PASQUA 2021

Auguri dai personaggi dello “specchio del nonno”.

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Lo specchio del nonno – 6

Primo giorno – parte 6

Il presunto fratello ha finito di pranzare. Odla si ferma un momento e l’osserva in silenzio. Era discesa senza far rumore, lui non se ne è accorto perché è seduto con le spalle alla scala e armeggia in una strana valigetta nera. Forse è un computer portatile pensa Aldo.

Sulla parete opposta alla porta d’ingresso vi è un’altra uscita, è verso quella che Aldo si dirige, apre piano la porta ed esce. Sul retro della casa c’è l’orto, non è molto diverso da quello di suo nonno che aveva passato tutta la sua vita in campagna.

Sul prospetto posteriore della casa vi sono alcune porte, quella che lo attrae maggiormente è una che luccica. È di metallo. C’è un chiavistello esterno ma non è chiusa, entra e la luce si accende automaticamente. Il locale è abbastanza ampio, sulla parete di fronte alla porta vede quella che sembra una lavabiancheria, non ha l’oblò forse lo sportello è sistemato in alto. Si avvicina, è proprio una lavatrice per biancheria, se ne accorge dai simboli stampati su un piccolo pannello superiore. Guarda in giro per vedere dove poteva sistemare i panni da lavare, affianco alla lavatrice vede un armadio a muro. Aperto l’armadio dentro vi è un grande cesto per la biancheria, detersivi vari e altri oggetti di vetro, di ferro. Di alcuni non ne capisce l’uso. Toglie dalla busta gli indumenti e li mette nel cesto, nell’armadio posa anche la busta, avendone viste anche altre simili.

Chiuso l’armadio, la sua attenzione è attratta da due grossi cubi metallici posti vicino alla parete di destra. Questi due macchinari sono collegati tra loro da alcuni cavi elettrici, altri raggruppati a treccia salgono verso il soffitto dove spariscono in una specie di canna fumaria. Anche se incuriosito decide di non approfondire il sopraluogo. Esce dal locale e si sofferma nell’orto, è piccolo ma ben organizzato. Vialetti pavimentati con pietre grigie separano colture diverse; tutori di legno e fili, forse di canapa, sostengono le piante lungo i solchi. Lungo i vialetti pavimentati corrono i tubi di irrigazione. Alcune colture possono essere protette da serre, infatti si vedono i sostegni e le tende arrotolate pronte all’occorrenza. Al paragone quello del nonno lui lo ricordava molto più semplice e meno attrezzato.

Quando rientra in casa il fratello ha ancora la valigetta nera aperta, questa volta nota la presenza di Odla, la guarda e le dice: – Da dove vieni? Non dovevi fare i compiti?

–  No. Ho controllato il diario, per domani niente compiti.

–  Considerando che non hai nulla da fare. Ora ti occupo io. Sei disposta a farmi un piacere?

–  Sì, quale? – mettere un poco in ordine il tavolo e sistemare le briciole nel secchio, fuori la porta dell’orto.

–    Cosa posso sperare di avere in cambio?

– Come? Da quando sei così esigente. Hai dimenticato le cose che ho fatto per te?

–  Scherzavo. Volevo vedere la tua reazione

–  Sei strana Odla, come ti vengono queste idee. Vuoi forse studiare psicologia? Aspetta prima di crescere. Cara sorellina.

Odla sorride, ma non aggiunge altro. Ha scoperto due cose, prima la certezza della parentela e poi il debito con il fratello per le “cose fatte”. Chissà quali sono queste cose, così come lui l’ha detto devono essere molte e importanti. Libera il tavolo e mette le briciole nel secchio. Pensa anche come potrebbe scoprire il nome del fratello. Era una situazione imbarazzante, trovare un fratello e non poterlo nominare. Già, ormai di situazioni imbarazzanti ne aveva da vendere.

Il fratello, chiuso il computer, sale la scala che va al piano superiore, Aldo pensa di approfittarne, forse vicino alla scatola c’è il nome, guarda, non c’è. Apre il computer, ma è solo una cassetta da lavoro, piena di circuiti stampati e vari componenti elettronici.

Qualunque cosa pensa è sempre contraria alla realtà. Ma che realtà è?

È stanco anche di scoprirla, si accascia su una sedia e rimane con la testa tra le nuvole.

A un tratto sente un campanello e delle voci allegre, si sveglia dal torpore mentale e si accorge che sono giunte le amiche.

La recita deve riprendere.

Si alza e apre la porta, le amiche ridendo e gioendo entrano e insieme, con tono canzonatorio, dicono:

–  Ma non sei ancora pronta? Fai presto, preparati.

  Sono pronta. Vi aspettavo.

– Ma non vorrai uscire con la gonna? – guarda le amiche, hanno indossato pantaloni e maglietta con maniche lunghe.

Onavi esclama: – Ma non sei mai stata al ruscello? Vuoi rovinarti le gambe e le braccia?

–  Aspettate un attimo, mi cambio subito. Certo che sono stato al ruscello, tante volte.

Rimane impalato quel “sono stato”, proprio non ci voleva ma fortuna vuole che mentre lo diceva anche Oilitta ha detto qualcosa, la coincidenza sonora non fa capire il lapsus. Lo intuisce mentre di corsa si avvia per le scale, allora aggiunge:

–  Oilitta, ma che dici? Non ho capito.

Per guardare Oilitta mentre sale, riesce d’istinto a non scontrarsi con il fratello che scende ma perde l’equilibrio, inciampa e se il fratello non l’avesse presa al volo sicuramente avrebbe ridiscesa la scala senza l’uso dei piedi.

–  Bravo Aniram, l’avessi io un fratello così! Che ottimi riflessi hai. –Esclama applaudendo Oilitta poi, rivolta a Onavi:

– Tu non lo conosci, lui è il fratello di Odla.

Che risponde: – Per fortuna è anche un fratello pronto e robusto. Ciao, io sono Onavi, una nuova amica di Odla.

Aldo non sente altri convenevoli sia perché corre in camera sua appena il fratello lo mette in piedi, sia perché cerca di ricordare il nome che ha pronunciato Oilitta: Aminar, Animar o Ariman. Niente da fare il nome non è riuscito a sentirlo bene, del resto in quel momento precario aveva intravisto una pericolosa “discesa libera”.

Apre l’armadio, non ha difficoltà a trovare una maglietta a maniche lunghe e un pantalone, per il pantalone ne sceglie uno di colore blu, come l’ha visto indossato da Onavi. Si cambia gli abiti, mette la gonna e la maglietta sulla sedia, così come l’aveva trovate la mattina e scende la scala lentamente.

Al piano terra trova solo le amiche che l’aspettano, chiede: – E mio fratello? Dov’è?

– Ha preso la sua valigetta ed è uscito, sarà ritornato al lavoro. – risponde Oilitta. 

Aldo. con la speranza di scoprire il nome sconosciuto, dice a Onavi: – Hai conosciuto mio fratello. Hai sentito che nome strano ha?

– Strano? Non mi sembra proprio, mio zio e anche un mio cugino hanno lo stesso nome. È un nome comune. Non l’ho sai?

– A me piacciono i nomi brevi, come il mio, il tuo e anche quello di Oilitta.

– Ma che dici? Quello di Oilitta è più lungo di quello di tuo fratello, ha una lettera in più. Ora andiamo, non abbiamo molto tempo, prima dell’imbrunire dobbiamo essere di ritorno.

Escono dalla casa, salgono sulle biciclette e si avviano dal lato opposto a quello della scuola. Dopo una decina di minuti escono dalla strada principale e prendono un sentiero di terra battuta che porta verso un bosco. Onavi conduce il terzetto con un andamento piuttosto veloce, Aldo, che segue le due amiche, si accorge che i piedi delle amiche girano lentamente. Le biciclette dovevano avere un cambio nascosto perché lui non riesce a vederlo, anche lui gira i pedali lentamente ma le biciclette hanno tutte la stessa velocità. Lui non era mai salito su una bicicletta ma le conosceva abbastanza bene, le aveva comprate ai suoi figli.

Guarda attentamente le biciclette delle due ragazze che lo precedono sono diverse solo nel colore, il modello è lo stesso.

Lasciate le biciclette sotto a un grande albero, le ragazze si siedono in riva al ruscello. Onavi si toglie le scarpe e i calzettoni, si arrotola i pantaloni fino al ginocchio e scende nel torrente. – Venite ragazze, l’acqua non è fredda.

– Aspetta, veniamo. Dai Odla andiamo anche noi.

In pochi attimi le ragazze si tolgono le scarpe e i calzettoni, Odla, mentre arrotola i pantaloni fino al ginocchio, si accorge che Oilitta li ha proprio tolti.

– Ma che fai? Oilitta. Ti vuoi spogliare tutta?

– Ma no, Odla non ti preoccupare non vedi che ho i pantaloncini corti del costume da bagno, così posso divertirmi senza pericolo di bagnare i pantaloni, come farete voi due.

– Brava Oilitta. Questo proprio non me lo aspettavo, la prossima volta verremo anche noi attrezzate con il costume – urla dal ruscello Onavi.

Il ruscello è molto calmo, la corrente è minima per cui si può tranquillamente anche guadare in molti punti

Oilitta scorazza con maggior agio nell’acqua, le altre due, anche facendo attenzione, si bagnano i pantaloni. Odla solo un poco sulle gambe al di sopra dei ginocchi, Onavi molto di più anche a causa di una perdita di equilibrio.

Le tre ragazze si divertono a osservare, lungo la riva. I piccoli abitanti del ruscello. Poco più avanti, dove il ruscello curva, trovano uno stagno, forse l’acqua travasata dal ruscello durante le piogge. Nell’acqua stagnante la vita dei piccoli abitanti è tranquilla ed è più facile osservarli. Rane e ranocchi, per nulla intimoriti dalla presenza delle fanciulle, saltellano continuamente. Un ranocchio salta su una pietra, vicino alle gambe di Onavi che si è seduta su una grossa pietra, proprio nel mezzo del pantano.

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Lo specchio del nonno di Aldo – 5

Primo giorno – parte 5

– Ragazzi state attenti un momento. La vostra compagna ha chiesto un consiglio per colorare il cielo. Se per il campo di papaveri i colori scelti dovevano essere, più o meno, uguali per tutti: un rosso e due verdi, per il cielo siete molto più liberi di scegliere i colori che vorrete. Ovviamente sempre tre colori del cielo, questi tre colori gli sceglierete in base alla vostra decisione sull’ora e sulle condizioni del tempo. Qualunque sia l’ora considerate, per il momento, sempre il sole alle vostre spalle. Potreste avere difficoltà, con questa tecnica, a inserire il sole nel cielo. Poi con più esercitazioni vi sembrerà molto semplice farlo.

