Noi non possiamo morire – capitolo quattordicesimo

Il testo (ridotto) è ricavato da “Una pagina al giorno” di Daniele Conventi.

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Ritorniamo verso la prima grotta. Continuo a meravigliarmi di come Gabino riesca a orizzontarsi in questa oscurità.

<< Dovrai affidarti completamente al tatto. Sei sicuro di farcela?>>. Mi affretto a rispondere << sì>> in un sussurro.

<< Non abbiamo corda, ne picchetti. Scaleremo a mano. La parete ha abbastanza insenature da renderlo possibile>> si ferma, poi, rivolgendosi a me << Io sarò in testa. Vi darò dei suggerimenti. Tu sarai il secondo, dopo la ragazza>>.

Iniziamo la scalata. Quando tocca a me, capisco subito che il nostro è un tentativo disperato. Devo fare uno sforzo di volontà a ogni piccolo movimento. Le ferite mi fanno ancora male, ma più di tutto sono le energie a mancarmi. Sento le istruzioni del sacerdote, provo a seguirle. Muovo una mano in cerca di un appiglio, lo trovo, mi aggrappo. Muovo il piede infilandolo in un appoggio. Mi cede il ginocchio e scopro che la mia presa non era salda come credevo. Di nuovo cado, ma l’impatto con il terreno è veloce, più morbido di quello che mi aspettavo.

 

Sento Giulia, sotto di me, fare un verso dolorante. Mi avvolge in un abbraccio protettivo.

<< Tu bene?>> mi chiede.

Quando mi rendo conto di cosa è successo, mi libero dal suo abbraccio per alzarmi, liberandola dal mio peso. In ginocchio le sollevo il busto e la testa in cerca di sangue e ferite gravi.

<< Dimmelo tu, razza di stupida. Perché ti sei buttata sotto di me?>>.

Sento il sangue bagnarle i capelli.

<< Tu caduto. Io voleva proteggere>> mi risponde preoccupata << Tu bene?>>.

<< Sto bene, sto bene>> le rispondo frettolosamente, preoccupato a mia volta<< ma tu hai sbattuto la testa>>..

<< No preoccupare>> mi risponde tranquilla << No male>>. Lentamente si alza. La sento mugugnare dei lamenti di dolore che cerca di nascondere. La lascio libera mentre cerco di rialzarmi anch’io. Ci metto un po’ perché tremo. Tremo di rabbia.

Gabino ci raggiunge. Si assicura che sia tutto a posto, poi, come fosse una condanna, ci conferma l’ovvia verità.

<< Ci rimane una sola strada da tentare>>.

 

 

Con cautela ci dirigiamo verso il tunnel dei topi. Il loro squittire ci avvolge in breve tempo, divenendo sempre più invasivo, acuto, insopportabile. Gabino prova a dire qualcosa, ma non capisco. Sento la sua voce, ma non distinguo le parole.

Camminiamo mano nella mano, con il sacerdote, l’unico che riesce a orientarsi. Non può contare sulla vista e ogni suono è completamente coperto dal quella cacofonia di versi nota come “lo stomaco della montagna”.

Non ho la minima idea di dove stiamo andando. Mi muovo in un vuoto oscuro, alienante, dove l’unico contatto con la realtà sono le mani dei miei compagni e i comandi tattili di Gabino. Il sacerdote mi tira la mano nella direzione in cui dobbiamo muoverci, me la stringe per farmi fermare e mi …

Sento il braccio strattonato all’improvviso. Il colpo è secco, forte abbastanza da buttarmi a terra. Quasi perdo la presa sulla mano di Gabino, sprofondato in una qualche voragine. Giulia mi da una mano facendomi da contrappeso, ma Gabino è troppo pesante. Lei lentamente lascia la mia mano dandomi il tempo di riequilibrare la sua assenza. Riesco a non precipitare insieme al sacerdote, ma ci troviamo trascinati più in basso. Riesco a sentire sul volto la corrente d’aria proveniente dal basso, mentre con il mento riesco a toccare la parete del fosso.

Con la mano, ora libera, mi aggrappo a un pezzo di roccia sporgente, una piccola stalagmite con troppo grande ma  robusta. Giulia mi si affianca e il peso dell’uomo diminuisce di colpo.

<< Al tre tiriamo>> urlo per farmi sentire nella cacofonia di squittii.

Grido <<…TRE>> e tiro su con tutta la forza che ho. Sento Giulia fare un verso di sforzo e dalla velocità con cui solleviamo Gabino, anche lui deve aver contribuito alla sua salvezza.

Appena finiamo di tirar su il sacerdote, rimango disteso sul pavimento boccheggiando.

<< Non possiamo andare avanti così>> urla Gabino << E’ troppo rischioso… non capisco dove mettiamo i piedi>>.

<< Cosa vuoi fare?>> gli chiedo.

L’uomo non parla più. Non riesco a capire che movimenti stia facendo, ma ne ho un’idea.

