Il numero innominabile

Con il testo di questo racconto ho partecipato al concorso 88.88

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Il nome Ottone mi è stato dato per tradizione familiare. Era quello del nonno, figlio di un tedesco che dopo l’ultima guerra mondiale si era trasferito in Italia.

Avevo compiuto cinque anni, durante il pranzo di Natale mio zio propose il diminutivo: Otto. Ritenendo il nome troppo importante per un bambino.

La proposta fu bene accolta da tutti i parenti presenti al banchetto e anche dai miei genitori.

Da quel giorno, Otto è stato il mio nome per tutti, conoscenti e amici.

Ma dall’asilo in poi il nome è stato una persecuzione. Finanche due maestre si divertivano. Una mi chiamava “sei più due”. L’altra diceva: – Otto non è nemmeno un numero perfetto. – poi rivolta alla prima: – Con la matematica puoi  chiamarlo come vuoi. Dieci meno due. Sessantaquattro con la moltiplicazione e con la divisione ottanta diviso dieci. Da allora è il mio numero sfortunato.

Alla scuola media, trovavo sui miei libri e sui quaderni 860. Con il significato: Otto sei zero.

Al mio ventitreesimo compleanno, sono entrato nella pasticceria del mio quartiere per comprare dolci e bibite per festeggiare la serata con gli amici.

È li che ho conosciuto Carlotta.

Mentre sceglievo le bibite, un uomo con il passamontagna, ha minacciato con una pistola la cassiera. Una ragazza che stava parlando con la cassiera, in un attimo ha risolto la rapina. Ho visto volare l’uomo verso la porta del locale, precipitando a terra e perdendo nel volo la pistola. La ragazza, raccolta l’arma, senza indugio l’ha puntata contro l’aggressore. Quando sono arrivati i carabinieri, nel locale eravamo solo quattro: io, la ragazza, la cassiera molto spaventata e la commessa. Come testimone mi è stata chiesta la carta d’identità, sulla quale il mio nome è Ottone.

Carlotta che aveva sentito il mio nome, quando i carabinieri sono andati via, mi ha chiesto: – Hai un nome interessante. Come mai?

– Era il nome di mio nonno. Ma in famiglia e per gli amici sono Otto. – le ho risposto.

– Anche io ho il diminutivo di Carlotta, sono per tutti Lotta. – e sorridendo ha aggiunto: – Piacere Lotta.

Ci siamo stretti la mano. La sua era molto più piccola della mia ma molto tonica, ho sentito una forte stretta. Lotta non è molto alta, sarà intorno a un metro e sessanta o poco più. Ma quello che la caratterizza sono i suoi capelli neri che contrastano con i suoi occhi azzurri molto chiari.

Continuando a parlare ho scoperto il perché del suo diminutivo. È il suo nome di battaglia come esperta cintura nera di Judo. Avrei dovuto capirlo subito per il volo.

Le ho offerto un passaggio con la mia auto ma lei aveva la sua. Quando ero al volante mi sono ricordato che non avevamo scambiato il numero di telefono. Volevo tornare indietro ma ormai era passato già molto tempo.

Di sera a letto pensavo come poter rintracciare Carlotta ma mi sono addormento senza aver trovato una soluzione. La mattina appena sveglio, forse è vero che la notte porta consiglio, mi viene in mente l’idea. Perché non cercarla nelle palestre dove preparano gli atleti di arti marziali?

Nell’elenco telefonico trovo l’indirizzo delle tre palestre della città. Oggi pomeriggio uscirò un poco prima dal lavoro e andrò a cercarla.

Buco nell’acqua. Non si allena in nessuna delle tre. Un simpatico giovanotto della terza palestra mi dice che la conosce solo di nome ma non sa altro.

Ormai è diventato un pensiero fisso. La ragazza mi piace e non riesco a dimenticarla. Ho sempre l’immagine del suo viso e degli occhi chiari nella mia mente.

È passata una settimana ma ancora la sconosciuta è introvabile. Ho anche telefonato, inutilmente, alle otto palestre della provincia. Mi sento molto triste, quasi fossi un innamorato respinto.

Per distrarmi guardo spesso, con poco interesse, i programmi televisivi.

Durante un servizio del telegiornale locale la sua immagine, con il chimono, è comparsa sullo schermo.

Dopo una breve biografia, la notizia importante è stata la prossima esibizione/incontro nella città di Napoli.

La mia felicità è esplosa.

Ho annotato il giorno e l’indirizzo della palestra. Anche se la mia cittadina dista un centinaio di chilometri, non potrò mancare al suo ma, forse meglio al nostro incontro.

Sono stato a Napoli più volte, quello che più mi spaventa è il traffico cittadino. Decido di prendere il treno.

Durante il viaggio, una giovane ragazza è seduta di fronte a me. Mentre legge un libro, la sua borsa scivola dal sedile e cade sul pavimento. Doveva essere aperta perché il suo contenuto si sparge a terra. Sorridiamo insieme e mentre l’aiuto a recuperare varie cose, le borse delle donne contengono sempre di tutto, ci presentiamo.

