Noi non possiamo morire – capitolo tredicesimo

Il testo (ridotto) è ricavato da “Una pagina al giorno” di Daniele Conventi.

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Nero ovunque. L’oscurità è assoluta. Sento scorrere un rivolo d’acqua da qualche parte alla mia destra. Credo di essere caduto di sotto. L’ultima cosa che ricordo é una lunga, interminabile caduta.

Provo a muovermi. Una gamba è paralizzata. Non la sento neanche. Forse l’ho persa. Provo a tastarla, a vedere se c’è. Sembrerebbe di si.

Un rumore di fondo mi ronza tutto intorno. E’ un eco di qualcosa. Una specie di squittio, miliardi di squittii.

<< Il monte brontola>> sussurro, a metà tra la battuta e il timore << il monte brontola e io sarà il prossimo pasto>>.

C’è qualcosa di vivo qui sotto. Non so perché non ci avevo pensato prima. Mi sono talmente abituato all’idea che tutto fosse morto, ormai, da non tenere più in considerazione possibilità alternative. Ma cosa vive qui sotto? Di certo, quello squittio non è opera dei folli.

Striscio, ventre a terra, dando slancio al movimento oscillando i fianchi. Vado lento, ma mi allontano.

Continuo a strisciare. Vado avanti senza meta, con l’unico intento di allontanarmi da quel suono. Lo squittio si attutisce.

Non so di quanto mi sono mosso, se sono io ad essermi allontanato o se è stato il rumore. So solo che sono esausto. Devo riposarmi. Devo lasciar guarire la gamba se voglio proseguire.

Cerco a tentoni una parete a cui appoggiarmi, poi mi rilasso, seduto e con la schiena poggiata alla roccia del monte. Una gocciolina d’acqua zampilla non troppo distante.

Plic…plic…plic…

Mi accorgo di avere sete, rivolgo il palmo verso l’acqua cercando di formare una conca, poi la lascio accumulare, fino a  quando posso. Portarmi la mano alla bocca è complicato. Sbaglio un paio di volte, anche se non di molto. Perdo dell’acqua che straborda dal palmo, ma alla fine riesco a bere.  E’ acqua dura, piena di minerali polverosa, ma è acqua. Sposto la testa cercando di farmi cadere la goccia direttamente in bocca. Ci metto un po’, ma poi ci riesco. La mia sete è tanta, l’acqua è poca, ma mi accontento.

Con l’acqua che scende alla gola, anche lo stomaco vuole la sua parte. Il suo rumoreggiare quasi fa eco in quello spiazzo cavernoso.

Sento uno squittio. È netto, forte e vicino. La cosa è sopra di me. Squittisce di nuovo, mi atterra su una gamba.

<< Ma che diav…?>>.

Piccoli denti affondano nel mio polpaccio. Sento il sangue fuoriuscire, mentre la cosa mastica furiosamente. Con uno scatto cerco di afferrarla, ma mi sfugge. Si muove veloce, la sento raspare con gli artigli. Non mi teme. Sono il suo pasto. Torna alla carica, il morso arriva sul piede destro. Provo di nuovo ad afferrare l’essere, ma di nuovo mi sfugge, portandosi via un altro boccone.

Con una mano cerco qualcosa con cui ammazzarlo. Una pietra. Basterà.

La creatura parte in carica. È veloce, precisa. Sembra quasi che ci veda in questo buio totale. Sento i suoi piccoli artigli pungermi la coscia mentre corre. Sferro un primo colpo. Mancato. La pietra mi impatta contro un muscolo. Un paio di balzi e mi è sul petto. Con la mano libera provo ad afferrarlo. Per un istante sento i suoi peli ispidi tra  le dita. Provo a colpirlo con la pietra. Lui salta. Il colpo mi arriva al petto, mi toglie il respiro per qualche secondo. La cosa ne approfitta per azzannarmi alla gola.

Quasi sento dolore mentre i suoi denti affondano nella mia vecchia pelle trapassando la carotide. Sento mancarmi il respiro, mentre sento il mento e il collo inumidirsi sempre più velocemente.

Picchio forte con il sasso contro l’animale, colpendolo più volte. Ad ogni colpo sento la morsa allentarsi. Al terzo colpo, finisce. La creatura cade rotolandomi addosso.

