Glis glis – 2

Partì per l’esplorazione. La tecnica studiata si mostrò abbastanza efficace, ma con notevoli difficoltà iniziali. Le tacche degli alberi sugli assi erano visibili solo da pochi metri e solo dall’esterno della circonferenza, per cui gli capitava di ripetere spesso lo stesso percorso. Il segnale doveva essere più vistoso e visibile da più lati. Costruì un segnale diverso   anche perché   gli sembrò molto primitivo il segno morsicato, molte volte gli capitava di meditare sul suo grado di evoluzione e rimaneva dubbioso.

Il nuovo segnale, formato da un ramo tenero curvato a cerchio con al centro una foglia, sistemato lateralmente agli alberi degli assi permetteva una possibile verifica dell’allineamento.

La costruzione tecnica di un segnale così apparentemente sofisticato fu possibile, per il glis, perché le sue zampe anteriori avevano l’arto abbastanza simile ad una mano umana, un corso di addestramento ne aveva migliorato l’uso. Era molto orgoglioso delle sue mani che sapevano fare quasi tutto. Ancora una volta la sua mente volò nell’ultimo laboratorio, dove proprio per merito delle sue mani era riuscito a comunicare da solo con il computer-istruttore, durante le pause dell’addestramento e durante le ore di riposo, quando era lasciato solo.

Era stato fortunato che il computer fosse di tipo primitivo ancora con la tastiera, ancora non modificato con sensori   per   la voce umana. L’umano-donna non adoperava mai la tastiera sul suo computer.

Anche lui, negli ultimi giorni dell’addestramento, aveva adoperato i sensori. Aveva fatto ascoltare al computer-istruttore la sua quarantina di squittii diversi. Il computer li aveva analizzati e gli aveva fornito tutti i dati possibili: frequenza, ampiezza d’onda, tono, volume e, alla fine, anche la sequenza di sette squittii, con i quali sarebbe stato possibile comporre musica; ovvero sette suoni che, secondo il computer, si avvicinavano alla scala musicale di re minore. Lui pur avendone provata la sequenza, non aveva mai tentato una composizione musicale. Il rimpianto di non aver studiato musica affiorò nella sua mente, rimanendo più a lungo nel laboratorio con il computer forse avrebbe tentato di studiarla.

Giunse, nella sua metodica ricerca, alla radura triangolare, questa non era molto lontana dal suo territorio. In termini di coordinate l’ubicazione poteva definirsi: 30 gradi circa dall’asse x nel quadrante destro, tra il nono e il decimo cerchio. L’abitante del triangolo non c’era o, per lo meno, lui non l’aveva visto. Decise di lasciargli un messaggio.

Nel sottobosco raccolse quattro nocciole che sistemò al centro della radura disposte a quadrato.

Riprese l’esplorazione lasciandosi dietro il triangolo, si fa per dire, perché per due volte, dalle successive circonferenze, rivide il territorio del Glis etichettato.

Doveva essere a metà della giornata, deducibile dal fatto che l’impulso alimentare era molto forte. Era ormai arrivato al ventesimo giro, era molto stanco, sistemò il segnale sull’asse y pensò di riposarsi e di rifocillarsi. Questa zona era molto ricca di ricci semiaperti di castagne, bacche varie e nocciole. Forse era la più fornita di cibo.

Assaggiò tutto quello che la zona offriva, si saziò facilmente data la varietà del cibo, le bacche succose gli avevano anche smorzato la sete. Salì sull’albero del ventesimo segnale e si sistemò su un ramo basso per riposarsi. Pensò che per quel giorno l’esplorazione era terminata, in quanto l’attendeva un lungo percorso di ritorno. Lungo? Dal suo punto di osservazione intravedeva il diciassettesimo segnale, aveva trovato un veloce percorso di ritorno. Perché non pensarci prima? L’asse degli alberi era in realtà un raggio, il percorso sarebbe durato un sesto del tempo impiegato per percorrere l’ultima circonferenza. Anzi minore di un sesto perché il valore di P greco era maggiore di tre. Dopo il riposo avrebbe potuto terminare l’esplorazione, ammesso che il territorio non fosse molto esteso.

Si riposò fino a quando non riprese totalmente le forze. Ogni tanto, dal ramo dell’albero, vide nel sottobosco qualche glis che, con fare circospetto, si cibava. 

Discese dall’ albero e si avviò lungo l’asse, stava per iniziare la ventunesima circonferenza quando l’intero bosco sussultò due volte, come quando era sull’autovia. Anche questa volta rimase scosso e perplesso.