Con la spiegazione approfondita ha capito così bene che gli viene in mente una domanda:   

–  Professore scusi, volendo rappresentare la mattina molto presto e il tempo sereno posso lasciare le superfici piccole bianche nel cielo?

– Certo che puoi. Hai deciso bene, io ancora non l’ho spiegato – è la risposta. 

Un’alunna osserva: – È chiaro. Il bianco sempre un colore è. 

–  Non mi sembra proprio. Il bianco e il nero sono solo la luce o la non luce, cioè il buio –risponde Aldo.

La risposta pronta di Aldo meraviglia molto il professore che esclama: –Esatto Orim, ma tu come lo sai? Chi te lo ha spiegato? Dove l’hai letto? –  Me l’ha detto mio nonno. Se ho un padre, devo avere anche un nonno, pensa.                                                                                                                                           

La famiglia anche in questo strano posto sembra una certezza. Ormai doveva essere pronto nelle risposte, poi capisce che sono molto più difficili le risposte che le domande, anche perché queste ultime si possono evitare.

Completata la campagna si dedica al cielo, questa tecnica comincia a piacergli. Quando da ragazzo aveva frequentato la scuola media, la materia Educazione artistica non era stata molto lusinghiera per lui che non era portato per il disegno, inoltre l’insegnante spiegava poco le tecniche lasciando disegnare liberamente e lodava sempre gli stessi, i più bravi.

Passano quasi due ore, quando il cielo comincia a essere completo Aldo è soddisfatto. Quando la lezione finisce, vengono raccolti gli elaborati, gli album e le cassette di legno. Queste due ore di lezione sono state piacevoli e divertenti.

Le due personalità, l’uomo maturo serio e l’adolescente allegra e spontanea, vivono in lui senza interferenze, a volte prevale l’una a volte l’altra. Anche di questo lui comincia ad averne consapevolezza. A scuola si sente molto Odla, molto di più di come lui aveva deciso di essere per migliorare l’adattamento. Quando riflette è Aldo, quando invece si abbandonava alle sensazioni, alla spensieratezza, al vivere pratico, prende il pieno possesso del corpo e della mente Odla. Ecco perché era rimasto indifferente alle moine affettuose delle mani della sua amica Oilitta.

Lui, in un primo tempo, aveva pensato in una convivenza di due esseri ma ora, dopo queste ultime esperienze, ha cambiato idea. Non gli sembra proprio convivenza ma ha la sensazione che sia probabile un’alternanza.

Come un automa Aldo ha preso la cartella e ha seguito gli alunni che lasciano l’aula. Vicino alle biciclette trova Oilitta, uscita prima di lui, e Onavi che l’aspettavano.

Aldo mette la cartella a tracolla e sta per prendere la bicicletta quando Oilitta, che insieme all’amica l’osservava in silenzio, l’accoglie con una delle sue solite battute:

 –  Come si vede che la ragazzina non fa fondo! Se ne viene piano, piano come una palla.

– Ma tu sei sparita come una freccia, altro che fondo. Ricordati che la palla, se lanciata bene, è molto veloce. Carina – risponde Odla, mentre con il pollice e il dito medio prende il naso dell’amica e glielo “scampana”.

Onavi, comincia a ridere vedendo Oilitta piuttosto sorpresa dalla reazione di Odla, quindi interviene dicendo:

– Se continui così, altro che carina? Le verrà un naso rosso a peperone – e,continuando a ridere, aggiunge – Odla, lascia stare il bel nasino. Stabiliamo a che ora vogliamo vederci per la passeggiata.

Odla, sempre con il naso di Oilitta tra le dita risponde: – Io non conosco il vostro indirizzo, venite voi a prendermi a casa.

Oilitta emette un lamento, il naso le duole, Odla lascia il naso che, dopo tanti tintinnii, veramente si è arrossato. Onavi guarda il naso rosso e sentenzia:

–  Come punizione per le tue battute sceme mi sembra abbastanza saggia, ne terremo conto. È vero Odla?

–  Povero il mio naso. Siete impazzite! E poi se una mia battuta non è scema. Cosa fate?

–  Battuta non scema? Perché sei capace di farla? –dice Onavi.

Odla fa la mossa di prenderle ancora il naso poi l’abbraccia ed esclama:– Carina con il nasino rosa. Lei è sempre la mia amica preferita, dopo Onavi però.

Oilitta non dà peso alla battuta, distratta e contenta dell’abbraccio dell’amica che ricambia con forza. Onavi, ancora ridendo, prende la sua bicicletta e dice:

–Ciao Odla, non la stritolare troppo. Allora ti veniamo a prendere a casa verso le cinque del pomeriggio, prima io passo a prendere Oilitta.

– I compiti li facciamo insieme? –dice Odla

–  Ma sei proprio una fuori i regolamenti, io non voglio essere punita –esclama Oilitta, e mentre si stacca dall’abbraccio continua – No, non ci sto. È pericoloso, pensa che noi abitiamo vicino e non ci è mai venuto il pensiero di farlo. Ho ragione a dire che sei un poco strana. È da stamattina che dici cose curiose. Oppure è uno scherzo che ti è venuto in mente? Ho capito sei una che si diverte. Vero?

–  E tu ci caschi sempre simpatica scemetta. È chiaro che scherzavo. Onavi tu l’avevi capito. Vero?

–  Sì, ma non subito. Poi quando Oilitta ha protestato e tu la guardavi fingendo anche meraviglia, ho capito che la prendevi in giro. Ciao, amiche mie.

Onavi parte veloce con la bicicletta. Odla sorride all’amica, sale sulla bicicletta, con la mano libera carezza il viso di Oilitta, le butta un bacio e segue Onavi.

Solo per un attimo pensa compiti insieme. Doveva adattarsi senza pensare troppo e senza chiedere, oppure capire a chi e come chiedere. Pedalando veloce raggiunge Onavi, le si accoda e dopo pochi metri anche Oilitta si unisce al gruppo. Il passaggio a livello è aperto per cui il ritorno è veloce. Quando arrivano nei pressi del cancello della casa di Odla, le tre amiche si salutano con gesti affettuosi.

Il cancello è socchiuso, si ferma e lo spinge con la ruota anteriore. Entra, posa la bici e si avvia verso la porta.

Si ferma un attimo a guardare la casa, è semplice ma ben rifinita con legno e piastrelle di maiolica. È ornata da vasi di terracotta, sistemati lungo il muro, che contengono fiori colorati e curati. È proprio una casetta piacevole, curata e pulita. Entra in casa. Al tavolo della cucina è seduto un giovanotto che pranza da solo, non vede la mamma. Senza perdersi di coraggio dice ciao allo sconosciuto e poi subito aggiunge:

– Dov’è la mamma?

– Ma che dici Odla? Sono anni che quando torni da scuola, la mamma è al lavoro. Oggi cosa ti salta in mente?

– Ho sbagliato. Stavo pensando al compito in classe di domani. Volevo dire cosa ti ha cucinato la mamma?

Anche se con imbarazzo nel trovare al momento le parole, riesce a cavarsela anche questa volta e, come si era abituato già dalla mattina, previene un’eventuale risposta con una domanda:

– Il compito è un tema sulla mia infanzia, ti ricordi qualcosa di interessante che potrei scrivere? Io mi ricordo troppe cose e non saprei scegliere.

– Quando tu eri piccola io già andavo a lavorare. Mi ricordo poco. Solo che stavi spesso insieme ai gemelli che abitavano nella casa accanto. E poi ricordati che anche questo significa aiuto scolastico. Te la devi cavare da sola altrimenti è falsato l’esame orientativo. Tu questo lo sai bene. Non ci tentare Odla.

– Va bene, ho capito. Non mancherò ai miei doveri. Vado sopra nella mia camera, comincio a fare i compiti perché alle cinque vengono due mie amiche. Andiamo a fare una passeggiata.

Detto questo Aldo, con la testa piena di pensieri, sale velocemente le scale e sparisce nella camera di Odla. Posa la cartella sul tavolo, si toglie il cappello che aveva ancora in testa, si avvicina allo specchio e pone la mano sulla superficie vetrata. Sente il freddo dello specchio ma nulla accadde. Niente da fare deve rimanere Odla.

All’inizio era interessato e divertito ora, dopo poco più di mezza giornata, è ancora interessato ma preoccupato, sente troppe diversità. In quelle poche ore già ne aveva scoperte alcune ma chissà quante l’aspettavano al varco.

Per sottrarsi ai troppi interrogativi che cominciano ad affollare la sua mente decide, per l’ennesima volta, di lasciarsi andare in Odla e aspettare gli eventi.

Un ultimo pensiero però affiora nella sua mente aveva quasi certamente un fratello, questo l’intuisce ma non conosce nemmeno il suo nome.

In realtà non conosce né il nome della bionda madre né quello del padre. Il padre non l’ha nemmeno visto però sa forse il suo cognome, sempre che in quel posto i figli portano il cognome paterno.

Guarda l’orologio che sta su una mensola vicino al letto, mancano trenta minuti alle cinque, tra poco vengono le amiche. Forse è meglio vedere i compiti. Apre la cartella e prende il diario, riesce a individuare il giorno per le materie della mattina. Per l’indomani non ha compiti perché tre ore di lingua sono dedicate al tema in classe, le altre ore dell’orario sono due di teatro e una di attività. Le ore di teatro gli sono più o meno chiare, quella di attività non produce nessun pensiero. Chissà quale attività è?

Quando rimette il diario nella cartella si accorge della busta con gli indumenti ginnici, la prende ma non sa cosa farne, forse deve portarla nel bagno o giù dalle parti della cucina. Non ne ha la più pallida idea. Pensa anche che forse tocca a lui lavare gli indumenti. Ma come? Nel bagno, la mattina, non aveva visto nessuna lavatrice. Chissà se esisteva la lavatrice. Forse c’è il lavatoio all’aperto come nelle campagne da lui conosciute. Decide di girare per casa e fare una ricognizione.

Passando avanti lo specchio vede l’immagine di Odla e ha un piccolo sobbalzo, ancora non si è abituato alla sua nuova immagine ma subito si riprende, e rivolto all’immagine dello specchio dice:

– Odla, aiutami tu. 

Non ha risposta, per sua fortuna! Dopo aver controllato se nel bagno c’è qualcosa che somiglia a una lavabiancheria, scende al piano terreno con la busta degli indumenti.

