Glis glis 1

Ancora un racconto scritto molti anni fa.

Dalla sua posizione vedeva molto poco, anzi quasi niente. Il sibilo dell’autovia faceva vibrare il suo sensibile timpano, gli ricordava un richiamo perduto nel tempo. Ora era importante cercare di vedere e di scoprire qualcosa. Da quando la sua mente era stata ampliata, l’osservazione era diventata un problema esistenziale, doveva capire dove lo stavano conducendo, forse portando perché una gabbia si porta.

La piccola autovia ebbe un sussulto e rallentò bruscamente. Era la prima volta, durante i suoi vari spostamenti tra un laboratorio ed un altro, che ciò accadeva. Ma com’ era possibile? Il movimento avveniva su un raggio di energia. Un’interruzione o una variazione di energia?  Molto strano!  Quasi impossibile. 

“M-Glis 40/5” era la targhetta che era comparsa nel suo campo visivo dopo il sussulto. Bisognava vedere di più. Il moto era ripreso regolare e il sibilo continuava ad infastidirlo. Aggrappandosi, anche con la coda, raggiunse un punto alto della gabbia, ora qualcosa di più vedeva, la targhetta apparteneva ad un’altra gabbia.

L’associazione fu veloce anche la sua matricola era simile: “D-Glis 35/3”. Si ricordò del giorno in cui l’umano-donna gli assegnò la targhetta e gli spiegò il significato.

L’umano-donna era   gentile, ma distaccata e fredda. Tutte le informazioni sull’amicizia, sull’amore che aveva assimilato quando era collegato con il computer-istruttore, lui sull’umano-donna non le aveva individuate.

L’autovia rallentò dolcemente, si fermò.

Sul nastro trasportatore vide molte gabbie, in ognuna un Glis, era una colonia. Ma le gabbie non avevano targhette, eppure lui una l’aveva vista.

Cerco di calcolare le probabilità di trovarla ma era impossibile, non conosceva il numero delle gabbie. Queste erano chiuse, come la sua, su due lati da un pannello opaco che limitava il campo visivo.

Il nastro trasportatore si fermò, la gabbia si aprì è fu con garbo spinto fuori dal pannello laterale della gabbia. Si trovò in un bosco, lo riconosceva perché l’aveva visto sul video ed anche in proiezione tre-D, come immagine virtuale. L’immagine era una cosa, ora sentire l’erba sotto i piedi … era altra cosa. Piedi? Deformazione dovuta all’apprendimento del linguaggio umano.

Si guardò attorno ed osservò ciò che accadeva. Appena un glis lasciava la gabbia correva verso la bassa vegetazione e si nascondeva; questo era un istinto che lui non sentiva. Già, forse lui aveva gli istinti repressi.

Con molta calma mosse alcuni passi verso il sottobosco, intravide tra la vegetazione altri glis che cercavano qualcosa, che poi portavano alla bocca, capì doveva essere cibo. A lui era sempre stato dato.

La sua mente, condizionata a consecuzioni logiche, elaborò con abbastanza velocità la situazione, stabilì così lo stato delle sue primarie necessità: localizzazione del territorio, ricerca del cibo, ricerca del glis individuato con la matricola: M-Glis 40/5.

Mise in atto la prima necessità.

Oltrepassò il sottobosco e raggiunse una piccola radura. In questa radura vi erano alberi di medio fusto, D-Glis 35/3 si fermò per osservare, localizzò tre di essi che formavano un triangolo quasi equilatero e verso questo si diresse.  Al centro del triangolo vide un glis marrone, come tutti gli altri, ma con una striscia di pelo grigio, molto chiaro, lungo la schiena. Anche questa volta l’associazione fu veloce, quel glis era, senza ombra di dubbio, M-Glis 40/5. La certezza scaturiva da due osservazioni, la prima di carattere fisico, anche i peli della sua schiena erano stati resi grigi nel laboratorio per diversificarlo dai suoi simili, la seconda di carattere psichico e mentale, la scelta del territorio di forma geometrica. Altra caratteristica, simile alla sua, era il corpo di dimensioni maggiori rispetto agli altri glis.

Il ricordo lo riportò nel laboratorio dei colori. Un glis non percepisce i colori, ma solo i toni di questi riportati alla tonalità del grigio con una scala tonale piuttosto breve. Alcuni giorni prima dell’apprendimento cromatico i suoi occhi erano stati abilitati ai colori, attraverso un delicato intervento operatorio che aveva modificato sia le caratteristiche ottiche del cristallino sia quelle della retina.

L’inversione delle attività programmate, cioè il ritrovamento del glis, lo portò ad un momento di riflessione, ma solo un momento perché decise subito di avvicinare l’altro glis per verificare le sue deduzioni.

Oltrepassò il perimetro ideale del triangolo. La reazione dell’altro glis fu immediata, lasciò il centro del triangolo portandosi ad uno degli angoli, cioè all’albero più vicino forse per fuggire verso l’alto della chioma. Quest’ atteggiamento mise in crisi D-Glis 35/3 che si fermò al limite interno del perimetro. Il fatto che l’altro fosse in posizione di fuga o di difesa senza fuggire, come avrebbe fatto un glis comune, aumentava la sua perplessità. 

