Il racconto perduto – VII episodio

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Il racconto perduto – VI episodio

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LAfa 19 – La coppia aperta

LAfi e l’amico sono alle prese con una grande scultura.

– Si può? – una voce femminile si sente dall’ingresso.

I due artisti si girano e vedono una giovane ragazza.

LAfi risponde: – Prego si accomodi. Buongiorno.

La ragazza: – Buongiorno anche a voi, artisti all’opera?

LAfi: – Cercavate noi?

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LAfi scende dalla scaletta e insieme all’amico si avvicinano alla ragazza che si presenta:

– Siamo vostri vicini. Abitiamo nella casa che vedete verso la collina. Io sono Francy e lui … – si gira verso l’uscio – ma dove si è cacciato?

In quel momento appare un ragazzo piccolo di statura, magro e barbuto che risponde: – Mi ero fermato a guardare la fioriera stracolma di fiori.

– Lui è Gemi, il mio ragazzo.

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Con strette di mano i quattro ragazzi completano la presentazione.

LAfi: – Io sono Marina e lui Lucio. Gemi? Ma é un diminutivo?

Gemi: – Infatti il nome è Germano, il suo Francesca.

Francy: – Che brutti nomi ci hanno messi. Perché non cambiate anche i vostri in Mary e Luk, sono più simpatici.

L’amico: – Le persone sono simpatiche. I nomi hanno solo un significato indicativo.

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A questa battuta Francy risponde: – Io ti sono simpatica?

L’amico: – È troppo presto per dirlo, ti ho appena conosciuta.

Francy: – Giusto. Mi farò conoscere al più presto. Tu invece già mi sei simpatico.

Gemi: – Che bella scultura … Forse vi abbiamo disturbati?

LAfi: – No. Abbiamo quasi terminato. Una pausa fa sempre bene. Sediamoci. Vi offro un’aranciata?

Francy: – Sì. Grazie.

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Francy: – Voi siete una coppia? Convivete?

LAfi: – Sì. Conviviamo da poco.

Francy: – Noi da due anni. Siamo una coppia aperta?

LAfi: – Aperta? Non capisco.

L’amico: – Ma come? Non lo sai? È dagli anni ’70 che esiste questa definizione.

LAfi: – Mai sentita. Ma cosa vuol dire?

Francy: – Vuol dire che siamo liberi: io posso andare con altri maschi e lui con altre femmine.

LAfi: –Ho capito. Vecchia moda: sarebbero “corna” autorizzate.

Gemi: – No. Diciamo: esperienze diverse.

Francy: – Ora andiamo. Vi lasciamo al vostro lavoro. Torneremo a trovarvi un altro giorno.

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LAfi e l’amico accompagnano alla porta i due vicini.

Francy bacia sulle guance l’amico, Gemi, oltre al bacio prende per la vita LAfi.

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La scultura è completa, mancano solo alcune lisciature. Tra poco arriveranno ILfi e ILpa per aiutare a sistemare l’opera su un carrello.

L’amico: – E brava! Ti sei lasciata baciare dal barbuto.

LAfi: – E tu dalla ragazza. Che tipi!

L’amico: – Hai ragione che tipi strani. Ma cosa vorranno da noi?

LAfi: – Se vorranno quello che penso. Da parte mia la prossima volta che il barbuto si avvicina, un calcio negli stinchi non glielo toglie nessuno.

L’amico: – Fortunata te che puoi. Io che posso … fare.

LAfi: – Ah è così? Provvederò anche per i tuoi stinchi se sarà il caso.

L’amico: – La mia ragazza è una violenta.

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ILfi: – Mentre venivo ho visto una bella bionda, mi ha anche sorriso?

LAfi: – Era Francy, una nostra vicina, è venuta a trovarci.

ILfi: – Me la devi presentare. Deve essere una ragazza simpatica.

LAfi: – È chiaro che le bionde ti piacciono. Ma quando la conoscerai sarai sorpreso.

ILfi: – Perché? Com’è?

LAfi: – Non ti dico altro. Altrimenti che sorpresa è. Forse conviene presentarti con la tua fidanzata, loro sono una coppia.

ILfi: – Non riesco a capire la sorpresa.

LAfi: – Capirai, capirai …

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Il racconto perduto – V episodio

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La cripta di Bremen – III episodio 4

Mentre i demoni si riuniscono per decidere come iniziare la loro … malvagità, i ragazzi del paese riprendono la loro attività, ignari di essere posseduti.

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Stabiliscono di inioziare con la verifica della dipendenza dei posseduti. La prima prova è quella di Marino, il capostazione. Il demone Lunaria si presenta alla stazione e mentre lo circuisce gli ordina di uccidere il quarto passeggero che scenderà dal prossimo treno.

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Seduta su una panchina Lunaria attende di verificare il misfatto. Ma dal treno scendono solo tre passeggeri e il delitto “sfuma”. Marino rimane frastornato colpito da uno  shock mentale che il demone deve rimuovere.  Non può predisporre altro nella mente di Marino perché deve attendere per lo meno un giorno. Due interventi ravvicinati potrebbero nuocere al posseduto.