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Lo specchio del nonno – 4

Primo giorno – parte 4

La professoressa chiama alla lavagna un alunno che si comporta da saputello antipatico, divertendosi ogni volta che, alla fine di ogni esercizio, gli alunni sono invitati a dire il proprio risultato. La maggioranza degli alunni ha risultati non corretti, sia per il primo compito che per il secondo. Quando è il turno di Aldo, i risultati risultano ambedue esatti. Avverte un forte il desiderio di rivolgere qualche commento al compagno antipatico ma poi decide di non mettersi troppo in mostra. Dopo la correzione, l’insegnante passa per i banchi a vidimare i compiti, quando sigla i suoi, rivolta verso l’alunno che era ancora alla lavagna, impegnato a pulirla con il cassino, dice: – Assemaloc hai una rivale, Orim è anche più veloce di te nei passaggi.

Che soddisfazione! Odla si alza in piedi e caccia “sonoramente” la lingua al compagno. Lui non è potuto intervenire, la reazione tipicamente femminile è stata troppo immediata. Comunque la condivide in pieno.

La professoressa sottovoce gli dice: – Perché non sali in piedi sulla sedia, come stamattina?

Gli insegnanti di quella scuola sono molto bravi, attenti ma principalmente ironici. La lezione poi diventa priva di interesse. È solo un’esercitazione in classe sui problemi simili a quelli fatti a casa, causa il basso numero di risultati esatti raggiunti.

Quando suona il motivetto per la fine dell’ora, gli alunni si alzano in piedi per uscire. Oilitta lo prende a braccetto e lo conduce fuori. Dopo l’ingresso C, quello della palestra, entrano in un vestibolo di un self-service, lo capisce dal viavai di alunni con vassoi vuoti e pieni. Anche lui e l’amica si armano di vassoio e si avvicinano al banco distribuzione.

I piatti sono già pronti e quando diminuiscono sono subito ricollocati dagli addetti alla cucina. Sono disponibili due primi: zuppa di verdure e pasta al sugo. Aldo prende la coppetta con la zuppa, essendo in campagna doveva essere naturale e buona. Oilitta, invece sceglie la pasta, dicendo che la verdura sua madre la cucina sempre per cena. La scelta delle altre pietanze è uguale per le due amiche: cotoletta e patate, succo di frutta e un piccolo pasticcino con crema.

Trovati due posti vicini, iniziano il pranzo. Oilitta gli dice di fare presto a mangiare così dopo possono cercare Onavi, per “digerire” insieme. Lui nota che il linguaggio adoperato dall’amica è spesso allegro. Per non deluderla mangia velocemente. Tutto ha un buon sapore, il succo di frutta è una spremuta d’uva dolce e squisita. Finiscono presto, mettono a posto i vassoi e cercano Onavi. Non la trovano.

Uscite dal self-service, la vedono fuori che sta ancora consumando il suo pasto seduta su una panchina, dalle parti del parcheggio bici. È seduta tra due maschi e parla con uno dei due. Oilitta si avvicina piano all’amica senza farsi vedere e, quando è alle sue spalle, si abbassa e si mette a origliare.

Odla rimane in disparte per osservare la scena. Onavi, distratta dal parlare, non si accorge della spia fino a quando Oilitta, divertita da qualche parola sentita, comincia a ridere clamorosamente. Onavi si gira, guarda l’amica che ridendo si è seduta per terra, e senza scomporsi la prende per i capelli e, ridendo anche lei, le si butta addosso come una lottatrice. La mette schiena a terra facendo finta di schiaffeggiarla. La maggiore prestanza fisica di Onavi non permette all’amica di togliersi dalla scomoda posizione. I due ragazzi partecipano al gioco incitando e applaudendo la dominatrice dell’incontro. Oilitta sta allo scherzo e recitando grida: – Aiuto, aiuto! Odla salvami da questa furia, vuole distruggere il mio bel viso.

– Eccomi, sei salva. Ora intrecciamo queste belle trecce –dice lui, mentre prende delicatamente le trecce di Onavi facendo finta di annodarle.

– Ah no! Le trecce proprio no. Mi arrendo. Due avversarie sono troppe –dice la ragazza lasciando libera l’amica.

Le due fanciulle si alzano, i ragazzi si allontanarono ridendo. Aldo si sofferma un attimo a osservare Onavi. È un poco più alta di lui ed è anche già più donna, i fianchi ben pronunciati e ha il seno già ben sviluppato. Ecco perché stava con i due ragazzi. Per approfondire l’argomento chiede:

–  Allora cosa hai scoperto origliando. Occhiverdi è corteggiata dai maschietti?

–  Ma che dici!? Vuoi imitare Oilitta con le sue battute sceme? – risponde Onavi

–  Non darla retta, oggi Odla è molto strana, sembra fuori di testa. Si è fissata con i tuoi occhi verdi, anche in classe l’ha detto.

Onavi replica: – Lascia stare gli occhi! Ma il fatto dei maschietti come le viene in testa? Corteggiata? Cosa vuol dire? Forza Odlaconfessa cosa significa.

 – Niente. È una mia invenzione – risponde lui, ma comincia a preoccuparsi, decisamente l’adattamento è piuttosto difficile. Non riesce a capire perché alle ragazze sono sembrate così strane le sue parole.

Le sue amiche cominciano a ridere, guardando la sua faccia preoccupata, poi Onavi la prende a braccetto: – Dai non ti preoccupare troppo, capita a tutti di parlare senza pensare. Tu inventi termini difficili a capire. Se veramente ti interessa quello che dicevo con il mio compagno, te lo posso anche dire. Litigavamo sulla lezione di geografia perché lui insisteva che l’oceano Pacifico è più è piccolo del Mediterraneo, che ignorante.

Suona la sirena per rientrare in classe, salutano Onavi e si avviano verso l’aula, questa volta lui prende a braccetto Oilitta. È meglio imitare tutto quello che fanno le sue amiche.

Quando è seduta al suo posto, prende dalla cartella il diario per vedere in quale giorno avrebbero fatto geografia. Nell’orario geografia non figura proprio. Cerca allora la materia di quell’ora. Che giorno della settimana è? Neanche questo sa, ma è facile a scoprirlo. La giornata era cominciata con Italiano, già pensa ma era italiano? Sulla grammatica c’è scritto solo grammatica e, poi nel diario non c’è mai scritto italiano. La parola abbastanza ricorrente è Lingua. Ma è in Italia? Matematica c’è, Ginnastica anche. E poi vi sono tante altre materie: Grafica disegnata, Arte visiva, Letteratura, Laboratorio I, Laboratorio II, Teatro, Attività e una proprio incomprensibile chiamata Eliottica.

Non riesce a capire il giorno della settimana distratto dalle materie, anche perché inizia la lezione di Arte visiva.

L’insegnante è maschio, giovane con i capelli rossicci. Tre alunni prendono, da un armadietto a muro, delle scatole di legno e degli album da disegno che distribuiscono all’intera classe.

La scatola, che Aldo subito apre appena consegnata, contiene una completa attrezzatura per il disegno che va da semplici matite colorate a colori in tubetto, oltre a pennelli, squadrette, curvilinee, forbici, spilli, colla, strisce di carta colorata un’attrezzatura d’artista pensa.

Mentre osserva il contenuto della scatola, segue anche quello che avviene in classe, consapevole dei vari equivoci avvenuti per sua distrazione nelle altre ore di lezione. Vede altri alunni distribuire cartoncini che l’insegnante aveva portato in classe, in una cartella rossa

Il suo elaborato è incomprensibile, lo guarda con attenzione per cercare di capire.

Una superficie disegnata a matita e ripetuta per centinaia di volte, una sull’altra con tante macchioline di colore rosso.

Vede i suoi compagni già all’opera, tutti impegnati a colorare velocemente, vorrebbe chiedere alla compagna ma subito cancella il pensiero di chiedere, deve assolutamente cavarsela da solo.

Guardando con attenzione si accorge che le macchioline rosse non sono altro che le superfici piccole, ricavate dall’intersezione della superficie ripetuta. Si accorge anche che il colore rosso è stato messo con una matita colorata e che le superfici piccole da colorare sono ancora tante. Presa dalla scatola la matita rossa corrispondente, inizia a colorare con gran lena.

Si accorge anche che alcuni alunni si recavano dall’insegnante con l’elaborato, forse per chiedere consigli ma lui non aveva consigli da chiedere. “navigava” in piena solitudine, senza meta. Oilitta si gira e ridendo ad alta voce dice: – Ma Odla! Quanti papaveri fai? Sono troppi! Tra poco li farai salire in cielo. – rivolta verso il professore – Professore, Orim ha troppi papaveri.

Il professore lascia di osservare l’elaborato che un’alunna gli aveva portato, alza gli occhi, guarda Odla e dice: – Orim, fa vedere. Mostrami il tuo disegno da lontano.

Aldo, timoroso, alza l’elaborato lo mostra al professore che esclama: – Brava. Ora sono veramente tutti in cielo, come dice Isamer. Gira sottosopra quel foglio.

Aldo subito gira il foglio pensando papaveri … cielo, ma allora Il disegno aveva un senso compiuto, per lui era arte astratta.

Il professore commenta: –Veramente i papaveri sono un po’ troppi. Sembra più una coltivazione specifica di papaveri. Ora dedicati alla campagna.

Va bene professore, grazie del consiglio. –poi sottovoce chiede a Oilitta Fammi vedere il tuo come sta venendo?

L’amica gli tende il proprio disegno, lui lo prende, lo guarda con attenzione: – Bellissimo, il tuo viene proprio bene. Come sei brava in arte.

L’amica gradisce molto il complimento, sorride e, con gli occhi lucidi di gioia, gli invia un bacio con la bocca. Aldo ha notato nel disegno di Oilitta che altri due colori sono stati aggiunti al rosso dei papaveri: un verde chiaro e un verde più scuro. Con questi due colori Oilitta ha colorato le superfici, sempre formati dall’intersezione, più grandi e quelle medie, cioè quelle né grandi né piccole. Il disegno dell’amica è molto incompleto, la maggioranza delle superfici è ancora bianca. Oilitta ha fatto delle prove in alcune parti, per quello lui è riuscito a capire la tecnica. Comincia a capire bene anche concettualmente, quando un’alunna chiede al professore quali tre colori lui consigliava per il cielo.

Gli è tutto chiaro quando il professore risponde:

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Lo specchio del nonno – 3

Primo giorno – parte 3

La lezione prosegue fino alla fine dell’ora, Aldo la segue in maniera superficiale, anche perché gli sembra di conoscere abbastanza l’argomento. Si concentra molto sulle cose che deve fare per non cadere in comportamenti o in parole equivoche. Capisce che l’unica cosa che può fare è quella di stare molto attento alle parole più che ai fatti, il comportamento è sempre più giustificabile data la giovane età.