Il tempo in cui mancava l’energia era passato da molti anni. Intorno alla fine dell’anno duemila venticinque, il genere umano era stato sottoposto ad una carenza continua di energia. Storico era rimasto il giorno ventisette settembre dell’anno duemila ventinove, quando un blackout energetico, della durata di ventisette ore, aveva interessato l’intera Europa. Tormentata dal duemila ventidue da fenomeni climatici violenti. Quel giorno scosse anche i più tranquilli, seminò panico e terrore. Profeti improvvisati, urlando per le strade la fine del mondo, esaltarono maggiormente gli animi.

Quello che la natura, pur violenta, non aveva fatto nel ventennio gli umani lo fecero in una notte sola.

Al calare delle tenebre, impazzirono e scaricarono in pura violenza tutto ciò che avevano subito: i mal governi, i privilegi di una classe incolta ed arrogante al potere, la potenza del nuovo clero, le continue crisi economiche reali e simulate che avevano reso quasi nullo il potere di acquisto di molte classi sociali e tutto ciò che poteva capitare in una società umana completamente deteriorata.

Quella notte, che l’uomo con la sua “civiltà” aveva reso buia, fu la più illuminata dall’inizio del genere umano.

Quasi tutte le città costiere, montane, piccole e grandi furono incendiate. Vi fu anche la caccia all’uomo, al militare, al signore, al politico, al sindacalista e al diverso. Il popolo, veramente provato dalla natura e dagli uomini, scaricò l’ira che aveva accumulato da anni.

Nulla poté fermare l’olocausto, nemmeno gli eserciti. ll rapporto tra i popoli e i difensori del potere fu troppo impari. A nulla valsero le stragi a colpi di mitra. Le città bruciarono.

L’apocalisse si realizzò per volere popolare.

Quando tutto finì, il bilancio fu impressionante. La mancanza di energia, di comunicazioni, di trasporti, e di autorità locali non permise nessun tipo di intervento. Per mesi bande armate di scalmanati girovagarono per le nazioni, seminando violenza e panico. Le città bruciarono per giorni e giorni, settimane e mesi e, alla fine, giunse la pestilenza che dette il colpo di grazia.

Ci vollero sette anni, anche la storia biblica non era immune da ricorsi, prima che le comunità sopravvissute riuscissero a riunirsi in piccole province, a collegarsi tra di loro e ad organizzarsi per una sopravvivenza più civile. Solo allora fu possibile un bilancio, il novanta per cento degli umani estinti. Quasi una fine del mondo!

4     D-Glis 35/3 giunse alla fine del territorio. Aveva da poco terminata la trentaduesima circonferenza quando urtò un campo di energia, che, moderatamente lo respinse. Provò più volte lungo l’intera circonferenza, il territorio ovvero il laboratorio era finito. La forma, secondo la sua ricognizione, era una circonferenza irregolare ma capì subito che l’irregolarità era nelle sue circonferenze, il laboratorio-bosco probabilmente era un cerchio perfetto.

Piuttosto soddisfatto decise di ritornare. Alla decima circonferenza individuò il territorio del Glis. Raggiunse il centro del triangolo per osservare il messaggio lasciato. Trovò solo due nocciole delle quattro, allineate quasi come il suo asse di riferimento. Pensò ad un messaggio di risposta, ma non riusciva a capire. Non avrebbe potuto, le due nocciole erano state divorate per golosità.

Il suo messaggio iniziale non aveva avuto alcun senso per M-Glis 40/5.

Notò anche altre ghiande all’interno del triangolo, la loro disposizione casuale complicava ancora di più l’eventuale risposta al suo messaggio. Le due ghiande al centro forse davano una direzione, altre due più tre forse una direzione alternativa e un verso.

Pensò che la risposta, forse era superiore alle sue capacità. Che fosse un test? Posto da qualche istruttore. No. Istruttori in questo laboratorio non c’erano, non vi erano tracce di strumenti, arredamenti o altri meccanismi.

Il laboratorio, questo lo capiva, era una prova di adattamento in un habitat adatto a lui e all’altro glis. Alzò la testa per individuare, tra gli alberi, la tana del glis “M-Glis 40/5”, ma non riuscì a vederla. Si guardò bene da salire sugli alberi per cercarla, questo per evitare eventuali reazioni di disagio da parte del Glis.

