La zucca che strizza l’occhio – horror

Hai mai provato la notte prima di Halloween a scrutare bene il buio del cielo?

Potresti vedere un’ombra rossa che volteggia alla ricerca di un luogo sacrificale.

– Buongiorno direttore, vorrei l’autorizzazione a festeggiare insieme agli altri pazienti la notte di Halloween. Magari anche durante la giornata, con i dolcetti e gli scherzetti.

– Ciao Walter, mi hai preso alla sprovvista. Al momento non so decidere ma posso ripensarci se ne parliamo un poco e mi spieghi cosa vorresti fare. Ora devo uscire per un ricovero urgente. È la figlia di una persona molto importante. Più tardi o domattina ne discuteremo. Considerando che scrivi di tutto, porta le tue idee possibilmente scritte.

– Direttore, per poterci pensare anche di notte, posso fare a meno della dose di sonnifero serale? Come è già accaduto altre volte, come quando l’anno scorso ho scritto la poesia di Natale per i miei amici ricoverati.

– Credo proprio di sì. È un periodo che sei molto sereno, penso che si possa sospendere per alcuni giorni. Avviserò io l’infermiera del turno serale. Ciao. Ora devo proprio andare.

– Grazie. Lei è una persona gentile come Manuela. Deve essere una dote familiare. Buona giornata Direttore.

La figlia del Direttore, Manuela, è la psichiatra della clinica. Oltre a essere una bella ragazza  è molto brava nella sua professione. Riesce a entrare nella simpatia dei malati per la sua gentilezza e la sua calma. Con Walter ha un rapporto privilegiato anche perché lui, tranne periodi di turbamento violento, è molto collaborativo e si interessa degli altri ricoverati ai quali spesso trasmette la sua gioia di vivere.

Quando si accorge che è vittima di un prossima alterazione della mente è lui stesso che chiede aiuto a lei. Avuti i farmaci si rifugia nella sua camera in un isolamento forzato fino al ripristino delle buone condizioni.

Essendo un malato particolare è l’unico che gode del privilegio di potersi muovere nell’intera clinica.

Alle otto del giorno successivo è nella sala che precede lo studio del Direttore, ma non viene ricevuto.

Mentre ritorna nella sua camera, nel corridoio incrocia due infermieri che portano letteralmente una giovane donna dal viso disfatto e deturpato che si dibatte e urla. Con una voce roca ripete strane e quasi incomprensibili parole, come se fosse posseduta: – Son giunta. Tremate.  Spaurite. Atterrite.  Giorno più giorno arriva la vendetta della strega di …

Quando il suo sguardo incrocia quello di Walter, le urla e i movimenti convulsi di lei spariscono. Un sorriso le illumina il viso che riprende l’aspetto femminile di una giovane ragazza.

Walter rimane immobile, sente nella sua mente una strana sensazione. È rimasto ammaliato. Gli occhi della fanciulla sono di un azzurro intenso, quasi un blu. I capelli hanno un bizzarro colore rosso con riflessi nero avorio. Quando la ragazza viene trascinata via, inizia di nuovo a urlare. Raggiunta la sua stanza, l’immagine della ragazza è impressa nella  mente più forte della preparazione per i festeggiamenti di Halloween. È assorto e pensieroso.

Un infermiere entra e gli dice: – Walter, il Direttore vuol vederti subito. Vieni.

– Subito? Ma non è occupato con la ragazza?

– Non so niente. Mi ha solo detto che vuole vederti.

Giunto di fronte alla porta della direzione, sente le urla strazianti e la voce roca che diffonde parole ancora più incomprensibili.

Appena entra, così come è accaduto nel corridoio, la ragazza si calma improvvisamente.

Il Direttore, asciugandosi il sudore che imperla la fronte, dice: – Walter. Ma allora è vero quello che mi hanno riferito? La tua presenza calma Marcella.

– Walter, Walter – esclama la ragazza sorridendo – Dillo a questa gente che noi siamo amici.

– Ma io …

Il Direttore colto di sorpresa interviene: – Walter perché non dici che la conosci? Forse hai dimenticato perché è passato tanto tempo.

– Sì, sì … ero una bambina piccola quando lui mi abbracciava, mi toccava e mi baciava. – esclama con entusiasmo la ragazza che ora appare molto calma.