Al momento dell’assegno segue con attenzione, annotando sul diario, trovato nella borsa, il compito da fare a casa. È semplice, si tratta di copiare i tempi di alcuni verbi irregolari dal libro e mostrare le differenze, con semplici frasi, dai verbi regolari. Il professore avvisa gli alunni che l’indomani avendo più ore le avrebbero utilizzate per un compito in classe, e precisa: un tema sulla loro infanzia.

Il professore saluta augurando una buona giornata di studio, esce mentre gli alunni ricambiano il saluto alzandosi in piedi.

Il cambio dell’ora non avviene con il suono di un campanello ma con un leggiadro motivetto, trasmesso da un altoparlante sistemato sopra la porta d’ingresso all’aula. Appena il motivetto termina, tutti gli alunni si alzano in piedi vociando e si avviano verso la porta.

 Oilitta si gira verso di lui ed esclama contenta – Che bello, ora incontriamo Onavi. Facciamo presto, abbiamo dieci minuti di tempo nello spogliatoio.

 – Onavi? La bella bimba con gli occhi verdi che ho conosciuto stamattina – risponde Aldo, ma non aggiunse altro perché Oilitta l’ha guardato e gli ha cacciata la lingua. Chissà perché la fanciulla l’ha fatto, forse per gelosia o per prenderlo in giro ricordando l’episodio del distratto, pensa.

Proprio non riesce a stare attento. Deve diventare il più possibile silenzioso, per lo meno fino a quando non sarà riuscito a entrare pienamente nella parte di Odla.

Sembra facile a dirsi.

Segue in silenzio l’amica, escono dal portone e, proseguendo lungo il muro dell’edificio, arrivano al terzo portone, quello C, entrano in un grande vestibolo dove aspettano in fila l’arrivo di altre due classi. Gli alunni di tutte e tre le classi hanno raggiunto la grande sala da soli in fila. Al centro della sala vi sono tre adulti in tuta ginnica e scarpette di gomma, due maschi e una femmina. Uno dei tre suona un fischietto e le classi sciolgono la fila, Oilitta lo prende per mano e, con passo veloce, lo conduce in un locale attiguo.

È lo spogliatoio, con varie file di armadietti con cartellini con nome e classe. Il suo è vicino a quella di Oilitta. L’armadietto “Orim Odla II B” che Aldo apre contiene una maglietta verde, un pantaloncino bianco e un paio di scarpette leggere di tela e gomma. Sulla parte anteriore della maglietta vi è stampata una grande lettera P, su quella posteriore, sempre molto grande, il numero 11. Velocemente si toglie la gonna e la maglietta, le mette nell’armadietto, come vede fare a Oilitta. Indossa il pantaloncino e la maglietta.

Mentre Odla si allaccia le scarpette, Oilitta dice – Ecco che arriva Fotto.

– Chi? Chi è? – dice lui

Come chi è? Non te lo ricordi è Onavi – lui si gira e vede l’amica, conosciuta al passaggio a livello, che si siede sulla panchetta vicino a Oilitta.

– Ciao Fotto. come va Fotto?

– E smettila con queste battute sceme – dice Onavi.Lui sta zitto perché non ha capito. Poi guardando la grande lettera “F” sulla maglietta della ragazza e immaginando otto dietro le spalle, capisce. 

È d’accordo con Onavi, la battuta è veramente scema. Pensandoci gli ricordava le battute di un suo amico Attilio, sempre poco gradite perché scialbe.

Quando Oilitta dice a Onavi: – Devo raccontarti una cosa divertente che Odla ha combinato in classe. Interviene: –E dai! Ha ragione Oilitta, smettila con queste sciocchezze. Perché, invece non organizziamo una passeggiata per oggi pomeriggio?

– Ecco una ragazza in gamba. L’idea mi piace, finalmente un discorso serio. Quando usciamo da scuola ci pensiamo. –dice Onavi.

Dopo un poco suona una stridente sirena, le due amiche si alzano, gli dicono ciao e, tenendosi per mano, si allontanano. Dopo l’attimo di panico per la sirena, nota che anche Oilitta aveva sul petto la lettera F, ecco perché sono andate via insieme. Le lettere devono significare qualcosa della ginnastica, ora però è urgente trovare il gruppo con la sua lettera.

È facile, vede subito il gruppo P che si è riunito vicino alla donna in tuta.

Si avvicina e dice buongiorno all’insegnante che gli sorride e gli dà una leggera carezza sui capelli.

Quando si spostano, attraverso un’altra porta, in un grande cortile attrezzato come palestra all’aperto, capisce che la P sta per pallavolo.

Il gruppo è diviso dall’insegnante in due, da uno a undici e da dodici a venti-tre, cioè due squadre comprese le riserve. L’insegnante partecipa al gioco alternandosi tra le squadre. A ogni punto viene sostituita una giocatrice per squadra, seguendo la successione numerica. Il punteggio viene segnato, dalle alunne stesse, su un cartellone posto vicino la rete, spostando delle grosse biglie rosse per una squadra, verdi per l’altra. Dopo alcune partite, con cambio di campo, l’allenamento prosegue con prove per il “muro”, prima salti individuali continui da fermo sotto la rete, poi a due e a tre alunni.

Dopo più di un’ora, leggeri esercizi a corpo libero con respirazione lenta aiutano il riposo. Gli è sembrata un’eternità, doveva essere passata sicuramente molto più di un’ora, forse due.

Aldo si è molto divertito, nelle prove del muro ha cercato di dare il massimo, si è accorto di avere una buona elevazione e una valida scelta di tempo, ha anche preso qualche applauso dalle sue compagne oltre a incitamenti distribuiti, a tutti gli alunni, dall’insegnante.

Prima di rientrare nello spogliatoio, sostano una decina di minuti nei giardini della scuola, dov’erano le panchine e i tavolini, vicino al parcheggio delle biciclette.

Odla, ormai questo è il suo nome, decide che è meglio pensare con la testa della fanciulla piuttosto che con la sua, per lo meno fino a quando riuscirà a farlo bene.

Non conoscendo nessuna altra amica si siede da sola su una panchina. In realtà nessuna sua compagna di gioco ha voglia di chiacchierare, sono tutte ancora stanche e si riposano in silenzio.

Dopo qualche minuto, arriva il gruppo F, Oilitta e Onavi sfinite, si siedono vicino a lei. Anche se stanca, Oilitta non ha perduto la sua chiacchiera, è l’unica che, anche se con affanno, comincia a lamentarsi: – Beata te che giochi a palla con la professoressa, noi ci sfiniamo a correre dietro al professore Ozzi, lui non si stanca mai. Poi alla fine, per farci riposare ci fa fare la marcia, ancora più rompente per i nostri poveri muscoli. Sono sfinita.

– Veramente anch’io mi sono stancata a giocare, anche se non come voi. Ma allora F cosa significa? – chiede Aldo, ma subito si pente di averlo fatto, la replica di Oilitta non si fa attendere:

– Sei strana Odla, lo sanno tutti che F significa fondo con tutte le gare di corsa. Ma ti ricordi cosa vuol dire la tua P?

– Certo, pallavolo, con tutti i giochi di palla, te lo sei scordato anche tu – risponde pronto lui, per fortuna Oilitta non è molto intuitiva, ragazza semplice rimane sulla provocazione e replica: – Certo che mi ricordo tutto, io non sono una scorderella come te.

–  Ma avete anche la forza di scherzare voi due? Che mostri! – dice Onavi, con un filo di voce.

Oilitta replica: – Ecco il cadavere parlante, la sua resistenza è proprio zero.

Detto questo la fanciulla si poggia allo schienale della panchina, stende le gambe, chiude gli occhi e si pone in posizione di riposo. Il silenzio continua anche nello spogliatoio, lui capisce che la fanciulla, nella sua semplicità, rimane turbata quando le rispondono male.

Mentre si riveste vede Oilitta che mette la maglietta verde e il pantaloncino in una busta di tela leggera. Non chiede niente, si gira e vede che tutte le ragazze lo fanno. Riprende dall’armadietto i suoi indumenti da ginnastica e li ripone nella busta trovata nell’armadietto.

Mentre rientrano in classe, Oilitta riprende la sua allegria. Dalla porta fino al suo banco, le dà piccoli pizzicotti sui fianchi dicendo:

–  La piccola sta mettendo ciccia.

Lui non reagisce, sta al gioco in silenzio e pensa che un’amica così allegra gli agevolava molto l’esistenza in quello strano posto. Anche sentendosi mentalmente maschio non sente nessuna sensazione alle moine fisiche di Oilitta. Nemmeno quando arrivato al banco la fanciulla, d’impeto lo prende in braccio e sistematolo in piedi sulla sedia, comincia a solleticarlo con gli indici delle due mani da tutte le parti. Lo scherzo dura poco perché arriva una professoressa, Oilitta subito si siede al suo posto. Lui si accorge che mentre scende dalla sedia la nuova venuta l’ha notato. Mette nella cartella la busta con i vestiti, ha capito che deve essere il giorno del bucato. Con tutta la ginnastica che si fa in quella scuola, la maglietta è inzuppata di sudore. Chissà come si sarebbero ridotte le tute che adoperavano gli studenti del suo posto.

Prende libro e quaderno, l’ora di matematica comincia. Ricordando del compito a cui aveva accennato Oilitta, cerca l’esercitazione. Gli esercizi erano due, il primo molto semplice tipo “spesa dal salumiere” con i ricavi del commerciante su vari prodotti; il secondo, all’apparenza più difficile, era un semplice rompicapo sull’orario di arrivo dei treni a una stazione ferroviaria. La prima esercitazione era semplice, bastava conoscere le quattro operazioni, per la seconda bisognava solo stare attenti ai minuti primi e al numero del binario dove bisognava smistare i treni, evitando lo scontro frontale o posteriore. La stazione aveva solo tre binari. Anche se lui era stato sempre molto bravo in matematica, aveva frequentato il liceo scientifico, non riesce a verificare i risultati ma confida nella bravura di Odla.

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Lo specchio del nonno di Aldo – 2

Primo giorno – parte 2

Uscito dal cancello, sulla strada si ritrova a pedalare senza problemi. Pensa ho imparato a pedalare subito.

La sua esperienza da ciclista comincia a piacergli, è bello pedalare e sentire il venticello sul viso. Quando vede il passaggio a livello chiuso si ferma. Anche la strada per la scuola l’ha presa con sicurezza, poco prima aveva superato anche un incrocio scegliendo di girare a destra.

