Serapo e Nettuno – 1

Nel luglio del 2000 ero in vacanza a Gaeta. Serapo era la mia spiaggia preferita. Una mattina, dopo il bagno, passeggiando lunga la riva sono stato attratto da alcune immagini. Le ho fotografate e riguardandole a casa con attenzione mi hanno ispirato il racconto.

Spesso prima dell’alba, il dio Nettuno soleva attendere il sorgere del sole su un piccolo isolotto, circondato da un mare azzurro e trasparente, gli facevano compagnia due fedeli servitori: un serpente marino e Sira, una sirena.

Una mattina Nettuno, guardando verso la costa, vide uscire da una caverna un essere umano che poi si immergeva nel mare.

Sira. – Esclamò il dio.

Sira non rispose, il tiepido sole del mattino, come una tenera carezza d’amante, l’aveva addormentata.

Sira, svegliati! – urlò Nettuno, mentre con il tridente le carezzava la coda.

La sirena aprì gli occhi e ritrasse la coda, guardò il dio, gli sorrise e disse:

– Sì. Sono pronta.

– Per fare cosa?

– Per andare.

– Non è ancora l’ora. È presto.

– Allora cosa c’è, mio signore?

– Guarda sulla riva. Cosa vedi?

– Qualcuno fa il bagno. – Rispose Sira guardando verso la riva.

– Va, vedi chi è?

Sira non rispose subito, si passò le mani, a mo’ di pettine, tra i lunghi capelli neri e poi disse:

– Vado e torno.

Alzò le mani verso l’alto, incrociò le dita, si stiracchiò ben bene, poi con un guizzo si tuffò e scomparve   sott’acqua.

Raggiunta subito la riva   si   trovò di fronte una   bella fanciulla. I suoi capelli erano biondi e luccicavano, i suoi occhi erano verdi e limpidi come il mare vicino agli scogli, quando il sole si avvicina all’orizzonte ma temporeggia il tramonto.

– Chi sei? – Le chiese.

La fanciulla, un po’ sorpresa dall’ improvvisa visione, rispose:

– Sono Serapo, giovane vestale del tempio della dea Serapide, là sulla collina.

– E tu chi sei? Sei bellissima. Vuoi venire con me a passeggio sulla spiaggia? Vorrei conoscerti, diventare tua amica, io sono sempre sola, non mi è permesso frequentare alcuno.

– Sono Sira. A me è permesso diventare tua amica. Ma passeggiare sulla spiaggia proprio non posso.

– Perché non vuoi?   Passeggiare sulla riva è bello, la sabbia è sottile. Ti prego vieni.

      – Vorrei, ma proprio non posso …. Guarda – disse Sira, mostrando alla fanciulla la sua lunga coda argentata, impreziosita da tante piccole squame d’oro.

– Dovevo capirlo dalla tua bellezza e dai tuoi meravigliosi occhi, così azzurri, che eri una divinità marina.

– Anche tu sei molto bella, i tuoi capelli hanno riflessi d’oro puro, i tuoi occhi sono grandi e profondi e risplendono come due smeraldi. Tese le braccia verso Serapo e aggiunse: – Vieni tu da me, passeggeremo in mare.

Serapo non aveva mai avuto complimenti per la sua bellezza, la sua vita solitaria, quasi da reclusa, non aveva permesso alcun contatto umano. I suoi occhi, alle parole di Sira, brillarono ancora di più e sulle sue labbra si schiuse un sorriso felice.

– Vengo, certo che vengo!

D’impeto si gettò su Sira. La sirena non aveva piedi per piantarli sulla sabbia e assorbire il colpo per cui le due fanciulle, nell’abbraccio, vacillarono e finirono sott’acqua, affiorarono subito e risero di gioia. Poi, per mano, si allontanarono dalla riva. Quel giorno Serapo fece un bagno diverso dal solito. Non era una nuotatrice, non si era mai allontanata dalla riva. Ma con Sira era tutto diverso, la mano della sirena la conduceva con sicurezza, prima sopra e poi sotto l’acqua. Andare sott’acqua fu per Serapo un’esperienza interessante.

Quando il sole era pronto a sollevarsi dall’orizzonte del mare Sira capì che era il momento di andare, ricondusse a riva Serapo e le disse:

– Ciao, bellissima. Ora devo proprio andare.

– Ciao Sira, anch’io devo andare. Tornerai domani?

– Credo proprio di sì.

Nell’abbraccio di saluto Serapo rimase affascinata e turbata, un brivido le corse lungo la schiena. Non aveva mai abbracciato una sirena. Il nudo e turgido seno, la coda avvolgente le rimasero sulla pelle, come dolce sensazione, fino a quando rientrò al tempio.

Sira torna verso l’isolotto, a mare trova già Nettuno, a cavallo del serpente, pronto per andare. La sirena affiora in silenzio e si accoda al serpente, ma Nettuno le dice:

– Vado e torno! Che puntualità! Ti sei divertita a mare con lo sconosciuto?

– Non era un uomo. Era una donna!

– Una donna? Ma se è un posto deserto. Dimmi chi era? Una dea? La conosco?

– No. È solo una fanciulla.

Sira, per la sua semi-divinità, sente un presagio strano per cui risponde in modo evasivo:

– È una fanciulla che fa il bagno all’alba.

– Questo l’ho capito. Ma chi è? Com’è?

– È una fanciulla del tempio di Serapide, là sulla collina. È normale.