Passò così ad un secondo tentativo, abbandonò il triangolo riportandosi oltre il perimetro e, seduto sulle zampe posteriori, iniziò con quelle anteriori dei gesti caratteristici degli umani: mani alzate, mani aperte, mani giunte…

L’altro glis, senza lasciare il suo posto al limite del triangolo, emise uno squittio abbastanza forte che, se D-Glis 35/3 fosse stato in grado di capire, avrebbe compreso che lo squittio era una sonora risata. Non comprese il motivo del suono, si allontanò pensando di non essere ben accetto. 

Decise di spostarsi più a nord. Girò intorno ad un albero cercando la zona di muschio, antico metodo a lui insegnato nel laboratorio di fisica terrestre. Fu molto soddisfatto di sè, per aver subito applicato una nozione primitiva, ma che faceva al suo caso.

Decisamente quel giorno non riusciva nessuna prova! Intorno all’albero non vi era traccia di muschio. Provò con un altro albero, il risultato fu ancora negativo.

Alzò, allora, gli occhi verso il cielo alla ricerca della luce solare.

La luce era diffusa, omogenea in tutte le direzioni, molto strano. Anche all’alba o al tramonto, quando la luce sembra diffusa, vi è sempre una zona più illuminata, a meno che, ancora una volta, si trovasse in un laboratorio!

Cominciò a dubitare dei suoi riflessi, avrebbe dovuto accorgersene prima! Un nastro trasportatore raramente, forse quasi   mai, porta in un bosco! Decisamente era il caso di commiserarsi. Credeva di capire, di intuire, di reagire ma le sue analisi erano a basso livello e la sua comprensione quasi nulla.

Giunse, tra questi ripensamenti, in una nuova radura. Non aveva dubbi, mentre osservava il perimetro, era di forma quadrata. Per non deludere gli umani, lo scelse come proprio territorio. 

Si arrampicò su un albero all’angolo della sua destra. Arrivato in cima trovò anche una tana predisposta per il riposo. Fu allora che si accorse che la luce andava diminuendo.

Tutto perfetto, era il tempo programmato per la sera. Sul ramo di fronte alla tana vide il cibo, una grande quantità di fresche ghiande, ne assaggiò una, perfetta, il servizio era completo!

Quando la luce diffusa dalla volta raggiunse minima intensità, tra gli alberi cominciarono a comparire vari glis. I vulgaris escono alla ricerca del cibo di notte perché durante il giorno sono nascosti nel sottobosco o nelle tane. Lui di notte invece dormiva, gli era stato tolto, in alternativa, il letargo invernale. Si sistemò nella tana e, come fanno molti esseri umani, pensò agli avvenimenti della giornata. Poi, mentre si raggomitolava, stabilì il da farsi del giorno successivo. Per prima l’esplorazione di tutto il territorio circostante ma doveva studiare il tipo di movimento nell’esplorazione perché quel luogo mancava di orientamento e per seconda la ricerca di M-Gli 40/5.

Obiettivo della ricerca il tentativo di stabilire un contatto. Il glis era certamente quello già visto, a meno che non vi fossero altre gabbie con altre targhette.

Stanco chiuse gli occhi e il sonno non tardò a venire.

Si svegliò   riposato   quando   il   chiarore era molto intenso. Pensò di fare un poco di ginnastica, magari quella yoga, ma non fece né l’una né l’altra. Già dell’altra, quella yoga, gliene aveva parlato il computer-istruttore su sua richiesta. Si stiracchiò, allungando gli arti.

Uscì dalla tana, fece la prima colazione a base di ghiande fresche, discese dall’albero e si fermò al centro della radura, concentrò i suoi pensieri sulla tattica da adoperare per l’esplorazione del territorio.

La prima ipotesi che gli balenò in mente fu quella di raggiungere il perimetro del laboratorio-bosco, seguendo una linea retta e quindi spostarsi lungo il perimetro per ricavarne la forma e poi l’estensione. Scartò subito quest’ipotesi sia perché era secondario stabilire la forma anzi inutile, sia perché se questa fosse stata molto irregolare, del resto era simulato un ambiente naturale, non ne avrebbe ricavato agevolmente la forma né di conseguenza l’estensione. La seconda ipotesi fu quella di segnare, con alcuni morsi, gli alberi secondo linee spezzate, che a volte utilizzavano uno stesso albero come elemento comune, queste linee sarebbero partite da uno stesso punto: il centro della sua radura. Anche quest’ipotesi non soddisfece la sua logica. L’analisi sarebbe stata dispersiva, non verificabile globalmente e difficoltosa nella localizzazione di percorsi più immediati. La terza ipotesi che scelse, anche se sembrava difficoltosa, era forse più adattabile al territorio. Consisteva in un percorso composto da più circonferenze concentriche più o meno regolari, con due assi direzionali ovvero diametri; il centro cartesiano di riferimento era il centro del suo territorio. Solo gli assi dovevano essere segnati e individuate da tacche “morsicate” sul   tronco.  Il grado    di   difficoltà   consisteva   anche   nell’allineamento degli alberi sugli assi, forse segnandoli all’esterno delle circonferenze sarebbe stato più facile allinearli ed individuarli. Certo che il percorso sarebbe risultato molto lungo tuttavia in tal modo, oltre all’andamento del perimetro e dell’estensione, avrebbe esplorato l’intera superficie del territorio.

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