Mentre è assorto in questi pensieri, al passaggio a livello è raggiunto da altri ciclisti, la maggior parte sono ragazzi e ragazze. Una di queste gli si avvicina con la sua bici.

– Ciao Orim. Ti ho visto uscire dal cancello di casa, io abito poco distante da te.

Si gira, vede una ragazza con le trecce bionde e con gli occhi verdi, mentre lui l’osserva in silenzio, lei aggiunge: – Orim. Orim! Ma stai ancora dormendo?

 – Ciao – dice lui, poi per trarsi d’imbarazzo aggiunge, anche per provare il proprio linguaggio. – Orim? Perché non mi chiami Odla?

L’idioma delle parole uscito dalla sua bocca gli sembra leggermente diverso ma anche molto familiare. La fanciulla risponde: – Ma io non conoscevo il tuo nome, quando siamo a scuola i professori chiamano tutti per cognome.

 – Ora lo sai. Chiamami Odla.

– Io sono Onavi, frequento la seconda A. Tu che classe frequenti?

Questo lui proprio non lo sa, è sul punto di inventare qualcosa quando il fischio e poi il rumore del treno che passa gli risolve il problema. Il treno è trainato da uno strano locomotore, sembra una locomotiva a vapore ma il motore batte come un diesel.

Appena il passaggio è libero, prima che Onavi, che strano nome pensa, potesse parlare dice: – Dai Onavi, è tardi corriamo.

Parte veloce seguita dalla ragazza. Riconoscere la scuola è facile, sia per la familiare tipologia sia perché molti ragazzi varcano, su biciclette di vari colori e grandezze, il grande cancello. Anche lui si unisce agli altri ragazzi. Appena superato il cancello, sulla sinistra vede un grande spazio destinato a parcheggio per le biciclette. Questo parcheggio è bene organizzato, oltre ai fermi a forcella per la ruota ben distanziati, vi è una pensilina colorata che protegge le biciclette e il percorso fino alle entrate dell’edificio. Il tutto è contornato da vialetti con aiuole fiorite e tante panchine, tavolini e alberi.

La situazione in quel momento non gli sembra molto facile, la domanda Che classe fai?  gli procura un blocco totale, sta quasi per dire di aver lasciato a casa qualcosa per andare via, quando una voce brillante risuona nelle sue orecchie: – ciao Odla, hai fatto il compito di matematica? Ti trovi con il risultato?

 – Sì, il compito l’ho fatto ma non ho controllato il risultato.

Bugia o verità, in quel momento non può altro. Si sente più sollevato, ora sa dove trovare la sua classe, basta seguire la nuova compagna. Decisamente la fortuna è dalla sua parte.

Onavi, sistemata la sua bicicletta, dice alla nuova venuta: – Ciao, Oilitta. Ho conosciuto Odla, non sapevo che frequentavate la stessa classe.

– Voi due vi conoscete? – dice lui.

– Certo che ci conosciamo, da tanto tempo. Abitiamo vicino, poco lontano da casa tua, oltre il ponticello rosso e giallo sul ruscello. Siamo amiche dalla nascita –risponde Oilitta.

– Esagerata! Andiamo ora. Io non posso fare tardi, la mia proffa facilmente si innervosisce e non mi conviene proprio –conclude Onavi mentre si avvia verso l’istituto, seguita da Oilitta e da lui che pensa proffa, il linguaggio degli studenti deve essere mondiale o forse universale. Ma dove sono capitato?

È un altro posto, un altro pianeta, un altro sogno? Troppo lungo complicato per essere solo un sogno e poi lui sogna così poco. Si ricorda bene come tutto è iniziato nel pomeriggio. Come gli è venuto di tenere la mano poggiata sullo specchio per un po’ di tempo!

Quando le tre fanciulle arrivano al primo portone della scuola, Onavi saluta le amiche con la mano ed entra. Oilitta, invece, prosegue verso il secondo, sale una decina di gradini e entra nell’aula sulla cui porta un cartellino indica II B. Che fortuna gli era andata bene pensa. Segue la compagna fino al banco, è un banco singolo. Dove mi siedo? Chiude gli occhi e sente di sedersi al banco dietro a quello di Oilitta. Quando tutti i banchi intorno a lui sono occupati, capisce che ha “sentito” bene, decisamente lui e Odla si trasmettono qualcosa.

Nella classe vi sono più femmine che maschi, si trova circondato da ragazze. Vede prendere dalle cartelle un libro con la copertina azzurra. Lui ha ancora il cappello e la cartella a tracolla. Toglie cappello e tracolla, prende anche lui dalla cartella il libro azzurro e lo mette sul banco. È una grammatica, proprio il libro che gli serve. Lo apre e inizia a leggerlo, gli sembra strano leggere un libro di grammatica ma è necessario. La lettura procede veloce e senza difficoltà di comprensione, i sostantivi, i verbi, gli aggettivi gli sono familiari così come le regole relative.

Un leggero scappellotto e una voce maschile interrompono questa sua ricerca linguistica. – Brava Orim. Vuoi imparare tutta la grammatica stamattina?

I suoi riflessi fisici e mentali sono pronti, in quel “luogo” deve stare attento. Alzandosi in piedi dice: – Mi scusi, professore. Ero distratto.

– Distratto? Ho capito la tua necessità di aggiornarti sulle regole grammaticali. Siediti e tira fuori il quaderno. Hai svolto l’esercizio sui verbi?

 – Sì, professore. Volevo dire distratta.

– Brava. Vedo che hai appreso subito l’uso del femminile.

Pensa questo errore è facile da commettere, in futuro dovrò stare molto più attento e forse parlare lentamente per un maggior controllo.

Guarda il professore che ha raggiunto la cattedra e sta iniziando a fare l’appello, è un uomo alto e magro, ha i capelli e i baffetti brizzolati. Mentre elenca gli alunni sorride e commenta con piccole battute l’aspetto dei ragazzi: – Stamattina sei ben pettinato – Hai tagliato i capelli, stavi meglio prima – Sei diventata troppo alta, vuoi che ti scambino per un palo? – Che capelli vaporosi, lavati e puliti.  

Quando pronuncia Isamer, capisce che è la sua amica Oilitta seduta davanti a lui, perché la fanciulla accenna ad alzarsi. Il professore aggiunge – Isamer, mi raccomando rimani magra. Altrimenti non vedrò il tuo amico Orim.

I ragazzi scoppiano in una risata. Lui, fingendo di rimanere male, abbassa la testa tra le spalle ma quando la ragazza, seduta alla sua destra, si gira e gli dice, ridendo: – Bel biondino, da maschietto sei più simpatico. – anche lui si mette a ridere insieme agli altri.

La risata gli fa bene, si sente a suo agio. La recita del personaggio Odla comincia a interessarlo, anche perché nei suoi quarantasei anni di vita aveva anche recitato nel dopolavoro ferroviario. Continua a sentire le battute del professore, divertendosi insieme agli altri. Tanto interessato alle parole sugli alunni che non sente nominare Orim, rimane ad attendere un commento che non tarda ad arrivare: – decisamente Orim oggi è nel mondo dei sogni, mi guarda ma non mi sente. Continua a essere distratto.

– Sì, professore oggi sono proprio tutto distratto da questa realtà così diversa. – Mai fu così sincero. Ma gli altri non conoscono la sua vera realtà e ridono sonoramente.

Il commento dell’insegnante è: –Brava, la tua ironia ti fa onore, sei una ragazza intelligente. Argomento chiuso, ragazzi aprite il quaderno, verifichiamo l’esercizio di casa. venga uno a caso … prendiamo Orim.

Questo se lo aspettava. Con calma prende dalla cartella uno dei due quaderni, sulla foderina oltre al nome Orim Odla c’è scritto matematica, lo rimette subito a posto prendendo l’altro. Deve stare molto attento a mantenere la situazione sotto controllo, “controllo” questo termine lo fa sorridere, lui era un controllore della ferrovia. Si alza e va verso la cattedra con il quaderno di grammatica già aperto all’ultima esercitazione e, mentre cammina, già comincia a leggere: – Esercitazione, coniugare al presente, al congiuntivo e al futuro presente il verbo sostare.

 – Piano Orim. Vuoi dare tempo ai tuoi compagni di aprire il quaderno?

Attende un poco, poi con voce chiara e lenta legge la sua esercitazione, alcuni compagni ogni tanto fermano la sua lettura per correggere le proprie esercitazioni. Le correzioni maggiori sono sull’uso del congiuntivo. Quando ha terminato, il professore commenta soddisfatto. – Ottima esercitazione. Non come alcuni di voi che continuano con errori sui verbi. Orim scrive e parla bene sempre. Sono sicuro che anche a casa si esprime in maniera corretta. Molti di voi parlano bene solo a scuola. Quando lasciate l’aula, tra di voi e a casa trascurate la lingua e questo è più evidente quando scrivete. La lingua scritta è più difficile. Puoi andare a posto, brava, continua così e otterrai una buona preparazione.

 – Ascoltate le parole del professore. Questa è la vostra occasione per avvicinarvi al mondo della cultura – gli viene da dire, mentre si allontana dalla cattedra.

Subito si pente di quello che ha detto e attende la risposta del professore, ma questa non arriva. Nel silenzio generale che ne è seguito si siede al suo posto. Il professore lo fissa per un po’ di tempo, scuote la testa, poi si alza e va alla lavagna.

 – Oggi cominciamo a studiare i verbi irregolari.

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Lo specchio del nonno di Aldo – 1

Quando ero bambino, nello salotto di casa vi era un grande specchio che mio padre aveva portato dalla casa paterna: Lo specchio del nonno così lo chiamavamo. Era piuttosto rovinato, alcune macchie apparivano sulla sua superficie. La mia fantasia ci vedeva personaggi e scene varie. Ricordando lo specchio ho scritto il racconto, chiamandolo con il suo nome “Lo specchio del nonno”.

Primo giorno – parte 1

Aldo sente la testa girare poi un leggero sbandamento, come una capovolta, quasi che fosse finito a testa in giù, pianta bene i piedi a terra e riprende stabilità. Una cosa certamente è molto cambiata, non c’è luce ma solo una leggera penombra. I suoi occhi si abituano presto alla poca luce. Guarda a terra proprio avanti ai suoi piedi, osserva il pavimento formato da mattonelle chiare e scure composte a scacchiera, gli sembra abbastanza eguale. Aguzza maggiormente lo sguardo, le mattonelle sono proprio rosse e nere, dunque è proprio lo stesso. Allora è solo un capogiro. 