Riprese il cammino di ritorno sempre seguendo l’asse. Trovò, dopo pochi metri, un segnale del percorso distrutto: la foglia strappata e il cerchio interrotto da un morso. Si fermò il tempo necessario per ripararlo, riflettendo sull’eventuale motivo che avrebbe spinto un glis a rovinarlo.  Certamente non vi era alcun motivo, il fatto era stato casuale. Ancora una volta la sua deduzione, troppo veloce, fu errata. Ben per lui altrimenti avrebbe ragionato per ore ed ore senza capire niente.

Lungo l’asse giunse al suo territorio, lo superò senza fermarsi, continuò oltre, in quanto il percorso di ritorno era stato molto più breve del previsto.

Raggiunse molto presto la trentaduesima circonferenza, cioè la fine del territorio dal lato opposto. Il tragitto era stato monotono, nessun elemento nuovo aveva incuriosito la sua osservazione. I segnali erano tutti a posto, il territorio non aveva altre attrattive che alberi, sottobosco, ghiande, bacche e glis.

Come laboratorio era piuttosto sguarnito e … lì, davanti a lui, con le spalle verso il campo di energia del confine, stava M-Glis 40/5. Questa volta non poteva sbagliare, nessun glis poteva guardarlo, in quel modo, negli occhi. Tutti i glis incontrati o intravisti erano subito fuggiti, forse consapevoli della sua superiorità. Ma questo era fermo, vide una zampetta che si muoveva come aveva fatto lui al primo incontro.

Gli salì dalla trachea uno squittio molto forte. Si meravigliò del suono che usciva dalla sua bocca, decisamente era il quarantunesimo squittio perché lui non ricordava di averlo mai sentito, ovvero di averlo mai pronunciato. Analizzò velocemente le sue sensazioni: era gioia, felicità, soddisfazione di aver trovato il glis o qualcosa d’altro molto forte che al momento non riusciva a capire. 

M 40/5 smise di “salutare” e si mosse verso di lui. Con passo lento, lo sfiorò passando e senza fermarsi si avviò lungo l’asse del percorso. Lui l’affiancò. Percorsero insieme il tratto fino al territorio quadrato, il suo.

Qui si fermarono, M 40/5 percorse l’intero perimetro e poi, mentre lui l’osservava con attenzione, al centro percosse un triangolo più piccolo. In un linguaggio puramente geometrico aveva confermato i due territori, in pensieri più umani gli aveva comunicato il suo indirizzo dopo aver confermato la conoscenza del territorio quadrato.

Lui capì bene il messaggio, così come intuì subito che M 40/5 aveva compreso il percorso, i segnali e la fine del territorio. Ora non aveva dubbi, in quel territorio- laboratorio erano stati posti due Glis emancipati, per cui ora l’esperimento continuava in coppia.

Quando ripresero il percorso, lui cominciò con il nuovo squittio e non smise nemmeno quando arrivarono al territorio triangolare. Si fermarono ai piedi dell’albero più vicino all’asse, dallo sguardo che M 40/5 dette verso l’alto, egli intuì che su quell’albero aveva la tana. Allora prese l’iniziativa e si avventò sul tronco dell’albero e a morsi vi incise M-Glis 40/5, come mettere la targhetta fuori la porta! Si girò soddisfatto verso M 40/5, che lo guardò squittendo, il suo solito squittio molto sonoro e stridulo. Questa volta D intuì, anche se non con certezza, il riferimento ad una risata quasi umana.

Quando l’eco della risata si spense tra gli alberi del bosco, egli prese un’altra iniziativa: indicandosi con una zampetta con l’altra incise sul terreno “D-Glis 35/3”. Alzo la testa, fisso negli occhi M 40/5, aspettandosi un segno di assenso, questo non tardò a venire M 40/5 rispose al suo sguardo mostrando la lingua, poi lentamente si mosse, girò intorno alla scritta incisa e poi intorno a lui. Questo sempre continuando a guardarlo negli occhi. Dopo il giro gli si pose davanti, squittì, alzò la zampetta agitandola in segno di saluto e, prima che lui potesse rispondere o prendere qualche altra iniziativa, salì sull’albero sparendo tra il fogliame.

Lui lo guardò salire soddisfatto di essere stato compreso. Una nuova strana sensazione balenò nel suo sistema ricettivo, ancora diversa dall’altra, meno violenta forse più superficiale e divertente ma non poteva capire perché lui l’ironia la conosceva solo come definizione.

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