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Nello stesso momento che Lunaria provava Marino, Giovello seduto al bar condiziona la mente di Matilde, ordinandole mentalmente: porta all’interno del bar, con una scusa, la donna con i capelli neri che si siede con i suoi amici al tavolino vicino all’ingresso, uccidila e nascondi bene il cadavere.

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La ragazza si avvicina alla predestinata e le sussurra qualcosa nell’orecchio. La donna si alza e entra nel bar, seguita da Matilde.

– Dove è la toilette? – chiede alla ragazza.

– Quella dei clienti è guasta. Scenda al seminterrato da questa porta, alla fine della scala troverà il bagno per noi dipendenti.

La cassiera del bar è distratta da un cliente e non si accorge che la donna apre la porta riservata. Matilde esce fuori e da un ingresso esterno, adibito a scarico merci, scende anche lei nel seminterrato.

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Trova la cliente vicino alla porta del bagno riservato al personale che è chiusa a chiave. La posseduta apre la porta e quando la donna sta per entrare, con un foulard di seta le stringe il collo con forza, soffocandola.

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Poi nasconde il cadavere in un sacco che ripone tra i rifiuti.

Gli amici della donna la cercano invano. Poi, come già accaduto altre volte, pensano che si sia allontanata di nascosto.

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Il buco nero – Un nuovo inizio

Il testo di questo racconto è pubblicato dalla Delos Booxs nell’antologia di Fantascienza “Il magazzino dei mondi 3”.

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Noi non possiamo morire – capitolo undicesimo

Il testo (ridotto) è ricavato da “Una pagina al giorno” di Daniele Conventi.

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Camminiamo per altri quattro giorni seguendo la spiaggia. Ogni giorno ci accampiamo sulla sabbia. Li vedo montare quella specie di “stendino” d’ossa e poggiarci sopra una specie di pezza strana, nera.  Il secondo giorno sono andato a vedere meglio. La pezza è un intreccio di capelli.

<< L’acqua di mare evapora con il caldo>> mi ha spiegato Gabino, vedendomi curioso. I capelli assorbono parte del vapore. In qualche modo recuperiamo un po’ d’acqua bevibile.>>.

La sua è una tecnica piuttosto primitiva di distillazione. Immagino che per lui sia un vanto conoscerla.

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Nei giorni seguenti ho provato ad affrontare di nuovo la questione “Oasi”.

<< Com’è li? Perché fai tutto questo?>>.

Gabino mi ha guardato confuso << Credevo ne avessi già parlato>>.

<< Si. Dubito, però, che tu sia stato sincero>>.

<< Allora è inutile che io ti dica altro. Non mi crederesti. Oasi è protetta. E’ tetto per tutti. E’ cibo, acqua. E’ una vita degna. E’ speranza. E io faccio tutto questo perché il mio credo è nato per diffondere speranza>>.

<<Il tuo culto…chi lo comanda?>>.

<<La Morte ci ha mandato due suoi Figli. La femmina ci ha dato la casa, del cibo. Il maschio ci ha dato la parola per diffondere la speranza. La femmina è tornata dalla Madre inverni fa. Ora ci comanda il Figlio.>>.

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Dopo la spiaggia, siamo tornati sulla terra. La pioggia ci ha fatto compagnia a giorni alternati.

Durante un giorno di pioggia battente e impetuosa, mi sono accorto che stavamo fiancheggiando un villaggio. Nessuno dei predatori ha dato segno di intenzioni belliche. Ci hanno squadrati, indecisi sul da farsi, per poi lasciarci andare via. Il numero ci ha fatto da scudo, almeno con loro.

Giulia non mi ha parlato per tutto il tempo.

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Il mio malessere non passa. So che rifiutando il poco cibo che abbiamo la mia condizione non migliora. Non sento fame, non posso morire (non ancora) anche se resto debole, lo so.

Quasi ogni notte sono costretto ad alzarmi e allontanarmi per tossire. Sputo sangue a fiotti ed è sempre più nero e denso. Alcune macchie sono diventate più grandi. Delle volte faccio fatica a respirare. Ho le vertigini. Sensazioni e malesseri di un’altra vita, di una vita più umana. In altri tempi ne sarei rimasto spaventato. Ora sono solo segnali di una lunga e tortuosa strada che sta per terminare.

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Ogni giorno di marcia, vedo quella che un tempo era una semplice striscia dell’orizzonte diventare montagne. Roccia e terra si staglia sempre più alta, imponente, davanti a noi..

<< La direzione è giusta?>> chiedo a Gabino.

In risposta l’uomo mi indica una delle montagne << Lì>>.

<< Dobbiamo scalare? Salire sopra la montagna?>>.

Mi fa segno di no con la testa << c’è un passaggio. Difficile da trovare, nascosto. Io però lo conosco. Solo…>>.

<< Solo…?>>.