Alza lo sguardo e si accorge che è notte perché dalla finestra alla sua sinistra entra un leggero chiarore.

La finestra è una differenza. Si gira verso destra e vede la porta. Muove alcuni passi, si avvicina alla porta e cerca l’interruttore della luce, deve cercarlo perché lo ricorda dall’altro lato della porta, lo spinge e la luce si accende, si tranquillizza. L’interruttore gli sembra familiare ma qualcosa è strana, allora capisce, lui lo ricordava molto in basso invece è posto più in alto anche la maniglia della porta gli sembra più in alto. Si gira lentamente, strano tutto gli sembra un poco alto solo il pavimento è identico, il resto della camera e dell’arredamento è simile ma anche diverso. La carta del parato ha un disegno a fiori rossi su fondo bianco, prima i fiori erano bianchi su fondo rosso. Le differenze cominciarono a essere chiare. Non solo il balcone è una finestra, ma si trova sulla parete opposta rispetto alla porta. O forse è la porta che è in posizione diversa? Ma anche il letto, l’armadio e la scrivania sono in posizioni diverse o semplicemente opposte.? Esatto. Ma allora anche il pavimento ha le mattonelle alternate in maniera opposta, in questo caso è più difficile se non impossibile a capirlo. Il letto, l’armadio e gli altri arredi sono simili ai suoi, ma non tutti opposti. Il grande specchio alla parete ora è alla sua sinistra, ovviamente gli sembra molto uguale. Uno specchio che differenza può avere? Riflette solo le immagini.

Improvvisamente gli è tutto chiaro: le immagini sono riflesse, cioè opposte. Ma, allora perché la finestra sostituisce il balcone? Forse, nello specchio, l’immagine della finestra è ancora un balcone. Si avvicina allo specchio per controllare. No. la finestra è una finestra.

È allora che nello specchio vede la bambina.

Si immobilizza, poi si gira di scatto per vedere ma nella stanza la bambina non c’è, riguarda nello specchio e quando si accorge che anche la bimba aveva girato la testa, vacilla. La testa questa volta gli gira nella mente e cade svenuto.

L’immagine riflessa era la sua.

Per molto tempo non riprende conoscenza dallo svenimento, forse, passa al sonno. Poi si sveglia ma non si muove, è molto lucido, si ricorda tutto. Anche della bambina.

Come sua abitudine cerca di razionalizzare l’accaduto, nota che dalla finestra entra più luce, forse albeggia. Muovendosi pian piano carponi, si avvia verso la finestra. Per il momento, pensa di non guardare nello specchio, prende tempo per capire qualcosa di più. Molto più consapevole non si spaventa né quando si accorge che le sue mani, da maschio adulto, sono diventate piccole e delicate, né quando si vede le gambe da fuori, ha un vestitino corto di colore azzurro pastello. A lui il colore azzurro pastello piaceva molto, infatti aveva un maglione di questo stesso colore, lo indossava prima della trasformazione.

Si sente molto calmo e pronto a tutto. Si alza dalla posizione carponi e apre la finestra con facilità anche se la maniglia è un poco più in alto. Si affaccia alla finestra senza sporgersi troppo, ovviamente non può data la sua nuova statura.

Osserva dalla finestra, tutto è molto diverso. Se lo aspettava. Dalla finestra lui vede una quiete campagna verde, con campi coltivati e con piccole case coloniche in lontananza. All’orizzonte verdi colline definiscono il panorama. Nota anche che la finestra è a un piano basso, primo o forse appena rialzato. Sente il cinguettio di molti uccellini, un lontano abbaiare di un cane e l’eco di più galli che si annunciano il nuovo giorno. Altro che caos del traffico mattutino, autobus e camion che transitavano sulla strada costiera sotto al suo balcone che ogni mattina. malgrado l’ottavo piano, gli dava una “bucolica” sveglia cittadina. Attratto dal paesaggio, non si accorge che la porta è stata aperta. Trasalisce quando sente una voce di donna alle sue spalle.

– Odla! Odla sbrigati. Ancora non sei vestita? Dai fai presto, devi fare merenda.

Si gira lentamente ma non tanto da non vedere una donna bionda, con i capelli lunghi raccolti a coda da un nastro rosso, che lascia la stanza richiudendo la porta.

Rimasto solo riprende coraggio.

La donna, nella fugace apparizione, ha posto sul tavolo un vassoio di legno nel mezzo del quale troneggia una grossa ciotola bianca e verde, circondata da strane forme di pane o forse biscotti. Si avvicina al tavolo, capisce che deve fare colazione, così gli è stato detto, e poi prepararsi, ovviamente vestirsi. Lo capisce per intuito e anche per una strana percezione di un linguaggio che conosce poco ma che, a pensarci bene, capisce.

Sogno o realtà ormai aveva un ruolo, decide così di affrontarlo con fermezza e anche per necessità, aveva anche fame. I biscotti sono molto saporiti inoltre sono tiepidi così come il latte, quest’ultimo anche se bianco e senza zucchero è denso e squisito. Mentre consuma velocemente la colazione nota che la sedia, vicino al letto, ha sulla spalliera alcuni vestiti ben sistemati. Ai piedi della sedia due scarpe rosa con la suola di gomma nera.

Mangia tutti i biscotti e chiude la merenda con un lungo sorso di latte, ancora tiepido. Si alza e si dirige verso gli abiti che deve indossare ma si ferma, ha bisogno di urinare.

Apre piano la porta, si trova su un ballatoio con altre due porte sulla destra e una sulla sinistra, si dirige deciso verso la porta di sinistra, quando aprendola la varca si trova proprio nel bagno.

La quasi comprensione del linguaggio, la scelta della porta e una sensazione strana del suo corpo sono, per un attimo nei suoi pensieri. Che il suo essere sia anche intriso di qualcosa dell’altro?

Il bagno è abbastanza simile al suo, sempre con le inversioni, il lavandino è piccolo, non c’è la doccia e al suo posto, si fa per dire, c’è la vasca da bagno, la finestra è molto grande con vetri non opachi. È in campagna e non ha notato alloggi di vicini.  

Questo lo pensa mentre è seduto sul water, istintivamente stava urinando seduto, erano anni e anni che non lo faceva. Forse la sua ultima volta era stata quando aveva due o tre anni. Si alza, si tira su le mutandine che si è trovato intorno ai piedi nudi che fino ad allora non aveva notato. Raggiunge il lavandino e si guarda allo specchio. È una bambina bionda come la donna che ha visto nella camera, i suoi capelli non sono molto lunghi, gli occhi sono azzurri e la carnagione del viso molto chiara. Non si dilunga molto a osservarsi, si lava velocemente le mani e il viso, deve fare presto intuisce che la forse “madre” è decisa e abbastanza autoritaria. È meglio tenersela amica.

Non ha dubbi sull’osmosi dei due personaggi quando si trova ad asciugarsi il viso con l’asciugamani verde, scelta tra le presenti nel bagno, ma vuole controllare palpeggiando le altre due. Sono umide cioè già usate quella mattina. Con una spazzola, trovata sulla mensola dello specchio, si pettina. E i denti? Non li ha lavati. Gli spazzolini sono in bella mostra in un contenitore trasparente. Lo sa, il suo è quello bianco ma è tardi e, come faceva da piccolo, sciacqua i denti sotto l’acqua corrente. Corre nella stanza, si toglie la camicia da notte azzurra e indossa i panni pronti sulla sedia: una maglietta a strisce rosse e bianche, una gonna rosa, un paio di calzettoni e le scarpe con la suola di gomma nera. Sulla sedia c’è una cartella con la tracolla e un cappello con pompon rosso, li prende e di corsa si precipita per le scale.

Non ha il tempo per osservare il piano inferiore perché la donna bionda l’apostrofa: – Finalmente, ogni mattina é la stessa storia. Attenta al passaggio a livello e non divertirti ad andare con le ruote nei fossi. Stamattina tuo padre, prima di uscire, ha gonfiato le gomme della bicicletta.

Pensa ha di nuovo un padre che bello. Ma di brutto è il fatto che lui non sapeva andare in bicicletta. Vede la porta, saluta con la mano, per non incorrere in errori di linguaggio ma la mamma lo ferma. – Cos’è questa novità? Non mi saluti con un bacio stamattina?

Torna sui suoi passi e alzandosi sulla punta dei piedi scocca, sulla guancia della signora bionda che si è protesa verso la sua minore altezza, un caloroso bacio. Esce di corsa, si sente leggermente stimolato per il contatto, anche se leggero e semplice, con un bel pezzo di donna alta, bionda e giovane. La femmina da lui sempre preferita.

Vicino a un piccolo cancello di legno vede poggiata una strana bicicletta di colore azzurro. Indossa cappello e tracolla, sale sulla bicicletta, per sua fortuna è di piccolo formato e i suoi piedi arrivano a toccare terra. Decide di partire con un piede per terra e uno sul pedale. Ma deve scendere subito, non ha aperto il cancello.

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Serapo e Nettuno – 20

La luna è all’ultimo quarto, ancora tre giorni e Serapide, con il suo seguito, partirà per una nuova destinazione. I rituali nel tempio sono tutti terminati, rimane solo il commiato con i cittadini della città serapea. Manifestazione importante sarà la scelta delle future vestali, tra le bambine della città. Anche per questo rito è stata scelta Seopra, come sacerdotessa alla destra della dea, a sinistra siederà la prima sacerdotessa del tempio.

        La città serapea è costruita su una collina molto aguzza tanto, che da lontano, sembra che raggiunga il cielo. Il tempio, dal lato che si protende verso la città, ha una serie di terrazzamenti. Quattro volte all’anno sono destinati agli abitanti della città per seguire i riti stagionali.

       Anche altre manifestazioni si svolgono per ricorrenze particolari, la scelta delle future vestali è proprio una di queste.

      Per la presenza della dea Serapide, questa cerimonia può definirsi una delle più importanti, si svolge ogni quattro anni ed è attesa con molto interesse da ogni ceto cittadino. Le vestali non sono scelte in base all’origine familiare ma in base a caratteristiche personali, legate alla sensibilità e alla maturità mentale delle piccole cittadine, di appena sei anni. Nella stessa cerimonia, i genitori consenzienti affideranno alle sacerdotesse del tempio le fanciulle che, scelte quattro anni prima, sono state proposte come future vestali.