Nettuno, conosce bene Sira, sa che quando non vuol parlare è inutile tentare. Chiude così l’argomento con una pungente osservazione.

– Ho capito, hai trovato un’amica e la vuoi solo per te. Sira non risponde. Sorride al dio, fa una capriola fuori dall’acqua e poi parte veloce. Seguita dal serpente con Nettuno in groppa.

Serapo intanto è arrivata al tempio di corsa, è leggermente affannata, raggiunge le altre vestali e si prepara per il cerimoniale mattutino. Raccoglie i suoi capelli e, aiutata da una sua compagna, li intreccia con sottili tralci di vite. Serapo è silenziosa, la sua mente rivive l’incontro e il gioco in mare con Sira. La sua compagna Seopra, anch’ella giovane vestale si accorge del silenzio, la osserva con attenzione e percepisce l’aria trasognata dell’amica.

– Cos’hai stamattina?  Hai sonno o sogni ancora?

Serapo, sente le parole di Seopra, ma prende tempo per la risposta. Sa che deve mantenere il segreto. È una vestale privilegiata e destinata a diventare sacerdotessa, può uscire da sola, ma da sola deve rimanere, questo è il giuramento. Ma l’amica incalza:

– E dai, dimmi cos’hai? I tuoi capelli sono ancora bagnati. Hai fatto un lungo bagno stamattina?

      – Sì. Ho anche giocato con un granchio è stato bellissimo.

– Un granchio? Se ti fa quest’effetto certamente è un granchio mandato da una divinità, sta attenta.

– Cara non ti preoccupare, sarò attenta.

Il suono del gong avvisa che la cerimonia deve avere inizio, tutte le fanciulle si mettono in fila per iniziare la processione.  Il posto di Serapo è centrale, mentre tutte le altre formano due file ai suoi lati: alla sua destra c’è Seopra, alla sua sinistra Praseo, un’altra giovane vestale.

L’indomani all’alba Sira non salta sullo scoglio come al solito, ma rimane in acqua perché pensa di andare da Serapo, ma Nettuno, incuriosito della reticenza della mattina precedente, la previene dicendo: – Salta pure. Prenditi il sole. Stamattina vado io a vedere la fanciulla.

In groppa al serpente marino Nettuno si avvia verso la spiaggia. Per non spaventare la fanciulla, lascia nascosto in acqua il serpente e nuotando raggiunge la riva.

Serapo è nella grotta, che ha raggiunto attraverso un passaggio segreto che porta a un punto più in alto della collina. Nel momento in cui Nettuno emerge dall’acqua Serapo esce dalla grotta, guarda verso la riva dove pensa di trovare Sira. L’imponenza del dio spaventa la fanciulla che urla e fugge nella caverna per ritornare al tempio. Quel giorno non farà il bagno.

Nettuno non è riuscito a vedere molto, nella fuga precipitosa della fanciulla ha notato solo i biondi capelli mossi e fluenti sulle spalle della fuggitiva. Deluso, ma anche divertito riprende il mare e con il serpente ritorna sull’isolotto.

Sira, dall’isolotto lo vede arrivare, quando è a tiro di voce gli dice:

– Vado e torno!  Tu sì, signore, sei veloce nella conoscenza.

Il dio ride, tra Sira e lui esiste una sottile ironia. Nonché un’antica complicità.

– Hai conosciuto Serapo? Com’è?

– Ho notato solo i suoi capelli! Quando mi ha visto è fuggita.

– Belli i suoi capelli, brillano come l’oro.

– Domani va tu. Preparami “la strada”.

– Sì. Domani vado io. Quanto alla strada, non so. Io sono una creatura del mare, posso semmai fare una scia!

Serapo è tornata al tempio. Tutto tace, nessuno è sveglio. Non sospetta di aver visto il dio del mare, crede che sia solo una divinità marina o forse un compagno della sirena. Ora è più calma. Sale sulla   terrazza più alta, si toglie la tunica, che le avvolge il corpo e si stende alla tiepida alba. Il sole ancora non è comparso, ma la sua luce si diffonde nel limpido cielo. La fanciulla si addormenta e sogna di essere a riva con Sira. Nel sogno la sirena le carezza i capelli e il viso, ma lei la sente lontana. Sira. Sira … Pronuncia sottovoce, ma le carezze si fanno più reali. Apre gli occhi: è Seopra, che le sorride.

– Seopra, cara, mi sono addormentata, l’alba è così bella.

– Niente mare stamattina, solo sole? Perché?

– Mi sono svegliata più tardi stamattina, non volevo fare tardi anche oggi.

– Certo, ma Sira chi è?

– Perché? Come la conosci?

– No, non la conosco. Tu la nominavi nel sonno.

Serapo guarda negli occhi l’amica, tenta di scoprire se nel sonno ha detto altro, allunga le mani verso Seopra, le carezza il viso e sorridendo le dice:

– Domani te lo dico. È una vecchia storia.

L’amica sembra soddisfatta della risposta, lei invece spera nel suono del gong, come aiuto, perché al momento non sa cosa dire. È fortunata, suona il gong e le due amiche per mano corrono a prepararsi

Nel tempio, la giornata è lunga e piena di attività. Tra rituali e preparazioni delle cerimonie, il tempo passa veloce. Vige il silenzio, per cui, nei momenti in cui Seopra le è vicina, possono solo sorridere.

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