La favola di Lucilla

La mia passione per il mare, in particolare per i delfini è iniziata da bambina. Quasi certamente per le immagini di un quadro, nel soggiorno di casa, che rappresentava le evoluzioni dei delfini in un limpido e trasparente mare. Anche il fondo marino, ricco di vegetazione e di piccola fauna, arricchiva la composizione.

Mio padre appassionato sub mi aveva insegnato ad amare il mare. Già a cinque anni, con una mascherina adattata alla mia testolina, ero una piccola e brava sommozzatrice. Nuotavo meglio sott’acqua che in superficie dove avevo non poca difficoltà al galleggiamento. Al mio settimo compleanno ebbi come regalo una collanina con una medaglietta d’argento a forma di delfino, che ancora oggi cinge il mio collo. Ora ho anche tatuato sul braccio destro un delfino con la testa in alto e su quello sinistro lo stesso delfino capovolto. Come se volessero rappresentare una capriola, insieme a quello al collo.

Da quattro anni sono addetta alla vasca dei delfini. I miei compiti sono diversi, vanno dal presentare al pubblico i simpatici animali e fare piccoli spettacoli giocando insieme a loro. Oltre a tenere pulita la vasca e accudire i quattro delfini. Uno di loro, il più giovane ultimo arrivato, è il mio preferito per la sua giocosa allegria. Quando scendo in acqua lui mi è sempre vicino e approva con leggeri fischi tutte le mie iniziative.

Cercando di imitare i suoi sibili, gli ho dato un nome: due fischi lunghi e uno breve. Che tradotto potrebbe essere Luciano, il nome di mio padre. Quando la mattina mi avvicino alla vasca e lo chiamo, ovviamente con i fischi, lui mi saluta con due giravolte consecutive fuori dall’acqua e mi viene incontro sul bordo della piscina, ripetendo più volte il mio richiamo. Mi sporgo e strofiniamo i nostri “musi”, in un saluto affettuoso.

I compagni di lavoro hanno arricchito il mio nome chiamandomi “Lucilla la delfina”.

Per raggiungere al più presto il mio posto di lavoro ho preso in affitto un miniappartamento molto vicino. Dal mio balconcino vedo il mare e i delfini della vasca, quando saltano nelle loro evoluzioni.

Sono passati alcuni mesi e il mio amico marino è cresciuto, ora è un bell’esemplare.

La nostra amicizia è diventata per me una necessità esistenziale. Anche di pomeriggio tardi, quando la struttura chiude, rimango con lui fino al tramonto. Le nostre carezze sono diventate più continue e direi approfondite. Passiamo molto tempo vicini. In vasca indosso le pinne per potermi muovere più veloce e per seguire le sue evoluzioni sott’acqua.

Fuori dall’acqua le sue capriole ultimamente si sono modificate. Usa la lunghezza della vasca per prendere velocità e dopo un giravolta in aria, cambia direzione e va più in alto possibile. Ho l’impressione che stia studiando una traiettoria più complessa.

Quando ha finito di allenarsi l’ho chiamato istintivamente Luciano, dimenticando i fischi. Con sorpresa  ho notato che aveva compreso l’appellativo. Infatti si è avvicinato ripetendo i due fischi lunghi e quello breve, come per dirmi che aveva capito il suo nome. Che animale intelligente!

 

Una sera poco prima del tramonto ho compreso a cosa servissero i suoi esercizi nella vasca.

Con stupore l’ho visto volare verso il mare. La vasca è abbastanza vicina alla riva. L’ho raggiunto con una certa difficoltà, perché ho dovuto superare la rete di confine della struttura.

Mi aspettava vicino alla riva e quando sono arrivata i suoi gridolini sembravano di gioia. Ma io ero molto preoccupata e l’ho redarguito aspramente, indicandogli di rientrare nella vasca. Con meraviglia l’ho visto, dopo una rincorsa tra le onde, ritornare nella piscina.

Non capisco come faccia a capire le mie parole, ma ho anche l’impressione che mi risponda, modulando i suoi fischi.

Il salto a mare, quando il tempo è bello e  se c’è la luna che illumina il nostro incontro, ormai è diventata un’abitudine. La sera quando esco dalla struttura mi avvio verso la spiaggia. Lui, saltando  vede quando mi accingo a scendere in acqua e mi raggiunge.

Sento in me nascere un sentimento verso il mio amico delfino che non riesco a definire, intontita dalla nostra vicinanza, dalle carezze e dai baci che ci scambiamo continuamente. Potrei definirlo amore ma la parte logica della mia mente preferisce chiamarlo affetto.

Non avevo mai provato a immergermi nel mare di notte. Se il cielo è stellato e magari con la luna, fino a dieci metri e anche di più l’acqua possiede una luminescenza meravigliosa, arricchita dalla sua stessa natura trasparente e colma di magici riflessi. Il fondo marino appare in tutta la sua sbalorditiva bellezza di colori e contribuisce alla mia frastornata felicità.