Walter guarda Marcella, cercando nei ricordi un’immagine del passato ma non trova nulla. Inoltre sente anche una confusione mentale e un trasporto verso i capelli rossi e gli occhi blu. Riesce a allontanare la perdita della propria coscienza, esclamando: – Ecco i miei appunti per la festa di Halloween.

– Halloween è una festa bellissima, io so preparare le zucche. – interviene la ragazza con gli occhi che brillano e un sorriso sulle labbra. – poi aggiunge – Perché sono legata? Cosa ho fatto di male?

– Direttore gli appunti. – insiste Walter.

– Sì Walter, ora mettili via ne parliamo dopo.

– Vuoi leggere tu gli appunti sulla festa? – li porge alla ragazza.

– Sì, sì. Li voglio.

– Come fa a prenderli? Bisogna slegarla. – sottolinea Walter.

Un infermiere: – Direttore ma non possiamo slegarla.

Il direttore: – Invece sì. – poi rivolto a Marcella – Se rimani tranquilla possiamo slegarti perché non hai fatto nulla di male. Hai ragione.

Tutti sono pronti a un nuovo evento ma nulla accade. Lei legge velocemente gli appunti.

– Ho fame, molta fame, – dice Marcella – sono giorni che non mi danno da mangiare.

Walter, ripresa piena coscienza intuisce che la sua presenza è ineluttabile. Non si accorge di essere soggiogato. Nella sua mente le parole che lei pronuncia si spengono in un eco.

– Direttore posso fare colazione di nuovo, ho fame anch’io.

Gli occhi di Marcella si illuminano e gli invia un bacio con le labbra.

Il Direttore concede a Marcella di rimanere alcune ore al giorno con Walter per organizzare insieme la festa. Sembrano due persone diverse, impegnate e serene a svolgere il compito.

I ragazzi sono sorvegliati a vista, attraverso un vetro, da un infermiere che deve riferire al Direttore il loro comportamento.

– Cosa ci serve per la festa? – chiede Marcella.

– Tutto. Non abbiamo niente. Per prima cosa scriviamo un elenco delle cose più necessarie.

– Hai ragione. Le zucche e le candele sono le più importanti.  – Mentre parla, Marcella allunga una mano sotto al tavolo e inizia a pizzicare la gamba di Walter, poi passa alla sua azione preferita: conficcare le unghie nella carne chiudendo la mano a pugno. Walter, accertato che l’infermiere non ha notato nulla, passa dal dolore al piacere. Quando è sul punto di eccitarsi la ragazza ritira la mano.

Alla fine, malgrado vari approcci maneschi, l’elenco delle cose da comprare è pronto per essere sottoposto al Direttore.

– Bene ragazzi, vediamo cosa vi occorre: Ventotto zucche? Ma perché tutte queste? I ricoverati sono solo ventuno.

– Direttore è compreso il personale, voi e vostra figlia. Vorremmo fare una festa per tutti. – chiarisce Walter. Marcella conferma: – Diretto’. La festa è a tutti.

– Giusto, avete ragione. – continua a leggere – Quaranta metri di corda e dieci rotoli di nastro adesivo forte, quello plastificato. Ventotto candele.

Quaranta metri? Ma la corda a cosa serve?

– A  collegare le zucche – risponde Marcella

– E il nastro?

– A mantenere ferme le corde.

– Ho capito che le candele servono per illuminare le zucche dall’interno ma dovremo stare attenti, può essere pericoloso. Va bene ragazzi. Domani farò comprare tutto.

– Un’altra cosa, Direttore – replica Walter – vorremmo iniziare la festa con “dolcetti e scherzetti” insieme ai parenti dei ricoverati. Bisogna comprare anche i dolcetti. Per gli scherzetti adopereremo il nastro adesivo.

Con apprensione il Direttore chiede: – Per gli scherzetti vorrei sapere qualcosa di più.

– Scherzetti semplici e divertenti. – precisa Marcella – Code, corna, nasi e orecchie lunghe e altro.

Il Direttore è soddisfatto, condivide e apprezza le idee per lo svolgimento della festa.