I preparativi per questa cerimonia cominciano quando è ancora notte, mentre le vestali iniziano anticipato il rituale dell’alba, alcuni gruppi di cittadini preparano con seggi, addobbi e tappeti il grande terrazzamento. Dalla stessa ora notturna, gli abitanti della città, indossati abiti da cerimonia, si incamminano, a piccoli gruppi, per prendere i posti a loro assegnati, secondo un cerimoniale prestabilito. I genitori delle bambine di sei anni avranno diritto alla prima fila, al centro tra i genitori delle fanciulle di dieci anni. Le bambine e le fanciulle non saranno con i genitori, ma sono tenute in gruppo, in uno spazio addobbato con tappeti bianchi, con lo stesso colore delle loro semplici tuniche. Di fronte a questi gruppi di genitori, siedono i notabili della città con al centro il principe e i suoi consiglieri. L’ultima a presentarsi è Serapide seguita dalle vestali persiane, dalle sacerdotesse e le vestali del tempio.

La cerimonia inizia con un’esibizione figurata e cantata da parte delle vestali del tempio. Seopra, che siede a destra della dea Serapide, ha così l’occasione di guardare bene tutte le fanciulle, quando nella danza sfilano e si inchinano leggermente a Serapide. Serapo non c’è. È la conferma di quanto le aveva detto Sarj. L’assenza dell’amica non la turba perché, in realtà, si era già rassegnata e non la cercava più, sarebbe stata una sorpresa se l’avesse vista.

Terminata la danza di apertura delle vestali, i cittadini consegnano a Serapide e alle sacerdotesse del tempio gli omaggi e i tributi. Gli omaggi sono prevalentemente costituiti da sete pregiate di vari colori, che i serapei hanno trovato sui mercati orientali o saccheggiate nelle loro conquiste, nei quattro anni di attesa della cerimonia, e di vasellame per il tempio; i tributi sono oggetti d’oro e pietre preziose. La consegna è effettuata dalle fanciulle di dieci anni, che non sono state scelte come future vestali, alcune sono accompagnate da i loro promessi sposi, altre, ancora non destinate a un proprio compagno, sono accompagnate da un fratello o cugino. Le donne dei serapei, dall’età di dieci anni in poi e fino allo stato di vedova o di “nonna”, devono essere accompagnate da un maschio della stessa famiglia: promesso sposo, sposo o parente stretto.

Questa cerimonia dura molto tempo perché ogni promessa sposa insieme al suo compagno, dopo la consegna degli omaggi, si inginocchia ai piedi della dea per avere la sua benedizione, che consiste in un bacio sulla fronte dato, per intercessa persona, dalle sacerdotesse poste ai lati della divinità.

La cerimonia continua poi con l’accensione del fuoco sacro su un grande tripode, che rimarrà acceso fino alla partenza di Serapide. Questo fuoco brucia nel suo interno un particolare incenso, intensamente profumato, che, portato da un costante vento divino, avvolge l’intera città purificandola e proteggendola da sventure.

La cerimonia è giunta a uno dei suoi principali momenti, la consegna delle fanciulle, destinate a vestali, alle sacerdotesse del tempio. Questa cerimonia è condotta dalle vestali persiane, sono loro che sistemano le fanciulle in fila le scortano al trono di Serapide. La dea scende incontro alle fanciulle e le bacia sulla fronte, poi per mano, due alla volta le consegna alla sacerdotessa della sua sinistra. La sacerdotessa, dopo averle a sua volta baciate sulla fronte, le sistema alla sinistra del trono.

        Le stesse persiane conducono le bambine di sei anni a Serapide, la dea le accoglie stando sul trono, prende la loro piccola mano tra la sua, provando così la resistenza al calore e alla devozione. Il gruppo di bambine di sei anni è elevato, sono più di sessanta, di esse solo dodici sono scelte dalla dea e consegnate a Seopra, che le raggruppa alla destra del trono. Sarà lei, aiutata dalle vestali persiane, a riconsegnarle ai genitori al termine dell’intera manifestazione, ai quali, oltre a comunicare la scelta darà loro consigli come allevare le bambine e seguirle nell’evoluzione della mente attraverso alcune semplici prove e soluzioni di piccoli enigmi.

L’ultimo atto della manifestazione è, ancora una volta, il canto e la danza delle vestali del tempio, ma questa volta non si svolge al centro del terrazzamento. Le vestali, divise in due gruppi, precedono e seguono i cittadini che ritornano alla città.

Dall’alba al tramonto dell’ultimo giorno di permanenza della dea al tempio, tutto si svolge come se la dea fosse già partita, ma è presente nei cuori e nella mente di tutte le vestali e delle sacerdotesse. Serapide e il suo seguito, negli alloggi a loro riservati, dedicano l’intera giornata alla meditazione e a semplici rituali.  Anche Seopra è invitata a partecipare, preludio di una partenza con Serapide.

Il rituale del tramonto, officiato sempre solo dalle templari, si svolge alla presenza della dea. Subito dopo, il corteo della dea si ricompone così come al suo arrivo e, dopo aver ritirato il braciere dall’ultimo patio, lascia il tempio mentre la nube azzurra si dissolve. Anche la partenza è salutata dalle vestali in piedi sui muretti del tempio e dai raggi azzurri che, dalle torce delle vestali, si innalzano verso il cielo. Il corteo si avvia verso il punto della collina dal quale era comparso. Raggiungerà poi la nave ancorata in una piccola e nascosta insenatura, lontana dalla spiaggia frequentata da Serapo.

La giovane sacerdotessa e la sua ancella sono sulla nave che va verso oriente, i preparativi per la partenza hanno stremato Sarj, che si è addormentata poggiandosi sulle gambe di Seopra.

Anche se la nave passa molto al largo, Seopra riconosce lo scoglio e la spiaggia … Serapo dove sarà? Forse è andata via con il suo amore, questa è, nel cuore dell’amica, l’unica speranza. Ma Serapo è la di fronte, chiusa nel loculo roccioso. Seopra è troppo lontana per vedere le tracce di una sventura che persistono sulla spiaggia, da sotto la roccia affiora un tridente spezzato, poco lontano una roccia a forma di serpente e, sulla parete della collina, una piccola caverna e una maschera di dolore.

Cento giorni durò l’amore.

Ogni cento anni, all’alba, dopo una notte di luna piena, la maschera di dolore si trasforma nel dolce viso di una fanciulla dagli occhi verdi e dai capelli pieni di stelle d’oro.  Nessuno sa se, in quel momento, una sirena e un dio affiorano dal mare, per essere presenti al magico fenomeno. 

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Serapo e Nettuno – 19

Appena fuori dalla grotta, il mare ritorna al suo naturale livello e porta con sé Sira e Nettuno lontano dalla riva. Nettuno, consapevole dell’intervento divino, solo Giove può osare contro di lui, impreca contro il padre degli dei contestando la sua interferenza sulla vita delle divinità, ma altro non può. Sira tenta di consolarlo ricordandogli di come il destino sia crudele, ma il dio non vuol sentire ragione, per lui Giove forza a modo suo il destino, approfittando del suo ruolo divino, comportandosi così piuttosto male come “padre degli dei”.

La frana ha travolto Serapo ma Giove, molto sensibile alla bellezza femminile, non permette la distruzione delle membra della fanciulla. La roccia forma così un pietoso sarcofago intorno al corpo di Serapo, preservandolo per l’eternità dalla decadenza.

Il dolore della fanciulla però sfugge al controllo di Giove e affiora sulla roccia, vicino a una piccola grotta che è rimasta all’esterno, sotto forma di una maschera sfigurata e sofferente che nulla più ha di umano.

La cerimonia di iniziazione è quasi alla fine, le fanciulle dopo aver eseguito alcune prove differenziate secondo il livello raggiunto, sono pronte per il rituale collettivo che vede impegnate nel ruolo di sacerdotessa Seopra e Praseo che, di fronte alle dodici fanciulle vestali da iniziare, officiano un rito propiziatorio. Le altre otto fanciulle, destinate a ruoli minori, accudiscono, porgendo gli oggetti sacri necessari per la funzione.

Terminato il rito propiziatorio Serapide, accudita dalle sacerdotesse e dalle istruttrici, esegue il rituale di nomina a sacerdotessa di Seopra e Praseo. Accade raramente che nel primo giorno dei rituali alcune vestali siano elevate a rango di sacerdotesse.

Quando la dea stessa poggia sul capo di Seopra il diadema prezioso, simbolo dell’alto rango, la fanciulla ha un leggero giramento di testa. Lei crede che sia l’emozione, ma Serapide sente altro: l’intervento divino ha sistemato la situazione incresciosa.

Dopo la posa del diadema Serapide bacia sulla fronte le due nuove sacerdotesse e tempra e rinforza, con un gesto delle mani sul loro capo, il loro potere mentale.

La cerimonia si conclude con la scelta, da parte delle due nuove sacerdotesse, di una ancella personale che seguirà e accudirà la loro persona.

Seopra osserva con attenzione le otto fanciulle, la settima attira la sua attenzione per gli occhi azzurri e i capelli neri, la somiglianza non è proprio molta, forse non lo è perché … manca la coda! La scelta è immediata, la fanciulla Sarj, questo è il suo nome, è felice. Sorride e si inchina alla sua padrona. Rispetto ai compiti minori quello dell’ancella di una sacerdotessa è il più ambito, perché è meno servile e comporta maggior rispetto dalle altre ancelle e anche dalle vestali, per devozione alla sacerdotessa stessa.

Il sole è pronto a levarsi dal mare, la cerimonia dell’iniziazione è terminata e in fila tutte le fanciulle, con Serapide e le sacerdotesse, comprese le due nuove, raggiungono il patio per il rito mattutino del sole. Il rito, con la presenza della dea Serapide, non è molto diverso dal solito, è solo più approfondito e dura più tempo.

Seopra non si accorge dell’assenza di Serapo, la sua mente è lontana e i suoi pensieri sono in Serapide. La sua personalità si è modificata. Anche il nuovo ruolo di sacerdotessa, che soddisfa pienamente la sua ambizione, le comporta una gioia interiore che l’allontana ancor più dalla realtà.  È la più giovane tra le sacerdotesse, è la più determinata e convinta ma anche la più modesta ed è molto benvoluta, per questa sua innata qualità, dalle vestali persiane con le quali trascorre i pochi momenti liberi.

La prima settimana di festeggiamenti è volata via, l’impegno continuo nei rituali, le feste in onore della dea e la partecipazione della dea stessa alla vita del tempio comportano un tale interesse che distoglie da qualsiasi pensiero e isola le fanciulle, ognuna vive con sè stessa, in una propria gioia e allegria. Anche le ore di riposo sono sature di ricordi degli avvenimenti quotidiani e di attesa degli avvenimenti annunciati per il giorno successivo.

