposizione. E se facessimo un gruppo? Gemi è a lavoro ma sarebbe favorevole anche a lanciarmi come modella.

LAfi: – Bene. Possiamo iniziare domani pomeriggio. Devo comprare alcune tavole grandi perché vorrei prima fare dei disegni preparatori.

L’indomani puntuali, dopo pranzo si presentono le due “modelline”.

Lafi: – Sono pronta. Potete spogliarvi.

Francy: – Nude?

LAfi: – Certo. Perché ti vergogni?

Franca: – Non credo proprio. Le si spoglia facilmente.

LAfi: – Scherzavo. La conosco bene la Francysette!

Per fare un gruppo interessante LAfi propone una posa piuttosto complicata. Le ragazze accettano ma dopo poco già sono stanche.

LAfi: – Nessun problema, vi potete riposare ogni volta che siete stanche.

 

 

Completato il primo disegno LAfi inizia un secondo con una vista frontale. Prima di Franca e poi di Francy.

Mentre si riposano, Francy propone: – Io e Gemi ne abbiamo parlato e vorremmo un gruppo di bronzo.

LAfi:  – Per me va bene. Ma ci vuole più tempo e anche il costo è maggiore.

Francy: – Non c’è problema. Gemi ha un grosso affare tra le mani e non vuole badare a spese.

Dopo un paio di mesi, LAfi fa trasportare a casa di Gemi la scultura di bronzo.

Gemi è entusiasta: – Bellissima. Sei proprio brava. Quale è la tua parcella?

LAfi: – Per gli amici io lavoro gratis.

Gemi: – Non esiste proprio. Se non lo dici tu quanto vuoi, lo decido io.

LAfi: – Va bene. Decidi tu.

Gemi: – Domenica faremo l’inaugurazione con tutti gli amici e provvederò alla tua parcella. Grazie ancora. Sei stata bravissima, anche come scelta della posizione. Mi ha detto Francy che le hai fatto sfinire ma visto il risultato, ne è valsa la pena.

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Il rudere – tredicesima parte

Il portone del castello è chiuso. Aspettiamo.

Passano molti minuti ma nessuno ci apre. Bussiamo più volte, tirando la cordicella della campanella. Sentiamo rumori provenienti da dietro il muro.Tutto è così strano, anche i nostri abiti sono rimasti quelli che indossiamo di giorno.

– Forse siamo arrivati tardi. – dice Giulia.

– Ma no. Prima di mezzanotte eravamo già pronti e il muro era al solito con i mattoni.  Deve essere successo qualcosa nel castello. Aspettiamo con calma. – le rispondo.

Improvvisamente i nostri abiti si cambiano. Dopo un poco il portone si apre. Una cameriera ci dà il benvenuto e ci dice che tutta la famiglia è partita all’alba. Torneranno di pomeriggio inoltrato. Ci invita a entrare.

Penso che potremmo anche andare via ma finche il muro non ritorna di mattoni non è possibile aprire il vano scala che ci conduce fuori. Già una volta abbiamo tentato inutilmente. Siamo nel passato e non tocca a noi decidere il ritorno.

Solo alle sei e trenta di mattina tutto ritorna al presente.

Entriamo.

Appena entrati nel cortile, il maggiordomo è venuto a chiederci cosa desideriamo per pranzo. Non essendoci i castellani tocca a noi decidere. Ordinato il pranzo, propongo a Giulia di andare a passeggiare insieme nel giardino fiorito, anche perché ho notato che tutti i servi sono impegnati a pulire sale e saloni, approfittando dell’assenza dei castellani. Ecco il motivo dei rumori e del ritardo dell’apertura del portone.

– Ti manca Marcus? Di solito è con lui che passeggi. – chiedo a Giulia.

– Sì e no. Non ho una sensazione precisa perché ci sei tu. A te ti manca Armela?

– Hai ragione. Anche a me stare con te non mi dispiace ma lei la sento presente nella mia mente. È una sensazione strana ma non irreale come dovrebbe essere.

– È così. La nostra doppia esistenza è sempre continua nella nostra mente. Più forte quando siamo nel passato, molto leggera e quasi inesistente quando siamo nel presente. Che strana avventura che stiamo vivendo?

– Sì. È strana ma interessante.

Quando siamo seduti a tavola, sarà per l’ambiente, la presenza del maggiordomo e dei servitori, la sensazione si trasforma in piena realtà. Ci sembra di essere noi i signori del castello.

È quasi sera quando arrivano i castellani. Marcus bacia Giulia prima sulla mano e poi sulla bocca. Io mi avvicina ad Armela. Lei per mano e mi conduce nel salottino. Qui mi abbraccia con forza e mi bacia più volte con passione. La vicinanza del giovane corpo adagiato e abbandonato sul mio, accende il desiderio di averla ma il luogo non è adatto e  non so come agire.

Rimaniamo seduti e abbracciati sul divanetto, fino a sera quando la “mia” cameriera viene a prendermi.

Arrivati nella mia stanza sento un forte desiderio di possederla. Il ricordo di Armela, per tutta la serata  stropicciata sul mio corpo, mi ha lasciato una forte voglia d’amore.

Mi avvicino voglioso ma non riesco nemmeno ad abbracciarla che un sommesso bussare alla porta frena la mia passione.

Ci giriamo verso la porta, è Armela che, aperta la porta, si precipita tra le mie braccia.

 

Mora, questo il nome della cameriera, inizia a spogliarmi. Mi siedo sul letto e, a mia volta, inizio a spogliare Armela. Rimasti soli e nudi, finalmente si compie il tanto desiderato rapporto.

La mattina in auto ritornando in città, confido a Giulia il compiuto amore con la principessina. Lei dice che stanotte è stato il suo secondo rapporto con Marcus. Non ha avuto il coraggio di confessare il primo.

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