La mattina del primo novembre nella casa di cura è tutto un fermento. I preparativi per la festa coinvolgono tutti i pazienti, il Direttore sistema le candele nelle zucche e provvederà lui ad accenderle per evitare incidenti.

Alle diciannove, il cortile si riempie di auto, alcune di lusso. Molti ricoverati appartengono a famiglie benestanti. La retta della clinica è alta ma ogni ricoverato ha la sua camera personale. Il padre di Marcella è un ambasciatore, ed è tra i primi ad arrivare insieme alla sua giovane moglie.

La sala della festa è il refettorio, l’ambiente più grande della clinica.

Ventisei zucche collegate tra loro con corde sono sistemate sui tavoli, posti lungo il perimetro dei muri. Hanno le bocche in parte sdentate, ma quello che attrae e sorprende gli invitati sono gli occhi illuminati: uno a rombo, l’altro triangolare che sembra strizzare. Al centro due zucche di maggiori dimensioni, sempre su un tavolo, troneggiano tra simboli naturali  e non: un lenzuolo fantasma, uno spaventapasseri, un teschio di osso e tante maschere orribili e spaventose.

Il Direttore, quando la sala è piena, prende la parola:

– Signore e signori, come sapete la nostra casa di cura è un fiore all’occhiello della nostra regione. I vostri cari non solo hanno le cure migliori ma sono in un ambiente sano e confortevole. Quest’anno tutti hanno collaborato per festeggiare Halloween insieme a voi. I principali artefici della festa sono stati Marcella  con le sue zucche particolari e il nostro bravo paziente Walter con le sue favolose idee. Dopo il brindisi di augurio, la festa procederà con i dolcetti e scherzetti. Il vostro familiare, ospite della clinica, vi offrirà il dolcetto mentre gli “artefici della festa” provvederanno allo scherzetto. Buona serata e buon divertimento.

I primi festeggiati sono due genitori con il figlio. Mentre il giovane offre loro i dolcetti posti in un vassoio d’argento, Marcella e Walter prendono da una grande scatola di cartone gli “scherzetti” già  preparati. Il padre riceve un corno sulla fronte, sistemato con il nastro adesivo. La moglie una lunga coda, sempre legata con il nastro sul fondo schiena, e la maschera di un teschio infilata nella scollatura.

In uno schiamazzo allegro, la consegna scherzosa prosegue con doppie corna, nasoni agli uomini, baffoni alle donne, codini e codoni oltre a maschere che rappresentano mostri e teschi.

Il divertimento è generale, tutti sono contenti di passare una serata in allegria con i loro congiunti degenti.

Non mancano fotografie e riprese con videocamere. Un ricordo è indispensabile.

Alle ventidue la festa  termina. Gli invitati si congratulano con il Direttore e con la dottoressa per la bella serata trascorsa.

Ora può cominciare la vera festa.

Walter e Marcella consegnano a ogni paziente una zucca, dopo aver spento la candela. Sottovoce dicono loro: – Va in camera tua, sistema la zucca sul davanzale della finestra. Aspetta con calma, verremo noi per il tuo scherzetto.

Il Direttore assiste a questo inizio e notando che tutto procede bene, si ritira insieme alla figlia nello studio.

Tutto procede come un piano tattico di guerriglia.

Primo atto. Consegnare la corda a Giovanni, l’infermiere più robusto, per farla custodire nella sua stanza. In realtà è per allontanarlo.

Secondo atto. Evitare la consegna dei sonniferi. Mentre l’infermiera prepara le varie dosi secondo i pazienti, Walter e Marcella si precipitano nel locale e, dopo averla tramortita  l’immobilizzano e la legano su una sedia con il nastro adesivo che le chiude anche la bocca.

Terzo atto. Provvedere agli attrezzi, quelli del giardiniere custode. Un vecchietto ancora arzillo che, circuito da Marcella, viene stordito da Walter e chiuso, legato dal nastro, nel capanno del giardino.

Quest’ultima operazione serve a dotarsi di armi occorrenti: due forbici cesoie, un coltello a sega e una mazzola di legno, oltre alle chiavi del portone e del cancello.

Quarto atto. Prendere in consegna la Dottoressa.

I due bussano allo studio del Direttore e chiedono alla figlia di dare un farmaco a Marcella che risente della fatica e si sente svenire.