Con l’inizio della seconda settimana, tutte le fanciulle sono ritornate negli alloggi del tempio, solo Seopra, insieme alla giovane Sarj, è ospite negli alloggi delle sacerdotesse del seguito di Serapide. Non le è stato ancora annunciato, ma lei, nel profondo del suo cuore, spera di seguire la dea, quando partirà, e avere una nuova destinazione. Ne parla con Sarj. – Sarei proprio felice di partire insieme alla dea e andare in un altro tempio, magari più vicino al mio popolo.

– Io sono sicura che partirai, sei la migliore tra le nuove sacerdotesse. Anche io sarei felice di partire con te. Le tue compagne del tempio saranno dispiaciute di perderti?

– Io non ho molte compagne, ne ho una molto cara il suo nome e Serapo. La conosci anche tu?

– Sì, la conosco. Ma poco, io sono molto giovane, non mi permettevano di girare molto per il tempio, ho visto poche volte anche te.

     – Sì, hai ragione, infatti io non ti conoscevo. E anche nel tempio sotterraneo non mi ricordo di te.

     – Nel tempio sotterraneo, tu eri molto concentrata nelle attività, quando sei diventata la più brava, ti hanno portato in altre parti del tempio, non ti ricordi?

– Sì, mi ricordo. Ma ora stavo pensando a Serapo, non la vedo da molti giorni. Io non posso allontanarmi, Serapide non lo gradirebbe, ma tu sì che puoi. Ora, prima che giunga il tramonto, va e cerca Serapo, portale i miei saluti e baciala sulla fronte per me.

Sarj, sorride, si inchina leggermente alla sua sacerdotessa e lascia velocemente l’alloggio. Seopra pensa che di viso somiglia veramente a quello di Sira. Ma é proprio una bambina, se avesse la coda potrebbe sembrare veramente la figlia della sirena.

Questo pensiero la fa sorridere, ma le fa anche inumidire gli occhi. Sira che essere favoloso. Chissà se la vedrà ancora nella sua vita.

Rimasta sola, Seopra inizia a prepararsi per il rituale del tramonto, anche questa sera sarà lei a officiare per il gruppo delle vestali persiane. È un compito difficile per la sua poca esperienza, proprio per questo le è stato assegnato. Sarà lei più vicino al fuoco e lo dovrà attizzare al massimo, per questo indossa una tunica più lunga e di tela più spessa. Lei ha un buon controllo del calore sulla sua pelle, Ora è pronta, mancano solo i monili che le saranno portati tra poco da una vestale persiana.

       Sarj ritorna. La fanciulla è silenziosa sembra triste ed è anche turbata, Seopra le dice: – Cos’hai? Cosa ti ha detto Serapo?

      – Sono dispiaciuta, non sono riuscita nel compito che mi hai affidato. Non ho trovato Serapo.

      – Come non l’hai trovata? Ma dove la cercavi? Hai chiesto dov’era? La conoscono tutte le vestali.

       – Lo so. Ma molte hanno detto di non sapere dov’era. Poi alla fine ho chiesto alle ancelle, mi   hanno detto che non possono proprio parlare, ordine delle sacerdotesse. Ma io ho un’amica tra loro, mi ha portato in disparte e mi ha detto che Serapo non c’è. Da molto tempo non la vede nessuno, sembra che non sia più tornata dalla sua passeggiata mattutina. Forse, mi ha detto la mia amica, è fuggita. Nessuno può più parlare di lei. È stato proibito!

        – Fuggita? Non credo. Perché sarebbe fuggita? Cosa dicono? Cosa sanno?

       – Non sanno niente o non lo dicono. Qualche fanciulla è spaventata e non vuole proprio parlarne. La mia amica sa poco, è un’ancella e non frequenta le vestali.

Entra la vestale che porta i monili d’argento e gemme preziose e, aiutata da Sarj, li fa indossare a Seopra. Tra poco il rito avrà inizio, Seopra ha un ultimo pensiero per Serapo poi, con la sua capacità di sdoppiarsi bene nei ruoli, si libera la mente ed è pronta per il rituale.

        Il rituale del tramonto ha inizio e si svolge contemporaneamente in due luoghi del tempio, quello officiato da Seopra è al secondo livello, in un patio più piccolo perché le vestali persiane che partecipano al rito sono solo sedici, le altre otto sono con Serapide. Quattro di loro non partecipano al rito perché suonano i flauti e i tamburelli che danno cadenza alla cerimonia e al ritmo veloce del finale. Quella sera quando il fuoco è al massimo Seopra si accorge che il calore dei monili è molto più sopportabile, rispetto alle sere precedenti, tranne uno della collana: è un piccolo monile d’oro giallo a forma di serpentello che ha per occhio una pietra preziosa azzurra. Il bruciore non è molto forte, ma lei lo sente bene impresso sul suo petto.

Terminata la cerimonia, mentre le vestali si concedono il meritato riposo, Seopra nel suo alloggio ha ritrovato Sarj che l’aiuta a riporre i monili nel cofanetto. Le ancelle non partecipano ai riti. Quando si toglie la collana, si accorge che il serpentello ha impresso sulla sua pelle una rossa bruciatura dalla parte del cuore. Sarj, per lenire il dolore, spalma un olio balsamico sulla cicatrice. Nessuno delle due si accorge, anche se ne parlano, della bruciatura a forma di S.

          Fino al rituale di mezzanotte, Seopra soffrirà per quel piccolo segno, non è un dolore vero e proprio, è come se soffrisse di “dentro”. Quando indossa la nuova tunica per il rituale della mezzanotte, che non officerà lei perché sarà un rituale collettivo, si accorge che la bruciatura e il dolore sono spariti. Allora intuisce che è stato un segno di messaggio, ma altro non capisce, perché non associa la S con il giallo oro dei capelli e l’occhio azzurro della sua amica scomparsa.

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Serapo e Nettuno – 18

Lentamente il cono di luce verde si dissolve, gli scettri ricompaiono nelle mani delle fanciulle, le loro menti sono ancora in Serapide che comincia a stabilire la “classifica” della loro devozione e delle loro abilità. Anche Seopra sente la sua mente unita a quella della dea, ma per lei è la conferma del primo posto. Quando le fanciulle si alzeranno per riprendere la fila, il nuovo posto occupato rappresenterà la scelta della dea. Questo vuol dire che la fila sarà formata quando ancora le menti delle vestali sono unite a quella di Serapide.

Questa prima scelta è spesso definitiva, tuttavia è possibile qualche minimo cambiamento dovuto principalmente al rafforzarsi della devozione, durante il prosieguo dei festeggiamenti.

Quando il suono dei flauti e il ritmo dei tamburelli termina, Seopra si alza e prende il primo posto della fila, si gira, per seguire la scelta della dea, e rimane sorpresa ma felice quando vede il secondo posto preso da Praseo. Quando era nel tempio sotterraneo, non aveva seguito l’evoluzione dell’amica, per il suo distacco dalla realtà nelle impegnative prove. Ora è contenta che anche Praseo ha raggiunto un notevole traguardo. Il secondo posto è, agli occhi della dea, molto simile al primo.

Quando la fila è composta, Serapide scende dal trono e con passo lento va verso l’uscita del patio, seguita dalle vestali in fila. 

Raggiunto il patio del fuoco sacro azzurro e bianco, si dà inizio alla cerimonia dell’iniziazione. Nel patio sono già presenti le due sacerdotesse del tempio superiore, le due del tempio sotterraneo e le sei sacerdotesse istruttrici. La cerimonia dell’iniziazione viene officiata alla presenza solo delle alte cariche del tempio.

Appena il chiarore, che precede di molto il sorgere del sole, appare sul mare, Serapo vede Sira che salta e nuota insieme al solito delfino. Anche la sirena si accorge dei due seduti a riva, e li saluta con grandi sbracciate, poi smette il gioco con il delfino e si avvia verso lo scoglio. Nettuno si alza in piedi, solleva e prende tra le braccia Serapo ma non si muove, sembra proprio che, quella mattina, voglia rimanere vicino al mare, ma il tempo passa veloce senza la conchiglia magica, per cui rimessa a terra la fanciulla, si avviano verso la grotta. Sistemata la conchiglia nell’incavo naturale, Nettuno lo riempie con acqua marina.  Ora sì che avranno molto tempo per il loro amore. Avvolti dalla fantasmagorica luce multicolore il tempo è fermo solo per loro.

Distesa sullo scoglio, Sira pensa a Seopra, alla sua vita come sacerdotessa, e guarda le stelle cercando di individuare le costellazioni che la sua amica aveva chiamato con nomi divertenti. Da sola ha tanto tempo. Ecco “la caverna” poi, subito vicino “Serapo”, “Nettuno”, ancora verso l’orizzonte del mare “Seopra abbracciata alla Sirena”, dal lato opposto, verso la riva “La sacerdotessa che tira i capelli a Serapo, per prendersi le stelle” …Quando guarda verso la riva!

Vede due grandi forme umane sulla collina che si agitano. Non capisce cosa succede, lei non sa … Giove non ha dimenticato la promessa fatta a Serapide.

Il serpente è più vicino e si accorge subito che due giganti scuotono, con calci e pugni, la collina, intuisce il pericolo e si precipita sulla riva, vuole raggiungere la grotta quando “un fulmine a ciel sereno” lo colpisce, trasformandolo in roccia. Giove non permette interferenze nelle sue decisioni. Il serpente si frantuma in più parti e cade sulla spiaggia, così come grosse pietre cominciano a franare nella grotta, una distrugge la roccia dove poggia la conchiglia, facendo disperdere l’acqua.

La sirena sta ancora cercando di capire cosa sono quelle forme che vede sulla collina, quando il fulmine colpisce il serpente. Non vede il serpente colpito, perché il colore delle scaglie si confonde con il colore della collina, ma il fulmine sì lo riconosce. Non è quello di un temporale. Solo Giove invia saette così brevi e potenti che compaiono dal nulla e non dalle nuvole. Anche lei, come lo sfortunato serpente, intuisce il pericolo e reagisce subito. In caso di necessità è nei suoi poteri operare in nome di Nettuno.  Ordina al mare di formare un’onda gigantesca.

In pochi secondi raggiunge la caverna, qui vede Nettuno e Serapo che, affiorati dal “tempo” bruscamente, sono ancora attoniti, in una fase di riadattamento temporale.  La sirena prende Nettuno per un piede e con l’aiuto dell’onda che si ritira lo porta fuori la caverna, che frana davanti ai suoi occhi.

Nettuno, che ha ripreso la consapevolezza proprio quando Sira lo ha preso per il piede, cerca di salvare Serapo ma Giove, per un attimo, gli toglie le forze e la fanciulla gli scivola via dalle mani.

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