Il rudere – sesta parte

È una sala da pranzo. Alcuni camerieri sono pronti e schierati La principessa e il principe parlano con un uomo vestito come gli altri servitori ma più elegante, deve essere il maggiordomo. Anche la dama in lilla si ferma nella sala da pranzo. Giulia e il suo accompagnatore procedono ed entrano in un altro ambiente.

Insieme alla mia dama seguo la coppia. Entriamo in un salottino. Prendiamo posto su un altro divanetto rosso. Noto che Giulia e il suo cavaliere sono molto affiatati, si guardano spesso negli occhi e sorridono alle parole che si scambiano. Anche la mia giovane dama mi sorride spesso.

A pranzo tutti i commensali parlano tra di loro. Sono seduto di fronte alla giovane dama e non smettiamo di guardarci. Lei, ogni volta che beve, alza il bicchiere invitandomi a brindare, con un ampio sorriso. Accetto volentieri e a partecipo al suo cincin sorridendo.

Dopo pranzo ci spostiamo nel giardino all’ombra di grandi alberi. Giulia si allontana con il suo cavaliere. Io resto solo con la giovane dama.  Ci sediamo su una panca di legno, lei mi guarda negli occhi e mi dice qualcosa sorridendo. È la prima volto che sento una voce ma il linguaggio mi è sconosciuto.

Sorrido e scuoto la testa, lei intuisce la mia difficoltà a capire. Con un dito si indica e pronuncia:

– Armela. – Sorride e indica me.

Rispondo subito: – Bruno.

Mi prende la mano e la stringe nella sua, mentre dice: – Bruno et Armela.

Non posso fare altro che sorridere di nuovo. Non capisco cosa ha voluto dire, forse una presentazione. Non lascia la mia mano. Restiamo così seduti vicino, mano nella mano.

Arriva il principe alto e le dice qualcosa che di nuovo non sento. Lei si alza, lascia la mia mano, e lo seguiamo. Tutti insieme passeggiamo tra viali fioriti. Giulia e il suo accompagnatore sono sottobraccio e parlano sottovoce. In genere sono geloso ma stranamente questa volta non lo sono.

Armela guarda la coppia e imitandola si infila sotto il mio braccio.

Guardo l’orologio per vedere l’ora, è passato un bel po’ di tempo. Ma l’orologio sul mio polso non c’è. Non mi sono accorto che passeggiando siamo tornati al castello che vedo improvvisamente davanti ai miei occhi.

Dopo cena, Giulia mi spiega che non dormiremo insieme. Un’ala del castello è destinata ai maschi e un’altra alle donne.

Una cameriera mi conduce nella mia stanza e inizia a spogliarmi. Quando sono nudo, da un armadio prende una lunga camicia bianca e mi aiuta a indossarla. Rimango tutto il tempo muto e stranito. Mi sdraio sul letto, lei mi copre e mi rimbocca una leggera coperta. Prende la candela e va via.

Mi addormento mentre cerco di mettere ordine negli avvenimenti della giornata.

Apro gli occhi sono nel sotterraneo, sento Giulia vicino a me, siamo sul plaid. È buio.

– Abbiamo sognato? Tu che pensi? – le chiedo.

– Non lo so. Ricordo tutto bene. Lo scalone, la principessa e gli altri. – mi dice lei.

– Il pranzo, la passeggiata … quando siamo andati a dormire da soli. – continuo io.

– Sì. È così. Un sogno insieme?

– Non penso sia stato un sogno. Mi sento ancora caldo come quando la cameriera mi ha messo la coperta. Qua ora sento il fresco del sotterraneo. – dico io.

– Ti ha messo a letto la cameriera? A me mi ha spogliato e sistemata a letto un cameriere. – mi precisa Giulia.

– La cameriera era distaccata ed educata. Non è successo altro. – preciso anch’io.

– Anche a me. Considerando la loro educazione mi viene il sospetto che per “altro” dovevamo chiedere. Che nottata strana … Che poi era giorno! – continua Giulia

Carponi troviamo la pietra per aprire.

– Usciamo. Cominciamo a  raffreddarci qua dentro. – suggerisco io.

– Hai ragione. Fuori sarà notte? – dice lei mentre la pietra dell’apertura inizia a scorrere.

Usciamo.  È l’alba. Guardo l’orologio al polso. Sono le sei e cinque minuti.

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