Appena giunti nell’infermeria di piano, Manuela viene immobilizza, legata su una sedia a rotelle e con la bocca chiusa dal nastro adesivo viene portata nella stanza di Marcella. Qui la ragazza le sbottona la camicia,  le graffia e le morde a sangue il seno. Vorrebbe andare oltre ma Walter la ferma, Manuela è una sua amica.

Per completare gli scherzetti bisogna eliminare gli infermieri. Lasciata la dottoressa legata sulla sedia a rotelle, Marcella e Walter vanno nella stanza dell’infermiere.

– Giovanni, potresti darci un pezzetto di corda? – chiede Walter.

– Perché? A cosa vi serve?

– Ad appendere una grande zucca alla finestra del Direttore.

– Va bene. Vi aiuto io.

La risposta non è quella aspettata. Marcella, dopo un’occhiata al compagno di avventura, decide di intervenire. Si avvicina al malcapitato e inizia a carezzargli il torace.

– Come sei bello grosso. E come sei robusto.

– Ma che fai? Stai buona. – si schernisce Giovanni.

Distratto dalle avance e anche un po’ turbato, non si accorge che Walter è alle sue spalle. La mazzola ruota nell’aria e lo colpisce alla nuca. La violenza dell’impatto è maggiore del previsto: il sangue scorre.

Viene legato alla sedia, nastro sulla bocca e zucca sulla testa.

La stessa sorte per gli altri infermieri lascia libero il campo di battaglia.

Il rituale è stato ben studiato e con monotonia si ripete per ore.

La Dottoressa sulla sedia a rotelle, coperta da un lenzuolo fino alla bocca per nascondere il nastro adesivo e le ferite sul seno, è la testimone muta dello scherzetto ai pazienti.

Entrano nelle stanze. Marcella ha il teschio in mano, Walter spinge la sedia a rotelle.

Così recita Marcella: – In questa notte delle streghe e della morte ti porto il teschio di Halloween, bacialo sulla bocca e riceverai il sacro compenso.

L’atmosfera è tale che non c’è reazione. La presenza della dottoressa, anche se agita la testa tentando un segnale, è considerato garanzia del rituale.

Legato su una sedia, bocca e naso avvolti dal nastro, il paziente viene morso a sangue in più parti dalla ragazza che simula un vampiro. Il compagno taglia gli abiti dalla vita in giù con la cesoia e poi si dedica a dipingere con il sangue i capelli sulla zucca, ispirandosi a quelli reali del paziente.

Il suo sogno di pittore si realizza.

Mentre Walter dipinge e sistema l’opera d’arte sulla testa ormai immobile,  la cerimonia si completa  con colpi di cesoia sulle gambe e sulle natiche da parte della ragazza.

Quando non ci sono più clienti da trattare, vanno in Direzione per sistemare anche il padre di Manuela. Gli prendono le chiavi dell’auto e sono pronti per partire. Scendono nella hall, Walter in piedi su una sedia si dedica a una scrittura sul muro, ha in mano un barattolo di sangue. Appena terminata sente le mani di Marcella sulle gambe che tira giù i suoi pantaloni e, vogliosa, inizia a spogliarlo. Lui scende dalla sedia,  si abbandona immobile sul pavimento aspettando il rapporto tanto desiderato. Tutto è compiuto dalla ragazza con piacevole violenza.

Quando è soddisfatta la ragazza propone: – Prima di andare via, ho un’idea per lasciare un ricordo.

– Le tue idee mi fanno impazzire, sono pronto ad aiutarti. D’ora in poi spartiremo tutto fino alla morte.

Lavorano per ore. Spostare tutti i cadaveri, legati alle sedie con le corde e con i nastri adesivi, è un’impresa complessa.

È  l’alba dal cielo rosso, quando La Vampira e il Pittore stanchi ma soddisfatti prendono lo spider del direttore e sistemano sul piccolo sedile posteriore le due grosse zucche.

– Sono stanco. Tu sai guidare? – chiede Walter.

– Sì, da quando ero bambina  andavo al Luna Park.

– Benissimo. Quando sarai stanca, guiderò io.