Il viaggio in sua compagnia diventa piacevole. Non scenderà a Napoli ma proseguirà per Reggio Calabria. Va a ritirare un premio per un libro scritto da lei. Prima di scendere, stavolta annoto il suo numero telefonico anche se mi dice che è fidanzata. Il suo ragazzo l’aspetta alla stazione.

Io spero di diventarlo presto. Oggi devo incontrare la mia lei.

Scendo dal treno e prendo un taxi ma, malgrado le corsie preferenziali, occupate da automobilastri,  impiega quasi un ora per raggiungere la palestra.

La palestra era affollata, ho trovato uno degli ultimi posti rimasti dell’ultima fila.

Lo spettacolo è iniziato con incontri di ragazzi, alcuni anche molto piccoli. Terminati gli incontri, gli atleti adulti hanno presentato un’esibizione prima collettiva, otto atleti con movimenti sincronizzati, e dopo, in quattro coppie con mosse di difesa personale.

Carlotta mi è sembrata molto ben preparata, in particolare per le sue prese volanti, dovute forse alla sua statura. Era la più piccola in altezza e di minor peso.

Finito la manifestazione l’ho aspettata fuori l’ingresso. Ma non è uscito nessun atleta e dopo poco è venuto un ragazzo a chiudere la porta. Gli ho chiesto quando uscivano, lui mi ha risposto che sarebbero usciti da una porta dietro l’edificio.

Quasi di corsa ho raggiunto la porta posteriore mentre un ragazzo usciva, gli ho chiesto di Lotta e mi ha detto che dovevo aspettare. Lui aveva ricevuto una telefonata e aveva rinunciato a farsi la doccia.

Poco dopo mi sono trovato abbracciato a Lotta, ci siamo baciati ripetutamente sulle guance.

– Sono giorni che ti cerco, non avevamo scambiato il numero telefonico. Per televisione ho visto la data dell’incontro e non ho potuto fare a meno di venire. – le ho detto.

– È stata una bella sorpresa. Anch’io ero rimasta male della dimenticanza. Non sapevo proprio come rintracciarti. Forse è meglio se ci scambiamo subito il numero telefonico.

Siamo stati insieme tutto il giorno. Come si può visitare Napoli senza fermasi, a pranzo, in una pizzeria. All’imbrunire siamo partiti, con il treno, per la nostra città.

Durante il viaggio le ho parlato della mia sventura del nome. Lei si è molto divertita, sminuendo  la malasorte. Mi ha dato anche un consiglio.

– Numero sfortunato? La soluzione è facile. Dimenticalo, cancellalo dalla mente e non nominarlo più.

– Giusto. – ho risposto – Ma ricordati che è il mio nome.

– Lascialo pure nominare agli altri. Se lo vuoi veramente fallo diventare indifferente anche a sentirlo.

Che ragazza! È forte anche di mente. Sono anni che cerco una ragazza che mi dia fiducia. Ora penso proprio di averla trovata.

Provo a conquistarla.

– Ma forse per farlo ho bisogno di te. Della tua fiduciosa presenza. Potremmo anche fidanzarci. Che dici?

– Amici sì. Fidanzati no. Io non rinuncio al mio stato di single. Non ho fiducia nella coppia.

– Anch’io penso che la coppia sia in crisi. L’amicizia mi va bene.

Arrivati alla stazione ci siamo salutati con una stretta di mano. Ma prima ci siamo dati appuntamento per la prossima sera. Ceneremo insieme.

Nel taxi che mi portava a casa, ho dato la via dove abito e il numero aumentato di due. Ho messo in atto il consiglio.

Sono passati tre mesi che ho conosciuta Lotta. La mia vita è cambiata completamente.

Mi accorgo che la nostra amicizia si sta evolvendo, ma non oso dichiararmi.

Stasera sento un forte desiderio di baciarla. Quando l’ho accompagnata a casa, l’ho guardata negli occhi. Ho portato il mio dito indice alle mie labbra e l’ho baciato. Dopo l’ho spostato sulle sue labbra. Senza indugio anche lei l’ha baciato. Ci siamo abbracciati, i baci sono passati sulla bocca. Tra l’uno e l’altro, sottovoce ho sentito che diceva: – Finalmente.

La serata è terminata nella mia mansarda.

Mi sembra che il numero innominabile ora sia diventato magico. È sempre presente, più di prima nella mia vita.

Da tre settimane vinco al gioco, con lo stesso ambo su tre ruote diverse. Non riesco a immaginare cosa pensa di me la gente quando mi chiede con quali numeri ho vinto e la mia risposta è: – Il numero? Non lo ricordo.

Ecco scoperto l’arcano: il vero diminutivo è Otta, insieme al mio fa una coppia perfetta e fortunata.

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