Accende la torcia. Resto abbagliato dalla luce e chiudo gli occhi.

Un calore intenso mi riscalda la pelle. Apro gli occhi, ma subito sono costretto a richiuderli. La luce mi ferisce, mi devo ancora abituare.

<< Non essere pericoloso?>> chiede Giulia preoccupata << Non attirare …a-gni-mali?>>.

<< Meno pericoloso di ogni buca, fosso o cratere lungo la strada>> replica il sacerdote.

<< Dobbiamo rischiare>>.

Avendo recuperato la vista, il percorso è più agevole. La strada non è delle più facili, piena di punte di roccia, cunette e buche. La luce mi permette anche di notarmi i piedi, perforati e tagliati in più punti, e le tracce di sangue che lasciamo dietro di noi.

All’ennesimo bivio, dopo un tempo indefinito di scelte, punti in discesa, salite scivolose e tratti percorsi accucciati, qualcosa cambia. Siamo di fronte a due strade: una galleria grande per una persona e un cunicolo stretto e basso, dove l’unico modo per passare è strisciando. Gabino è indeciso, ma il suo istinto lo fa propendere per il cunicolo.

Gabino scatta verso il cunicolo. Giulia mi strattona mentre segue il sacerdote. Lui ci fa spazio. Passiamo avanti. Mi abbasso, infilandomi nello stretto passaggio, e comincio a strisciare.. Gabino butta la torcia a terra e la spegne,  poi ci raggiunge. Di nuovo al buio, sono costretto ad affidarmi all’udito per capire cosa sta succedendo.

La cacofonia di squittii aumenta. La massa … lo sciame si avvicina. Comincio a sentire anche lo zampettare di migliaia di piccoli arti, migliaia di unghie che graffiano la pietra. Ora il rumore è talmente intenso, talmente forte da far male ai timpani. Nell’oscurità più completa, circondato da versi mostruosi, in balia del fato o della fortuna, mi scopro a invocare un dio antico, quello dei miei genitori. Un dio che fin troppo spesso ho ignorato.

Il rumore dello sciame inizia a scemare, lentamente, fino a tornare a un rumore di sottofondo. Rimane giusto qualche zampettio, gli ultimi rimasti, la coda della massa.

 

 

Avanzo strisciando sul dorso. Ho abbastanza spazio per le braccia, ma più volte mi trovo costretto a abbassare la testa, quasi a schiacciarla sul pavimento di roccia. Pietre aguzze, piccole sporgenze e punte di calcare mi strusciano sulla pelle.

Lo spazio diventa ancora più stretto e mi ritrovo a dover di nuovo schiacciare la testa a terra. Qualcosa mi graffia la fronte e un rivolo caldo ed umido mi cola sull’occhio. Mi trascino con le braccia cercando di passare. Una volta tanto la mia dieta a base di … niente mi torna utile. Il passaggio non mi è ostico come pensavo e sguscio oltre facilmente. Penso: ce la farà Gabino?

Una sensazione strana mi coglie alla sprovvista. Posso muovermi liberamente. Alzo la testa senza trovare ostacoli. Stendo le braccia, ma non tocco pareti. Con un ultimo sforzo mi tiro fuori del tutto dal cunicolo.

Sento Gabino lamentarsi sommessamente. Credo stia avendo difficoltà ad uscire. Gli do una mano tirandolo, per quanto mi è possibile. Soffoca un gemito di dolore improvviso, prima di liberarsi del tutto.

<< Tutto a posto?>> gli chiedo sussurrando.

<< Credo di avere un bel taglio sul fianco. Sanguina parecchio. Ma non ci metterà più di qualche minuto a guarire >>.

 

 

Attendiamo Giulia. Lei non dovrebbe avere grossi problemi. Non arriva.

Prima che Gabino possa fermarmi, rientro nel passaggio, stringendomi nella strettoia.

<< Giulia>> sussurro << Dove sei?>>. Nessuna risposta.

<< Giulia>> la chiamo, sperando in una conferma.

<< Shh!>> mi risponde sussurrando << Troppo rumore>>.

Comincio a indietreggiare, destreggiandomi per uscire di nuovo. Rimango sull’uscio, mano tesa, pronto a darle un aiuto. Quando le do la mano sento che regge qualcosa. È rigido, sembra legno. È ancora caldo.

<< Hai preso la torcia?>>.

<< Fuoco utile>> mi risponde decisa.

<< E’ andata a recuperare la torcia?>> mi domanda il sacerdote prima di avvicinarsi.

L’abbraccio, preoccupato, rassicurandomi con il tatto che sia ancora tutta intera. È viscida di sangue e piena di tagli, ma nulla di troppo grave.

Gabino sussurra << Dobbiamo andare>>. Il sacerdote accende la torcia, rischiarando il passaggio. Davanti a noi un’unica strada simile a molte altre. Dietro di noi un tappeto vermiglio di sangue e segni di trascinamento. Abbiamo lasciato tracce. Non ci vorrà molto prima che qualcosa le segua.

 

 

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