Con alcuni sobbalzi l’auto parte. Walter invece di preoccuparsi della guida insicura, si diverte. Quando sente la fiancata strisciare sui listoni del cancello la risata aumenta di volume più dello stridore prodotto dal graffio sulla vernice dell’auto.

Il cancello spalancato, nessun guardiano, il portone principale aperto è l’attrattiva dei passanti incuriositi. Quella che sa di incubo sono le teste di zucca che da ogni finestra sembrano osservare attraverso le inferriate ciò che accade sulla via, con un occhio a rombo e uno a triangolo. Tutte le teste sono immobili, tranne una che si agita. Alcune sono anche illuminate da una candela posta sul davanzale.

È la mattina dopo la notte di Halloween, l’inquietudine persevera.

Il gruppetto di curiosi è ferma al cancello, qualche ardito l’oltrepassa addirittura ma non va oltre.

La clinica ospita malati di mente la cui presenza scoraggia sempre le persone.

Quando arriva la polizia, non c’è stata nessuna evoluzione delle scenografia, solo la folla è aumentata ma il silenzio regna e sul loro viso si legge curiosità e paura. Dopo la notte delle streghe, tutti guardano il portone come se aspettassero l’uscita di personaggi spaventosi.

Una squadra di poliziotti, dopo aver fatto spostare la folla, entra nella clinica.

Sulla parete di fronte all’ingresso una grande scritta rossa li accoglie:

CLINICA CHIUSA- CAUSA MORTE

Quando arrivano al primo piano trovano ancora una scritta:

LO SPIRITO DELLA MORTE È PASSATO

L’atrio, i corridoi e le scale sono un deserto silenzioso. Nelle camere seduti davanti la finestra, con la zucca in testa, donne e uomini immobili sono i simulacri della festa.  Tutti legati alla sedia, privi di indumenti dalla vita in giù. Il pavimento luccica di sangue ancora fresco. Nella parte bassa dei corpo diverse ferite. Il sangue gocciola lentamente. Tolta la zucca, un nastro adesivo copre la bocca e il naso, il viso livido è solcato da capillari rotti dal trauma respiratorio.

Un giovane poliziotto arricchisce il rosso laghetto del proprio vomito. Una sua collega sviene, cade inzuppando la divisa di liquido purpureo.

Solo una donna alla finestra è vestita interamente, coperta anche da un lenzuolo.  È viva  e continua a scuotere la zucca. Non sembra ferita. Quando le tolgono la zucca, ancora continua a muovere la testa. Ha il nastro adesivo solo sulla bocca. È viva. Tolto il nastro, dalla bocca esce un urlo disumano mentre continua ad agitare la testa. Gli occhi sbarrati, pieni di terrore e il continuo movimento la caratterizzano come l’unica “paziente”  rimasta viva nella clinica.

L’ultima stanza che gli agenti visitano è quella del Direttore. Sempre con la zucca che copre la testa, l’uomo è seduto alla sua scrivania. Le mani inchiodate da cesoie aperte al tavolo pieno di cartelle cliniche insanguinate dalle dita tutte senza la terza falange, troncata di netto e sistemata insieme alla altre nel posacenere del tavolo.

Il corpo tenuto dritto da una fune sotto le ascelle collegata alla mensola sulla quale poggia il busto di bronzo del fondatore della clinica che è stato dipinto di rosso.

Mentre lo osservano, un misto di mugolio e rantolo esce dalla bocca del poveruomo. Gli occhi sbarrati, aperti nelle feritoie, mostrano un segno di vita. Quando gli tolgono la zucca, ha il nastro solo sulla bocca. Poi reclina la testa e muore.

Lo spider nero corre sulla stradina costiera. Due indemoniati nudi e lordi di sangue cantano a squarciagola. Quando la canzone è Volare, la guidatrice con lucida follia si dirige verso il muretto che  limita la via e l’auto diventa l’aereo del Luna Park.

Dopo un volo di un centinaio di metri, sulla rocce che incoronano la piccola spiaggia un ammasso di lamiere e membra insanguinate definiscono ulteriormente la scogliera.

Sulla riva due zucche, piuttosto malandate, sembrano strizzare gli occhi al mare con nostalgia.

La festa è finita.

L’ombra rossa della forza del male è di nuovo libera nel cosmo.

Attende solo l’opportunità di possedere altre menti.

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