Con tutta la rabbia che ho in corpo, prendo il piccolo corpo esanime e lo lancio il più lontano possibile. Lo sento schiantarsi contro la roccia della grotta a non più di tre, quattro metri da me.

Mi tengo una mano alla gola, cercando di fare pressione. Devo limitare la perdita di sangue. Ho anche grossi problemi a respirare. Rantolo e mi costa fatica anche questo.

Non posso perdere i sensi. Quel coso era un topo. Una singola nota nella sinfonia che è il brontolare del monte.

Non posso muovermi. Tutte le mie forze si disperdono nel respirare e nello sforzarmi a non perdere i sensi, a tenermi sveglio.

Se fossi un essere umano normale, sarei svenuto da tempo. Fortunatamente il processo di rigenerazione è già partito. Il sangue continua a zampillare, ma sempre meno frequente. La ferita sta già rimarginando, sostituita da una crosta spessa e ruvida. Continuo a respirare a fatica, ma riesco a tenermi lucido.

Resto disteso per minuti, concentrando tutte le mie energie nel processo di guarigione. Le orecchie sono tese nel vuoto, cercano bisbigli, squittii, il raspare sulla pietra. Sono lontani. Però sento il mio stomaco. Sento le mie forze diminuire.  Devo prendere energia, devo…mangiare.

Controllo e tasto il terreno, poi sento qualcosa di diverso. Sembra pelo.  Afferro il topo. Devo reprimere il disgusto.

Dopo il primo morso, il sangue mi schizza in bocca come se stessi mangiando un’arancia matura. Il sapore della carne cruda mi provoca il voltastomaco, ma trattengo un conato. I peli di certo non migliorano la cosa. Mangio lentamente. Mastico poco, ingoio in fretta, mi prendo una pausa tra un boccone e l’altro. Al terzo butto a terra l’animale e rigurgito metà del mio pasto.

Alla fine la situazione sembra essere migliorata. Le ferite non sanguinano più, il respiro si è fatto regolare. Mi appoggio di nuovo alla roccia, in attesa di sentirmi più forte.

Toc…tuc…toc

Qualcosa è caduto. Sembra il suono di un sasso che rimbalza sulla roccia.

Altri sassi cadono. Sento dei passi. L’eco me ne fa sentire almeno una dozzina, quasi fosse un piccolo gruppo in esplorazione, ma sono certo siano decisamente di meno.

Dubito siano “folli”. Loro non scendono, si buttano di sotto, è  probabile che siano del mio gruppo.

<<Sono qui!>> li chiamo <<sono qui>>. Non urlo. Non serve. Rischierei solo di attirare attenzioni meno gradite..

Sento i soccorritori sul pavimento. Continuo a chiamarli a bassa voce e in una manciata di secondi vengo raggiunto. Mi ritrovo abbracciato a una ragazza. Giulia mi sussurra all’orecchio. Mi dice di quanto era preoccupata, spaventata. Gabino si avvicina <<Siamo qui e credo sia meglio non rimanerci>>

<< Hai ragione>> confermo << queste grotte sono infestate dai topi. Non ho nemmeno idea di quanti siano, ma sono fin troppo aggressivi.  Non credo di riuscire a scalare la parete da cui siete venuti>>.

<< Riesci a malapena ad alzarti.>> conferma il sacerdote << Qui c’è un solo passaggio in avanti>> e detto questo allunga una mano. L’afferro. Inizia a tirare, piano. Quella mano sarà l’unica cosa che ci terrà uniti, che ci indicherà la via. Camminiamo nell’oscurità per un tempo interminabile. La gamba torna lentamente, funzionale. La rigenerazione fa il suo lavoro.

<<Fermi!>> ci ordina d’improvviso, il sacerdote.

Gabino, dai versi che fa, sembra si stia sforzando. Qualche piccolo sasso, qualche manciata di pietrisco cade, nulla di più.

<< E’ bloccato?>> chiedo.

<< E’ bloccato>> mi conferma il sacerdote.

<< Non credo abbiamo molta scelta>> mi fa notare il sacerdote. O andiamo tra i topi o l’unica via è scalare>>.

Ci rifletto su. Sono ancora indebolito, ma forse…

<< Proviamo a scalare>>.

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