<< E’ pericoloso>> mi risponde, prima di dare l’ordine di fermarsi.

Tutti si fermano e rimangono in attesa.  Gabino, dal centro, tutti lo possono ascoltare, vederlo in volto e gesticolare.

<< Siamo quasi arrivati a destinazione. Passeremo nella roccia. C’è una strada. Finita quella, vedrete l’Oasi e sarete benedetti dal Figlio che ci guida. La strada che ci attende, però, è pericolosa. Dovete seguirmi, fare quello che vi ordinerò. Saremo al buio, ma i Figli ci hanno donato la luce per quando ne avremo bisogno>>.

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La montagna di fronte a noi ci sovrasta. Continuiamo ad avanzare mentre il terreno si fa sempre più ripido costringendoci, dopo poco, a rallentare e ad aiutarci con le mani. Rocce e massi franati sono disposti lungo tutto il pendio.

Gabino mi aiuta a salire. Il percorso è sempre più ostico e la strada sdrucciolevole. Vedo solo un muro di pietra nuda. Nessuna entrata.

<< Sei sicuro che sia qui?>>.

Gabino guarda avanti, concentrato.

<< Sono sicuro. Non è la prima volta che uso il passaggio. Ho buona memoria>>.

Non abbiamo ne corde ne rampini, ma iniziamo a scalare. Sfruttiamo gli appoggi naturali seguendo passo passo i movimenti di Gabino. Io salgo, ma con lentezza e con fatica.

La scalata non è così lunga. Forse trenta metri, forse poco di più. Ci fermiamo su un piano di roccia.  Non c’è altro. Un piano vuoto, una piccola grotta in penombra e basta.

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Cerco un’apertura mentre prendo fiato e mi massaggio le gambe. Ho i muscoli indolenziti e il fiatone. Sono l’unico in queste condizioni.

Gabino raggiunge una delle pareti vuote della grotta, vi poggia una mano contro ed inizia a camminare mantenendo il palmo sulla roccia.  Si ferma dopo pochi passi, dal modo in cui tocca, credo che abbia trovato una fessura. Vi infila le dita e comincia a spingere. Gabino chiama a raccolta un paio dei suoi proseliti e indica loro di aiutarlo a spingere. Continuano ad allargare la fessura fino a quando non si forma un’apertura abbastanza larga da far passare un paio di persone.

Iniziamo a entrare. Mi fanno passare per primo, per ultimi Giulia, Gabino e i due proseliti che lo hanno aiutato.

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Appena lasciano andare la pietra, dietro di noi il passaggio si chiude, lasciandoci nel buio.

<< Mettete la mano destra lungo la parete>> sussurra il sacerdote, mente l’eco trasforma la sua voce in un rombo.

Lo sento muoversi verso il resto del gruppo. Quando ha finito lo sento tornare al mio fianco.

<< Controllavo che tutti poggiassero la destra. Non tutti la sanno distinguere>> poi inizia a battere i piedi sulla roccia. Il rumore è attutito ma i calli dei piedi sono abbastanza duri da far rumore. << Seguite miei passi>> ordina al resto del gruppo, prima di iniziare a camminare.

Ci addentriamo nel passaggio camminando nel buio più completo. La nostra unica bussola è la parete e il suono dei nostri passi. Dobbiamo evitare le piccole rocce aguzze e le stalagmiti più basse. Spesso il suono dei nostri passi si mischia ai mugolii di dolore di qualcuno dei nostri che ha avuto la sfortuna di trovarsi con un piede bucato.

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Una tenue luce interrompe la routine. Un foro sottile, un filo  di chiarore. E’ qualcosa di tenue che a malapena riesce a farsi spazio nelle tenebre, ma ai miei occhi è quasi accecante.

Riesco a scorgere Gabino davanti a me. Ha entrambe le braccia allargate. Una è rivolta verso il muro, l’altra si estende a sinistra, verso il vuoto, come a cercare qualcosa.

<< Cosa stai cercando?>>.

<< Altra parete>> mi risponde tranquillo << Quando riuscirò a toccare una parete anche con la sinistra, vorrà dire che siamo al primo bivio. Guarda. Riesci a vedere?>>.

Mi indica un punto oltre il filo di luce. A malapena rischiarato, intravedo un bivio.

<< Fermi tutti!>> ordina Gabino. La sua voce rimbomba nella roccia rendendo ancor più perentorio il suo comando.

<< Non ricordi la strada?>>.

<< Io ricordo. Ma non possiamo più andare avanti nel buio>>. Mentre parla, lo sento frugare sotto la veste. Tira fuori qualcosa. Sembrano dei piccoli bastoni.

<< Tieni, reggi>> mi ordina, poi torna a frugare sotto la veste. I bastoni sono coperti di cuoio e qualcosa di strano. Tira fuori due pietre. Le fa sfregare tra loro. Delle scintille emergono del buio. Quattro lampi, poi la luce, il calore. Il fuoco scoppietta sopra la torcia rudimentale.

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