Ecco è così. Sono felice quando sono con lui ma anche quando non lo sono, perché sento in me la sua piacevole presenza.

Un giorno, alle prime luci dell’alba quando siamo pronti per ritornare a riva, mi accorgo di aver perduto le pinne e sento una strana sensazione alle gambe. La maschera che ho sul viso mi dà fastidio e la tolgo. Quello che noto è lo strano aumento della velocità, nuoto veloce quasi come il mio amico. Mi fermo. Guardo indietro dove l’ho lasciato e mi accorgo di non avere più le gambe, dalla vita in giù il mio corpo è diventato quello di un pesce, ricoperto da piccole squame verde scuro che brillano nel blu dell’acqua … Sono diventata una sirena.

Anche lui si è accorto del cambiamento e lo festeggia girandomi velocemente intorno e infilandosi sotto al mio corpo, spostandolo verso l’alto. Io festeggio in maniera diversa, quando posso mi attacco con le mani alle sue due pinne inferiori e mi lascio trasportare. Peccato che senza gambe non posso più cavalcarlo. Ho tentato anche di imitarlo facendo una capriola in aria ma ancora non riesco a prendere un forte slancio per cui raggiungo un’altezza minima, appena fuori dall’acqua. Forse ancora non riesco a controllare bene la mia coda.

Il sole intanto ha superato l’orizzonte ed è necessario ritornare verso la vasca. Un pensiero mi preoccupa. Come farò a tornare sulla terraferma?

Mentre ci avviciniamo alla spiaggia, il pensiero è diventato un incubo. Dovrò rimanere a mare? Cosa sarà della mia vita da femmina umana?

Non sono in grado di saltare nella vasca e anche potendo non posso presentarmi come sirena. Il mio compagno invece non mi sembra per niente preoccupato, continua allegramente a girarmi intorno pronunciando gridolini di allegria.

Quando siamo a pochi metri dalla riva, sento la sabbia sotto i piedi. Sì! Ho di nuovo le gambe.

Mentre lui salta verso la vasca, libera da preoccupazioni corro felice lungo la riva.

La giornata di lavoro non mi distoglie per niente dall’accaduto, sempre presente nella mia mente. Oggi ci sono molti spettatori e i delfini, quasi consapevoli, si impegnano molto. Principalmente nel gioco con la palla che tengono in equilibrio sul muso. Hanno anche imparato a passarsela tra loro e spesso la tirano anche a me. Quando non riesco a restituirla  con una testata, la prendo con le mani e la rimetto in gioco. Ma lo spettacolo più gradito al pubblico è sempre quello delle capovolte in aria con la partecipazione di tutta la squadra.

A un tratto mi sento sollevare in aria e sono lanciata già in rotazione per una capriola. Quando riaffioro dall’acqua sono accolta con un lungo ed entusiasta applauso del pubblico.

È stato il mio amico. Che matto! Forse ha dimenticato che al momento non sono più una sirena.

Ma dopo l’applauso mi distendo sull’acqua e faccio un cenno con la mano al mio compagno. Lui intuisce e mi fa ancora volare.

Questa volta mi ha lanciato molto più in alto. Come fossi una tuffatrice, allargo le braccia avvicino le gambe e tento una doppia capriola. Non mi riesce proprio perfetta ma, come prima volta, sono soddisfatta. L’applauso si ripete ancora più a lungo.

 Non riesco bene a rispondere alle domande dei miei compagni di lavoro. Posso solo dire che l’iniziativa della capriola è stata del delfino. Il che poi è vero. Ma loro non sono soddisfatti e continuano l’interrogatorio. Per tergiversare non mi rimane che sorridere e scherzare sull’argomento.

Quando la struttura chiude mi avvio verso spiaggia. Dopo poco arriva il mio compagno che mi ha visto saltando dalla vasca.

Non ho le pinne e nemmeno la maschera, perdute il giorno prima. Con un po’ di nostalgia, mi accingo a scendere a mare. Quando sollevo i piedi per iniziare a nuotare, il prodigio si ripete.

Sono di nuovo una sirena.

Stasera c’è il plenilunio, sott’acqua c’è una luce meravigliosa che mette in risalto colori e trasparenze del mondo marino. I piccoli pesci che avevano paura quando ero una donna ora mi sono intorno e nuotano insieme a me.

Mi accorgo che non ho bisogno di respirare con le vie aeree, forse devo avere in qualche parte del corpo le branchie. Ormai sono anche un pesce.

Dopo aver scorazzato sul fondo del mare, insieme al mio amico entriamo in una grande caverna sotterranea illuminata da alcune alghe fosforescenti. Anche i pesciolini ci seguono.

Dopo aver esplorato la spelonca, sono stanca e decido di stendermi sul letto di alghe. Abbracciata al mio compagno, mi addormento profondamente.

Quando mi sveglio ricordo il sogno che ho fatto. Ormai vivrò per sempre nella speranza che si realizzi la fantastica visione.

Il mio amico delfino, per un altro prodigio, era diventato un uomo.

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